che rise

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Aries Rising

Celebrities: Olivia Hussey, Paris Jackson, Che Guevara, Heath Ledger, Stevie Nicks, Rihanna, James Dean, and Isabelle Adjani

Appearance: strikingly bright eyes that look like they’ve been lit with fire from the inside, turned up nose, large forehead, furrowed brows, square jaw, Cupid’s Bow lips

Lei alzò il bicchiere.
“Facciamo un brindisi.”
“A che cosa?”
Sembrava perplesso.
“A noi due.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Ma non stiamo insieme da mesi, lo sai, vero?”
Lei rise: “Pensi che non sappia che ci siamo lasciati? Intendo, facciamo un brindisi a noi che non esistiamo più.”
“Sei fuori di testa.”
“Pensavo lo sapessi già.”
Si scambiarono uno sguardo. Un piccolo e timido sorriso.
“D'accordo, brindiamo.”
“Benissimo. A noi due. Ai nostri insulti e alle nostre risate. Per tutte le volte che ci siamo urlati contro e per tutte le volte che avrei voluto strozzarti, per tutte le volte che mi hai sbattuto la porta in faccia lasciandomi sola. Alla nostra intensa e disperata storia d'amore impossibile.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Altro?”
“Sì. Ci sto pensando. Non mettermi fretta.”
“Figurati, fai con calma.”
“Ecco, ci sono. Un brindisi a noi, per tutte le volte che sei tornato indietro, per tutte le volte che ti ho raggiunto. Per tutti i sorrisi e i baci, per tutti i momenti felici che sembrano di un'altra vita e sembrano appartenere ad altre persone, talmente diverse da ciò che siamo adesso che non riesco più a vedere me stessa nella donna che ero con te. E tu riconosci nell'uomo che sei adesso quello che eri con me?”
Le sorrise: “No.”
Sorrise anche lei: “Siamo pari.”
“È un bel brindisi.”
“Sono contenta che ti piaccia.”
Ci fu del silenzio, entrambi impegnati a bere e a pensare.
“Lui passerà a prendermi tra poco.”
“Sa di me?”
“Lei sa di me?”
“No.”
“E allora.”
“Hai ragione.”
“Come sempre.”
“Dove sei stata dopo noi?”
Si passò una mano tra i capelli: “Un po’ di qua e un po’ di là. Poi ho incontrato lui e siamo andati in giro insieme.”
“Non ti interessa sapere dove sono stato io?”
“No. Non mi interessa proprio niente dei tuoi percorsi.”
“Sei sempre carina, tu.”
“Devo andare.”
“È arrivato?”
“Ho sentito la macchina.”
“Come fai a sapere che è la sua?”
Gli occhi della ragazza si illuminarono: “Lo riconosci subito un rumore di casa.”
“E io” le chiese timidamente: “io che rumore sono per te?”
Lo sguardo di lei si addolcì e gli fece una carezza: “Sei solo il rumore di un sogno infranto, lo sai. Di un passato talmente lontano da apparire irraggiungibile persino nei ricordi.”
“Mi dispiace.”
“Non farlo. Stammi bene. Abbi cura di te.”
“Lo farò.”
“Bene. Buonanotte, vai piano in macchina.”
“Non ti smentisci mai.”
“Non c'è più un noi ma io sono sempre io, in fondo.”
Un sorriso mentre la guardava scendere le scale.
“Buonanotte.”
“Addio.”

Talete di Mileto

La storia di Talete è già tutta spiegata (male) sull’internèt, per comodità ve la condenso io in poche righe mettendoci un po’ di brio, e poi una promessa è una promessa @masuoka

Talete di Mileto fu genio e talento proteiforme, già inserito da Platone in un elenco di Sette Savi, non di Sion ma dell'antichità e segnalato da Aristotele come il capostipite di tutti i filosofi occidentali, egli si cimentò i diversi campi dello scibile con un eclettismo paragonabile a quello di Leonardo, rimase scapolo e forse non a caso. Grazie alle sue conoscenze astronomiche iniziò col predire un'eclissi di sole, fatto che impressionò molto i suoi contemporanei, fu inoltre grande geometra e consigliere politico e di tecniche militari.

E non solo. Narra Aristotele che quando gli si presentò l'occasione dimostrò di eccellere anche nel campo della crematistica (che non era una disciplina culinaria quanto l'arte di arricchirsi speculando). Dato che per la sua povertà lo prendevano in giro rinfacciandogli l'inutilità della filosofia, storia antica come il mondo, sulla base di calcoli astronomici (?) egli si mise a predire un abbondante raccolto di olive in pieno inverno, coi pochi soldi che possedeva comprò dunque a prezzo stracciato tutti gli inoperosi frantoi della zona, cosicché quando si presentò l'abbondante raccolto egli li affittò a prezzo di monopolio ricavandone abbondante profitto. Il suo scopo, ci dice il moralista Aristotele, non fu tanto l'accumulo di denaro fine a se stesso quanto la dimostrazione che solo a volerlo la sapienza del filosofo poteva condurre ad accumulare grandi ricchezze (beata ingenuità).

A Talete riuscì anche di misurare l'altezza della piramide di Cheope semplicemente piantando un bastone per terra, e questo perché le due ombre, quella del bastone e quella della piramide, si trovavano in rapporto di proporzione fra loro. Narrano i cronisti che il faraone ne rimase così colpito che gli concesse come premio l'accesso alle biblioteche del regno. Il trucchetto era frutto dei teoremi geometrici che portano il suo nome e che riguardavano i triangoli (coi triangoli ci si può fare tutto, datemi un triangolo e vi misurerò il mondo) ma che probabilmente risalivano a conoscenze pregresse già acquisite dai babilonesi, del resto può accadere ai filosofi più antichi che la leggenda si mescoli con la realtà.

Sulla sua avversione per il matrimonio invece un po’ tutti concordano, pare che nel merito fosse un eterno procastinatore e che fosse anche un solitario piuttosto scontroso e sprezzante, e che ringraziasse il destino di essere nato maschio invece che femmina (Diogene Laerzio). Sempre Diogene Laerzio ci informa che morì sugli spalti mentre assisteva alla cinquantottesima olimpiade.

Cosicché, detto questo, appare un po’ misera la storiella dell'acqua e ben meschino l'aneddoto della serva che rise quando finì dentro una buca mentre era perso a guardare le stelle, paradigma del filosofo con la testa sempre fra le nuvole, ma si sa, i filosofi non hanno mai goduto di grande stima fra il popolino, inutili ci consideravano allora, inutili ci considerano adesso.

Una coppia di fidanzati si trovava a cena fuori a festeggiare il loro terzo anniversario.

«L'ho capito, sai?» esordì la ragazza a fine serata, giocherellando col bicchiere di vino ormai vuoto.
«Cosa, tesoro?»
«Non mi ami più. Ti sei stancato di me, di noi.»
«Ma che dici!» rise lui. «Perchè mai ti avrei portata a ristorante allora?»
«Perchè voi uomini siete così, non sapete mollare una donna. Aspettate sia lei a farlo.»
Tacquero entrambi per qualche minuto.
«Sono giorni, ormai, che ascolto più i tuoi silenzi che le tue parole. Sei sfuggente, hai la testa occupata da mille pensieri in cui io non rientro. Spesso trascorri i pomeriggi fuori casa inventando scuse banali, come se io non me ne accorgessi. E, anche se non è poi così importante, non mi fai un regalo da mesi. Il tuo lavoro ruba del tempo alla nostra coppia, i nostri progetti di formare una famiglia sono sempre più lontani. Possibile che non te ne renda minimamente conto? Questa situazione è terribile», sospirò lei.
«Hai ragione, anche per me è insopportabile. Ho riflettuto molto su sulla mia vita con te e su come voglio che vadano le cose. E’ ora di essere davvero sinceri, ormai non siamo più ragazzini. Scusami se ho impiegato tanto a dirtelo, ma non voglio più essere il tuo fidanzato…»
Sconcertata, la ragazza gli rivolse un'occhiata sofferente. Lacrime copiose le abbracciavano il volto, attraente seppur straziato dal dolore evidente. Non si aspettava certo una risposta tale.
Dopo una lunga pausa, un sorriso sciolse il gelo creatosi. Lui le prese la mano dolcemente.
«…Non voglio più essere il tuo fidanzato, perchè voglio essere tuo marito ed il padre dei tuoi figli». Sfilò dalla giacca un costoso anello d'oro bianco, con incastonati in maniera alternata zaffiri e smeraldi. «Vuoi sposarmi?» le chiese.
La ragazza gli buttò le braccia al collo e annuì. Le lacrime, ora, erano di pura gioia. Lui le infilò l'anello e le spiegò: «I chilometri non saranno più un problema, adesso. Mi hanno proposto un trasferimento definitivo nella sede qui vicina. Non sarò più costretto a fare quei lunghi viaggi che ci tenevano lontani, non dovremo più guardarci di tanto in tanto su Skype o rileggere i messaggi per sentirci l'uno accanto all'altra.
Pertanto, ho iniziato seriamente a pensare al nostro futuro insieme. Perdonami se te l'ho nascosto e se spesso non ti ho fatta sentire importante, ma ero turbato, forse anche un po’ spaventato da tutto ciò che stava accadendo e dalla mia decisione. Ho trascorso interi pomeriggi con gli agenti immobiliari, avrò visto sì e no una cinquantina di case. Finalmente l'ho trovata, amore. E’ grande, luminosa. I nostri bimbi li cresceremo lì. Sarà bellissimo.
Io ti amo, non dubitarne più.»

E la loro favola, finalmente, ebbe davvero inizio.

Lei alzò il bicchiere.
“Facciamo un brindisi.”
“A che cosa?”
Sembrava perplesso.
“A noi due.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Ma non stiamo insieme da mesi, lo sai, vero?”
Lei rise: “Pensi che non sappia che ci siamo lasciati? Intendo, facciamo un brindisi a noi che non esistiamo più.”
“Sei fuori di testa.”
“Pensavo lo sapessi già.”
Si scambiarono uno sguardo. Un piccolo e timido sorriso.
“D'accordo, brindiamo.”
“Benissimo. A noi due. Ai nostri insulti e alle nostre risate. Per tutte le volte che ci siamo urlati contro e per tutte le volte che avrei voluto strozzarti, per tutte le volte che mi hai sbattuto la porta in faccia lasciandomi sola. Alla nostra intensa e disperata storia d'amore impossibile.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Altro?”
“Sì. Ci sto pensando. Non mettermi fretta.”
“Figurati, fai con calma.”
“Ecco, ci sono. Un brindisi a noi, per tutte le volte che sei tornato indietro, per tutte le volte che ti ho raggiunto. Per tutti i sorrisi e i baci, per tutti i momenti felici che sembrano di un'altra vita e sembrano appartenere ad altre persone, talmente diverse da ciò che siamo adesso che non riesco più a vedere me stessa nella donna che ero con te. E tu riconosci nell'uomo che sei adesso quello che eri con me?”
Le sorrise: “No.”
Sorrise anche lei: “Siamo pari.”
“È un bel brindisi.”
“Sono contenta che ti piaccia.”
Ci fu del silenzio, entrambi impegnati a bere e a pensare.
“Lui passerà a prendermi tra poco.”
“Sa di me?”
“Lei sa di me?”
“No.”
“E allora.”
“Hai ragione.”
“Come sempre.”
“Dove sei stata dopo noi?”
Si passò una mano tra i capelli: “Un po’ di qua e un po’ di là. Poi ho incontrato lui e siamo andati in giro insieme.”
“Non ti interessa sapere dove sono stato io?”
“No. Non mi interessa proprio niente dei tuoi percorsi.”
“Sei sempre carina, tu.”
“Devo andare.”
“È arrivato?”
“Ho sentito la macchina.”
“Come fai a sapere che è la sua?”
Gli occhi della ragazza si illuminarono: “Lo riconosci subito un rumore di casa.”
“E io” le chiese timidamente: “io che rumore sono per te?”
Lo sguardo di lei si addolcì e gli fece una carezza: “Sei solo il rumore di un sogno infranto, lo sai. Di un passato talmente lontano da apparire irraggiungibile persino nei ricordi.”
“Mi dispiace.”
“Non farlo. Stammi bene. Abbi cura di te.”
“Lo farò.”
“Bene. Buonanotte, vai piano in macchina.”
“Non ti smentisci mai.”
“Non c'è più un noi ma io sono sempre io, in fondo.”
Un sorriso mentre la guardava scendere le scale.
“Buonanotte.”
“Addio.”
— 

“..Sei solo il rumore di un sogno infranto, lo sai.”

-Le rare cose belle che trovi su Facebook..

–Siamoilcentrodelnostrouniverso

“Potresti anche evitare qualche volta, coglione!” quella fu la frase che mi fece capire che ne ero follemente innamorato.
Era una mattina di maggio, se ricordo bene, e lei camminava sulla sabbia ancora fresca, a piedi nudi.
Avevamo saltato scuola entrambi e la portai al mare a prendere il sole o più semplicemente per fare una camminata in riva.
Mi piace camminare, se poi è sulla sabbia potrei non fermarmi mai o non tornare mai indietro.
Amo sentire la mia pelle a contatto con la sabbia, morbida e setosa, che mi fa un leggero sollettichio alla pianta del piede e amo il rumore del mare, le onde e osservare un infinito che da qualche parte finisce.
Si tolse le scarpe e me le diede in mano, non ebbi nemmeno il tempo di togliere le mie che lei stava già correndo verso la riva.
Urlava e correva, come una bambina.
“Aspettami!” urlai, ma non mi sentì e anche se mi avesse sentito, non si girò.
Quando arrivai pure io a riva lei stava guardando quell'infinito magico.
“È bello vero?” dissi come domanda retorica.
Non rispose, continuava a cercare qualcosa con gli occhi, ma non riuscivo a capire cose, lei stava con lo sguardo fisso dritto su qualcosa di certo, ma invisibile.
Dopo qualche minuto, mi chiese di fare una passeggiata e poi di prendere il sole, così cominciammo a camminare.
Facemmo circa quaranta minuti all'andata e un'ora per il ritorno, caminammo di più tornado indietro perchè tra le risate, non ci accorgemmo che eravamo andati oltre.
“Facciamo chi arriva prima!” urlò e cominciò a correre verso il telo e alle due paia di scarpe.
Eravamo soli, due amici soli in una spiaggia libera, senza alcun ombrellone o sdraio o ristorante attorno.
Eravamo due stupidi bambini che si divertivano a rincorrersi in spiaggia.
Durante la corsa, mi avvicinai a lei.
Mancava poco al punto di vittoria, così le feci uno sgambetto, lei cadde, ma c'andai addosso, cadendo pure io.
Così, prima di cadere, la presi e la strinsi a me, facendo sì che rotolammo, ma caddi prima io sulla sabbia dura con lei sopra di me, al sicuro.
Scese dalle mie braccia e si girò ridendo.
“Stai bene?” mi chiese divertita.
“No.. Mi fa malissimo il braccio” risposi toccandomi il gomito sinistro.
“Ti ho fatto male… scusa mi dispiace non pens..” non fece in tempo di finire la frase che la spostai velocemente con tutte e due le mani, lei cadde sulla sabbia io mi alzai e continuai a correre verso il punto della vittoria.
“Ho vinto!” urlai prendendo in mano un paio di scarpe.
Arrivò vicino a me, a passo lento, ma veloce, si avvicinò, con sguardo serio e mi diede una sberla.
“Potresti anche evitare qualche volta, coglione!” quella fu la frase che mi fece capire che ne ero follemente innamorato.
Non l'avevo mai vista così.
Arrabbiata, impaurita e fottutamente bellissima.
Mi diede un altro schiaffo e questo mi fece cadere sulla sabbia, lei si mise sopra di me e mi disse “prova ancora a fare il coglione e io ti stacco le palle!” disse con tono autoritario.
Le presi le braccia che toccavano il mio petto, la girai con forza, ma dolcemente e mi ritrovai sopra di lei, con le sue mani vicine ai suoi fianchi.
“che cazzo fai?” rise, le era passato tutto e risi anche io.
Le baciai il collo, non so perchè, ma volevo farlo, volevo baciarle il collo, così lo feci.
Stava zitta e ascoltava.
Si sentiva solo il mare, le onde, il vento, i baci rumorosi, ma silenziosi e alla fine un semplice bacio in bocca.
Uno. Sobrio e compatto. Dolce, ma inutile.
Ora a distanza di più di mezzo anno, lei è solo un'amica. Di quel bacio non parlammo più e facemmo come se non fosse mai esistito, ma io non sono proprio così.
Io, ogni notte, prima di andare a dormire ripenso a quelle labbra calde e impaurite e al silenzio di quel bacio freddo.
—  ricordounbacio

Hypercolor is a brand new electronic duo from Brooklyn who certainly live up to their name with their vivid and chromatic debut, Pretty, which features rising artist Che Ecru on The Weeknd like vocal duties. Hypercolor consists of Matthew Young and Grant Wheeler (of Body Language, Vacationer, and Seafloor alongside co-writing credits with Passion Pit and Machinedrum). Their first song, which was released last week on Vitalic Noise, is a grandly wobbling, incandescent glowing swooner. Its future bass and R&B are as gorgeous as Pretty’s name suggests. Pretty is tagged as “sparkle n bass” on Soundcloud. I can’t agree more. Pretty twinkles brilliantly, its embers burning bright with fervent passion. You can also take this beauty for a spin on Spotify.

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Ieri sera ero al bar con il mio fidanzato.
Per sbaglio ho fatto cadere un bicchiere dal tavolo e questo si é frantumato in una miriade di frammenti.
Alla fine lui mi guardò e disse “tutto a posto ? Non hai mica rotto il locale”
Gli risposi con un velo di malinconia “scusa, fare figure di merda questa sera era proprio quello che volevo evitare.”
Lui rise “ sei una pasticciona lo sai?”
“Per fortuna tu mi ami comunque, non é vero ?”
Lui mi fisso con i suoi occhi verdi “no”.
È come se il pavimento stesse scomparendo da sotto i miei piedi.
Con un filo di voce gli chiesi “co-cosa?”
Mi prese le mani e si avvicinò ancora di più al mio volte e, assumendo un tono serio ma allo stesso tempo dolce mi sussurrò “ non devi neanche farmele certe domande così stupide! Lo sai che ti amo sempre, amo i tuoi disastri, amo te” e mi baciò.

-Volevoimparareavolare

Lei alzò il bicchiere.
“Facciamo un brindisi.”
“A che cosa?”
Sembrava perplesso.
“A noi due.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Ma non stiamo insieme da mesi, lo sai, vero?”
Lei rise: “Pensi che non sappia che ci siamo lasciati? Intendo, facciamo un brindisi a noi che non esistiamo più.”
“Sei fuori di testa.”
“Pensavo lo sapessi già.”
Si scambiarono uno sguardo. Un piccolo e timido sorriso.
“D'accordo, brindiamo.”
“Benissimo. A noi due. Ai nostri insulti e alle nostre risate. Per tutte le volte che ci siamo urlati contro e per tutte le volte che avrei voluto strozzarti, per tutte le volte che mi hai sbattuto la porta in faccia lasciandomi sola. Alla nostra intensa e disperata storia d'amore impossibile.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“Altro?”
“Sì. Ci sto pensando. Non mettermi fretta.”
“Figurati, fai con calma.”
“Ecco, ci sono. Un brindisi a noi, per tutte le volte che sei tornato indietro, per tutte le volte che ti ho raggiunto. Per tutti i sorrisi e i baci, per tutti i momenti felici che sembrano di un'altra vita e sembrano appartenere ad altre persone, talmente diverse da ciò che siamo adesso che non riesco più a vedere me stessa nella donna che ero con te. E tu riconosci nell'uomo che sei adesso quello che eri con me?”
Le sorrise: “No.”
Sorrise anche lei: “Siamo pari.”
“È un bel brindisi.”
“Sono contenta che ti piaccia.”
Ci fu del silenzio, entrambi impegnati a bere e a pensare.
“Lui passerà a prendermi tra poco.”
“Sa di me?”
“Lei sa di me?”
“No.”
“E allora.”
“Hai ragione.”
“Come sempre.”
“Dove sei stata dopo noi?”
Si passò una mano tra i capelli: “Un po’ di qua e un po’ di là. Poi ho incontrato lui e siamo andati in giro insieme.”
“Non ti interessa sapere dove sono stato io?”
“No. Non mi interessa proprio niente dei tuoi percorsi.”
“Sei sempre carina, tu.”
“Devo andare.”
“È arrivato?”
“Ho sentito la macchina.”
“Come fai a sapere che è la sua?”
Gli occhi della ragazza si illuminarono: “Lo riconosci subito un rumore di casa.”
“E io” le chiese timidamente: “io che rumore sono per te?”
Lo sguardo di lei si addolcì e gli fece una carezza: “Sei solo il rumore di un sogno infranto, lo sai. Di un passato talmente lontano da apparire irraggiungibile persino nei ricordi.”
“Mi dispiace.”
“Non farlo. Stammi bene. Abbi cura di te.”
“Lo farò.”
“Bene. Buonanotte, vai piano in macchina.”
“Non ti smentisci mai.”
“Non c'è più un noi ma io sono sempre io, in fondo.”
Un sorriso mentre la guardava scendere le scale.
“Buonanotte.”
“Addio.”
Noi siamo infinito (la parte migliore del libro è questa poesia)

“Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Chops”
perchè quello era il nome del suo cane.
E i versi palavano di lui.
Il professore gli diede una A
e una stella dorata;
e sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie.
Era l’anno in cui Padre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo,
e li lasciò cantare sull’autobus;
l’anno in cui nacque la sua sorellina,
con quelle unghiette minuscole, senza capelli,.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l’angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila di X,
e lui dovette chiedere a suo padre che cosa significassero.
E suo padre la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.

Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Autunno”,
perchè quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l’anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse, e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l’angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perchè
i suoi genitori continuavano a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e s’infuriava
se glielo chiedeva piangendo.

Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Innocenza: una domanda”,
perchè quello era il quesito che si poneva su di lei,
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A,
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè non gliela fece mai leggere.
Era l’anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l’angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perchè era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.

Ecco perchè, sul retro di un sacchetto di carta marrone,
provò a scrivere un’altra poesia,
e la intitolò “Il nulla assoluto”,
perchè i versi, in realtà, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perchè questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.”

Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Chops”
perchè quello era il nome del suo cane.
E i versi palavano di lui.
Il professore gli diede una A
e una stella dorata;
e sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie.
Era l’anno in cui Padre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo,
e li lasciò cantare sull’autobus;
l’anno in cui nacque la sua sorellina,
con quelle unghiette minuscole, senza capelli,.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l’angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila di X,
e lui dovette chiedere a suo padre che cosa significassero.
E suo padre la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.
Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Autunno”,
perchè quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l’anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse, e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l’angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perchè
i suoi genitori continuavano a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e s’infuriava
se glielo chiedeva piangendo.

Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Innocenza: una domanda”,
perchè quello era il quesito che si poneva su di lei,
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A,
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè non gliela fece mai leggere.
Era l’anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l’angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perchè era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.

Ecco perchè, sul retro di un sacchetto di carta marrone,
provò a scrivere un’altra poesia,
e la intitolò “Il nulla assoluto”,
perchè i versi, in realtà, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perchè questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.

—  Stephen Chbowsky, noi siamo infinito

Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Chops”
perché quello era il nome del suo cane.
E i versi palavano di lui.
Il professore gli diede una A
e una stella dorata;
e sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie.
Era l’anno in cui Padre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo,
e li lasciò cantare sull’autobus;
l’anno in cui nacque la sua sorellina,
con quelle unghiette minuscole, senza capelli.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l’angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila di X,
e lui dovette chiedere a suo padre che cosa significassero.
E suo padre la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.


Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Autunno”,
perché quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non la appese alla porta della cucina,
perché aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l’anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse, e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l’angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perché
i suoi genitori continuavano a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e s’infuriava
se glielo chiedeva piangendo.

Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Innocenza: una domanda”,
perché quello era il quesito che si poneva su di lei,
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A,
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non la appese alla porta della cucina,
perché non gliela fece mai leggere.
Era l’anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l’angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perché era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.


Ecco perché, sul retro di un sacchetto di carta marrone,
provò a scrivere un’altra poesia,
e la intitolò “Il nulla assoluto”,
perché i versi, in realtà, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perché questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.

—  A person, A paper, A promise,Dr. Earl Reum.

Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Chops”,
Perché quello era il nome del suo cane.
E i versi parlavano di lui.
Il professore gli diede una A
E una stella dorata;
E sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie. Era l'anno in cui Ladre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo
e li lasciò cantare sull'autobus;
l'anno in cui nacque la sua sorellina
con quelle unghiette minuscole, senza capelli.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l'angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila X,
e lui dovette chiedere a suo padre cosa significassero.
E suo padre, la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.


Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Autunno”,
perché quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non lo appese alla porta della cucina,
perché aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l'anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l'angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perché i suoi genitori continuassero a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e si infuriava
se glielo chiedeva piangendo.


Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Innocenza: una domanda”,
perché quello era il quesito che si poneva su di lei
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non lo appese alla porta della cucina,
perché non glielo fece mai leggere.
Era l'anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l'angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perché era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.


Ecco perché, sul retro di un sacchetto di carta marrone,
provò a scrivere una poesia,
e la intitolò “Il nulla assoluto”,
perché i versi, in realtá, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perché questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.

—  Noi Siamo Infinito

“Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Chops”
perchè quello era il nome del suo cane.
E i versi palavano di lui.
Il professore gli diede una A
e una stella dorata;
e sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie.
Era l’anno in cui Padre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo,
e li lasciò cantare sull’autobus;
l’anno in cui nacque la sua sorellina,
con quelle unghiette minuscole, senza capelli,.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l’angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila di X,
e lui dovette chiedere a suo padre che cosa significassero.
E suo padre la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.

Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Autunno”,
perchè quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l’anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse, e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l’angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perchè
i suoi genitori continuavano a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e s’infuriava
se glielo chiedeva piangendo.

Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò “Innocenza: una domanda”,
perchè quello era il quesito che si poneva su di lei,
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A,
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non la appese alla porta della cucina,
perchè non gliela fece mai leggere.
Era l’anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l’angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perchè era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.

Ecco perchè, sul retro di un sacchetto di carta marrone,
provò a scrivere un’altra poesia,
e la intitolò “Il nulla assoluto”,
perchè i versi, in realtà, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perchè questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.”

Il blu è uno stato d'animo, almeno così gli dissero sempre.

E dannazione, doveva di sicuro essere così, non poteva essere altrimenti. Tutto attorno a lui era blu, la luce che filtrava dalle serrande lo era.

La sua pelle, illuminata a righe in cui il nero sembrava essere la soluzione migliore.

Le pareti - inavvertitamente bianche - lo erano diventate, per puro spirito di simpatia. L'atmosfera ideale per suonare al pianoforte, per rileggere vecchie lettere, per guardare vecchie foto.
Ma anche no, poteva essere il momento per far diventare il blu quello di un fornello.

Un caffè, un fuoco, qualcosa da bruciare per riscaldarsi, fossero anche i ricordi.

Ed i pensieri si accavallano come un letto sfatto, quel letto sfatto, di quella mattina, di quel mese, di quell'anno…E tornano di nuovo i pensieri.
E’ un ciclo continuo, privo di monotonia perchè ogni ritorno è sempre imprevisto.

Chi poteva immaginare che tornasse?
Chi poteva sperare lo facesse?

Lui alla fine no di certo, ed in questo non venne frainteso, nè deluso.

Da sorridere per la sua assenza, da sorridere fino alle lacrime per la consapevolezza.

Poi un fischio, il cervello lo metabolizza come quello della caffettiera di poco fa. C'è sempre caffeina nel blu, col latte, per sfumare i colori. Normalmente uno penserebbe all'alcool, ma a che serve?

Lui si è già dedicato all'eliminazione sistematica dei neuroni nei sentimenti, bruciarsene altri così sarebbe ridondanza.

Parolaio, logorroico, eccessivo in tutto ed in niente, odiava la ridondanza nella malinconia.

Buttarsi troppo giù gli avrebbe fatto vedere le cose da una prospettiva inesatta, scorretta.

Due cucchiaini di certezze da mischiare assieme, e tutto sembra migliorare.


Per il momento.


La Tv è un toccasana ottimo in questi frangenti, nessuno ha mai scoperto il perchè.

Le teorie sono che ipnotizzi il tempo necessario a levarti le pause e costringerti quindi a tornare al lavoro.
Altrimenti che semplicemente sia uno strumento del demonio fatto per catodizzare la nostra anima fra culi e tette.

Un'anima uccisa da un capezzolo!

Sì, è una buona morte, per ambo i sessi.

Un cinque contro uno in onore di un'attrice gli levò il mal di testa e rese più esatta la caffeina ingerita, suo malgrado corretta con un goccio del solito vecchio amico. Jack, non pensate male. Quello che fa Daniel di cognome, malfidati.

E poi torna sotto gli occhi la sua foto, e guarda caso ricomincia il ciclo.

C'è il sigaro delle grandi occasioni, quelle che sono talmente grandi che non vengono mai. Difatti non lo accese, preferì illudersi dell'arrivo di una nuova, splendida mattina. Ma dal vetro il mondo era blu, e la notte sembrava essersi presa il suo spazio da star.

Un bel vestito di lustrini stellati, uno scialle di cumulonembi, ed un diadema a forma di luna che di tanto in tanto ci onorava della sua presenza sulla fronte di Lady N.

Il leit motiv era l'eleganza, la tristezza, e la vecchia classe che non c'è più.

O forse la povertà, i gatti randagi, e le persone sole.

Da pensarci su osservandola ballare attraverso le persiane, osservando le persiane attraverso il vetro, osservando sè stesso attraverso quel catorcio chiamato cuore. Un paio di battiti più accellerati, una protesta accennata da parte dello stesso, ed uno scusarsi a sorsi di liquido caldo.

Corroborante nel suo essergli nocivo. 

Ma servi allo scopo.

Ci si calma sempre prendendo a piene mani ciò che ci fa più male.

E’ un masochismo connaturato alla nostra ricerca di felicità, una vita passata ad insegnarci che non si può ottenere qualcosa se non soffrendo ci dà la possibilità di soffrire a gratis, accumulando punti per vincere il servizio di sogni in silverplate forniti dalla casa.

Ed alla fine fece l'unica cosa sensata da qualche mese a questa parte. Rise di sè stesso, rise dei suoi ricordi, rise del suo cuore, del caffè, del blu, di tutto.


Rise fino all'alba, che rise con lui.

Fa sempre piacere, dicono. 

Ma non gliel'hanno detto, forse.

Era strano negli ultimi giorni. Mi rivolgeva sorrisi tirati, creati solo per farmi piacere.
“Che hai?”
Glielo chiesi per l'ennesima volta. Sono sempre stata insistente, soprattutto per cose che mi stavano particolarmente a cuore.
E Lui era troppo importante per me.
“Lascia perdere..”
Sbuffai, come facevo tutte le volte che non mi andava bene anche qualcosa, come quando ero convinta di poter rimediare ma non me ne era data la possibilità.
“Non posso lasciar perdere.”
“Non posso darti questo peso. Non posso condividerlo con te.”
“Pensi che non ne sia in grado?! Odio vederti stare male, odio anche solo saperlo.” Lo dissi con il sorriso sulle labbra. Era la realtà, era tutto ciò che pensavo e volevo che se lo stampasse bene nella testa.
Anche se siamo fragili all'apparenza, noi donne sappiamo affrontare i problemi, siamo forti, siamo in grado di sopportare i sentimenti che ci travolgono.
“Lascia perdere, sul serio. Mi passerà!” Teneva gli occhi puntati sulle sue mani che continuavano a torturarsi.
Non era in grado nemmeno di affrontare il mio sguardo.
“Io non voglio vederti in questo stato. Io posso aiutarti, possiamo condividere le tue paure, la tua sofferenza.”
Mi guardò come se fossi la sua ancora di salvezza e il suo peggior incubo.
In quegli occhi vidi il terrore, la dolcezza, la sincera preoccupazione per quanto mi stava per dire.
“Sei sicura?”
Annuii, con un sorriso rassicurante.
Quel ragazzo era il mio migliore amico, era colui che mi conosceva più di qualsiasi persona al mondo.
Sapevo che, se avessi avuto bisogno di qualcosa, lui sarebbe stato lì per me. Non ne avevo dubbi.
Deglutì, puntando gli occhi nei miei. Occhi spaventati, terrorizzati.
“Io non so più cosa fare. Non so più come comportarmi. Mi sono reso conto che è tutto cambiato, che non posso stare qui, a parlare con te, sapendo che appartieni a qualcuno che non sono io.
È qualche tempo che mi sento cambiato, che non sopporto quando mi racconti di lui, di cosa fate insieme, di tutti i sorrisi che regali a lui ed io non posso avere.
Mi sono reso conto di essermi innamorato di te quando, guardandoti sorridere, ho desiderato che lo facessi solo con me.
Non voglio che nessun altro veda tanta bellezza, che veda le tue guance colorarsi di rosso quando ti imbarazzi.
Voglio essere io a baciarti, ad essere la tua spalla se stai male.
Non voglio più essere un semplice amico.
E se non potrò essere altro che questo, preferisco allontanarmi da te.”
“Io..” Balbettai qualcosa. Ero senza fiato.
Rimasi a guardarlo, come se avesse detto qualcosa di inverosimile.
Lui accennò un sorriso.
“Sapevo che sarei dovuto rimanere in silenzio, in disparte. Sapevo che, dicendoti questo, avrei rovinato tutto.”
Si alzò in piedi e fissò un punto lontano, in mezzo agli alberi che ci circondavano.
“È meglio che vada.”
Continuai a fissarlo. Aveva seriamente detto che si era innamorato di me?
“Io non voglio perderti.” Forse era una delle cose più stupide da dire, ma fu la prima che riuscii a pronunciare.
Rise. Ma era una risata amara.
“Mi dispiace.”
Mi alzai in piedi e, lentamente, lo raggiunsi, poggiando la fronte sulla sua schiena.
“Perché non me l'hai detto prima?”
“Non ne avevo il coraggio.”
Feci scivolare le mani intorno ai suoi fianchi, come avevo fatto molte volte. Ma questa era molto diversa.
“Perché adesso?”
Lui rise e scosse la testa.
Si voltò, senza interrompere il mio abbraccio.
Mi ritrovai ad osservare il suo petto, a causa della differenza di altezza.
“Perché non ce la facevo più. E perché me l'hai chiesto tu.”
Mi morsi le labbra.
“Non è giusto.” Sussurrai, imbronciandomi.
“Cosa non è giusto?”
“Che tu abbia sofferto così tanto fino a questo momento.”
“Non importa che io stia soffrendo. Soffrirò ancora, ma ho fatto la cosa migliore.”
Annuii con la testa.
“Adesso potresti lasciarmi andare?” Chiese con fare gentile, nonostante fosse imbarazzato e quasi sofferente per quella dolcezza che gli stavo dimostrando.
“Non voglio.”
“Dovresti. Così non fai altro che farmi del male.”
La sua sincerità fu una pugnalata.
Deglutii e alzai il volto, per guardarlo finalmente negli occhi.
“Tu sei mio.” Sussurrai.
Mi guardò come se fossi impazzita e sentii il suo cuore accelerare.
“Scusa?”
“Tu sei mio.” Sorrisi dolcemente.
“E il tuo ragazzo?” Chiese cercando di rimanere impassibile.
“Ho fatto la mia scelta nello stesso momento in cui mi hai detto di essere innamorato di me. Ho fatto la scelta migliore, quella che mi renderà più felice. Ho scelto te, perché l'idea di perderti mi uccide. Ho scelto te che sei l'unico che mi conosce veramente, che mi sopporta per come sono. Ho scelto te, perché sono sempre stata innamorata di te e sono stata troppo cieca per capirlo.”
—  L.

Una volta, su un pezzo di carta gialla con le righe verdi,
scrisse una poesia,
e la intitolò «Chops»,
perché quello ero il nome del suo cane.
E i versi parlavano di lui.
Il professore gli diede una A
e una stella dorata;
e sua madre la appese alla porta della cucina
e la lesse a tutte le sue zie.
Era l'anno in cui Padre Tracy
portò tutti i ragazzi allo zoo,
e li lasciò cantare sull'autobus;
l'anno in cui nacque la sua sorellina,
con quelle unghiette minuscole, senza capelli.
Sua madre e suo padre si baciavano sempre,
e la ragazza che abitava dietro l'angolo gli mandò
un biglietto di San Valentino con una fila di X,
e lui dovette chiedere a suo padre che cosa significassero.
E suo padre, la sera, gli rimboccava sempre le coperte.
Era sempre pronto a farlo.

Una volta, su un pezzo di carta bianca con le righe blu,
scrisse una poesia
e la intitolò «Autunno»,
perché quella era la stagione che stava vivendo,
e i versi parlavano di questo.
Il professore gli diede una A
e gli chiese di scrivere in modo più chiaro;
sua madre non la appese alla porta della cucina,
perché aveva appena imbiancato.
E i ragazzi gli dissero
che Padre Tracy fumava sigari,
e lasciava i mozziconi sui banchi,
e a volte questi facevano dei buchi.
Era l'anno in cui sua sorella mise gli occhiali
con le lenti spesse, e la montatura nera;
e la ragazza che abitava dietro l'angolo rise,
quando le chiese di andare a vedere Babbo Natale.
E i ragazzi gli spiegarono perché
i suoi genitori continuavano a baciarsi:
suo padre non gli rimboccava mai le coperte,
e s'infuriava
se glielo chiedeva piangendo.

Una volta, su un pezzo di carta strappato dal suo taccuino,
scrisse una poesia,
e la intitolò «Innocenza: una domanda»,
perché quello era il quesito che si poneva su di lei,
e i versi parlavano di questo.
Il suo professore gli diede una A,
e gli lanciò uno sguardo strano, serio;
e sua madre non la appese alla porta della cucina,
perché non gliela fece mai leggere.
Era l'anno in cui Padre Tracy morì,
e lui dimenticò come finiva
il Credo degli Apostoli.
Sorprese sua sorella a fare sesso
in veranda, sul retro;
e sua madre e suo padre non si baciavano mai,
e non si parlavano.
E la ragazza che abitava dietro l'angolo
si truccava troppo,
e lui tossiva quando la baciava,
ma la baciava lo stesso,
perché era la cosa giusta da fare.
Alle tre del mattino si infilava nel letto,
e suo padre russava rumorosamente.

Ecco perché, suo retro di un sacchetto marrone,
provò a scrivere un'altra poesia,
e la intitolò «Il nulla assoluto»,
perché i versi, in realtà, parlavano di questo.
E si diede una A,
e si tagliò i suoi dannatissimi polsi.
E la appese alla porta del bagno,
perché questa volta, pensò, non sarebbe riuscito
a raggiungere la cucina.

— 

Questa è la poesia che ho letto per Patrick. Nessuno sapeva chi l'avesse scritta, ma Bob ha detto di averla già sentita: sembra che si tratti del biglietto d'addio di un ragazzino che si è tolto la vita. Io spero davvero che si sbagli, perché in tal caso non so se mi piace il finale.

Sempre con affetto
Charlie