c' era una volta

anonymous asked:

Ehm ciao, sono una semplice ragazza ma che ha bisogno di un tuo consiglio, una volta c'era questo ragazzo che mi "bullizava" per il mio aspetto fisco ora sono dimagrita e tutto e lui mi cerca, io oramai è da 5 anni che mi piace e non so che fare, sai lui mi ha fatto tanto di quel male e nessuno sa cosa ho fatto per farmi accettare da lui, ma adesso non so che fare, mi puoi aiutare per favore

Rispondere al male con dell'altro male non è una cosa intelligente. Tu sei protagonista della tua vita, quindi le tue scelte decidono il tuo stato d'animo. Tu cosa vuoi ? Lui ? Ti fa stare bene lui ? Allora vacci. Se è il contrario non farlo assolutamente. Ama chi ti odia perché così chi ti odia capisce che il suo odio ti scivola addosso come se tu avessi un olio contro sta roba. Ti ripeto, tu sei la protagonista della tua vita, quindi tocca a te scrivere la tua storia. In base ai righi che scrivi ti renderai conto delle scelte che hai fatto, e man mano capirai se avrai fatto bene o se avrai fatto male.
♥🍁🌙

C'era una volta una ragazza, che poteva sembrare comune sottoposta a degli sguardi indiscreti, bastava saper guardare un po’ più in profondità per vedere quanto particolare fosse.
Nessuno la chiamava per nome, la chiamavano semplicemente Blu. Quel colore non le piaceva, però le si addiceva. Era il colore dei suoi occhi, della sua tristezza e della sua pioggia. 
Blu camminava tantissimo, non le piaceva stare in casa. Delle cuffie non ne aveva bisogno, la musica ce l'aveva in testa. Quando canticchiava sottovoce, i mostri per strada la guardavano storto, come se fossero stupiti dalla sua capacità di non vergognarsi ad essere sé stessa. Blu non aveva tanti amici, solo Marco, il fiorista che lavorava davanti a casa sua. Si parlavano poco, ma si guardavano tanto, e forse era meglio così. Le parole a loro non servivano, una sensazione così non la si può raccontare.
Blu quella sera decise di tornare a casa in treno. Era deserto, non c'era nessuno che potesse vederla, allora scrisse una poesia sul vetro accanto a lei. Quando arrivò alla sua stazione, scese rapidamente dal treno e si affrettò a raggiungere il piccolo negozio di Marco.
Era chiuso. Blu, sconfortata, tornò a casa strisciando i piedi, come una bambina a cui non hanno comprato le caramelle. Quel ragazzo era la sua caramella preferita, il suo peccato. Sapeva che non le faceva bene, ma adorava la sensazione di vederlo a nudo, una volta tolto l'incarto; però non ha saputo resistere, l'ha mangiato subito, non era brava a gestire le tentazioni. Marco era seduto sulle scale all'entrata di casa, sorrideva. Anche lei sorrise, nonostante non le piacesse, il suo sorriso. Ma sapete, Marco era riuscito a farglielo piacere, a farla sentire bella e giusta, era riuscito a guardarla in profondità, a cogliere le sue particolarità, proprio come i fiori. Però quel ragazzo era svanito, e quella curva sul volto di Blu diventò uno scarabocchio. “Per quanta acqua tu possa dare ad un fiore morto, esso rimarrà sempre tale”, era questa la poesia che aveva scribacchiato sul finestrino, era questa la realtà che ogni giorno toglieva acqua alle sue radici.
—  Matteo, La Buonanotte (via @corroso)

“- C'era una volta un bambino, quando il bambino compì sei anni suo padre gli regalò un falco da addestrare, perché i falchi sono rapaci, uccelli assassini gli disse suo padre, i cacciatori del cielo.
Al falco quel bambino non piaceva, e al bambino non piaceva il falco.
Il suo becco affilato lo rendeva nervoso e i suoi occhi acuti sembravano sempre osservarlo.
Quando gli si avvicinava, il falco lo colpiva con il becco o con gli artigli. Per settimane i suoi polsi e le sue mani furono costantemente coperti di sangue. Il bambino non lo sapeva, ma suo padre aveva scelto un falco che aveva vissuto libero per più di un anno ed era quindi quasi impossibile da addomesticare. Ma il bambino ci provò, perché suo padre gli aveva detto di insegnare al falco a obbedire, e lui voleva compiacerlo.
Stava sempre con il falco, e lo teneva sveglio parlandogli e anche suonandogli della musica, perché gli avevano detto che un uccello stanco era più facile da addomesticare. Imparò tutto sull'equipaggiamento da falconiere: i geti, il cappuccio, i ganci, il guinzaglio che legava il falco al suo polso. Avrebbe dovuto tenere il falco sempre incappucciato, ma decise di non farlo, provò a sedersi dove l'uccello lo poteva vedere mentre gli accarezzava le ali, per fare in modo che si fidasse di lui. Lo nutriva con le proprie mani: all'inizio il falco non mangiava, poi iniziò a mangiare tanto selvaggiamente che il suo becco tagliava la pelle del palmo del bambino. Ma il bambino era felice dei suoi progressi e voleva che l'uccello imparasse a conoscerlo, anche se doveva versare il proprio sangue perché questo succedesse.
Il bambino iniziò ad apprezzare la bellezza del falco, a vedere che le sue ali erano fatte per volare veloce, che era forte e agile, feroce e delicato. Quando si tuffava in picchiata, si muoveva come la luce.
Quando imparò a volare in cerchio e a posarsi sul suo polso, il bambino quasi urlò per la gioia. A volte l'uccello gli saltava sulla spalla e gli infilava il becco in mezzo ai capelli. Il bambino sapeva che il suo falcone lo amava e quando fu certo che non era solo addomesticato, ma perfettamente addomesticato, andò da suo padre e gli mostrò ciò che aveva fatto, aspettandosi che fosse fiero di lui.
Suo padre invece prese in mano il falco, che ora era addomesticato e fiducioso, e gli spezzo il collo. ’ Ti avevo detto di insegnargli a obbedire ’ disse suo padre gettando a terra il corpo senza vita del falco. ’ Tu invece gli hai insegnato ad amarti. I falchi non devono essere cuccioli affettuosi: sono animali feroci e selvaggi, aggressivi e crudeli. Questo uccello non è stato addestrato, è stato rovinato.’
Più tardi , quando suo padre lo lasciò solo, il bambino pianse sul cadavere del suo animale, finché il padre non mandò un servitore a prendere il corpo dell'uccello per seppellirlo.
Il bambino non pianse mai più e non mai ciò che aveva imparato: che amare significava distruggere e che essere amati significava essere distrutti. -”

Si accorse che in ogni cosa c'era della nostalgia, una malinconia che le mostrava le persone del suo presente come se già fossero destinate a far parte del passato, come se già fossero destinate a scomparire, a non appartenerle più, a non essere più sue.
Aveva paura, paura del temporaneo, delle cose non stabili, dell'abbandono e della vita. Aveva paura che le cose cambiassero, e alla più minima scossa, gettava le armi perché già troppe volte era stata delusa, tradita, dalle persone a cui teneva di più al mondo e a cui aveva affidato tutto, pensando che l'avrebbero tenuta al sicuro. Quanto era difficile fidarsi di nuovo? Quanto poteva essere dura aprirsi ancora, donare il suo cuore ad una persona che avrebbe potuto ferirla, o peggio rendersi indispensabile e poi sparire? Non se la sentiva di farlo, questa era la verità. La malinconia c'era sempre, i ricordi sulla pelle graffiavano come una volta e nulla era cambiato. La felicità che aveva provato in passato era ancora lì, tutta quanta, intatta almeno nella sua piccola bolla di infinito. Si rendeva conto che nessuno, nessuno avrebbe potuto scalfirla, non la sua piccola dose di gioia pura, fatta di risate incontenibili e di lacrime felici, di momenti di estasi reale, di sogni realizzati, fatta di persone che aveva profondamente amato e che le avevano salvato la vita, in tanti e troppi sensi, troppe volte perché le potesse dimenticare. Si rendeva conto che la sua piccola bolla di universo sarebbe rimasta intatta, qualunque cosa fosse accaduta. Però ora che le si presentava l'occasione di ricominciare, la verità era che non era sicura di esserne capace. Era così abituata alla sua vita, alla malinconia, al pensiero che nulla sarebbe cambiato intorno a lei, che tutto ad un tratto trovandosi impigliata in questa nuova rete, non capiva cosa fare, non sapeva gestirlo l'amore, non sapeva gestire un'altra persona che non fosse se stessa. Aveva una paura folle, di fallire. Aveva paura di tirarsi indietro, e paura di dimenticare, di andare avanti e perdere i ricordi di quelli a cui era così intimamente legata, ricordi e persone che non poteva lasciare andare per nulla al mondo. Era confusa, e triste, felice, piangeva e rideva senza capire cosa volesse davvero dire tutto questo. Era un gomitolo aggrovigliato, senza speranza.

Mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere, perché esse sono il mezzo per giungere al significato e, per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità.
E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese.
Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione.
E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi.
Com'è accaduto? Di chi è la colpa?
Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole non c'è che da guardarsi allo specchio.

C’è un tempo della vita in cui ti aspetti che il mondo sia sempre pieno di novità. Poi arriva il giorno in cui ti rendi conto che non sarà affatto così. Ti accorgi che semmai la vita si sta riempiendo di buchi. Assenze. Perdite. Cose che erano e non sono più. E insieme ti rendi conto di dover crescere proprio attorno a quei vuoti, anche se quando tendi la mano verso il punto in cui una volta c’era qualcosa percepisci l’ottusità contratta e splendente dello spazio in cui abitano i ricordi.
—  Helen Macdonald, Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria

c’era una volta…: once upon a time…
…e vissero tutti felici e contenti: …and they lived happily ever after
la favola: the fairy tale
la storia: the story
il racconto: the tale
la leggenda: the legend
il mito: the myth
l’orco: the orc, the troll
il folletto: the goblin
il castello: the castle
il re: the king
la regina: the queen
il trono: the throne
la principessa: the princess
il principe: the prince
il principe azzurro: prince charming (lit. blue prince)
il cavallo: the horse
la carrozza: the carriage
la strega: the witch 
la strega cattiva: the evil witch 
il mago: the warlock, wizard
lo stregone: the warlock, wizard 8usually evil)
la fata: the fairy
la fata turchina: the blue fairy (or the fairy with turquoise hair)
il drago: the dragon
la rana: the frog
la ranocchia / il ranocchio: the little frog
parlante: talking (eg. talking cat: gatto parlante)
la spada: the sword
la magia: magic
magico: magical
la maledizione: the curse
l’incantesimo: the spell
il cacciatore: the hunter
il lupo: the wolf
il bosco: the woods
la foresta: the forest
la sirena: the mermaid
il tritone: the merman, the triton
la sorellastra: the half-sister, the step-sister
la matrigna: the half-mother, the step-mother

raccontare: to tell, to recount
uccidere: to kill
sconfiggere: to defeat
sognare: to dream
maledire: the curse
benedire: to bless
amare: to love
odiare: to hate
incantare: to enchant
cacciare: to hunt
sposare: to marry
sposarsi: to get married

Cenerentola: Cinderella
Raperonzolo: Rapunzel, Tangled
Biancaneve: Snow White
La Bella Addormentata: the Sleeping Beauty
La Sirenetta: the Little Mermaid

Bambini, Babbo Natale esiste ed esiste la Befana, esistono i tre porcellini e la fata Morgana. Metti un dente sotto il bicchiere, il giorno dopo c’è un soldino! Peter Pan combatte ancora contro Capitan Uncino. Boschi pieni di folletti e di orsi pasticcioni, elefanti che con le orecchie volano come aquiloni. Esistono i giganti, i draghi, Artù e Merlino, e se segui quelle briciole puoi incontrare Pollicino! Ma anche l’Orco sai esiste, te lo giuro su me stesso. Ti dirà “C’era una volta”, stai attento, c’è anche adesso.
—  G. Panariello
La vera storia delle emoji

C'era una volta una misteriosa scuola di recitazione, situata a London Bridge, della quale facevano parte, su per giù, una ventina di ragazzi che condividevano il sogno di entrare nel mondo del cinema. Tuttavia questi ragazzetti ambiziosi condividevano un'altra passione, oltre all'arte recitativa: la passione per l'alcol. Ogni sera, terminate le lezioni, i giovani si riunivano nei pub più accreditati della città per consumare litri e litri di alcol. I ragazzi amavano dimenticarsi dei personaggi che interpretavano durante quelle faticose lezioni, erano convinti che l'atto di bere ridesse loro l'identità autentica che smarrivano a contatto con i copioni. C'è da dire che, nonostante la sistematica trasgressione serale, ognuno di essi possedeva un gran talento connaturato: l'espressività. Si diceva, infatti, che in quella impenetrabile scuola di London Bridge ci fossero individui enormemente dotati di una espressività rara, introvabile altrove, come se un particolare campo morfogenetico avesse perfezionato la struttura delle espressioni facciali entro i loro corpi. Girava voce che sarebbero diventati i nuovi volti del cinema anglo-americano, ma pare che alla fine non andò esattamente così. Non andò così perché divennero delle vere e proprie rivelazioni mondiali, e tutto questo, paradossalmente, grazie all'avvento di una malattia. Ben presto, infatti, il gruppetto di alcolisti talentuosi dovette fare i conti con una malattia causata dall'innalzamento dei livelli di bilirubina nel sangue: l'ittero. Ebbene, quella malattia fu il prezzo delle loro serate alcoliche. L'ittero li devastò, dentro e fuori. Le condizioni si aggravavano, e i poveracci non riuscivano più a recitare come una volta, tant'è che, dopo il periodo di ingravescenza, i loro volti, oltre a colorarsi di giallo, divennero statici, conservando, però, una espressione insolita, l'espressione che avevano utilizzato maggiormente nella loro carriera recitativa. Quando il loro vecchio maestro di recitazione andò a trovarli, avvertì l'angoscia del talento sprecato. Così, decise di fotografare i loro volti, gialli ed espressivi, seppure statici, ed attaccò quelle foto alle pareti della scuola, in ricordo del loro talento. Nei primi anni del 2000, quando ormai i soggetti itterici erano tutti morti, un regista inglese fece visita alla scuola abbandonata di London Bridge, e vi trovò, appese al muro, quelle foto. Immediatamente, si convinse che le espressioni facciali stampate su carta che aveva appena visto erano tanto particolari da non poter rimanere delle improduttive foto. Il suo obiettivo era quello di universalizzarle, archetipizzarle. Così, dopo un decennio, nacquero le emoji.

C'era una volta, diciassette anni fa, una mamma con un grande pancione.
Lì dentro esistevo io, un piccolo esserino, che si agitava e scalciava per uscire, per vedere quel mondo che in nove mesi aveva a malapena percepito in lontananza, per iniziare il suo meraviglioso viaggio.

Il Cinque Maggio di diciassette anni fa, la piccola me decise di fare suo quel giorno, e venne al mondo.
C'erano molte persone ad attenderla, e lei, per la prima di molte volte, si sentì amata.

Le ore, i giorni e i mesi passarono, mentre lei cresceva, mangiava, giocava e imparava a conoscere il mondo, così infinitamente grande rispetto a lei.
E poi arrivò un altro Cinque Maggio, che le fece capire che quel giorno le sarebbe stato dedicato per sempre, e che ogni volta lo avrebbe accolto come il più caro dell'anno, fino alla fine del suo viaggio.
Ma poi il tempo prese a scorrere sempre più in fretta, e lei notò che ogni compleanno era diverso dagli altri.
Diverse le sue feste, i suoi regali, e il numero di candeline sulla sua torta.
Ma soprattutto erano diverse le persone che festeggiavano con lei; alcune avevano preso un'altra strada, altre si erano incrociate sulla sua, altre ancora, tra quelle a lei più care, erano volate via; lei non poteva capire dove,ma sapeva che, in fondo, non l'avevano mai davvero abbandonata.

E allora si chiese perché la vita dovesse continuamente cambiare le carte in tavola, stravolgere tutto, senza che mai nulla fosse davvero perfetto, ma non riuscì a trovare una risposta. Così si accontentò di festeggiare, ogni anno, quel suo Cinque Maggio, celebrando il tempo che era trascorso e che mai più avrebbe rivissuto, pregando perché quello che stava venendo fosse degno di aspettare altri dodici mesi, ma senza mai prendere davvero atto degli attimi che le stavano scivolando addosso.

Oggi quel piccolo esserino compie diciassette anni, e credo abbia finalmente capito che il miglior regalo di compleanno non è una cosa, né una festa, e neppure un messaggio di auguri, ma è la possibilità di scegliere, ogni volta, a chi dedicare quel suo giorno speciale, consapevole che questo viaggio è destinato a finire, ma che i ricordi, delle persone e dei momenti, non si possono uccidere.

“Il cuore più bello del mondo"

C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone che diceva di avere il cuore più bello del mondo.
Tutti quanti glielo ammiravano, era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto.
Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano più il giovane si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: “Beh, a dire il vero… il tuo cuore è molto meno bello del mio.”
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici.
C'erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto ed era anche pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi.
Così tutti quanti osservavano il vecchio colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse il più bello.
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: “Starai scherzando!”, disse.
“Confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime.”
“E’ vero !”, ammise il vecchio. “Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai cambio col mio.
Vedi, nel mio ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore, alla quale ho dato un pezzo del mio cuore, e spesso, ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore.
Ma certo ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato, ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso.
Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto e questo ti spiega le voragini.
Amare è rischioso ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che ho provato anche per queste persone…
e chissà? Forse un giorno ritorneranno e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro.
Comprendi adesso che cosa sia il vero amore?”
Il giovane era rimasto senza parole e lacrime copiose gli rigavano il volto.
Allora prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che gli tremavano.
Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi ne prese un pezzo rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane.
Ci entrava ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Poi il vecchio aggiunse: “Se la nota musicale dicesse che non è la nota che fa la musica… non ci sarebbero le sinfonie.
Se la parola dicesse che non è una parola che può fare una pagina… non ci sarebbero i libri. Se la pietra dicesse che non è una pietra che può alzare un muro… non ci sarebbero case. Se la goccia d'acqua dicesse che non è una goccia d'acqua che può fare un fiume… non ci sarebbero gli oceani.
Se l'uomo dicesse che non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo… non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, né felicità sulla terra per gli uomini”. Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più “il cuore più bello del mondo”, eppure lo trovava più meraviglioso che mai perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.
Ogni persona con il suo cuore, con i suoi bitorzoli, con i suoi vuoti e con tutto ciò che nel corso degli anni si è donato e si è ricevuto. Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota, come il libro ha bisogno di ogni parola, come la casa ha bisogno di ogni pietra, come l'oceano ha bisogno di ogni goccia d'acqua, così il mondo ha bisogno di NOI, ha bisogno del nostro amore, perché siamo unici ed insostituibili.

(web)

C'era una volta una ragazza, una ragazza che non conosceva il mondo, impacciata, spensierata, timida che se ne stava sulle sue, una ragazza che stava bene da sola, che pensava di studiare perché per lei era importante la carriera, non aveva bisogno dell'amore. Un giorno salì le solite scale che faceva ogni giorno per andare a studiare quel latino che proprio da sola non riusciva a fare, e quel giorno non c'erano le solite persone ad aspettarla, c'era un volto nuovo, incrociò occhi nuovi. Non gli diede tanta importanza, non poteva mica sapere che quello sguardo sarebbe stato l'inizio di tutto, l'inizio di qualcosa di nuovo di cui fin a quel momento avendolo già provato riteneva di non averne bisogno, non lo poteva sapere, così ricambiò con un semplice sorriso e pensava di aver ritrovato un nuovo amico.
Così l'amicizia è nata, stavano così bene insieme ma lei era indipendente, era forte da sola, non aveva bisogno di nessuno ed è proprio per questo che poi un giorno si rese conto di essere innamorata, per la prima volta non voleva essere più sola, no, per una volta sentì di voler affidarsi a qualcuno, di potersi lasciar andare tra le braccia di qualcuno. Così questa storia è iniziata, continuata, più felice mai è stata, così tanto è durata, di guardar quegli occhi non si è mai stancata ma non poteva mica sapere che quelle braccia un giorno non l'avrebbero più sostenuta, è crollata, giù sul pavimento, mica poteva sapere che quelle braccia non l'avrebbero più rialzata ma che se ne sarebbero andate al primo cedimento.
Così la nostra storia è iniziata, così è finita.. così incrociai per la prima volta i tuoi occhi, quei maledetti occhi che sogno ogni notte, quelle maledette scale, non sai quanto vorrei ripercorrere e incrociare di nuovo quello sguardo innocente che non era niente, quello sguardo che se ricordo adesso sapeva tanto di per sempre.
E così quella ragazza aveva cambiato per sempre, quella ragazza che era così forte, così indipendente, che adesso senza amore si sente niente.
—  onlyletmewrite
6 cose di me che non tutti sanno (in esclusiva solo per gli amici di tumblr)

C’era una volta in un tumblr lontano lontano una ragazza di nome @redrose07 che s’arrischiò a taggarmi in uno di quei giochini del tipo “conosci il tuo nemico”, passarono gli anni e lei invecchiò, immemore, fra nipoti e dipendenti, nella sua ormai celebre azienda di macaron, finché un giorno peppesatan non si ricordò di fare il giochino e ringraziarla sentitamente, così riconsegnandola, d’incanto, ai suoi meravigliosi 20 anni e qualcosa, nuovamente sognante, giovine e spensierata (??). Ok basta cazzeggiare.

1) Sono solito chiedere scusa agli oggetti, se urtati. Non mi rispondono perciò desumo continuino a portarmi rancore. Sorry (solo agli oggetti, sia chiaro).

2) Quando vedo la foto d’un bambino che fu, mi si strattona il cuore a tremar con gli occhi, perché li vedo sorridere e penso ch’erano felici, sereni e spensierati in quel momento di purezza, prima che la vita gli squartasse quell’allegria a morsi et en morceaux, senza che io potessi far niente per impedirlo.

3) In realtà mi sarei dovuto chiamare Giangiuseppe, per rispetto a entrambi i nonni, ma mia madre, donna saggia, pose il veto.

4) Ho una malattia ereditaria che potrebbe farmi cadere tutti i denti prima dei 40. Mi farò una dentiera d’oro.

5) Da bambino ero biondo e mi chiamavano il piccolo Kevin Costner.

6) Avevo il potere di non far succedere le cose e di far fermare le porte del treno davanti ai miei piedi, ma ora l’ho perso.

@ilsestogiorno, @luciacldelfino, @meopukee, @trasuccio, @vitaprecariaeamoreeterno @santamarinella e @animesalve dite sei cose di voi entro l’anno corrente, altrimenti vi toccherà raccontare una favola sul perché avete aspettato tanto. Non mi si faccia arrabbiare.

Favole della notte..

C'era una volta la Luna, in una notte di Dicembre.
Guardava il mondo dall'alto, nascondedo lo sguardo dietro un velo di nubi sottili per non farsi scoprire.
Sola fra almeno un miliardo di stelle che le brillavano accanto.
Guardava in silenzio con aria triste il mondo che le era così lontano.
Guardava quella terra punteggiata di luci pulsanti e si domandava se esistesse cosa più bella nel cielo notturno.
Ignara che l'intera terra, col naso all'insù, si domandava la medesima cosa di lei.

Io mi sentivo bella quando c'eri tu.
Mi sentivo bella quando mi guardavi e sorrideva,
quando le tue parole non erano solo e soltanto parole.
Mi sentivo bella quando ad una mia espressione strana mi guardavi con quella tua faccia da bambino e mi dicevi: vieni qui.
Mi son sentita bella la prima volta che mi hai baciata,
quando mi avevi scelto,
quando ancora qualcosa che ci univa c'era.
Mi son sentita bella quando mi prendeva i fianchi,
quando una volta mi disse: com'eri sexy quella sera,
ed io avevo un semplice paio di jeans e un maglioncino bianco, ma lui mi trovava sexy anche così.
Mi son sentita bella sempre con te, perché mi rendevo felice, perché avevamo dei progetti insieme, perché quei progetti erano con te, solo con te.
Mi piace pensare che non mi hai dimenticata del tutto,
e che qualche sera,
prima di andare a dormire,
pensi: che coglione che sono stato, l'ho ferita molto e l'ho persa.
Ma non ti importa,
non più,
non come una volta.

c'era una volta un Re

il Re delle Parole, con il suo esercito di parole, volle marciare alla conquista del Regno delle Non-Parole.

per tutta la vita marciò e marciò su sentieri di parole, attraversò valli di parole, solcò interi oceani di parole su velieri fatti di parole.

per tutta la vita cercò di avvistare, lungo l'orizzonte delle parole, i primi avamposti del Regno delle Non-Parole finché un giorno, stremato, vecchio e stanco, morì su una spiaggia di parole.

tuttavia, prima di esalare l'ultimo respiro, il Re delle parole fece appena in tempo ad accorgersi che qualcosa di indefinibile stava crescendo dentro di lui, dal punto più profondo del suo essere qualcosa di indescrivibile si stava espandendo, si stava allargando all'infinito, senza incontrare ostacoli.

erano i confini del Regno delle Non-Parole.