campo da calcio

luceat lux

Quando il calore della sigaretta gli arrivò d'improvviso sull'indice, si riscosse con un tremito. Fissò la brace per qualche secondo, assaporando il lieve dolore fisico, poi la spense sul posacenere davanti a sé.

Dal lato opposto del tavolino, c'era lei. Lei e una tazzina di caffè con una macchia di rossetto sul bordo. E, proprio al centro, tra loro, un abisso incolmabile di parole non dette, di silenzi mai infranti, di lacrime ricacciate nel fondo degli occhi. Un abisso che si era allungato per dieci anni, disteso su settemila chilometri di terra e d'oceano e ora, compresso a forza in quei pochi centimetri – quindici, forse venti, tanto che gli sarebbe bastato distendere le dita per arrivare a sfiorarle la mano – sembrava perfino più terribile, profondo, invalicabile. Peggio di un muro, pensò tra sé, che per superare un muro devi salire verso l'alto, ma l'abisso, Dio, l'abisso si supera precipitando. Si deve cadere, rovinare a terra, schiantarsi.

E lui, lui era già caduto. Si era rialzato, però. Da solo, in silenzio, aveva scosso via polvere e fango dalle ginocchia. Poi aveva deciso di partire. Erano passati dieci anni, ormai, ma a ripensarci gli sembrava che quel giorno non si fosse mai concluso del tutto.


Era di pomeriggio, giovedì, le tre e un quarto. Sole pigro di ottobre, ma solo fuori dalla finestra: dentro schianti di tuono, fulmini a rendere l'aria elettrica, pioggia sporca, vento. Aveva radunato sul letto qualche t-shirt, dei jeans slavati, due libri da cui non voleva separarsi, una vecchia macchina fotografica e il passaporto fresco d'inchiostro. La foto lo mostrava serio, come sempre, con lo sguardo che evitava l'obiettivo per perdersi in un punto più a destra, guardando chissà cosa, un riflesso, un bagliore che aveva attirato la sua attenzione più della luce fredda del flash. Non lo sopportava, il flash: era una menzogna. Aveva cercato in quel dizionario ingiallito riposto sulla mensola più alta della libreria di suo nonno: fotografare veniva dal greco; significava scrivere con la luce. Lui, che di fotografia non si occupava ancora, già si intendeva molto di luce, ma di luce vera. La luce del flash era artificiale, appiattiva, cancellava ombre e sfumature e lui la detestava: era umana, quindi destinata all'imperfezione. La luce vera, invece, era un'altra storia: divina, impalpabile eppure così concreta. Era ovunque. La luce vera era ovunque: bisognava solo avere la pazienza di lasciar abituare gli occhi al buio, di modo che potessero scorgerla. Rigirava quell'idea in testa come un amuleto tra le dita, a volte la pronunciava ad alta voce per ascoltarne il suono nelle orecchie e memorizzare i movimenti che lingua e labbra compivano.

Richiuse il passaporto, coprendo quel volto impersonale che nulla aveva da dire sulla sua identità, stipò ogni cosa, ordinatamente, nel fondo di una valigia di cuoio. Poi, con lo stesso metodo, ripiegò tutti i sentimenti, tutte le emozioni – belle e brutte, nessuna distinzione –, ogni grammo di rabbia, ogni stupida incertezza mai provata fino a quel momento e le ripose in un angolino remoto del petto, con la speranza che occupassero poco spazio e non trovassero mai la strada per uscire fuori.


Dieci anni, ed era ancora al punto di partenza.

Un paesino di provincia, tremila anime appena, e tutte intrappolate lì dentro, in riva al mare, a fingere che le sbarre fossero meno fitte, che l'orizzonte fosse più vicino, che si potesse costruire una strada, che si potesse partire con facilità. Non era stato facile, invece, neppure per lui che a quel posto non aveva mai pensato d'appartenere. Ed ora, ora che era tornato, la notizia aveva rapidamente percorso ogni vicolo, ogni finestra aperta, ogni orecchio. All'inizio quasi non l'avevano riconosciuto. Ma poi, oh, poi si erano ricordati di lui: il figlio di, il nipote di, o – semplicemente – il ragazzino che chiamavano bastardo, colpevole d'esser nato da padre incerto, d'esser cresciuto senza lo scudo di un cognome rispettato. Non si curavano che sua madre potesse sentire, allora. Non si curavano che lui, o i loro stessi figli potessero sentire e, inevitabilmente, ripetergli quelle sillabe rabbiose contro, fargliele pesare sulla testa come un ergastolo. Mangiava la polvere ogni giorno, dopo la scuola, quando decidevano di buttarlo a terra dietro il campo da calcio e cantilenare i loro insulti in rima. Quel bastardo, però, era cresciuto e lo sguardo di sfida che aveva imparato a sfoggiare faceva morire sulla bocca ogni brusio, almeno finché era presente. Conquista di poco conto, dato che il silenzio imbarazzato e le patetiche frasi cortesi che riceveva in cambio erano coltellate molto più profonde di un qualsiasi insulto. Ditelo, stronzi. Ditelo: bastardo. Guardatemi in faccia e ripetetelo ancora. Scandite ogni lettera. Incidetemela addosso, codardi. Avrebbe voluto urlarglielo in faccia. Attaccarli a viso aperto, distruggerli: ora sapeva di esserne capace. Invece no, ricacciava in gola ogni parola, non prima di averla assaporata sulla punta della lingua con tutto il suo livore, e se ne andava per la sua strada. Non era tornato per quello. Era tornato perché doveva sistemare delle cose, mettere dei punti fermi, smettere di rimandare. Voltare pagina, ma stavolta davvero. Aveva aperto la porta di quella casa, chiusa da dieci anni a tripla mandata, e si era sistemato nella stanza al pianterreno, che era stata di suo nonno. Il ripiano dell'armadio traballava un po’ sotto il peso dei suoi vestiti, così come il suo petto tremava ad ogni ricordo: decise di ignorarli entrambi. Poi, in soggiorno, squillò il telefono. E quando un telefono squilla in una casa che è rimasta disabitata per dieci di anni, significa una sola cosa: guai.

Sollevò la cornetta e rimase in ascolto. Un respiro, e nient'altro per dieci secondi.

Poi: “Sei tornato”. Non rispose. Non ce n'era bisogno: non era una domanda.

Vorrei vederti. Solo vederti, prima che tu riparta” - silenzio - “Perché ripartirai, vero?”.

”, rispose stavolta. “Sì a cosa?”, fece lei, un impercettibile tremito nella voce a misurarne l'attesa. “Sì, ripartirò. E sì anche al resto”, replicò lui calmo, senza lasciare che il suo tono tradisse alcuna emozione: sapeva farlo benissimo. Eppure, eppure il cuore gli batteva forte in gola, e sulle tempie, e nel profondo delle viscere. Gli batteva un po’ ovunque, sordo e implacabile.


Così si era ritrovato seduto a quel tavolino, sul lungomare, a guardare i riflessi del sole sull'acqua fino a farsi lacrimare gli occhi. Lei era in ritardo. Copione consunto, replica di mille altri giorni uguali a quello, congelati in un passato non troppo lontano. Ordinò un aperitivo al banco e poi tornò a sedersi rivolto verso l'acqua. Arrivò qualche minuto dopo, ondeggiando sull'acciottolato con dei tacchi che gli parvero terribilmente fuori luogo. La studiò da lontano e comprese che i ruoli si erano invertiti: ora era lei, coi suoi quindici anni in più, a volerlo impressionare. Si alzò e la salutò con un frettoloso bacio sulla guancia, scostando la sedia per porgergliela. I primi minuti furono tesi, impacciati, fatti di come stai? - che fai? - ti ricordi di? - e tu? - ed era come conoscersi di nuovo, annusarsi a distanza di sicurezza per capire chi era la persona di fronte, così familiare e così estranea insieme.

Era ancora bella, anche coi suoi quarantacinque anni. Una bellezza fragile, generosa, esposta. L'occhio clinico di lui si soffermò su alcune inquadrature, valutando tempi di scatto e esposizione per riprodurre fedelmente il biancore di latte di quella pelle, la discesa dolce di quelle curve, la morbidezza; poi soppesò i suoi lineamenti, le rughe che prima non c'erano e trovò belle anche quelle. Quando lei tolse gli occhiali da sole, però, rimase frastornato per qualche secondo. Il suo sguardo era andato per istinto a cercarne gli occhi, ma non li aveva trovati: indossava delle lenti a contatto colorate, d'un blu innaturale, che le regalavano un'espressione vuota e stupida. La fissò per un attimo, incerto sul parlare o tacere, desiderando solo che si rimettesse gli occhiali per non dover più inciampare in quello sguardo di vetro. Di che colore erano i suoi occhi? Non riusciva a ricordarlo, ma sapeva che erano stati belli, e vivi, e tristi.

Parlarono per qualche ora.

Lui le raccontò di aver avuto un discreto successo come fotografo, a New York, e di aver viaggiato molto per lavoro; le parlò del suo cane, del suo appartamento ancora da pagare, dello stordimento che ancora dopo tutti quegli anni gli causava vivere in una città talmente vasta, lui, che era cresciuto in un paesino in cui le strade si possono misurare contando i passi. Vista così, al netto delle difficoltà, sembrava persino una vita invidiabile, la sua. Ma sì, lo era. Era la sua vita, e lui se l'era presa, l'aveva conquistata palmo a palmo. L'aveva  scelta e le voleva bene, come si vuole bene ad una persona che si conosce da anni, di cui si sanno a memoria tutte le piccole imperfezioni, di cui si ricordano gli errori, ma a cui si guarda sempre con complicità e affetto, pronti a difenderla da qualunque attacco.

Lei gli disse, col solito tono a mezza via tra noia e depressione, che niente era cambiato, lì. Prevedibile anche in questo. Si sentiva strangolata, e suo marito – “oh, non farmene parlare, ti prego” – suo marito era il solito stronzo. L'aveva sposato quando era ancora troppo giovane per capire che certi sentimenti non erano destinati a durare, e poi ci era rimasta per non dare un dispiacere ai suoi genitori. Gli disse di essere stata molto male, e le dita scattavano ancora nervosamente mentre afferrava l'ennesima sigaretta. “Non ho più nessuno, nessuno a starmi accanto, mi sento così sola.

Era sempre stata brava con le parole, pensò lui: anche ora, si ritraeva come la protagonista infelice di un romanzo, ammantando tutto d'una vena malinconica, parlando di alti sentimenti, di dolore incomunicabile, dell'essere umano destinato sempre alla solitudine. Le era sempre piaciuto crogiolarsi nell'idea di un fato ineluttabile. Ma ora, dall'altra parte, ad ascoltarla non c'era più quel ragazzino incantato, perso d'amore, desideroso di diventare la sua via di fuga. Non riusciva più a provare un briciolo di empatia per lei, nemmeno a vederla così fragile, insicura, a cercare disperatamente di attirarne l'attenzione, anzi – si corresse –, la compassione. Avrebbe voluto contraddirla, dirle che era colpa sua, solo sua, e non di un destino già scritto: era lei ad essersi arresa, ad aver preferito la sicurezza del fallimento, le comodità di un matrimonio che disprezzava.  Invece rimase zitto, il labbro stretto tra indice e pollice, a chiedersi se fosse lui ad essere cambiato o lei a non essere mai stata niente di speciale. L'aveva amata, certo, ma ad un certo punto l'amore non era bastato. Si era stancato. Di essere dato per scontato, di sentirsi sempre meno, di essere trattato come un bambino. Di essere presente. Perciò si era fatto assenza, si era fatto mancanza. E i cattivi sentimenti da cui era pervaso, e che frenava a stento, erano il frutto maturo di quell'assenza.

Vide la bocca di lei che continuava a muoversi, non la ascoltava ormai da qualche minuto. Solo quando si accorse che gli rivolgeva un qualche tipo di domanda si concentrò di nuovo sulle parole.  

Scusa…dicevi?

Dicevo…vorrei che mi fotografassi, prima di andare via.

Sollevò lo sguardo, confuso.

Vorrei un mio ritratto, fatto da te.” continuò lei, quasi pensasse di non essere stata chiara, aggiungendo alle parole ampi gesti con le mani che ne tradivano l'urgenza.

Prese coraggio e la guardò dritta negli occhi, quegli occhi che aveva cercato di evitare per tutto il pomeriggio, quel blu innaturale, quel vuoto. D'improvviso, comprese che l'unica cosa che a lei era mai importata di lui, era se stessa. O, più precisamente, il suo riflesso, l'idea che lo sguardo di lui le restituiva. Così implorava d'avere l'ultimo feticcio di quella relazione insana, finita da anni e mai del tutto sepolta. Non smise di fissarla un attimo, durante questa presa di coscienza dolorosa. Poi, seppe cosa fare.

No.

Si limitò ad una sillaba, una soltanto. La pronunciò con calma, i lineamenti distesi. La sentì esplodere in bocca, piccola, semplice, perfetta.

Definitiva.

Qualche attimo più tardi era sulla strada che portava verso casa sua. Appese un cartello con su scritto vendesi e il numero dell'agenzia immobiliare a cui aveva affidato le pratiche. Ripiegò con lo stesso metodo d'un tempo i suoi vestiti, disponendoli sul letto. Prese la macchina fotografica, la posizionò su un ripiano dell'armadio, aggiustò i parametri e impostò l'autoscatto, poi si mise in piedi di fianco al letto, le braccia lunghe con i palmi rivolti avanti. Quella sarebbe stata l'immagine che avrebbe riportato a casa da quel viaggio: sé stesso, il suo ordine che finalmente era anche mentale, una valigia da riempire sul pavimento, un sorriso ferino che gli sarebbe spuntato sulle labbra ogni volta che avrebbe ricordato il sapore di quel no.

OBBIETTIVO CHAMPIONS RAGGIUNTO… (almeno quello😜😜) grande ragazzi… poi un gran momento di difficolta per noi compagni per tifosi penso per tutti quelli che amano il calcio… sei e rimmarai sempre leggenda non solo a roma ma nel mondo calcistico… sono molto onorato per aver condiviso tanto sul campo da calcio e anche fuori… 💛❤️ ti auguro il meglio nel tuo futuro… - Radja on instagram

-Ehi Sirio volevo chiederti una cosa: qual è la distanza tra il cuore e il cervello?

-Mi dispiace Lorenzo, temo di non saper rispondere. Forse cercavi la distanza tra Nuoro e Alberobello. Forse cercavi la distanza tra una suora e un menestrello.
Ecco cosa ho trovato cercando ‘distanza’ su internet: 149.000.000 di km la distanza dal Sole alla Terra; 3418,83 km la distanza tra Città del Vaticano e la Mecca; 140 km la distanza in mare dalla Tunisia a Lampedusa; 18 km la distanza tra le due porte del campo da calcio di Holly e Benji; 1 miglio la distanza che divideva Paul McCartney e John Lennon prima di conoscersi nel 1957. Tra i 17 ed i 30 cm la distanza focale di un neonato, quella che gli serve per vedere il volto di sua madre. Il naso, la distanza che mi separa dal baciare te. Un millimetro, quanto mi basta per staccarmi da terra e credere di volare via.
Mi dispiace Lorenzo, temo di non saper rispondere. Ho passato tutta la mia vita a cercare di misurare la distanza tra le cose, ma non sono mai riuscito a colmare con un numero la distanza tra la passione e la ragione. Forse cercavi la scienza del cuore, ma lo sai anche tu non si può mettere in ordine l'amore.

Vestivo sempre di nero, avevo i capelli scurissimi, rasati e tinti di blu per metà.
Oh, scusate non mi sono ancora presentata: il mio nome è Emily, ho 17 anni e vivo a Dublino.
Un anno fa scappai di casa e mentre mi dirigevo verso un campo da calcio ormai non più frequentato sentii che qualcuno era arrivato prima di me.
Mi diressi verso gli spalti, quei gradini di legno pieni di scritte e vidi un ragazzo.
Avvicinandomi notai che aveva le cuffiette nelle orecchie e che stava ascoltando la musica a volume esagerato.
Passai davanti a lui quattro o cinque volte ma sembrava non accorgersi della mia presenza. Allora decisi di lanciargli contro dei sassolini per attirare la sua attenzione riuscendoci pienamente.
Si giró di scatto. Come era bello. Lui, i suoi capelli neri, la sua pelle chiara ed i suoi occhi blu.
Chiesi timidamente come si chiamava e se potevo sedermi vicino a lui. “Isaac"rispose.
"Allora posso sedermi o no?"chiesi.
"Ok”
“Cosa ascoltavi?”
“Sweet child o’ mine”
“Non la conosco, me la fai sentire?”
Mi passó una cuffietta e ci misimo ad ascoltare la canzone, insieme, uno vicino all'altro.
Inizió a piovere. Forte. Molto forte.
Indossavo dei pantaloncini neri ed una maglietta di pizzo dello stesso colore degli shorts.
Avevo freddo, così tanto da tremare.
Isaac se ne accorse e appoggió la mia testa sulla sua spalla, mise il suo braccio intorno alla mia vita e mi disse “allora, non so come ti chiami e perché sei qui”
“Mi chiamo Emily e vengo qui quando voglio stare sola. Ma a quanto pare..”
“Okok, me ne vado”
Avevo bisogno di non aver nessuno accanto, ma l'idea di non aver il calore del suo corpo sul mio, mi dava fastidio.
“Ei! No! Rimani!”
Mia madre aveva chiamato circa 30 volte allora decisi di tornare a casa, non per lei, ma per raccontare alla mia amica Brittany di Isaac.
Prima, però scambiai il numero di telefono con lui ed incominciammo a fissare date per uscire di nuovo.
I giorni passavano, velocemente ed io, ogni volta che lo vedevo, dentro me sentivo una sensazione strana.
Dopo circa tre settimane Isaac si avvicinó e mi diede un bacio.
Non sto a raccontarvi i dettagli, ma vi assicuro che è stato un momento magico.
Il giorno dopo, non so come, lo trovai sotto casa mia ed andammo a mangiare una pizza.
Tornando a casa mi fermó.
“Vedi.. Emily, devo dirti una cosa”
“Vuoi parlare del bacio di ieri? Se è così lascia stare, mi fai schifo”
Invece lo amavo. Lo amavo.
“Emy io sono innamorato di te. Cazzo ti amo dal primo giorno che ti ho vista.”
“Oh..Isaac”
“Sh, zitta, se non è lo stesso stai zitta. Sennò, baciami e basta”
Ci abbandonammo ad un bacio romantico, appassionante e dolce.
Io ed Isaac stavamo insieme.
Emily Constantin era fidanzata con Isaac Stivenson.
Passai con lui i tre mesi più belli della mia vita, quando, un giorno Isaac non mi chiamó.
Fu così il giorno dopo, e quello dopo ancora, e quello dopo ancora, così per un mese.
Isaac mi mancava. Mi mancavano i nostri baci, le nostre cazzate, il mio “ti odio” che mascherava il mio amore.
“Isaac, dove cazzo sei?” Scrivevo in ogni messaggio.
Un giorno, però, il mio cellulare si illuminó.
Era lui, o meglio, la madre che mi diceva che mentre stava andando a comprarmi un regalo per i nostri tre mesi, un pazzo che stava rapinando la banca gli sparó quasi colpendo il cuore.
Piansi. Piansi tanto e corsi nell'ospedale dove Isaac era stato portato.
Lo vidi lì, con un grande cerotto all'altezza del cuore.
“Isaac, amore mio. Dimmi che stai bene.
Ti amo, sai? Andrà tutto bene, te lo prometto.”
Aprì gli occhi. Mio dio. Ero così felice. Mi disse che stava meglio e che i medici gli avevano detto che stava rispondendo bene alle cure e che dopo l'intervento sarebbe potuto tornare alla sua vita normale.
Passarono due giorni e lui era a casa, di nuovo con me.
Dopo anni, io e lui eravamo ancora insieme, ci amavamo.
Il 5 luglio 1974 dovevamo sposarci.
Tutto doveva essere perfetto.
Arrivai in chiesa, con il mio abito da sposa.
Isaac non c'era.
Era malato ed io non ne sapevo nulla.
Passó anni a rendermi felice, a realizzare i nostri sogni trascurando la sua malattia.
Isaac era morto.
L'uomo che amavo era morto.
Lo amo, lo amo tuttora.
Ora ho 25 anni e non c'è giorno a cui non pensi a quel ragazzo con quei due occhi blu, che in quel giorno di pioggia mi fece battere il cuore.
Ti amo Isaac.
Ti amo ancora, nonostante tutto e tutti.
—  Diario si una stupida illusa

Mamma: svegliati tesoro..Chris è giù che ti aspetta. Sarah: oddio! mi sono svegliata troppo tardi!! Devo ancora farmi la doccia e tutto! Appena disse questo Chris salì la scale ed entrò in camera sua sorridendo… Chris: No piccola… sei bellissima c…osì…… adesso vieni sto morendo di fame! Sarah: Okay… Sarah scese dal letto, si vestì, prese la mano di Chris, e camminò con lui fino alla macchina. Sarah: dove stiamo andando? Ricordati ke io devo essere a casa per l'una.. devo ripassare le coreografie e tu hai la partita.. Chris: lo so… Poi Sarah notò ke Chris era molto pallido. Sarah: Chris ti senti bene? Sembra che tu stia male.. Chris: si! è solo l'allergia.. Sarah: sei sicuro? sei già andato dal dottore? Chris: si..ieri. mi hanno detto di prendere delle pastiglie per l'allergia e che presto starò bene… Sarah lo guardò di nuovo. Sapeva che c'era qualcosa che non andava.. Anke lei aveva allergie ma non era così pallida.. poi lui parcheggiò e prese la mano di Sarah… Sarah: Chris le tue mani sono così fredde… non penso che tu stia bene..dimmi cosa c’è ke non va.. hai bisogno di tornare a casa? Chris: te lo prometto piccola; è tutto apposto.. mi hanno detto di tornare domani ma non ci andrò perchè sto bene! Sarah: Chris tu hai bisogno di andare! Magari ti dicono se qualcosa non va.. Chris lasciò la sua mano e non parlò per tutto il resto del tempo. Sarah lo guardava solamente.. Finalmente arrivarono al bar e fecero colazione. Chris: hai preso il cambio per l'allenamento o dobbiamo tornare a casa a prenderlo? Sarah: ce l'ho.. pensi davvero che sia il caso di andare a calcio? Chris: si Sarah..sto bene.. Sarah: se lo dici tu.. Chris: Sarah, piccola,ti mentirei mai?? Sarah: No… Tornarono in macchina e andarono al campo.. scesero e iniziarono l'allenamento… Sarah stava provando una nuova coreografia,ma improvvisamente sentì un ragazzo urlare… “Non si muove! Qualcuno chiami il 991! Aiuto coach!” Appena sentì questo si girò e vide Chris disteso per terra,immobile.. Corse da lui ma suo padre la fermò. Papà:no,piccola.. è meglio se non stai qui. Sarah cominciò a piangere.. Sarah: papà cos'è successo?? sta bene?? Papà : tesoro,per piacere torna con il tuo allenatore.. Sarah tornò indietro e si sedette su una panchina con la testa fra le mani mentre un'ambulanza lo portava via.. Salì in macchina con suo padre e andarono in ospedale.. Quando arrivarono, la mamma di Chris era già là e parlava col dottore…Andarono là e ascoltarono… dottore: magari è meglio se vi sedete.. mamma di Chris: come sta? Dottore: signora..suo figlio ha la leucemia, possiamo metterlo sotto terapia ma potrebbe non fare effetto perchè il cancro si è esteso troppo.. Sarah rimase scioccata e cominciò a piangere sulla spalla di suo padre. mamma di Chris: terapie? dottore: bhè..la terapia gli causerà la perdita di capelli..ma potrebbe aiutare il cancro e restringersi. mamma di Chris: ma morirà sicuramente? dottore: purtroppo si..è questione di tempo.. mamma di Chris.: devo parlarne con lui..possiamo vederlo adesso? dottore: si..uno alla volta pero’. La mamma di Chris guardò Sarah disperata..sapeva ke lo amava con tutto il suo cuore.. mamma di Chris: vai tu per prima…. Sarah: sei sicura? mamma di Chris : si tesoro… Sarah camminò lentamente fino alla stanza di Chris e girò la maniglia…stava in piedi a guardare lui disteso, era sveglio..era così pallido e aveva molti tubi attorno a lui..le faceva male guardarlo in quelle condizioni… Chris la guardò e le sorrise debolmente… lei gli andò vicino e si inginocchiò di fianco a lui.. Chris: te l'hanno già detto? Sarah: si.. Chris: mi dispiace Sarah..non volevo lo scoprissi così.. Sarah: tranquillo..capisco Chris.. Chris: piccola,ti amo tantissimo! Chris si tirò su lentamente e le passò una mano tra i capelli.. Sarah: ti amo anche io Chris, con tt il mio cuore..e sarò qui fino alla fine.. Chris:io starò bene Sarah.. L'infermiera entrò con la madre di Chris.. Infermiera: è il suo turno adesso.. Chris guardò Sarah..Sarah si chinò e lo baciò sulle labbra fredde.. Chris: ciao piccola… Sarah: ciao.. I mesi passarono e Chris perse i capelli, ma loro erano ancora innamorati e Sarah stava con lui ogni giorno..Chris peggiorava e non poteva più giocare a calcio..e il campionato era vicinissimo…Chris era seduto sulla veranda di Sarah con lei e suo padre.. Chris: Coach.. io voglio giocare domani.. papà di Sarah : ma io non posso lasciartelo fare..ti farai male.. Chris: no, coach,per piacere..questa potrebbe essere l'ultima volta sul campo per me… voglio giocare per l'ultima volta.. Il papà guardò Chris e poi Sarah…Sarah fece un cenno con la testa.. Papà: sei un ragazzo forte, Chris, è coraggioso..credo che lo potremmo fare.. Chris: grazie mille,coach.. Papà: allora cosa fate voi due stasera? Chris: voglio mostrare a Sarah una cosa.. Papà: va bene,ma state attenti.. Chris strinse la mano di Sarah e la condusse fino alla macchina. era completamente buio quando arrivarono al campo… Sarah: cosa facciamo qui? Chris: seguimi.. Chris tirò fuori una coperta e la stese sul campo.. si sdraiarono entrambi e guardarono le stelle.. Sarah: è bellissimo… Chris: lo faccio spesso..volevo mostrarti un posto che amo.. Sarah: ti ricordi i fiori che mi hai regalato al nostro primo vero appuntamento? Chris: certo che me li ricordo..erano girasoli..i tuoi preferiti.. Sarah: esatto..non mi dimenticherò mai quel giorno! Chris: voglio che ti ricordi per sempre una cosa Sarah.. Sarah: cosa? Chris: sarò sempre con te.. e ti amerò per sempre.. sei l'unica e la sola.. Sarah cominciò a piangere.. Sarah: ti amo da morire, Chris.. Chris: e io voglio che tu sia felice..voglio che ti sposi con qualcuno, che tu abbia dei figli, che ti faccia una famiglia..che viva una vita felice per me.. Sarah: no..non sposerò nessuno Chris..sto sposando te.. Chris: non dimenticarti quello che ti ho detto.. Lui si avvicinò e la baciò… Sarah: pensi di potermi rincorrere? Chris: Oh si..sono più forte di quello che sembro.. Sarah: allora dai, prendimi..!! Chris si alzò e la rincorse attorno a tutto il campo da calcio finché finalmente la prese.. Lui la strinse e gli mise le mani dietro la schiena..lei non poteva muoversi.. cominciò a piovere, si stavano inzuppando ma non gliene importava.. Chris la guardò profondamente negli occhi.. Chris: chi è il debole adesso? sarah: io..(rise) lui fece lo stesso.. Chris: ricordi cosa mi hai detto stasera a cena? Sarah: No.. cosa? Chris: che hai sempre voluto baciare la persona che ami sotto la pioggia.. Sarah: davvero? Chris: bhè..il tuo desiderio è un mio ordine adesso.. Chris la baciò a lungo… Chris: sei bellissima.. Sarah: e tu continui a baciare da dio..(risero) Chris: meglio se ti porto a casa.. Entrarono in macchina e andarono a casa.. Era dura per loro dormire, quella notte..arrivò il giorno della partita ed erano tutti allo stadio.. Chris era già in divisa e Sarah era pronta per le sue coreografie…la partita cominciò… La folla impazziva per Chris..e Sarah dava il meglio di se..erano 3 pari…il tempo stava per scadere.. Chris aveva la palla..corse con tutto il fiato che aveva in corpo..con tutta l'energia che aveva..e tirò con enorme potenza..fece goal!!!! Tutti erano in delirio..avevano vinto!!!Ma Chris..forse aveva perso la vita.. cadde per terra… Sarah corse da lui e si inginocchiò.. Chris respirava a fatica.. Tutti stavano entrando nel campo… Ma il padre di Sarah li fermò.. Papà di Sarah : tornate indietro..dategli un momento..è l'amore di mia figlia.. Chris le asciugò le lacrime.. Sarah: non morire Chris..io ho bisogno di te..ti amo! Chris: ti avevo detto che il mio sogno era scendere in campo..vincere..e morire su questa erba..io rimarrò nella storia.. Sarah si abbassò e lo baciò, sapendo che non l'avrebbe più potuto baciare..che era l'ultima volta che gli parlava.. Aveva tante cose da dire ma non aveva tempo… Chris: ti amo piccola.. di a mia madre che le voglio bene..e ringrazia tanto il coach.. Sarah: ti amo Chris…tantissimo! Chris: ti aspetterò… La mano di Chris cadde..lui morì quella notte sul campo…Sarah pianse per 2 mesi,ininterrottamente.. Sarah era distesa sul letto quando suo padre entrò.. Papà: tesoro, sono passati 2 mesi..per piacere alzati..lui vorrebbe vederti felice.. Sarah: lo so.. Papà: indovina cosa? Sarah: cosa? Papà: stanno costruendo un nuovo stadio..non è fantastico, tesoro? Dai,voglio che tu venga con me prima che abbattano quello vecchio.. Sarah si alzò e andò con suo padre al vecchio campo..si arrampicarono sulle tribune e guardarono giù.. Sarah: è come se fosse ieri…lui era qui, giocava a calcio, faceva goal.. Suo padre le mise un braccio attorno al collo e lei cominciò a piangere… Papà: lo so piccola,lo so… Poi Sarah notò qualcosa nel campo.. Sarah: cos'è papà? guarda! (indicava il campo) Papà: sembra che stiano nascendo dei fiori.. Sarah: oddio,papà!! fermali!! non lasciare che abbattano lo stadio! ti prego! Chris ha piantato qualcosa per me!! Suo padre corse giù e li fermò.. Settimane dopo i fiori erano cresciuti.. Lei e suo padre andarono a guardarli.. Erano dei girasoli che lasciavano un messaggio: TI AMO