boicott

Se la Bridgestone fa Harakiri, la politica italiana non ha mai sensi di colpa.

"Circondiamo l’ambasciata giapponese", ma anche la nostra politica.

Se l’azienda giapponese fa Harakiri, la politica italiana non ha mai sensi di colpa e disonore.
L’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo.

Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina.

Vi ricordate della Golden Lady?

Vi ricordate di Termini Imerese?

Prima

Dopo

E la storia continua a ripetersi in silenzio ogni giorno.

Basta vedere il caso Ilva, che lasciata la scena delle note giornalistiche, e di conseguenza delle agende politiche, continua a non rispettare le prescrizioni previste dalla nuova disposizione firmata dal ministro Corrado Clini continuando ad inquinare, e aumentando il danno ambientale già in atto. Senza ancora una possibile soluzione.

Ritornando al caso Bridgestone, ricordo che già qualche anno fa, in seguito alle continue emorragie di aziende verso Est, si decise di decretare velocemente misure di divieto di delocalizzazione per le imprese che negli anni avessero usufruito di contributi pubblici diretti ed indiretti. Dove sono le decisioni?

Nel dimenticatoio della politica.

Le imprese ormai sono al soffocamento, non ce la fanno più a reggere l’elevata tassazione, la burocrazia e il mercato è in continua flessione. In Italia l’anno scorso sono state 47mila le aziende non individuali che hanno accusato almeno un protesto: e’ il record di sempre. Sono dati di fatto, non chiacchiere. La gente si uccide disperata.

E ormai anche le imprese che godono di buona salute cercano di salvarsi prima che affondi il Titanic, perché si sa nel business alla fine il rischio deve valere l’impresa, e quindi la marginalità deve produrre un ritorno sugli investimenti quanto meno superiore a quello che il denaro produrrebbe in investimenti finanziari.

Quindi il dilemma alla fine è sempre quello: o si chiude o si va via per tornare al profitto. E la politica lo sa molto bene, ma ha una memoria molto corta.

La crisi ci sta riportando ai livelli di consumo di due decenni fa e continua a pesare la poca attenzione del Governo al comparto manifatturiero, nonostante l’Italia sia il secondo paese “produttore” in Europa. Queste sono ad esempio alcune imprese scappate tra la Serbia, la Svizzera, la Polonia e la Carinzia. Ecco alcuni nomi illustri: Fiat, Golden Lady, Intesa San Paolo, Generali, Fondiaria, Benetton e Calzedonia, Ermenegildo Zegna, etc.

Vi risulta che la gente oggi in Italia non compra più, per boicottaggio, prodotti di queste imprese?

Se non si comprassero più Fiat in Italia, Marchionne proseguirebbe volentieri la sua fuga finale.

Siamo nella spirale più nera e noi cosa facciamo?Aspettiamo la fumata bianca, tra un boicottaggio e una conferenza stampa.

La politica dovrebbe comunicare speranza, proposte e decisioni in grado di innescare soluzioni con il management, non un attacco frontale come le istituzioni hanno deciso di fare con la Bridgestone. Al tavolo nazionale vanno portate proposte concrete sul fronte dei costi energetici e della logistica. Interventi che sia il Governo nazionale che la Regione Puglia, ma anche il Comune di Bari hanno la responsabilità di pianificare e di porre all’azienda giapponese in chiave propositiva.

Così come va avviato un serio confronto sul futuro della zona industriale del capoluogo, una spia da tempo illuminata di un malessere denunciato, ma purtroppo continuamente ignorato. Basta fare un giro del distretto industriale tra Bari, Modugno e Bitonto per capire come sia terra di nessuno, senza servizi, alla mercé di bande di ladri, con trasporti e segnaletica insufficienti.

È ora, dunque, che la politica dia risposte concrete e strategiche alle imprese. Non campagne pubblicitarie.

Italy is not a good business. Ecco perchè:


I RECORD ITALIANI :

  • La nazione più burocratica del mondo occidentale
  • LA nazione più tassata del mondo occidentale
  • Terza in europa per disoccupazione
  • Almeno 3 regioni saldamente in mano alla criminalità organizzata
  • Unica nazione occidentale ad essere ritenuta dagli stessi Stati Uniti come illiberale in ambito di libertà finanziaria, l’indice di libertà finanziaria ci riporta agli ultimi posti
  • La nazione più corrotta d’Europa
  • La nazione con la classe politica più vecchia d’Europa.

Vi lascio con questo profetico passaggio di Montanelli:

"Per l’Italia non vedo un futuro, per gli italiani ne vedo uno brillante."
Aggiungo, all’Estero.

P.s. Nel frattempo, qui in Puglia siamo al terzo rimpasto della Giunta Vendola. Peccato che chi va via in funzione della logica della spartizione delle poltrone, è sempre quello che ha lavorato bene. Ma questa è un’altra storia.

 

Ecco il video http://www.youtube.com/watch?v=KBt_mtaU6rs

 

Boicottateli tutti

"Ho il senso del limite, non ho mai desiderato essere padre e credo che i gay decisi a tutto pur di avere figli siano affetti da un pervertito narcisismo". La pratica dell’utero in affitto "è ignobile, non tiene conto delle donne che si prestano. Se i gay desiderano davvero una famiglia, allora dovrebbero prendersi anche la madre in casa. Secondo me, però, non cercano solo una discendenza, ma degli eredi a cui lasciare patrimoni che non vogliono dare in beneficenza".

Parole di Aldo Busi, dopo le polemiche su Dolce & Gabbana. Boicottiamo anche lui?