borsette

Charlotte (version 1)
Officina della camomilla
Charlotte (version 1)

Questa batte tutte le altre millemila versioni. Batte tutto.

Conquista con la sua semplicità e immediatezza. Il testo è di una dolcezza disarmante, evoca teneri frammenti di una storia d'amore che ha lasciato il segno. (almeno per come la vedo io)

Merita tantissimo.


Prima o poi ci tornerò sul letto di Charlotte. Tra coccole e coperte, tazze, latte e mandorla.                                                                                                     Prima o poi ci tornerò su quel letto di Charlotte. Esposti da borsette un po’ alla moda, la maglietta te la sfili apposta  per me.                                                    

E non sa quanti pugni che… peggio di una rissa in corso Como.                         E non sa quante sberle e manrovesci di buio e notte, vabbè, che poi notte sei te.

Prima o poi ci tornerò su quel letto di Charlotte, t'ho incontrata alla sua festa scema, guarda che lo sai.                                                                                     Prima o poi ti ricorderai, lo so che sono uno fra i tanti, avevo sciarpa e sigaretta, ero il tipo con la faccia triste perché…non ti vedo più .

E non sa quanti pugni che…peggio di una rissa in corso Como.                           E non sa quante cartelle che, ti spaccherai mica un polso?                                 E non sai quanti calci in bocca che mi dai. Lo sai e non lo sai.

Prima o poi mi capirai…credo mai.

Son le 10.00 amore dai andiamo a fare colazione! Da qui in Duomo si fa presto con il 12 se mai.                                                                                                   Oh ma un bacio me lo dai?                                                                                 Hai un po’ di nebbia sul cappotto.                                                                       Dalle colonne in San Lorenzo i punk stanno accendendo il fuoco.                     

Ma lo sai che quando sto conte si vedono le stelle sul soffitto e amore non mi fa più male la testa.                                                                                                 E chissà quante volte te lo dice il tuo ragazzo, l'altro tipo stronzo che hai incontrato alla festa.                                                                                             Adesso con lui, dove te ne andrai? Non credo da Tanagra, dopo Fiorucci e la Ricordi, le messagerie quanta fame che mi fa?                                                    Per il panzerotto di Lumini c'è troppa coda si sa, facciamo un frullato da Viel, quello in corso Buenos Aires.                                                                               E ti leccherai le labbra sporche di fragola e di panna, e ti leccherà le labbra sporche di fragola e di panna…ma soprattutto sporche di te.

Quanto ridevi stamattina, senza…(fin)                                               

21/04/17

Stavo per farlo davvero. Mi guardavo allo specchio mentre piangevo. Vedevo il mascara colare giù, waterproof un cazzo. Vedevo le labbra muoversi e tremare incontrollatamente. Vedevo una figura che non mi sembrava per niente familiare. Non mi riconoscevo. Quella figura aveva le mani nei capelli, quei capelli mezzi viola tutti rovinati. Quella figura singhiozzava forte, tanto a casa non c'è nessuno come sempre. Quella figura non ero io. Non era quella che sono adesso, mentre scrivo con le cuffie,il volume al massimo e un fortissimo mal di testa. Quella figura era triste, debole, fragile. Ha aperto tutti i cassetti, ha svuotato tutte le borsette alla ricerca di una fottuta lametta. Voleva farlo davvero. Aveva guardato a lungo il polso, la pelle bianca, candida, intatta. Alla fine, nel cassetto in alto a destra, ha trovato due lamette: una verde e una azzurra, di quelle usa e getta. Quella figura ha preso la lametta azzurra, nuova. Ha tolto il tappo e l'ha guardata, facendo brillare le lame alla luce del bagno. Ha sfiorato le lame con le dita, facendo attenzione a non tagliarsi. Ha alzato la manica sinistra del maglione di lana nero. Poi,sempre piangendo, è andata via. E al suo posto sono tornata io. Ho rimesso a posto la lametta. Ho poggiato le braccia sul bordo del lavandino. Mi sono guardata allo specchio,ero di nuovo io. Ho chiuso gli occhi a lungo,mentre le lacrime continuavano a scorrere nere, arrivando fino al collo. Li ho riaperti, lentamente. Mi sono struccata, mi sono sciacquata la faccia, mi sono guardata. E ho sorriso. Come se non fosse mai successo niente. Perché alla fine non è successo niente, giusto?

Voglio ricordare per sempre i nostri pomeriggi in spiagga ad ascoltare musica, a ridere, a nuotare, a fare scherzi, le volte che parlavamo di cose serie e quelle che parlavamo della prima cosa che ci passava per la testa. Le sere a giocare a UNO, le passeggiate, le onde, il mare, le altalene, la crema solare, i sorrisi, le nuove amicizie, gli spettegolezzi, le scemate, i libri, la musica, gli auricolari, i bracciali, il mercato, le borsette con le cose appena comprate. Le giornate di pioggia, il nintendo, l'Ipad, la sabbia, le nuove scoperte, le corse, i negozi, le promesse, le coperte, i jeans, le felpe, i nostri cellulari. Le foto, i video, le fontane, i gelati, le granite, gli amori, le nuove amicizie e quelle che durano da anni. Cosa più triste, gli addii. Gli abbracci, gli occhi lucidi, le foto ricordo, i messaggi, gli ultimi saluti, la pizza tutti insieme. L'ultimo giro in altalena. La tristezza.
Ma la gioia. La gioia di aver passato dei giorni meravigliosi. Con voi.
—  voglioesseresemprefelice
Le bambine con i fiocchetti in testa, con le calzette con il merletto che usciva dalle scarpette, i vestitini rosa antico con i fiorellini neri sulle maniche, le calzamaglie colorate, quelle pesanti, quelle più leggere, le borsette con i brillantini che alla fine non servivano a nulla, ma ci piaceva portarle per sentirci grandi, ci mettevamo i braccialetti e i lucidalabbra della mamma.
Ci facevamo le foto in posa, mentre mandavamo un bacio, mentre guardavamo un fiore. 
Ci facevamo comprare le bambole per giocare a fare le mamme e camminavamo per casa sui tacchi di nostra madre che ci venivano così grandi che era più la parte vuota che quella occupata dal piede.
Facevamo finta di scrivere documenti, di fingerci impiegate di un ufficio, oppure maestre, urlavamo e ci disperavamo, “dovete studiare!!” dicevamo ai nostri pupazzi.
“Giochiamo a mamma e figlio?” e lì partivano le liti quando poi nel bel mezzo del gioco dicevamo “tu sei mio figlio devi fare quello che dico io.“ 
A Natale sotto l'albero il regalo più grosso doveva essere il nostro, se non era il più grosso allora ce ne dovevano essere più di uno.
A mezzanotte ci arrivavamo per un pelo, aprivamo quei regali e con il viso sorpreso pensavamo "babbo natale ha indovinato pure questa volta!”
E chi non si è mai chiesto come facessero ad uscire i bambini dalla pancia, e ancora peggio, come ci fossero entrati. 
Una volta mi dissero “me lo sono mangiata” e ricordo che rimasi scioccata da questa testimonianza. 
Il libro dei “perché” che alla fine non serviva a nulla, quello che volevamo sapere noi andava ben oltre a quello che c'era scritto.
Cosa ce ne importava di come si formasse la pioggia, o come si fosse formata la terra, noi volevamo sapere perché ancora non avevamo il seno e come mai quelle donne più grandi di noi ci sembravano così diverse.
La verità che noi donne non ci fermiamo mai un attimo, abbiamo sempre bisogno di sapere, sapere di più di tutto.
Perché si piange? Alla fine si diventa fragili, incredibile, più si cresce e più si diventa fragili. 
“Ah questi maschi.” che quando eravamo piccole ci tagliavano i capelli alle bambole, che giocavano a calcio e sputavano a terra. 
“Ah questi maschi.” forse troppo diversi, “che schifo.” dicevamo, vi sfido a dirmi che almeno una volta nella vostra vita non l'avete pensato.
Vai a capire poi cosa ci trovavamo di bello nelle unghia colorate con il bianchetto. 
Dite che non ci capite, ma la volete sapere la verità? 
Non riuscirete mai a farlo, perché noi donne saremo sempre un passo avanti.

(en passant) E poi, comunque, lo ribadisco, tutti questi esseri umani perfetti, che si combaciano, che parlano di viaggi e di camicie, che mangiano solo insalate, che bevono solo mezzo bicchiere di vino, che parlano di automobili, brutta musica, palestre, televisione, questi esseri umani che l'introspezione è una malattia peggio del cancro, denti perfetti, che si chiamano amore, amore, amore, borsette e Sky, moda e lavoro, lavoro e battesimi, hai ben voglia a prenderli per il culo, quando vedi che sorridono sempre, ridono, si abbracciano, sono felici. In fondo, hanno vinto loro. Hanno tutte le cose a posto, nelle loro case perfette, nei loro letti perfetti. Io mi digrigno il cuore e i nervi ad ogni ora. Io scavo la terra. La felicità mi schifa abbastanza. Hanno vinto loro, se la vita è una cosa in cui si vince o in cui si perde. Però, sia ben chiaro, io non mi cambierei mai con nessuno di quelli. Preferisco perdere gloriosamente.


Errand Wolfe

Quando ero piccola volevo essere una principessa.
Ero la classica bambina che amava il rosa ed ogni sua sfumatura.
Amavo gli accessori, ero più femminile di quanto lo sono adesso.
Mi piaceva mettere lo smalto ed ogni sabato quando mia madre se lo cambiava io correvo in bagno da lei e me lo facevo mettere anche io.
Mi metteva quello trasparente ed io mi sentivo una diva di Hollywood.
Avevo borsette di tutte le forme e calze di tutti i colori.
Quando andavo a casa di mia nonna, mente lei dormiva, mettevo i suoi tacchi rossi e ci camminavo per tutta la casa, sorseggiando un succo alla frutta qualsiasi fingendo che fosse chissà quale champagne d’alta classe.
Vivevo in un mondo di fantasie che a volte ancora ripercorro, in modo diverso però.
Da bambini è tutto fantastico perché hai la fantasia che non ti abbandona mai, un’allegria pazzesca che ti fa vedere tutto più divertente è colorato.
Puoi far diventare una casetta di legno in giardino un maestoso castello delle principesse, o indossare un lenzuolo e fingere di essere un supereroe. Da bambini neanche ce ne rendiamo conto di fingere e andiamo a letto col sorriso sulle labbra immaginavo le nostre storie fantastiche.
Adesso i castelli si sono trasformati in stanzette dove teniamo segregati i nostro sogni e i nostri ricordi più cari, e al posto di vestiti e gioielli, macchine sportive e case lussuose preferiremo dar tutto indietro per trascorrere del tempo con la persona che amiamo, invece di immaginarcela tutte le sere al nostro fianco in quella piazza di letto vuoto. E non è triste che prima ci bastava così poco per essere felice? Solo l’immaginazione, mente adesso molti di noi non sanno neanche più cosa significa sognare.
—  eravamofuocoescintille | tumblr.