carta editorial

Mi Fa Male Il Mondo

Mi fa male, mi fa male essere lasciato da una donna… non sempre. Mi fa male l’amico, che mi spiega perché mi ha lasciato. Mi fanno male quelli che si credono di essere il centro del mondo, e non sanno che il centro del mondo sono io. Mi fa male quando mi guardo allo specchio.

Mi fa male anche quando mi dicono che mia figlia mi assomiglia molto fisicamente. Mi fa male per lei. Mi fanno male, quelli che sanno tutto… e prima o poi te lo dicono. Mi fanno male gli uomini esageratamente educati, distaccati formali. Ma mi fanno più male quelli che per essere autentici ti ruttano in faccia. Mi fa male essere così delicato, e non solo di salute. Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente, che non mi fa più male il mondo. Mi fanno male, quelli troppo ricchi, quelli troppo poveri.

Mi fanno male anche quelli troppo così e così. Mi fa male l’IVA, le trattenute il 740, i commercialisti… mamma mia come mi fanno male i commercialisti! Mi fanno male le marche da bollo, gli sportelli, gli uffici, le code. Mi fa male quando perdo la patente e gli amici mi dicono: “Condoglianze”. E gli impiegati quando vai lì, non alzano neanche la testa. E poi quando la alzano s’incazzano, perché gli fai perdere tempo. Ti trattano male, giustamente, siamo noi che sbagliamo, l’ufficio é sempre un altro, e poi un altro ancora, e poi le segretarie, i capiuffici, i funzionari i direttori, i direttori generali… Mi fa male la burocrazia, mi fa male l’apparato la sua mentalità, la sua arroganza. Mi fa male lo Stato! Come sono delicato!

Mi fa male il futuro dell’Italia, dell’Europa, del mondo. Mi fa male l’immanente destino del pianeta terra minacciato dal grande buco nell’ozono, dall’effetto serra e da tutte quelle tragedie planetarie, che al momento poi, a dir la verità, non mi fanno mica tanto male. Sarà perché mi fanno male le facce verdi, dei verdi. Mi fanno male i fax, i telefonini, i computer e la realtà virtuale, anche se non so cos’é. Mi fa male l’ignoranza, sia quella di andata che quella di ritorno.

Mi fa male la scuola privata, ma anche quella pubblica non scherza, nonostante che il Ministero della Pubblica Istruzione abbia 1.200.000 dipendenti. Numericamente nel mondo, l’ente é secondo soltanto all’esercito americano. Però!

Mi fa male la carta stampata, gli editori… tutti. Mi fanno male le edicole, i giornali, le riviste con i loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioche grazie.

Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali perché la realtà é pluralista. Nooo, non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa. Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti, si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! Cosa mettiamo oggi in prima pagina? Ma sì, un po’ di bambini stuprati. E’ un periodo che funzionano. Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate, facce libere e indipendenti ma estremamente ma rispettose dei loro padroni, padroncini, facce da grandi missionari dell’informazione, che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto. Sì alla televisione, facce completamente a loro agio che si infilano le dita nelle orecchie e si grattano i coglioni. Sì, questi geniali opinionisti che gridano litigano, si insultano, sempre più trasgressivi. Questi coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli. E’ questa libertà di informazione che mi fa vomitare. Come sono delicato!

Mi fa male, quando mi suonano il campanello di casa e mi chiedono di firmare per la pace nel mondo per le foreste dell’Amazzonia per le balene del Pacifico. E poi mi chiedono un piccolo contributo, offerta libera, soldi, tanti soldi per le varie ricerche, per la vivisezione per il terremoto nelle Filippine, per le suore del Nicaragua, per la difesa del canguro australiano. Devo fare tutto io! Mi fa male quando mi sento male.

Mi fa male che in un ospedale pubblico per fare una TAC ci vogliano in media sette mesi. Mi fa male che uno magari dopo sette mesi… (fischia)

Mi fa male la faccia assolutamente normale del professore che ti dice: ”Certo che privatamente, con un milione e due, si fa domani”. Mi fa male, anzi mi fa schifo chi specula sulla vita della gente. Mi fanno male quelli che dicono che gli uomini sono tutti uguali. Mi fanno male anche quelli che dicono che, il pesce più grosso, mangia il pesce più piccolo. Mi farebbe bene metterli nella vaschetta delle balene.

Mi fa male la grande industria, la media mi fa malino, la piccola non mi fa praticamente niente.

Mi fanno male i grandi evasori, i medi mi fanno malino, i piccoli fanno quello che possono.

Mi fa male che a parità di industriali stramiliardari, un operaio tedesco guadagna 2.800.000 lire al mese, e uno italiano 1.400.000. Ma, l’altro 1.400.000 dov’è che va a finire? Allo Stato, che ne ha così bisogno. Mi fa male che tra imposte dirette e indirette un italiano medio paghi, giustamente per carità, un carico di tributi tale, che se nel Medioevo, le guardie del re l’avessero chiesto ai contadini, sarebbero state accolte a secchiate di merda. Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito. Eh si sa, un vestitino oggi, un orologino domani, basta distrarsi un attimo… e si va sotto di due milioni di miliardi. Questo lo sappiamo tutti eh. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo. Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi? Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, no perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta… va bè, gli abbiamo tirato un pacco e finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta… due milioni di miliardi… prepariamoci a pagare in natura. Mi fa male la violenza. Mi fa male la sopraffazione, la prepotenza, l’ingiustizia.

A dir la verità mi fa male anche la giustizia. Un paese che ha una giustizia come la nostra, non sarà mai un paese civile. Io personalmente, piuttosto di avere a che fare con la giustizia preferisco essere truffato, imbrogliato, insultato, e al limite anche un po’ sodomizzato. Che magari mi piace anche.

Mi fanno male le facce dei, dei collaboratori di giustizia, dei pentiti… degli infami, insomma, che dopo aver ammazzato uomini donne e bambini, fanno l’atto di dolore… tre Pater, Ave e Gloria e chi s’é visto s’é visto. Mi fa male che tutto sia mafia.

Mi fa male non capire, perché animali della stessa specie si ammazzino tra di loro.

Mi fa male che in Bosnia, non ci sia il petrolio. Mi fa male chi crede che le guerre si facciano per ragioni umanitarie. Mi fa male anche chi muore in Somalia, in Ruanda, in Palestina, in Cecenia. Mi fa male chi muore.

Mi fa male chi dice, che gli fa male chi muore, e fa finta di niente sul traffico delle armi, che é uno dei pilastri su cui si basa il nostro amato benessere.

Mi fanno male le lobbies di potere, le logge massoniche, la P2. E la P1? No perché se c’é la P2, ci sarà anche la P1. Se no la P2 la chiamavano P1. No, quelli della P1 sono buoni, mansueti, come agnelli, in genere stanno a cuccia.

Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto ma anche quello sconosciuto, sotterraneo, che poi é il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci dell’alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente, sccc. Sono gli intoccabili. Facce misteriose che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra di noi, da farci sentire legittimamente esclusi. E lì, in chissà quali magici e ovattati saloni, che a voce bassa e con modi raffinati, si decidono le sorti del nostro mondo. Dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle cadute dei muri, ai massacri più efferati. Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale. Mi fa male la democrazia, questa democrazia che é l’unica che io conosca. Mi fa male la prima Repubblica, la seconda, la terza, la quarta.

Mi fanno male i partiti. Più che altro tutti. Mi fanno male i politici sempre più viscidi, sempre più brutti. Mi fanno male i loro modi accomodanti imbecilli ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci ringraziano, come ci amano. Ma sì, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo, certo, per capire bene che lo sto prendendo nel culo. Tutti, tutti l’abbiamo sempre preso nel culo… da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere della politica, che ogni giorno sono lì a farsi vedere. Ma certo, hanno bisogno di noi, che li dobbiamo appoggiare, preferire, li dobbiamo votare, in questo ignobile carosello, in questo grande libero mercato delle facce. Facce facce… facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente. Facce che non sanno niente e dicono di tutto. Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica. Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo

Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche. Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati. Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere. Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie. Facce megalomani da ducetti dilettanti. Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi. Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo. Facce che straboccano solidarietà. Facce da mafiosi che combattono la mafia. Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta. Facce scolpite nella pietra, che con grande autorevolezza sparano cazzate. Non c’é neanche una faccia, neanche una, che abbia dentro con il segno di un qualsiasi ideale; una faccia che ricordi, il coraggio il rigore, l’esilio, la galera. No. C’é solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il denaro, l’avidità più schifosa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere, facce che ogni giorno assaltano la mia faccia in balia di tutti questi nessuno. E voi credete ancora che contino le idee. Ma quali idee?

La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto.

E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare, quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri miseri egoismi, e cercare, un nuovo slancio collettivo, magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto. Perché un uomo solo, che grida il suo no, é un pazzo, milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.


Mi fa male il mondo

Mi fa male il mondo


Mi fa bene comunque credere

che la fiducia non sia mai scomparsa

e che d'un tratto ci svegli un bel sogno

e rinasca il bisogno di una vita diversa


Mi fa male il mondo mi fa male il mondo


Mi fa bene comunque illudermi

che la risposta sia un rifiuto vero

che lo sfogo dell'intolleranza

prenda consistenza e diventi un coro.


Mi fa male il mondo mi fa male il mondo


Ma la rabbia che portiamo addosso

è la prova che non siamo annientati

da un destino così disumano

che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.


coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo


Giorgio Gaber 

Barbie se llevó al olvido muchas de mis historias jamás escritas. Fue una gran compañera, una excelente aliada que en silencio siempre me dejó poner palabras en su boca, porque desde pequeña con quien más quería hablar era conmigo misma; me imagino que es un hábito común para quienes escriben.

Con Barbie pasé maravillosos momentos de soledad en mi cuarto, detrás de una mansión de juguete donde era yo la dueña de la verdad y la independencia, y donde mis Barbies encarnaban a cada rato personajes diferentes. No podía aburrirme con ellas, y lo cierto es que la mayor parte del tiempo prefería jugar con mis Barbies sola, sin nadie que me interrumpiera.

En estos días, estando en mi cuarto, me puse a pensar en mis Barbies y en cómo tan gradualmente dejé de jugar con ellas, cómo incluso se me olvidó cómo jugar con ellas. Y no es que tenga interés en tomar una Barbie nuevamente, porque tengo otras maneras de soltar mi imaginación, pero todo el proceso y el protocolo que se creaba naturalmente antes de un juego lo olvidé por completo, y eso me hizo sentir nostalgia.

La primera vez que vi una Barbie fue en casa de una prima, tenía yo como dos años, e inmediatamente quise una. Mis primas son mayores que yo como por siete, ocho años, así que nunca podía sentarme a jugar con ellas porque no querían, porque realmente no podía seguirle el hilo a la historia que ellas estuvieran ideando porque estaba muy chiquita; recuerdo que la mayoría de las veces que jugaba con ellas era cuando tenía una Barbie nueva y todas querían probarla. En fin, esa noche me fui de regreso al apartamento con mi mamá y mi primera Barbie en manos; no cabía en mí de la emoción. La Barbie tenía el cabello espantosamente descuidado, casi no le quedaba pintura en la cara y la ropa que traía encima no era gran cosa; por eso mismo me la regalaron, pero fue el comienzo de un bonito vínculo.

Al ver mi interés en las Barbies mi mamá y mi papá comenzaron a comprármelas en navidad, en mi cumpleaños, e incluso cuando mudé mi primer diente fue una Barbie lo que encontré bajo mi almohada. Tuve una basta colección, una muy buena colección para una hija única y consentida en ese entonces; mi mamá me tomó muchas fotos con mis productos Barbie, y cuando vimos que había una revista también la comencé a coleccionar. Mi mamá me la compraba todos los meses, y cada tanto tiempo enviaba cartas a la editorial con mis fotos, hasta que llegué a salir en dos ocasiones en ella, en la revista Barbie.

Tuve la mansión, la casa llaves mágicas, la moto, el carro, la piscina, el bote, quizás unas treinta Barbies, y muchos productos, accesorios y ropa que me emocionaba usar; no podía salir a la calle sin mi labial rosado Barbie y mi colonia, Barbie también. ¿Me quería ver como Barbie? No realmente, sólo la quería a ella y todo lo que tuviera su nombre. Y sin embargo, no me costó desprenderme de ella, creo que a los once o a los doce años fue la última vez que jugué con una Barbie, hasta que llegaron a mí otros intereses.

Barbie fue una excelente amiga con la que pude desarrollar mi imaginación al máximo, con quien nada estaba mal, con quien podía ser completamente sincera respecto a todas las cosas que se me venían a la mente y pensaba que podrían ser una buena historia para jugar. Barbie nunca se quejó, nunca se cansó, y siempre estuvo ahí en cada una de mis loqueras.

¿Cómo puede alguien juzgar tan ferozmente al juguete que hizo de mi infancia, y de la de muchas otras niñas, una experiencia llena de color? La juzgan por cómo se ve, porque no la conocen realmente. En lo que menos se fija una niña cuando tiene una Barbie en sus manos es en lo delgada que es. Nos gusta que sea bonita, por supuesto, ¿a quien no le gusta lo bonito? Pero tener su físico no es algo que se nos ocurra a esa edad, porque a esa edad no se está corrompido, no se piensa como adulto. En lo primero que yo pensé cuando tuve mi primera Barbie en las manos fue: ya quiero empezar a jugar.

Me gusta pensar que en Barbie se encuentra el comienzo de mi pasión por contar historias, porque ella fue mi primera protagonista.