che orrore

Io ci sto provando davvero a non cadere più sul fondo.
Ci sto provando a sorridere di più, a non odiare me stessa, a prendere la vita con leggerezza, a non rinchiudermi più in bagno con una lametta in mano, a non sentirmi più il problema per ogni cosa, a farmi nuovi amici, a non pensare sempre al passato…
Ci sto provando, ma quando mi sembra di essere finalmente arrivata in superficie accade qualcosa che mi ributta sul fondo, scoprendo con orrore che è più profondo di quanto pensassi.
—  the-girl-with-ice-eyes

“Vorrei non essere mai venuta in questo posto, vorrei non averti conosciuto, vorrei non averti chiesto nulla, vorrei non averti mai ascoltato. Dovevo trattarti come tutti gli altri uomini.
Sapevo che c'era qualcosa di me dentro di te. Qualcosa che mi fa orrore e mi trattiene dallo scappare, qualcosa che mi obbliga ad ascoltarti ancora.”

Paolo Crepet

La tua allegria era contagiosa.
Eri fresca, dolce, perché sei andata via?
Sembravi felice e solare,
Cosa ti ha detto il cervello in quell'istante?
Ti amavano in tanti ma non ti sentivi amata, invidiavano tutti la tua bellezza ma ti sentivi brutta, il tuo corpo sinuoso, il tuo viso angelico, i tuoi capelli perfetti, i tuoi occhi castani, il tuo collo…
Dio, quanto avrei voluto baciare quel collo!
Perché.
Tu ora mi devi spiegare il motivo!
Sì, sono incazzato con te. Da morire.
Ti ammazzerei se fossi qui.
Che poi ci penso, ed è ancora più triste:
L'hai già fatto tu.
Ti sei uccisa.
Che orrore, anche solo a dirlo.
Perché?
Per lasciarmi qui, da solo, a combattere anche con il tuo ricordo.
Non basta, no, un bigliettino.
Troppo facile dire: “lottate, siate attaccati alla vita”
No.
Cazzo, no!
Impazzisco… Perché, porco cane, perché?
Mi senti, sto sclerando al cielo contro di te, voglio una risposta!
Giuro resterò al cimitero per tutta la notte
Devi rispondermi!!
Devi rispondermi, sigh
Devi risponder…
Devi risponde..
Devi rispond…
Sigh
Perché, guardami, mi trema la voce..
Silvia
Io ti amo
Silvia, perché?
IL PROBLEMA DELL’ESSERE GENTILI

Ho questa collega che è un annetto che lavora con me (non ne ho mai parlato perché è una non-ancora-trentenne, deliziosa come persona, e io invece sono solito raccontare storie raccapriccianti) e per lei faccio cose carine tipo, se so che fuori fa freddo, metterle il camice sul termosifone prima che monti in turno o regalarle i campioncini di crema degli informatori farmaceutici.

Insomma, quello che farebbe un padre di famiglia nel vedere sua figlia nel prossimo futuro.

Però c’è questa cosa del bagno in comune, io e lei.

I problema è che quando piscio tiro su la tavoletta (comportamento civile da imprinting pavloviano tramite zoccolo materno in zona parietale) e questo non sarebbe un problema, poi tiro l’acqua e qua arriva il dilemma.

La rimetto giù e poi lei pensa che io ci abbia sgocciolato sopra oppure la lascio su per farle vedere che io ci tengo ma poi lei pensa che sia un cafone a non aver pensato che tocca a lei metterla giù?

Allora opto per lasciarla giù ma ci abbasso anche il coperchio. Genio!

Però poi penso che ci faccio la figura di quello che piscia e poi tira lo sciacquone a coperchio chiuso per non farsi schizzare le scarpe ma poi gli schizzi di piscio diluito finiscono sulla tavoletta.

Allora piscio, tiro lo sciacquone, abbasso la tavoletta, ci passo il disinfettante chirurgico e poi chiudo il coperchio.

Sentirà l’odore del disinfettante e capirà che ci tengo a fare le cose per bene.

Oppure penserà che io abbia pisciato a ventaglio con la tavoletta abbassata e che poi mi siano venuti i sensi di colpa o addirittura, orrore!, che disinfetti tutto prima di usarlo perché mi fa schifo se lo ha usato lei?

Quindi, alzo la tavoletta, piscio, abbasso la tavoletta, disinfetto, abbasso il coperchio ma prima che lei entri in turno, così sono sicuro che comprenderà che la disinfezione è un atto di gentilezza per lei e non a causa sua.

Comunque tutto questo per dirvi che ho appena scoperto che usa il bagno delle infermiere perché il nostro lo tengo occupato delle mezz’ore a tirare su e giù il coperchio e a disinfettare.

Ho paura.
Stamattina hanno trovato una borsa in stazione e pensavano che fosse una bomba. Un bomba, capite? Di quelle che scoppiano e riducono tutto in cenere, di quelle che lasciano solo orrore e desolazione.
Ci hanno fatto allontanare, hanno chiamato la polizia, gli artificieri ed era solo una..borsa. E allora ringrazi Dio anche se non credi perchè una borsa era una borsa.
Ho paura. 
Cammino per strada e mi guardo intorno come se da un momento all'altro ogni cosa dovesse sparire. Scruto le persone, le studio e mi vengono mille dubbi che mi divorano. Io che, forse sbagliando, delle persone mi sono sempre fidata.
Ho paura.
Il mio ragazzo deve andare ad un concerto sabato sera e si parla solo di massima sicurezza, di controlli straordinari. Come fai a goderti la musica quando ti preoccupi di saltare in aria? Come fai a cantare, a ballare se pensi che potrebbe essere l'ultima volta?
Ho paura.
E non voglio, non voglio avere paura. Non posso avere paura di uscire in centro, di andare a ristorante o in un museo.
La paura ci toglie la libertà, ci toglie la voglia di scoprire, di imparare e no, non possiamo permetterci di avere paura.
Non possiamo permetterci di avere paura di..vivere.

La piccola Katy sapeva che il tempo era qualcosa di importante, sapeva che non sarebbe stata piccola per sempre. Il dolce papà della piccola Katy era un orologiaio e aveva insegnato a fondo alla piccola Katy quanto fosse fondamentale la tempistica, le aveva insegnato che non c’era nessun nemico peggiore di quelle lancette, a cui la loro vita era legata con un filo sottilissimo. Il papà della piccola Katy conosceva bene, infatti, la morte, poiché tempo prima sua moglie era mancata in un triste incidente, incastrata tra gli ingranaggi della torre dell’orologio del paesino in cui la piccola Katy e il suo papà abitavano. Che tragedia! Che tremenda catastrofe! La piccola Katy però si era abituata a vivere senza la dolce mamma e sempre più aveva la consapevolezza che ben presto avrebbe preso il suo posto con un altro papà, sarebbe invecchiata e ci sarebbe stata un’altra piccola Katy. Che orrore! Pensava Katy. Lei voleva essere piccola per sempre!

Un giorno la piccola Katy venne a sapere di un triste fatto: la dolce nonnina della piccola Katy era in fin di vita, la vecchiaia se l’era già mangiata tutta e aveva lasciato alla Morte le sue ultime ore perché lei l’accompagnasse dove doveva. Ancora un’altra grande tragedia gravava sulle spalle della piccola Katy, che amava tanto la sua nonnina! Il padre accompagnò la piccola Katy a casa della vecchietta e qui la piccola Katy pianse come non mai sul giaciglio di morte della sua nonnina. “Non andare! Non andare!” Gridava la piccola. Il padre era tanto afflitto nel sentire la sua piccola urlare così tanto. “Resta piccola con me, resta piccola con me!” La supplicava ancora. Il cuore dell’anziano orologiaio si straziava ad ogni urlo della piccola Katy e allora decise che in qualche modo doveva porre fine a tutte quelle lacrime. Il padre, avendo lavorato per tanti anni da sembrare secoli a braccetto col tempo, un paio di trucchetti li aveva imparati, così, certo di rendere felice la sua dolce fanciulla, pregò il dottore di riaccompagnarla a casa e di lasciarlo lì assieme alla sua vecchia madre in attesa che questa si spegnesse del tutto.

La piccola Katy tornò a casa assieme al dottore con gli occhi tanto grandi e tanto gonfi! Povera piccola Katy, lei sì che avrebbe desiderato rimanere piccola per sempre: al diavolo il tempo, al diavolo la Morte! Rimase arrotolata nella sua coperta quella notte a disperarsi e disperarsi ancora. “La mia nonnina! La mia povera nonnina!” Gridava la fanciulla tra i lamenti e i piagnistei. La torre dell’orologio, ancora macchiata della morte della mamma, rintoccò la mezzanotte e la piccola Katy ancora non dormiva. Col sorgere dell’alba altro tempo era trascorso nella clessidra della vita della Piccola Katy. La piccola Katy era così furiosa con quei granelli di sabbia che mai si fermavano e mai si fermavano! Corse a casa della nonna sperando in bene che il tempo l’avesse risparmiata e che la Morte fosse ancora lontana, ma la trovò ancora lì, nel vialetto, con la sua falce e la sua aria cupa. Guardava l’orologio sul suo esile e magro polso battendo impaziente il piede a terra. “Che succede mia tetra signora?” Domandò allora la piccola Katy con qualche timore. Non avrebbe mai saputo quanto tempo le fosse rimasto quindi ovviamente aveva paura della rispettabile signora Morte, ma di certo il suo destino le lasciava ancora chissà quanti giri di lancette e allora, col massimo rispetto, si permetteva di dialogare con la dama dalla tunica nera. “Succede che qualche furbastro si è deciso a farmi aspettare qua fuori! Ecco che succede! Ma sai che ti dico? Io me ne vado, ecco cosa faccio!” Sbottò allora la tetra signora. La piccola Katy era così gioiosa! Chissà cos’aveva fatto papà? Ma con quale gaudio voleva festeggiare: l’aveva salvata! L’aveva salvata! La piccola Katy entrò allora nella stanza del soggiorno. Il papà sedeva sul divano a fianco al caminetto mentre la nonna stava proprio davanti al fuoco, seduta sulla sua comoda poltrona che impediva alla piccola Katy di vedere il bel volto appena guarito.

Papà, titubante, guardava il vecchio corpo di un cipollotto senza quadrante, finché si accorse che la piccola Katy era finalmente arrivata. “Piccola mia! Piccola mia!” Gridò allora entusiasta il padre. “La nonna non muore, la nonna non morirà mai!” Ingranaggi, molle, pezzi di vetro, lancette e orologi: sul pavimento era sparsa ogni piccola diavoleria in gran disordine sporca di ruggine rossa e scura come il sangue. “Piccola mia! Piccola mia!” Gridò allora entusiasta il padre “L’ho cacciata via quella vecchia con la falce! La caccerò per sempre!” Un po’ sorpresa la piccola Katy sfoggiò un sorriso per sembrare gentile, ma a dire il vero era un po’ preoccupata. “Piccola Katy saluta la nonna!” La esortò allora il padre. “Vieni piccola Katy!” La accolse una voce gracchiante dalla poltrona. “Nonna, Nonnoletta mia!” Gridò allora la piccola Katy correndo all’impazzata verso il caminetto.

Arrivò giusto d’innanzi al vecchio schienale e il padre ruotò la poltrona affinché le due potessero di nuovo incontrarsi. Due lancette fissavano la piccola Katy, niente più pupille, solo lancette che giravano frenetiche alla ricerca di un’ora che fosse un po’ precisa. I quadranti di due cipollotti erano ora al posto degli occhi della bella nonnina con carne rossa rossa, vene e pezzi maciullati di pelle che facevano loro da cornice. La faccia imbrattata di lacrime rosse e dense che scivolavano giù dalle lancette ed un sorriso così largo e così innaturale accoglievano la piccola Katy con sangue che zampillava dalle vene degli occhi come acqua da una fontana. Il petto della nonnina era squarciato a metà e tra le ossa spaccate in tanti frammenti si vedeva un cuore scalpitante e pieno di energia in cui erano incastrati tanti ingranaggi che giravano all’impazzata e molle che si comprimevano e si distendevano. “Non è bella la tua nonna? Non è bella la tua nonna?” Diceva papà ripetendosi come un disco rotto. “Non può più muoversi, ma può parlarti e sentirti e non morirà mai! L’abbiamo gabbata quella vecchia morte, l’abbiamo gabbata!”

La piccola Katy piangeva frenetica ricoperta dal sangue della nonnina che inondava la stanza. Sentiva le risate della nonna e del padre che si univano in un coro di felice armonia. “Non si muore più! Non si muore più!” Canticchiavano insieme, mentre la piccola Katy si dondolava in un angolo tra gli ingranaggi e le ruote dentellate.  “E tu piccola Katy! Perché fai così? Su non piangere! Rimarrai piccola anche tu, non ti preoccupare!” Urlò allora il padre euforico, estraendo dalla tasca del grembiule da lavoro un paio di bellissimi cipollotti scintillanti. Stringeva quei due cipollotti tra le mani mostrandoli con orgoglio alla piccola Katy. “Guarda che belli questi quadranti: piccoli piccoli, ci staranno benissimo nelle orbite della piccola piccola Katy! Sono tali quali quelli che ho regalato alla tua mamma, pensa un po’!”

La piccola Katy corse verso la porta, ma non fece in tempo a scappare che due grosse e precise mani da orologiaio la fermarono e la fecero sedere su una poltrona di velluto rosso immobilizzandola. Le grida di dolore non servirono a chiamare la morte affinché ci fosse finalmente la pace per la piccola Katy, poiché la morte da allora in avanti non sarebbe venuta mai.

Nel minuscolo paesello si dice ancora di non uscire la notte, poiché proprio quando la luna brilla sulla punta del campanile, si possono riconoscere tre figure femminili sedute sul bordo della strada, a fianco alla torre. Una piccola, una giovane e una vecchia che sorridono coi loro denti scintillanti e i loro sorrisi innaturali che illuminano la notte e i quadranti al posto degli occhi con le lancette che girano e girano all’impazzata. Si dice anche che la più piccola delle tre, nonostante il suo corpicino squarciato in due proprio sul petto, non rimanga immobile e silente tra le ombre della torre, ma si avvicini ai passanti sorridendo, stringendo due cipollotti tra le mani e mostrandoli con orgoglio.

Dite che dobbiamo goderci l’adolescenza, che dobbiamo uscire e divertirci, ma non capirete mai quello che stiamo passando. Confrontiamo gambe, viso e fianchi di ogni ragazza che vediamo per strada perché sappiamo che non saremo mai come loro. Abbiamo paura dello specchio, vorremmo prenderlo a pugni e distruggere l’immagine che ci rimanda. Viviamo di piccoli istanti, di abbracci rubati e sospiri sull’autobus per qualcuno che non ci ricambierà mai. Abbiamo polsi e gambe rigate di un orrore che custodiamo con i mostri della nostra mente. E poi c’è chi non mangia, chi fuma, chi fugge e chi grida. Siamo tutti uguali, prigionieri di un’età che non sappiamo vivere.

Sapete, oggi io penso dovremmo tutti stringerci in un grandissimo abbraccio virtuale e sorridere. In silenzio, chi con gli occhi chiusi e chi con gli occhi aperti; chi a digrignare i denti, chi con lo sguardo verso il cielo. Vivere, ricordare, resistere. Ritornare a quelle montagne, alla resistenza di quegli uomini, per sentirci completamente vivi e grati.
C’è chi ha taciuto al fascismo, chi l’ha condiviso, chi l’ha combattuto; chi gli si è opposto a inizio guerra, chi gli si è opposto a fine guerra. Io non trovo che importi molto; non ora, non in questa sede. Credo che l’unica cosa che conti è che vi sia stato qualcuno così coraggioso da gridare resistenza al più grande orrore che la storia italiana, europea e mondiale abbiano vissuto. E noi qui, oggi, dovremmo sinceramente rendere grazie ed essere felici. Dimenticare per un attimo i nostri problemi, le nostre paturnie, i nostri guai e sorridere.
A settant’anni di distanza sta a noi mantenere vive e nitide quelle immagini.
Sta a noi continuare la resistenza.
A noi urlare che il fascismo non ci conquisterà più.
A noi lottare per i nostri obiettivi. Per dirci in tutta onestà d’essere uomini.
Che sia festa, che sia festa!

Sapete una cosa?
Io mi sono rotta il cazzo, di tutte queste etichette, c'è ma se uno vuole essere in un modo tu chi cazzo sei per criticarlo o prenderlo in giro?
Adesso, mettiamo il mio caso.
Sono sempre stata una ragazza allegra e vivace, purtroppo, anche in carne o come dicono molti: GRASSA.
Oh quella parola, che orrore, mi avete sempre chiamata in brutti modi, ma alle elementari, anche se ero grassa, piacevo a tanti bambini e mia cugina magra invece non piaceva quasi a nessuno.
Beh adesso lei può mangiare quello che vuole, perché lei è bella, magra, piace a tutti e non ingrassa.
Io invece sono caduta in depressione, ho iniziato a tagliarmi e non ne potevo parlare con nessuno, perché una come me non ne ha amici, se non quel famoso migliore amico che si è accorto di tutto e mi ha aiutata a smettere, ma poi? Chi mi aiuta? A chi è mai interessato di me?
Io ho smesso di mangiare e mia madre mi ha fatto i complimenti per come stavo dimagrendo, bene, quello che vuoi ma io passo giorni senza mangiare e la bilancia mi leva solo trecento grammi.
A scuola ho iniziato a prendere tutti 5 e mezzo e mi sono detta “guarda, tu sei quel 5 e mezzo, non abbastanza”.
Beh, nessuno mi ha aiutata, stavo dimagrendo sempre di più, piangevo, il mio viso diventava sempre più giallo, non avevo le forze per fare nulla, neanche per tenere in mano un bicchiere d'acqua.
Arrivata a questo punto mi sono resa conto che non poteva continuare così, mi sono rimboccata le maniche e ho reiniziato a mangiare, a riprendere chili e finalmente sto tornando un po’ a sorridere.
Sapete cosa? Mi state tutti sul cazzo quindi io me ne sbatto altamente delle etichette che mi date, mi piaccio, mi piace il mio corpo, mi piacciono i miei capelli sempre in disordine, mi piacciono le mie belle cosce grandi, mi piace anche la mia pancia con cui posso giocare nei momenti di stress e se ve la devo dire tutta mi piace anche il mio seno ahahahah!
Invece, non mi piacete voi, quindi, vedete di andarvene tutti a fanculo è siate felici, non odiatemi perché ho scelto di vivere, di essere felice, so che io non vi piaccio perché non sono una delle tante barbie/fotocopie, ma me ne farò una ragione.
Io me ne fotto e con tanto amore vaffanculo!
—  gentchespera-sf
Ed ora, se lei se ne andasse? Insomma, si, se lei prendesse quel suo caschetto di capelli rossi, che le contornano il pallido viso, se lei prendesse quei suoi occhioni color del mare e le sue occhiate, e se ne andasse? Se lei prendesse quel suo corpo, se lei prendesse quelle sue cicatrici, se lei prendesse anche tutti i vostri ricordi, di lei, che ti rimarrebbe? Niente, ed è questo che lei, sta facendo.
Lei non c'è più, vero? Lei ti ha semplicemente scritto “-Mi fai solo soffrire, è finita”, ma perché? Hai pensato al male che le hai fatto? Hai pensato a tutti gli insulti che le hai urlato addosso? Hai pensato a tutti gli urli che le hai sussurrato? Hai pensato a tutte le volte che la hai insultata ignorando le sue guance umide? Hai mai pensato a tutte le volte che la hai uccisa passando quella lama sul suo tenero braccio? Hai mai pensato alle cosce rovinate? Ai pregiudizi? Hai mai pensato agli schiaffi sul viso? Hai mai pensato ai morsi sulle braccia? Alle lacrime? Ai sorrisi spazzati via? Hai mai pensato che tu, l'hai distrutta?
Guardala, insomma, l'hai vista? E’ così buffa con quei suoi capelli rossi che puntano al rame che le circondano il viso come uno scialle, è così buffa quando arrossisce, è così buffa quando cammina con quel jeans a cavallo basso e quella felpona, ma la vedi? La hai portata a nascondere il suo corpo, e poi perché? Perché le sue cosce hanno quel filo di grasso? Perché sotto quel seno c'è quella pancetta? Perché? Un motivo c'è, se la hai spinta a nascondersi, ma quale?
Guardala, insomma, l'hai vista? E’ così bugiarda! E’ così bugiarda quando sorride, quando dice che va tutto bene, è così bugiarda quando dona alla gente un sorriso che non è nemmeno vero, ma l'hai vista? L'hai vista? Cammina a testa bassa, mentre si stringe nelle sue grandi spalle, perché cammina così? Abbassa la testa, e sai perché? Per vergogna, la vergogna che tu, le hai tirato addosso, e ti sembra una cosa bella questa? E’ una cosa bella ferire una persona per il gusto di vederla sanguinare? Crollare? E’ bello ferire una persona per passatempo? Perché tu, l'hai ferita, perché in fondo, ti piaceva, perché in fondo, volevi essere come lei, non è vero?
E poi, guardala, un'ultima volta, perfavore, te lo chiedo io, non noti che cosa ha sul viso? Ma dai, si che lo noti, ha almeno tre chili di fondotinta, ma non vedi che orrore? Perché nasconde anche la sua pelle? Cos'è, si fa così schifo da coprire anche quella? Perché si cerchia gli occhi di nero come gli emo? Perché si fa le labbra lucide? E perché si allunga quelle bellissime ciglia? Non erano già perfette prima? Perché si “modifica”? Perché si è fatta il piercing ad il naso, perché si è tagliata quei suoi boccoli dorati, perché si è fatta questo? La hai spinta tu a farlo? La hai spinta tu a digiunare? La hai spinta tu ad uccidersi? A tagliarsi? A ferirsi? La hai spinta tu in questo tunnel senza uscita, vero? Perché diciamocelo, non sono i mostri sotto al letto a farti paura, ma te stessa, non è vero?
cara me, ti ho lasciata cambiare, ma ho sbagliato. vedi? continuo a sbagliare. come stai? male vero? non c'è nessuno con te, ma ti chiedi anche il perché? ti vedo ingrassata, non è l'ora di dimagrire? non vedi quelle cosce, che orrore! che carattere che hai, e poi ti chiedi perché nessuno ti fila? sei un completo errore. sai, sei solamente un disastro, come si può rimediare? sparisci, sparisci dalla terra, faresti un favore a tutti.
—  me
Il vero tumblero è uno che reblogga, laica, commenta, scassa il cazzo, s'innamora, vi rimorchia, vi followa, vi defollowa, vi followa di nuovo, vi ridefollowa ancora, va pure ai meet-up organizzati a Ovindoli di martedì mattina, fa nottate per montare una gif animata del cazzo, è pronto ad ogni evenienza, dall'attacco zombie, allo sbarco alieno, a Capezzone che ti citofona di mercoledì sera durante la partita di Champions della Roma, s'informa, legge, riporta, cita, analizza, scherza, ride, piange, muore, nasce, vive ma come gli postate qualsiasi cosa con un link annesso che rimanda ad un'altra pagina, non lo clicca manco sotto tortura. Manco se gli minacciate di cancellargli il Tumblr. Manco se gli minacciate di cancellargli il Tumblr. Due volte. Meglio la morte che ritrovarsi in qualche pagina lontani dalla Dashboard, in qualche parte del Web, chissà dove. Metti che poi è Facebook? Orrore, orrore.