buon lavoro

Buon Natale a chi sta in un ospedale.
Buon Natale a chi dorme per strada.
Buon Natale a chi ha appena perso il lavoro.
Buon Natale a chi ha perso qualcuno di caro.
Buon Natale a chi non crede più in nulla.
Buon Natale a chi non riesce a guardarsi allo specchio.
Buon Natale a chi sta piangendo.
Buon Natale ai figli, ai gentiori, agli zii, ai cugini, ai nonni.
Buon Natale ai bambini che aspettano Babbo Natale.
Buon Natale a quella persona anziana che è sulla sua poltrona al caldo del camino da sola.
Buon Natale a lui o a lei.
Buon Natale agli amici.
Buon Natale ai nemici.
Buon Natale alle persone malavagie.
Buon Natale a me.
Buon Natale a te.
Buon Natale a tutti.

10 indizi che stai facendo un buon lavoro nella vita:

1. hai un tetto sulla testa;
2. hai mangiato oggi;
3. hai un buon cuore;
4. desideri il bene per gli altri;
5. hai dell'acqua pulita;
6. qualcuno si preoccupa per te;
7. ti impegni ad essere migliore;
8. hai vestiti puliti;
9. hai un sogno;
10. stai respirando.

Sii grato per le piccole cose, perché sono le più importanti.

Cari genitori,

è ora che facciamo un discorsetto, io e voi. Ah, mi immagino già la vostra espressione. “E questo chi cazzo è?”, starete pensando.

Io sono uno che riceve ogni giorno almeno una decina di messaggi dai vostri figli. In molti di essi chiedono a me come dire a voi che non sono felici.

Prima che vi scaldiate, non mi riferisco ai vostri figli adolescenti o giovanissimi. Per loro ho sempre qualche raccomandazione paterna: “Va bene sognare, ma rimani con i piedi per terra!”, dico loro. “Ricorda che un giorno, che tu lo voglia o meno, dovrai pagare le bollette!”. D’altra parte quando mi scrivono cose come: “a me l’idea di studiare economia e commercio fa schifo, mio padre però insiste a dire che è un buon lavoro”, non riesco a dar loro completamente torto, ma questo è un altro discorso.

Io mi riferisco invece ai vostri figli e alle vostre figlie che hanno venticinque, trenta, magari anche trentacinque anni. Hanno già studiato, hanno già lavorato, hanno già versato allo stato italiano la loro parte di tasse, bollette e sangue, e non sono felici. Che lo siano mai stati o meno, non importa. Ora hanno l’opprimente sensazione di essere nel posto sbagliato, di sprecare la loro vita, di essere entrati nella rotella del criceto, destinati a correre per sempre senza andare da nessuna parte. Hanno bisogno di un cambiamento. E mi scrivono per chiedermi un consiglio.

“E perché scrivono a te? Non possono dirlo a noi che siamo i loro genitori?”

Perché ve l’hanno già detto, ma voi non avete capito! Non avete capito che le loro lacrime non passeranno da sole. Non avete capito che la loro non è “una fase temporanea” ma l’inizio del loro declino! E avete insistito, avete sbraitato, avete opposto le vostre paure e le vostre ragioni, perché “voi sì, che sapete come funziona il mondo!”, vero? E poi li avete anche fatti sentire in colpa, mostrando la vostra migliore espressione delusa, enumerando tutti i sacrifici che avete fatto per loro, come se questo fosse un contratto da rispettare, come se desiderare la felicità in un modo diverso da quello che vi aspettavate fosse un reato. E per concludere avete anche detto: “abbi pazienza, vedrai che le cose miglioreranno”. Mentivate! È una bugia e lo sapete anche voi!

Allora è ora che io vi faccia un discorsetto, da persone adulte e ragionevoli come siamo.

Voi avete voluto bene ai vostri figli, vero? Li avete educati al meglio delle vostre possibilità, avete insegnato loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, vi siete tolti anche il pane di bocca per loro. Bravi. Bravissimi. Avete insegnato loro a ragionare con la propria testa e avete dato loro i mezzi per affrontare le intemperie della vita anche quando voi non ci sarete più. Ottimo, grandioso.

Adesso è ora che vi togliete dalle balle.

Voi dovete continuare a voler bene ai vostri figli, a essere per loro un sostegno, un punto di riferimento, ma piantatela di essere un ostacolo alla loro libertà.

Nessuno metterà mai in dubbio le vostre buone intenzioni, ma c’è una bella differenza tra educare i figli e contagiarli con le vostre paure, o imporre la vostra scala di valori.

Rendetevi conto che la strada che percorreranno sarà diversa dalla vostra, che lo vogliate o meno. Sono diversi da voi. Sono nati una generazione diversa, in una società diversa, in un contesto diverso. Non arriveranno mai alle vostre stesse conclusioni.

Ma ditemi la verità: siete contenti di sapere che i vostri figli scrivono a un estraneo, in lacrime, di nascosto come ladri, confidandogli di non farcela più? Siete contenti di sapere che non ne parlano più con voi, perché oltre ai loro dolori quotidiani, non hanno la forza di sopportare anche le vostre continue suppliche, le vostre perle di ragionevolezza e la vostra faccia scontenta? Ma vi rendete conto che uno dei più grandi problemi dei vostri figli è essere all’altezza delle vostre aspettative?

E dato che parliamo di aspettative, ditemi un po’: siete così contenti voi di com’è andata la vostra vita? Rifareste ogni cosa tale e quale? L’avete poi raggiunta la felicità, o avete preferito una vita di cauta sopportazione? Avete realizzato alla fine i vostri sogni, o avete scelto di chiuderli in qualche cassetto e di non pensarci più?

I vostri figli vogliono essere lasciati liberi di camminare con le loro gambe, e di scegliere da soli la strada che li renderà felici, o forse no, ma almeno sarà la loro strada. Questo non vuol dire che vi vogliano escludere dalle loro vite, tutt’altro! Vogliono sapere che sarete presenti, che parteciperete come avete sempre fatto con una parola di avvertimento e una di conforto. Vogliono poter contare su di voi nei loro momenti di difficoltà. Vogliono credere che sentiranno la vostra voce dire: “Si, ce la farai!”, quando si troveranno di fronte al prossimo inevitabile ostacolo.

Ma non possono farlo, se l’ostacolo siete voi!

E io sono davvero stufo di rispondere alle loro mail, per consolarli al posto vostro, e consigliarli su come parlare con voi. Che dovrei dire? “Riprovaci, sarai più fortunato”?!

Quindi, cari genitori, è ora che apriate gli occhi e che vi rendiate conto di cosa state facendo.

È ora che anche voi diventiate grandi.

Cordialmente.

—  Francesco “Wandering Wil” Grandis
Letterina

Stai vicino al tuo papà.
Sai, per lui è dura. Un attimo prima correvi a saltargli in braccio ogni volta che tornavi a casa. Poi improvvisamente sei diventata grande, e lui sa che tutte quelle cose belle sono andate. Che tu prenderai la tua strada e a lui toccherà guardare.
Sorriderà, vedendo la donna che sei diventata.
Terrà stretto nel cuore quando ti guardava, sperando di fare un buon lavoro.
Ricorderà i primi passi e le prime parole. La gioia sul tuo volto quando ti portava un regalo che era sì solo un pensiero, ma non contava; perché la tua innocenza lo rendeva il regalo più bello del mondo.
Quando lui non sarà con te, tu sarai con lui. Si perderà nel reparto giochi strabordante per natale. Vagherà per le corsie pensando a quando, solo pochi anni prima, lo facevate insieme. La tua piccola manina persa nella sua.
Guarderà le altre bimbe, gioendo dello stupore nei loro occhi e ricordando come brillavano i tuoi.
Un papà non teme di lasciarti a un altro uomo. Teme di lasciarti a qualcuno incapace di farti scintillare gli occhi e renderti il cuore pirotecnico.
Il tuo papà ti porterà una rosa e ti guarderà nell'anima, per vedere quella luce che avevi negli occhi il primo giorno di asilo, la prima volta che sei diventata grande.

Hoka nr. 1496

Esistono due tipi di ignoranza: un’ignoranza antica che era quella dei contadini o degli operai che non erano andati a scuola e non avevano soldi per mandare i figli a scuola e allora lavoravano la terra e non sapevano né leggere ne scrivere e questa possiamo dire che è un’ignoranza culturale. Poi c’è un'altra ignoranza che è un’ignoranza moderna, di gente che è andata a scuola e ha studiato e magari ha anche un buon lavoro e parecchi soldi, e questa è un’ignoranza diversa che non direi si possa definire ignoranza culturale, direi piuttosto che è un’ignoranza umana, dove la mancanza non è la cultura, ma l’umanità, il senso dell’altro, la possibilità o meglio l’eventualità che a questo mondo ci siano altri esseri umani oltre a noi stessi o nei casi meno gravi oltre ai membri della nostra famiglia. E mentre la prima la si poteva curare con la scuola dell’obbligo e la diffusione di libri, questa non so mica come si possa curarla. Forse un bel viaggio su un barcone invece che una settimana in crociera potrebbe essere un idea. Poi magari mi sbaglio.

Tutto mi dice di essere forte, determinato negli scopi, capace di andare avanti nella Vita, ma se uno sente che è arrivato il momento di cambiare un po’ rotta o anche solo il bisogno di fermarsi a ragionare sul serio per proprio conto?
Voglio dire, e i cazzo di sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo?…
Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità tutta guerreggiata e ferita e massacrata dagli sforzi inauditi per raggiungerla.
Cioè, uno dei fini ultimi è questa cavolo di serenità martoriata.
Il ragionamento è cosi.
Non ci vuole un genio.
E allora, perchè dovrei sacrificare i momenti di serenità che mi vengono incontro spontaneamente lungo la strada?
Perchè dovrei buttarli in un pozzo, se fanno parte anche loro del fine ultimo a cui tendere?
Se un pomeriggio posso andare a suonare o uscire con una ragazza che mi piace, perchè cavolo devo starmene in casa a trascrivere le versioni dal traduttore o far finta di leggere il sunto di filosofia?
La realtà è che mi trovo costretto a sacrificare il me diciassettenne felice di oggi pomeriggio a un eventuale me stesso calvo e sovrappeso, cinquantenne soddisfatto, che apre la porta del garage e dentro c'ha una bella macchina, una moglie che probabilmente gli fa le corna con il commercialista e due figli gemelli con i capelli a caschetto identici in tutto ai bambini nazisti della kinders.
Tutti dentro al garage, magari no.
Diciamo più o meno intorno. Cioè, circondato.
Dunque la domanda è:
un orrore di queste proporzioni vale più del sole e del gelato di oggi pomeriggio? Più di una qualunque ragazza?
—  Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

Impegnati per essere felice.
Ma felice davvero.
Felice nel lungo periodo. 
Essere davvero felice non è mangiare una pizza, non è leggere un libro, non è guardare un telefilm. 
Quello ti dà una gioia grande, ma momentanea. E’ un contorno della tua vita. 
Per essere DAVVERO felice, devi cambiare la tua vita. 

Capisci cosa vuoi dalla vita, cosa vuoi davvero. 
E realizzalo. Impegnati. 

E’ anticonvenzionale? La popolazione media attorno a te ti giudicherà e ti dirà che stai sbagliando? 
Allora probabilmente hai fatto un buon lavoro di introspezione. 
Perchè se senti ti renderà felice, NONOSTANTE la disapprovazione di chi ti sta intorno… allora è davvero la scelta giusta. 

Vai avanti, non mollare… 
…e sii felice.

—  Essere felici, xaide
Problema

Se un cane di 20 centimetri, produce uno stronzo di 30 centimetri, quanto sono lunghe le crocchette con cui viene nutrito tenendo presente che l'animale mangia tre volte al giorno?
Il candidato ha 10 minuti per rispondere tenendo la finestra aperta. Buon lavoro.

Buon Natale a chi sta in un ospedale.
Buon Natale a chi dorme per strada.
Buon Natale a chi ha appena perso il lavoro.
Buon Natale a chi ha perso qualcuno di caro.
Buon Natale a chi non crede più in nulla.
Buon Natale a chi non riesce a guardarsi allo specchio.
Buon Natale a chi sta piangendo.
Buon Natale ai figli, ai gentiori, agli zii, ai cugini, ai nonni.
Buon Natale ai bambini che aspettano Babbo Natale.
Buon Natale a quella persona anziana che è sulla sua poltrona al caldo del camino da sola.
Buon Natale a lui o a lei.
Buon Natale agli amici.
Buon Natale ai nemici.
Buon Natale alle persone malavagie.
Buon Natale a me.
Buon Natale a te.
Buon Natale a tutti.
Vorrei essere il tuo post-it, quello che metti sulla sveglia con scritto “Buongiorno”, quello che metti sul frigo con scritto “Fare la spesa”, quello che metti sul tavolo con scritto “Buona giornata”, quello che metti sul computer con scritto “Buon lavoro”, o semplicemente vorrei essere qualcuno o qualcosa che ti renda migliore la giornata con anche solo una parola.
Google translator... fai cagare in tutte le lingue del mondo.

Per fare il simpatico con una mia paziente tunisina di una certa età, in fondo alla lista degli esercizi di fisioterapia da proseguire a casa ho aggiunto in arabo ‘Buon lavoro!’.
Con faccia tirata ma con molto garbo, prima di andarsene mi ha fatto notare che la parola che ho usato indicava il lavoro di ristrutturazione di un'opera antica.