cartografos

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“El ojo humano organiza la composición del universo según el orden que puede percibir en la tierra en la que está, poniéndose como centro de todo el espacio. Allí donde dirige la mirada le sobrecoge la admirable esfericidad del cielo…. Y cree que el globo terrestre está en el centro de todo” (Andreas Cellarius).

 

Serge Victor, ingegnere-cartografo, ventenne tutto razionalismo e astrazione, proiettato idealmente nell’età dei Lumi, introverso e risoluto, al seguito di un altrettanto giovane e intraprendente Napoleone, in piena ascesa, lanciato alla conquista dell’Europa e del Medioriente, alla vigilia dei suoi più luminosi giorni di gloria – sfarzosi, dorati, scellerati.
Serge Victor e Napoleone, a pochi passi di distanza, in un momento di stasi, aspettando di cominciare l’assedio; lo stesso momento vissuto in maniera diametralmente opposta – un momento che andrà via via a dilatarsi lungo tutta l’esistenza, per entrambi: il primo, Serge Victor, il protagonista del racconto, in muta osservazione del campo di battaglia come fosse una scacchiera popolata da battaglioni in miniatura, linee di demarcazione di avamposti e retrovie, costrutti geometrici sovrapposti allo scenario reale, fisico, per coglierne la vera essenza e volgere ogni sua manifestazione a proprio favore; un calcolo febbrile e astratto, in movimento perpetuo tra fredda matematica e fuoco d’impeto – ma un impeto solo immaginato, trattenuto, come in rappresentazioni olio su tela. Il secondo, Napoleone, anche lui ammaliato dai calcoli e dai giochi d’intelletto, è però scalpitante, irrequieto: si immagina nel campo di battaglia a impartire ordini, al galoppo, al comando, nella polvere e poi sugli altari della vittoria. L’uno l’opposto dell’altro, il grenoblese e il còrso, complementari, eppure con un’idea in comune, che prende le sembianze di un refrain, una parola d’ordine che è il punto di contatto tra due modi così diversi di intendere l’esistenza: “Prima la mappa, poi l’azione”. Pianificare, poi agire. Ma la mappa non è solo oggetto, strumento, mero atto preparatorio, feticcio. O almeno, non lo è per Serge Victor.

Nel dover muovere in avanti dagli elementi iniziali della trama, si potrebbe dire che il giovane ingegnere-cartografo, dopo la vittoriosa Campagna d’Italia del 1797, viene incaricato dallo stesso Napoleone di realizzare un’ambiziosissima Carte générale du théâtre de la guerre en Italie – ovvero la rappresentazione ineccepibile, marziale e artistica allo stesso tempo, della grandezza e della virtù delle gesta del Generale compiute sull’ormai liberato suolo italiano. Ecco dunque un nucleo narrativo: Serge Victor alla ricerca del suo oggetto finale, il suo traguardo materiale e spirituale, fra cui si interpongono guerre, furti, menomazioni, cadute, persino un amore. E invece, per rendere giustizia al testo di Vittorio Giacopini, su decine e decine di elementi letterari, d’analisi, varrebbe la pena soffermarsi su tutt’altro, lasciando la fabula e il suo intreccio da ultimi.

La Mappa (Il Saggiatore, 2015), più che racconto – che ha comunque i suoi momenti picareschi di sottotrame e personaggi strampalati, capitoli d’ozio e d’azione forsennata – o romanzo storico, è un resoconto minuzioso, iperdettagliato, ai limiti del pedante quando la materia prima della pagina – e accade spesso – è composta nient’altro che da date, nomi di villaggi, di generali, di comandanti, orge toponomastiche dei luoghi in cui Napoleone ha osato spingersi, dalla Francia alla Russia, passando per l’Egitto, senza risparmiare vedute en plein air e scrupolose visite guidate fin nei vicoli di una città (Milano, Mantova, Mosca, Parigi) o di un minuscolo borgo fantasma.

recensione di Stefano Felici

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