casaccio

Ho una voglia tremenda di scriverti, di raccontarti cosa ho fatto oggi, di dirti che alle 7 di mattino fa davvero freddo, ma uscire con quel freddo e poi tornare a casa 12 ore dopo ne vale davvero la pena se lo fai per realizzare il tuo sogno. Ho voglia di dirti cosa mi piace, cosa mi infastidisce, di farmi conoscere un po' e di conoscerti, un po'. Ho voglia di dirti che sto guardando Grey's Anatomy daccapo, di dirti che nella seconda stagione, quando Meredith tiene la mano nel corpo del paziente, o meglio sull'ordigno per non farlo esplodere, a me è mancato il fiato, fino alla fine, anche se sapevo che a lei non sarebbe successo niente. Ho voglia di chiederti com'è stata la tua giornata, se hai pensato a lei, se tutto procede regolarmente, se oggi, per caso, vedendo il tuo riflesso negli occhi di uno sconosciuto mi hai pensato, se solo il pensiero della mia esistenza ha sfiorato l'anticamera del tuo cervello. Ho voglia di chiederti che reazione potresti avere un giorno trovandomi davanti a te, che reazione avresti se ti rifletteresti nei miei occhi e non in quelli di un passante qualunque? Ho voglia di chiederti se ti stai prendendo cura di te. Ho voglia di starti accanto. Ma ho una paura tremenda di essere pesante, noiosa, stressante, e così resto ad immaginare, ma l'immaginazione a volte uccide, lo sai?

Immagina di vedere un fiore.
Un fiore stupendo.
Lo vuoi cogliere, però pensi che sia ingiusto perché è davvero troppo bello.

Il suo unico difetto è proprio questo: quando una cosa troppo bella non la vuoi più perché non ti senti abbastanza per quella cosa,
il suo unico difetto è che non ti permette di essere alla sua altezza

—  Diariodituttaunavita

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Mi sono voltata di nuovo, la curiosità mi ha divorata. Non è cambiato nulla. Sembra che le persone mi stiano aspettando, che attendano il mio momento di debolezza per farmi tornare da loro. E’ arrivato, quindi l’ho scritto. Magari così facendo, mi fermo solo a guardare, senza fare passi. Un pò come quando guardo le stelle. Però resto a guardarle solo perchè so di non poter andare da loro. Fondamentalmente se potessi lo farei.

Ho letto una cosa. Un cosa bella. Ma anche brutta. Una persona che è arrivata in cima e non sa con chi condividere questa vittoria. Non è triste avere tutto e non avere nulla? Questa persona mi sta aspettando e mi chiama continuamente dalla sua cima. Però io la guardo e non le parlo, non la rassicuro. Le voglio bene. 

Sto usando un linguaggio strano, elementare. Mi sento piccola e impotente. I miei occhialoni mi coprono quasi tutto il viso e questa musica mi sta facendo pensare troppo.

Ho un libro in sospeso, da 2 anni, non mi decido a finirlo. Sarà perchè non voglio mettere la parola “fine”?

Mi manca la mamma, quella di 17 anni fa, quella di cui ho ricordi vaghi. Nella maggior parte dei casi l’ho immaginata. Però mi batte il cuore quando m’immagino tra le sue braccia e ancora oggi, quando si accorge che ho cambiato qualcosa, le sorrido come una cretina. E’ vero, spesso credo che sia stato crudele tutto quello che mi (ci) è successo, ma credo anche di essere, nella “disgrazia”, una persona, ragazza, bambina, figlia, sorella, pseudomamma fortunata.

Non voglio rileggere quel che ho scritto, mi annoio. Ora vorrei essere abbracciata, da chi non lo so (non è vero, sto mentendo, lo so). Da una persona che mi ha fatto ascoltare la musica che mi sta rimbombando nel cervello adesso. E’ una persona innamorata, non di me, ovviamente. Però mi piacerebbe un suo abbraccio con “Home” come sottofondo. Si vabbè, sto sognando. 

John che, per convincere Sherlock ad alzarsi presto, gli dice "fallo per me", magari aggiungendo un paio di baci, e quello si alza alla velocità supersonica.

Mi manchi, ma non troppo, mi manchi, però sto bene, mi manchi, ma quando mai, mi manchi, però guardo altrove, mi manchi, ma non te lo dico, mi manchi, quindi rimprovero me stessa, perché mi manchi, ma non troppo, ma mica te lo posso dire.
Il “mi manchi” è esageratamente usato, il “mi manchi” è una nostra estensione, una divagazione, un modo come un altro per sentirci meno soli; mi correggo, per crogiolarci nella nostra solitudine, sentendoci meno soli, proiettando tutto il nostro malessere allo stesso mancare, urlato, di solito, nel luogo più sbagliato, forse, nel momento, però, esatto.
Quanti “mi manchi” avete sprecato?
Magari li avete scritti, un po’ a casaccio, sui banchi di scuola, su una panchina, su un bigliettino (poi cestinato) e su un blog (accidenti, in pratica è quello che sto facendo io).
Quanti “mi manchi” avete nascosto, per paura di passare per deboli?
Per paura di mostrarvi fragili, per il fottutissimo terrore di riempire la vostra mancanza con qualcosa di più solido: mi manchi, ma non troppo.
L’essere umano pensa troppo, senza comprendere che il pensiero è errato, a volte, poichè frutto di una convinzione, una concezione, che, come tale, è puramente astratta: perché prestare attenzione ad una cosa astratta?
Diteli ora, questi “mi manchi”, prima che sia troppo tardi: la solitudine non corrisponde al dolore, la distanza non è sinonimo di terrore e la fragilità non è da disprezzare, visto che ci rende umani e, come tali, bisognosi di comprensione e di esprimere ciò che sentiamo, prima che i sentimenti si trasformino in panico, rammarico ed isterismo.
Ai sentimenti, di qualunque tipo siano, non si dice mai di no.
Forse il “mi manchi” è solo idealizzato e, una volta pronunciato, vi porterà solo un gran dispiacere: non lo nego.
Però, continuare a scriverlo ovunque, senza indirizzarlo all’oggetto dei nostri desideri, non è sbagliato?
Allora, meglio la botta che ne può derivare: la botta, prima o poi, passa.
Quello che non passerà mai è il rimpianto: siamo infinitamente troppo giovani, a mio modesto parere, per vivere con un vuoto incolmabile al centro del petto (o degli emisferi cerebrali, fate voi).


Dj art http://djart.altervista.org/ Il capriccio di un attimo mi ha rubato il futuro, messo insieme a casaccio. Voglio rifabbricarmelo più bello, come l’ho sempre pensato. Ricostruirlo su terreno solido (le mie intenzioni). Risollevarlo su colonne altissime (i miei ideali). Riaprirvi il passaggio segreto dell’anima mia. Rialzargli la torre scoscesa della mia solitudine. Edith Sodergran Benito Cerna Artist

Cosa racconterò di questi miei diciassette anni?
Di questi giorni a casaccio, senza arte né parte, senza certezze e senza sogni?
Di questo amore impossibile, corrosivo, tenace e testardo?
Di questi respiri sprecati, rubati, che forse sarebbe meglio regalare a qualcuno che li merita?
Cosa racconterò di questi miei diciassette anni di vita senza voglia di vita al di fuori di quella che considero io “vita”?
Cosa?

A casaccio,
distratta
bevo silenzi,
in parole mute,
diluite in pianto;
con la leggerezza
che _non ha uno sguardo,
con la pienezza
che _non ha un sorriso

Inciso
indeciso
inclinato di lato
in una smorfia;
che non ha più sapore,
ne odore
il pensiero
che s’è fatto stantio,
in braccia vuote
_tese e
richiuse
in petto

In fiato,
che più non ho
_consistenza
coscienza
d’esser,
d’esistere
in te

In me,
che ancora ci sei,
che ancora ci sono
in bocca,
parole

Per te

_Ferita

_E la pelle si lacera
al sol tocco

[Eli

[Dedicata]