caden cotard

Sindrome di Cotard*

PRAGA, 1914

Le speranze di Gennaio ad Aprile non c'erano più.

A Giugno il nostro stanco esercito era decimato dalla perdita di figli, amici, compagni, mogli.

Avevamo dimenticato nei letti le difese.

Avevamo combattuto con il pensiero di tutto quel tempo che avevamo sprecato a cercare persone che non sarebbero mai tornate indietro. Lutti bastardi avevano scalfito le prime linee, ragazzi di 20 anni che non avevano scelto una vita ma erano stati scelti dalla morte.

E anche io ero morto, anche se non tutti devono morire per sparire.

PARIGI, 1955

Dopo un superbo inverno durato 8 anni, nelle metropoli e nei teatri avevo costruito altre metropoli e altri teatri che potessero fare da controfigura, nei campi di battaglia abbandonati erano nate coltivazioni di grano che avevano buone intenzioni.

Ed era stata una fortuna.

La vita divaricata, aperta e sbrindellata riprendeva il suo corso verso la fine, mentre io, verticale, ascendevo al cielo sulla Tour Eiffel.

ZANTE, 1978

Sono sopravvissuta all’amore, all’ossessione, a te, stando in silenzio davanti ai pregiudizi, tirando pugni rabbiosi contro i fianchi tanto da non poter più camminare per qualche anno.

Dall’ultima volta che ci siamo visti ne è passato di tempo: eri in una libreria del centro, o forse al mare, non sapevo che non saresti mai più tornata.

E’ stato questo non sapere che era il nostro ultimo incontro che mi ha permesso di continuare a vederti in giro, al lavoro, nel bar di Sofia, sui bordi delle strade di tutte le città in cui ho vissuto.

Mi racconto che prima o poi uscirai allo scoperto e mi dirai che bello scherzetto che ti ho fatto. Ma è vero che sono sopravvissuta all'amore?

COPA CABANA BEACH, 2006

Parli con me, crolli con me.

La tua ragazza singolare si è innamorata di un'idea. Che bel casino.

Mi stendo per terra come le sagome di una scena del crimine per pensare meglio a quella che è la mia vita, in cerca di parole sterili che non partoriscano disastri, almeno le parole che possano essere solo parole.

Con il gessetto disegni il mio contorno, non sei stato tu a buttarmi giù dal cornicione, e nemmeno a raccogliere i miei pezzi.

Negli appunti delle cose da fare scrivo: estirpare questa velenosa solitudine.

NEW YORK, 2014

L'estate mi uccide anche oggi. La lontananza mi infonde quella malinconia che solo i posti in cui sei stato bene e in cui non sei più, possono darti. Il ricordo delle poche sere a vivere, delle troppe a pensare. La mancanza di sonno, questa canzone che non si ferma più, la mia compagna bambina, i millimetri che mi separano da tutto quanto.

Cosa potevamo fare meglio? Cosa potevamo fare di più? Amare più forte, amare oltre. Amare anche i noi stessi che non hanno fatto le scelte che abbiamo preso, abbracciati ai nostri chilometri di dolore percorribili solo in un senso. Ora ho capito come farlo.

*Dopo aver visto “Synecdoche, New York” di Charlie Kaufman. Capolavoro.