casa paraty

Le cose che spariscono

In quel momento c’era bisogno che qualcuno le dicesse qualcosa. Magari che quella panchina in realtà non era una semplice panchina, che quell’istante non era solo un istante qualsiasi, e che lei non era una ragazza tra le tante. 
E ci ho pensato io. Le ho detto che un sacco di anni fa mio padre aveva chiesto a mia madre di sposarlo, seduti su quella panchina. Le ho raccontato di come ora siano felici insieme e sposati da tantissimi anni, e lei lo ha capito subito che quel momento sarebbe stato latore di un sacco di cose, di emorragie di bei sentimenti, della nascita di una famiglia, di giornate tutte uguali per scegliere i mobili all’Ikea, di cani in casa, di carta da parati, di nomi dei figli, di pranzi e cene dai genitori, di aerei presi e di aerei tranquillamente persi, di stanche vigilie di Natale passate davanti al camino a guardare un film, di baci al mattino, di cuscini nuovi, di docce insieme per non fare tardi, valigie caricate in macchina, stazioni nuove, notti insonni, fusi orari, sorrisi e pianti, spese fatte sempre insieme, sogni alla fine realizzati e desideri sempre nuovi. 

Ma non era vero niente. 

Forse se ci ripensi te ne accorgi, adesso, che quella panchina era solo l’insieme di qualche asse di legno, che il parcheggio di fronte al Conad era solo un triste cimitero momentaneo di automobili, che non ci saremmo mai fatti insieme nessun tatuaggio e non saremmo andati da nessuna parte, e che quello alla fine non era nient’altro che un momento come tanti altri.

I miei si sono conosciuti alla mensa universitaria e ora dormono in stanze diverse.