Romano Prodi e il fantasma di don Sturzo, 1978

«Lo spiritismo è un'invenzione per coprire una fonte dell'Autonomia» G.Andreotti

Era il 2 aprile. In pieno allarme internazionale per le rivelazioni del presidente democristiano, in Italia pareva che non si potesse far altro che affidarsi a fluidi paranormali. E così, mentre attorno a Roma un sensitivo, chiamato dal governo, cercava Moro con tecniche da rabdomante, una risposta arrivò dall'Appennino emiliano. Qui, in una casa di villeggiatura, un pacioso gruppo di amici, dopo aver mangiato, insieme alle rispettive famiglie, con la dovizia e la prelibatezza di quelle zone, non sapeva cosa fare: il tempo si era guastato e avevano dovuto rinunciare alla prevista passeggiata. Così, tra le chiacchiere delle mogli e il chiasso dei bambini, avevano deciso di fare una seduta spiritica.

«In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Alberto Clò a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie. Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, e a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande). A qualcuno venne in mente di chiedere agli spiriti di La Pira e Don Sturzo dove si trovava la prigione di Moro. Insieme ad altre indicazioni, spuntò il nome Gradoli. Località che risultava tuttavia a noi ignota… da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale località proprio nei pressi di Viterbo» R.Prodi

Prodi, dopo aver tentato di spedire il criminologo Augusto Balloni dai magistrati con quest'informazione, chiedendo di non essere citato, due giorni dopo la scampagnata gira la notizia a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini, il quale a sua volta la inoltra a Cossiga, ministro dell'Interno. Prodi non rivela allora, e non lo farà nei successivi tre decenni, la fonte di quella delazione. In Via Gradoli, e non a Gradoli vicino Viterbo infatti, vivevano i carcerieri di Moro, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Il covo sarà scoperto solo il 18 aprile a causa di una sospetta infiltrazione d'acqua che allerterà i vicini, tra i quali Lucia Mokbel, che racconterà ai magistrati di uno strano ticchettio notturno, simile a segnali morse, provenire dalla tana delle BR. Al Viminale (dove nel frattempo è arrivata un'altra segnalazione su Gradoli) pensano bene di perlustrare l'omonimo paesino in provincia di Viterbo invece di aprire lo stradario, come inutilmente suggerito pure dalla moglie del presidente della Dc, Eleonora Moro

«Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC, del governo e dei complici che lo sostengono e la loro dichiarata indisponibilità ad essere in questa vicenda qualche cosa di diverso da quello che fino ad ora hanno dimostrato di essere: degli ottusi, feroci assassini al servizio della borghesia imperialista. […] Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato» Comunicato BR n°9, 5/5/1978

Corna

tardi, molti tardi e nebbia. Un amico mi riporta a casa in auto. La mia ragazza e io siamo sul sedile dietro. Ci tocchiamo, parliamo.

“ti piacerebbe farlo in tre?” “Mmm…” “si o no? Due bei cazzi tutti per te…” “…” “e a te, ti va?” “certo.”

arriviamo davanti a casa mia. Cento metri più avanti ci sono la campagna aperta e una donna in due… ma è tardi, sono stanco.
“un'altra volta, dài”.

scendo, l'auta gira, l'altro riaccompagna la mia ragazza a casa…


ricordi ispirati da @psicostregone

L’ultima volta

L’ultima volta che ho fatto l’amore è stata con un lupo. E il racconto potrebbe finire qui e lasciar che a completare la scena siate voi. Ma penso che non riuscireste a immaginare quel che è stato. E che comunque, vi anticipo, non vi descriverò. L’ultima volta è stato come immagino possano farlo due adolescenti innamorati. Io posso solo immaginarlo, perché non ho mai fatto sesso da adolescente, mi sono innamorata solo di bei tenebrosi che godevano nel sentirmi adorante mentre raccontavano di quanto fossero inadeguati. 
Lupo non sapeva nemmeno come mi chiamavo.
Non era la prima volta che entravo in casa di un semisconosciuto o che lo lasciavo entrare nella mia. Sono un’incosciente, lo sono sempre stata. Una mia amica di una quindicina d’anni più di me mi dice sempre che devo dirle dove sono, mandarle un messaggio, un indirizzo. Io non penso mai che possa succedermi qualcosa di male, e se succede relego il pensiero in un angolo del cervello. Questa volta non l’ho pensato nemmeno per un attimo. Con lupo avevamo già fatto l’amore a parole, in un modo che non mi era mai capitato, senza sapere nemmeno come eravamo fatti, eppure godendo molto, con il corpo e con la testa, come se avessimo il cavo di eXistenZ a unirci. Da lui è stata solo pelle e saliva, e una gentilezza un po’ guardinga da animale. Essere pieni, nel proprio corpo, di una bellezza semplice e ferina, osservare, seguire i propri bisogni, non usare parole o molte poche, non voler far male, non riuscire nemmeno a concepirlo. Ricordo credo ogni minuto della prima mezz’ora passata insieme. Il lieve imbarazzo, e la calma, e le mani, e la voglia. E poi ricordo le lingue, le ciliegie, i libri. E tanto altro che non riesco a scrivere. È come se ci fosse un filtro, un pudore, che non posso infrangere. Come se mi mancasse la parola. L’unica cosa che mi viene in mente è l’odore di muschio e nebbia. E poi la cavedagna della casa dei mie nonni, in campagna. Quella che poi vendettero perché era caduta preda ripetutamente di rapine, con i ladri che entravano svellendo l’inferriata alla finestra in basso, e portandosi via i mobili tramandati di padre in figlio, le tovaglie, i pochi ricordi che si possono tenere in un luogo dove non si vive ogni giorno. Lì ho fatto tutti i miei giochi di bambina, o quasi. Saltavo sulle zolle appena arate e immaginavo mondi intrappolati tra le chiocciole di terra e i vermetti che si dibattevano nella sabbia rossa; correvo dietro il cane, raccoglievo i fichi, andavo a sbirciare gli occhi rossi dei conigli; per mano a mio nonno guardavo il treno che passava lontano all’orizzonte, attraversandolo tutto, lunghissimo com’è, là dov’è; bruciavo streghe di carta nel fuoco e ci vedevo dentro diavoli con occhi di scintilla e capelli di fiamma; e poi scendevo la cavedagna, il più delle volte di corsa. E mia nonna mi diceva “attenta che prendi la ruzzola”. E giù in fondo alla cavedagna che costeggiava la vigna c’era un ruscello, che scorreva dietro una vegetazione bassa e scura e intricata, dove immaginavo si nascondessero i mostri. Poi ho ritrovato le storie di quelle streghe e di quegli orchi e degli spiritelli che fanno diventare folli nei libri di uno scrittore che non a caso viene proprio da un paese vicino a quella cavedagna, e racconta di mal’aria e gotici rurali.
Lupo, quel lupo gentile, mi ha fatto sentire bambina, una bambina che ruzzola verso il ruscello pieno di mostri. E che se ci pensa ai mostri laggiù le viene un brivido ma questo non può fermare la corsa, il vorticare, la purezza, la vita, la gioia. Mi ha donato libertà, e speranza e senso di possibilità, e bellezza e calma e piacere e baci e frutta. E un ringhio intrappolato nella pancia, lieve, continuo.
E poi tante sigarette e ubriachezza triste quando la bolla è scoppiata. Ma questa è un’altra storia, che ha tutta a che fare con la bimba che continua a ruzzolare all’infinito e quel ruzzolare non può fermarlo, e nemmeno deve. E che mentre ruzzola e si dà, continua a voler affondare la faccia in un pelo umido e selvaggio, con una lingua calda che le lecca l’orecchio.