castelli,

Mi manchi, ma so già come funziona. Ormai sono abituata.
Mi manchi, ma continuo la mia vita tranquillamente.
A volte ti penso, concedimelo.
Eravamo perfetti nella mia mente.
Ero già felice.
Lo sentivo già nella pelle, il cambiamento.
E poi, come sempre, il castello in aria ha cominciato a crollare, e dopo pochi secondi non c'erano altro che resti.
Resti di un ipotetico “noi”, resti delle mie speranze, delle mie illusioni, dei miei “questa volta tocca a me essere felice”. Resti di un sogno, fin troppo bello per essere vero.
Ma quando ti viene quella voglia pazzesca di piangere, che proprio ti strizza tutto, che non la riesci a fermare, allora non c'è verso di spiccicare una sola parola, non esce più niente, ti torna tutto indietro, tutto dentro, ingoiato da quei dannati singhiozzi, naufragato nel silenzio di quelle stupide lacrime. Maledizione. Con tutto quello che uno vorrebbe dire… e invece niente, non esce fuori niente. Si può essere fatti peggio di così?
—  Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia.
Perché c'era qualcosa, tra quei due, qualcosa che in verità doveva essere un segreto, o qualcosa di simile. Così era difficile capire ciò che si dicevano e come vivevano, e com'erano. Ci si sarebbe potuti sfarinare il cervello a cercar di dare un senso a certi loro gesti. E ci si poteva chiedere perché per anni e anni. L'unica cosa che spesso risultava evidente, anzi quasi sempre, e forse per sempre, l'unica cosa era che in quel che facevano e in quello che dicevano e in quello che erano, c'era qualcosa - per così dire - di bello.
Non ci si capiva quasi niente, ma almeno quello lo si capiva.
—  Alessandro Baricco