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“When she opened her eyes, she was both in her body and watching it, nowhere near the cavity of the tree. The Blue that was before her stood inches from a boy in an Aglionby sweater. There was a slight stoop to his posture, and his shoulders were spattered darkly with rain. It was his fingers that Blue felt on her face. He touched her cheek with the backs of his fingers. Tears coursed down the other Blue’s face. Though some strange magic, Blue could feel them on her face as well. She could feel, too, sick, rising misery she’d felt in the churchyard, the grief that felt bigger than her. The other Blue’s tears seemed endless. One drop slid after another, each following an identical path down her cheeks. The boy in the Aglionby sweater leaned his forehead against Blue’s. She felt the pressure of his skin against hers, and suddenly she could smell mint. It’ll be okay. Gansey told the other Blue. She could tell that he was afraid. It’ll be okay. Impossibly, Blue realized that this other Blue was crying because she loved Gansey. And that the reason Gansey touched her like that, his fingers so careful with her, was because he knew that her kiss could kill him. She could feel how badly the other Blue wanted to kiss him, even as she dreaded it. Though she couldn’t understand why, her real, present day memories in the tree cavity were clouded with other false memories of their lips nearly touching, a life this other Blue had already lived. Okay, I’m ready- Gansey’s voice caught, just a little. Blue, kiss me.”

interview:pamela, before a concert, photographer and videomaker, 280813, prato.

ITA


Quando a Pamela ho chiesto se potevo intervistarla e farle delle foto, mi ha detto: “ma le foto  le sviluppi da sola?”. Quando le ho risposto di no mi ha detto “ ok, allora si fa un’intervista su come si sviluppano le foto, non su di me, ok?”.  E’ andata diversamente.

Istruzioni per l’uso?

Regola numero uno e la più importante: il rullino non può essere aperto alla luce, altrimenti diventa trasparente. Deve essere aperto in un posto completamente buio. Se non si ha a disposizione un posto completamente buio, come nel caso della mia casa a Parigi, si può utilizzare la cosiddetta changing bag. Si tratta di una sorta di scatola, o borsa nera, dove puoi infilare solo le mani e tutto il materiale che ti occorre, riuscendo a lavorare nella completa oscurità. Ecco l’occorrente: rullino, spirale e cilindro/tank. La prima cosa da fare, dopo aver messo tutto l’occorrente nella changing bag, è aprire il rullino per estrarre il negativo, tirando forte la linguettina lungo il rullino (o con altri metodi che troverete in tutti i manuali di sviluppo). Con le mani poi si cerca la spirale intorno alla quale si avvolge completamente tutto il rullino e poi si chiude la spirale dentro il cilindro ermetico/tank. Solo adesso si può togliere il cilindro dalla changing bag. È un procedimento facile, la cosa più complicata è avvolgere il rullino nella spirale, perché la pellicola le prime volte potrebbe incepparsi ed è facile innervosirsi. Ma vedrai che con il tempo diventa tutto più semplice e rilassato. Ti consiglio di iniziare a far pratica sacrificando qualche pellicola inutilizzata.

Che prodotti mi servono?

Per sviluppare servono due prodotti chimici nei quali dovrà restare immersa la pellicola per un certo tempo ad una certa temperatura all’interno del cilindro: lo sviluppatore fa emergere l’immagine dal negativo, e il fissatore che la fissa su pellicola. Meglio è fatto il fissaggio più la pellicola dura nel tempo, altrimenti l’immagine rischia di svanire. Io uso prodotti Ilford e in particolare il Microphen per sviluppare, ma in realtà ce ne sono tantissimi, di marche diverse, con caratteristiche diverse. Per sviluppare un rullino dentro il cilindro servono 300 ml di prodotto. Il liquido per sviluppare deve avere una temperatura tra i 20 e i 25 gradi, sappi che più si alza la temperatura dello sviluppatore e più diminuisce il tempo e aumenta il contrasto. Il termometro dunque è un elemento fondamentale per lo sviluppo. Ogni rullino deve essere sviluppato per un certo tempo, in base al tipo di prodotto e al tipo di pellicola. Tutte le informazioni si trovano in delle apposite tabelle nelle confezioni dei prodotti o su siti internet di fotografia. Per esempio se usi un Tmax 400, la tabella ILFORD ti dice di svilupparlo a 20 gradi per 7, 10 o 15 minuti. La scelta dei minuti dipende dalla diluizione del prodotto.

Per cominciare.

Prendi un cronometro, versi il prodotto nel cilindro, lo chiudi, fai partire il cronometro. I primi 30 sec ribalti il cilindro (ndr lo rigira a testa in giù, testa sù, testa giù, testa sù ), poi lo posi e allo scadere del primo minuto lo riprendi e lo capovolgi per solo 4 volte, lo riposi, allo scadere del secondo minuto lo rifai, e via via gli stessi passaggi fino allo scadere del tempo. È consigliato battere il cilindro nel momento del riposo perché a volte si formano delle bolle d’aria, che potrebbero lasciare delle parti di pellicola scoperte rispetto allo sviluppatore. Scaduto il tempo apri il cilindro, togli il liquido, riempi il cilindro d’acqua, ribalti per 30 secondi per sciacquare la pellicola. E a questo punto, passi al fissaggio.

Come funziona il fissaggio?

Innanzitutto il prodotto diluito deve essere intorno ai 20 gradi, non sotto ai 18. Stessa identica procedura dello sviluppo per circa 10 minuti (non è richiesta la stessa precisione nei ribaltamenti dello sviluppo). Una volta che la pellicola è fissata va sciacquata bene. Io uso il metodo Ilford: apri il cilindro, togli il fissatore e lo rimetti nella sua bottiglia perché si può riutilizzare più volte (circa una decina di pellicole), poi dentro al cilindro metti 300 ml di acqua, ribalti il cilindro per 5 volte e butti via l’acqua, riempi con dell’acqua nuova dentro e ribalti per 10 volte e via così per 15, 20, 25 volte. Alla fine butti dentro anche due gocce di sapone o detersivo per i piatti e fai scorrere l’acqua per un po’. A quel punto tiri fuori la pellicola sfilandola delicatamente, la sgoccioli e l’appendi ad asciugare con due acchiappini, uno in cima e uno in fondo per farla stare abbastanza dritta in un luogo protetto. La lasci asciugare fino a che è secca, in genere tre ore, ed è fatta.

Mi sembra complicato.

È semplicissimo invece. Arrotolare il rullino alla spirale al buio può essere complicato le prime volte, perché la pellicola ti sembra un oggetto prezioso e delicatissimo ed hai paura di sbagliare. E in effetti se sbagli quelle foto lì le avrai perse per sempre, ed è una sensazione terribile. Io una volta ho invertito i liquidi e quando me ne sono accorta, quando ho realizzato che quelle foto erano scomparse per sempre, mi sono dovuta distendere a terra dalla disperazione. Avevo perso qualcosa che non ritroverò mai più e che è irriproducibile, soprattutto perché si trattava di foto di un concerto. Comunque all’inizio, quando la pellicola non mi si agganciava bene alla spirale e dunque dovevo toglierla e rimetterla maldestramente, mi sono ritrovata con delle foto che portavano i segni di questo maltrattamento e mi sono accorta che quei segni erano belli. O almeno a me piacevano. Non bisogna dunque aver paura dei difetti della pellicola, ci sono fotografi che maltrattano le pellicole volontariamente. C’è chi le seppellisce per un mese, c’è chi le lascia al sole o alla pioggia solo per vedere gli effetti che tutto ciò’ può provocare. Se vuoi delle foto di estrema precisione senza peli, né graffi, c’è il digitale.

Gran parte delle tue foto le scatti ai concerti.

Sì, infatti uso quasi sempre pellicole kodak Tmax3200 (appena ritirate dal mercato) adatte a scattare con basse luci e che hanno una grana molto grossa. Ai concerti sei praticamente obbligato ad avere un 3200 ISO perché il flash non lo puoi usare. Spesso sei anche costretto a utilizzare tempi di posa lunghi, soprattutto quando come me non disponi di obiettivi troppo luminosi. Per molti il mosso è un limite perché i giornali vogliono le foto a fuoco e nitide. Ma io non lavoro per nessuno dunque posso fare quello che voglio. Per cui con il tempo l’effetto mosso è diventata una caratteristica delle mie foto live che si sposa benissimo, secondo me, con l’esperienza del concerto.

Quando hai iniziato a fotografare su pellicola?

Ho ricominciato meno di due anni fa. In realtà ho iniziato a 18 anni quando si usava ancora la pellicola. E già facevo foto dei concerti. La mia prima macchina è stata una Pentax k1000, dopo di che storicamente c’è stato il passaggio dalla pellicola al digitale con cui, devo ammettere, non mi sono mai trovata troppo bene. All’epoca non pensavo alla possibilità di sviluppare le foto da sola, quindi fotografare in pellicola era diventato troppo costoso ed ho smesso. Nel frattempo ho cominciato a fare video e quando è uscita la 5d mark II (una macchina che filma con obbiettivi fotografici) dopo tanti anni mi sono ritrovata di nuovo in mano una macchina fotografica di ottima qualità. E così, naturalmente e senza rifletterci troppo, mi sono rimessa a fare foto.

Quindi hai ricominciato a fotografare in digitale?

Sì e quasi esclusivamente ai concerti. Poi a Parigi ( ndr dove vive da quattro anni ) ho conosciuto i  FareWell Poetry e Jayne Amara Ross, una regista e poetessa che gira i suoi film in super8 e 16 mm sviluppandoli da sola. Lei mi ha spinto a iniziare a sviluppare, ed a quel punto è stata la svolta. Sono sicura che il primo pensiero di molte persone che pensano di avvicinarsi all’analogico è il costo del rullino, dello sviluppo e della stampa. Sviluppando da soli, e quindi riducendo i costi notevolmente, si può tornare alla pellicola senza problemi. Un altro incontro importante è stato quello il fotografo francese, Stephane C, che scatta solo in pellicola e stampa in camera oscura.

Ti emoziona ancora il momento dello sviluppo?

Nonostante sviluppi da due anni ogni volta prima di aprire la tank ho paura che le foto non ci saranno, poi quando apro il cilindro, srotolo il rullino e le vedo in trasparenza mi emoziono come una bambina a cui sembra di aver fatto una cosa magica. Ovviamente le foto ai concerti non le fa quasi più nessuno in analogico, visto che per la maggior parte sono foto di documentazione che servono in fretta per uscire sui giornali. Ma a me la fretta non interessa. E poi a sviluppare un rullino ci vogliono di media 30 minuti e la scelta di una foto in pellicola si fa molto più velocemente, vista la quantità molto più ridotta di foto scattate. Quando scattavo in digitale tornavo a casa la sera con almeno 500 foto nella scheda, non esagero, adesso che scatto in analogico torno a casa con un rullino, massimo due. La differenza nella quantità di foto scattate sta nel pensiero dietro la foto. Dietro la foto in analogico c’è tutto un altro pensiero. Un altro valore. Tanto è vero che ultimamente sto cominciando a tenere una o due foto al massimo per concerto. Ed è questa la sfida: attraverso una foto raccontare la mia esperienza di quel concerto, rappresentare attraverso una immagine la musica che si è vista e ascoltata. Per questo il mio blog si chiama “Can you hear the music?”.

Cosa ami della pellicola?

Il legame forte che esiste tra la singola foto e il momento in cui l’hai scattata. Quando guardo una mia foto in pellicola so perfettamente cosa ho pensato nel momento in cui l’ho scattata, e ovviamente le foto che mi piacciono di più sono quelle che corrispondono a ciò che volevo davvero fare al momento dello scatto. Quello che vuoi fare lo sai solo tu. Dunque si crea un rapporto molto intimo tra te e ciò che hai creato. Oltre al pensiero che crea valore nella pellicola, c’è poi la grana che è una materia vera e che come ogni materia può creare un’emozione attraverso la forma. Il pixel non è una materia.

Hai mai provato a stampare?

Purtroppo non veramente, ma ho seguito Stephane C. in camera oscura. È una cosa molto molto affascinante. Stephane stampa foto in bianco e nero molto contrastate che hanno sempre una vignettatura intorno. In camera oscura lui realizza molti effetti con le mani, muovendole in maniera fluida sotto l’ingranditore al buio come un illusionista. Rispetto alla stampa, sto lavorando insieme ad un collettivo di persone per aprire una camera oscura in un nuovo spazio culturale a Prato in cui sono coinvolta e che si chiama Zappa! A Parigi costa troppo caro affittare una camera oscura e le case sono troppo piccole per stampare in proprio. Quindi perché non sfruttare i vecchi capannoni pratesi abbandonati dalla crisi? Terminando il processo di creazione in camera oscura una foto diventa a tutti gli effetti un oggetto unico e irripetibile. E questo concetto mi interessa molto, anche se non sono ancora al punto di considerare le mie foto come opere d’arte. Ho un rapporto molto complicato col concetto di arte.

Hai mai fatto pubblicazioni?

Recentemente ho fatto delle piccole pubblicazioni autoprodotte per gruppi musicali francesi tra cui Les Rèveil des Tropique et FareWell Poetry. Una sorta di fanzine fotografiche in collaborazione con Lèa Neuville, con la quale ho anche tentato l’esperienza della street art tappenzando di notte l’undicesimo arrondissement di Paris con le nostre foto. Mi è piaciuto molto stampare le foto come delle grandi fotocopie e trovo che sia molto interessante il contrasto tra la qualità della pellicola e la stampa low fi in copisteria. Altrimenti alcune mie foto musicali sono state pubblicate su riviste estere come Serge o Rockarolla. Ultimamente poi sto cominciando ad uscire dal guscio partecipando a concorsi fotografici e sono orgogliosa di essere tra i prescelti di Limes Images che prevede la pubblicazione di un libro stampato in 500 copie.

Il tuo rapporto con la musica mi sembra una componente così fondamentale nella tua vita, non solo per la fotografia.

È da quando ho 16 anni che ascolto musica rock. Per me uscire la sera vuol dire andare a vedere concerti. In fondo in fondo nella vita avrei voluto suonare, cosa che ho sublimato fidanzandomi con dei musicisti (ndr ride) e crescendo un fratello musicista (ndr Mirko Maddaleno del gruppo Blue Willa) che si è addormentato per 20 anni accanto a me a suon di David Bowie e Velvet Underground ahahha. Poi mi piace proprio l’esperienza in sé stessa del concerto, l’esperienza collettiva al buio in una sorta di trans, che è un po’ come quella del cinema. In generale credo proprio di essere affascinata dall’essere musicista, dal talento e la dote di prendere uno strumento in mano ed esprimersi, qualcosa di te che da dentro fuoriesce in maniera così immediata. Che è un po’ come la danza credo.

Hai mai provato a suonare?

Sì, mio fratello ha cominciato a suonare sulla mia Ibanez elettrica, mentre quella acustica non so dove sia finita, ma è stata regalata a un mio grande vecchio amore che vive a Londra. Comunque con la chitarra ero completamente negata, non ci siamo proprio, ho cominciato a 18 anni suonare e ho fatto anche quell’esperienza che fanno le pivelle di mettere sù un gruppo di sole donne , queste cose tristissime (ndr ride). Ma è durata molto poco, due o tre anni. Però provo grande ammirazione per chi suona.

Il rapporto col video è prettamente lavorativo?

Il video è proprio il mio lavoro, anche se mi fa un po’ effetto dirlo. Mi sono laureata in storia del cinema e secondo alcune teorie del cinema il montaggio veniva identificato come l’essenza stessa di quest’arte. Per questo, uscita dall’università, ho fatto un corso per diventare montatrice. Poi il digitale ha portato veramente a una semplificazione dei mezzi, per cui se prima ognuno aveva un ruolo specifico nel cinema, molto distinto e diverso degli altri, con il digitale tutti hanno iniziato più o meno a fare tutto. E mi sono accorta che sempre di più mi chiedevano di fare riprese o di curare video dall’inizio alla fine. Quindi mi sono comprata una telecamera e lì, a differenza della chitarra, devo dire che ho scoperto di esser dotata, cioè nel senso che a me le mie riprese piacciono. Credo di avere un modo abbastanza personale di filmare, poi “raccontare” è un’altra cosa, e in questo campo ho ancora km e km di strada da percorrere. Mi capita comunque di fare lavori personali anche con il video. L’ultimo riguarda ancora una volta la musica e si chiama Ignore the noise in the amp (or how Blue Willa made an album with Carla Bozulich). Si tratta di un piccolo documentario, un viaggio notturno all’interno del processo di creazione artistica che ha portato alla realizzazione dell’ultimo album dei Blue Willa.

Perché prima mi hai detto che hai un rapporto complicato con l’arte?

Keith Richards ha detto “For me art is just short for Arthur”, per me la parola arte è soltanto il diminutivo di Arthur. Io sono una grande fan di Keith e della sua leggerezza e questa maniera di approcciarsi all’arte, in qualche modo ignorandola come categoria è una cosa che mi appartiene. Sinceramente, cosa è arte e cosa non lo è, non lo so assolutamente. Ci sono cose che mi piacciono o no, che mi smuovono qualcosa o mi che lasciano indifferente, mettiamola così. Quindi non sapendolo, lo dico sinceramente, non mi interessa giudicare il mio lavoro in termini artistici o meno. Sono proprio della scuola It’s only rock ‘n’roll but i like it. Credo però che rispetto a questa mia attitudine ci sia anche una punta di insicurezza, in fondo a non dichiararsi artisti non si deluderà mai nessuno. Nel mio restare nascosta c’è sicuramente anche una paura di esporsi.

Direi che è un misto di umiltà e insicurezza.

Sì. E devo dire che Parigi mi ha aiutato ad aprirmi. Ci sono tante persone in Francia che sognano ancora di poter vivere della propria arte, anche con umiltà. In Italia ho l’impressione che abbiamo smesso di sperarci. Ed è chiaro che tutto questo pessimismo nei confronti della cultura non è assolutamente motivante. Almeno per me.

Sei andata via per questo?

Sicuramente anche per questo. Sono andata via in un momento in cui mi sentivo piena di energia e questa vitalità non riusciva a trovare un corrispettivo all’esterno. L’esterno per me (l’Italia, Prato) rappresentava un blocco. Parigi invece è un posto in cui se lanci un sasso trovi molte persone pronte a raccoglierlo. La gente ti motiva e non ti dirà mai di non portar avanti un progetto perché già c’hanno provato in cento e non funziona.

Credi di aver trovato la tua città?

Non so se Parigi è la mia città, ma continuerò a viverci ancora e poi si vedrà. Per ora va bene, quando Parigi mi stancherà magari l’Italia avrà avuto un risveglio culturale e allora tornerò. Tutto può essere. Sicuramente a Paris mi sento più libera di sperimentare, e “fare” per me vuol dire soprattutto questo.

Un’ultima domanda. Mi spieghi com’è che a voi fotografe non piace mai esser fotografate in viso?

È semplice e non è legato al fatto che io stessa faccia foto. Non mi piaccio. Mi rivedo in foto e vorrei scomparire dalla faccia della terra. E in più mi distrugge l’idea che qualcuno possa stare in solitudine ad osservare una mia foto e scoprire tutti i miei difetti. Dare una foto di te a qualcuno è come lasciarsi guardare nel sonno. Ed io per questo sono sempre l’ultima ad addormentarsi. 


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ENG

When I asked Pamela if I could interview her and take some pictures of her she said ”Do you develop the photos by yourself?” When I told her I don’t she replied ”ok, then we do an interview about how to develop the photos at home, not about me , okay?”. Things went a bit different.

Instructions for use?

Rule number one and the most important one: the film cannot be opened to the light, otherwise it becomes transparent. It must be done in a completely dark place. If it’s not possible, as it was at my place in Paris, you can use the so called changing bag. It is a sort of box or black bag where you can put your hands and all the material you need to work, in complete darkness. Here is the material you need: the film, the spiral and the cylinder / tank . After putting all the necessary in the changing bag, the first step is to open the film to extract the negative, pulling strong the tab along the roll (or with others methods you can find in every developing guide) . With your hands look for the spiral and completely wrap the film around it and then close the spiral inside the cylinder / tank. Now you can remove the cylinder from the changing bag. It is an easy process, the most difficult part is actually to wrap the roll around the spiral because it could clog and  it is easy to get mad about it. You will see, it is a bullshit. Anyway I advise you to start practicing with unused films.

What products do I need?

To develop you need two chemicals where the film should stay for a certain amount of time and to a certain temperature inside the cylinder: the developer that makes the image appear in the negative, and the fixer that fixes it on film. Better the fixing is done the longer the film lasts in time, otherwise the image is likely to fade away. I use Ilford microphen products to develop, but there are different kinds of brands, with different characteristics. To develop a film you need 300 ml of product inside the cylinder. The liquid must be between 20 and 25 degrees, you must know that the more you increase the temperature the more the time decreases and the contrast increases. Each film must be developed for a certain amount of time, according to the type of product and the type of film. All the details can be found in appropriate tables on websites or product’s packages. For example, with a Tmax 400 the  Ilford table tells you to develop at 20 degrees in 7, 10 or 15 minutes. The choice of time depends on the product dilution.

To start.

Take a stopwatch, put the product in the cylinder, close it and press start. Overturn the tank gently  for 30 sec ( ndr she turns it upside down  head up, head down, head up), then I rest it. At the end of the first minute I overturn it again for 4 movements and I rest, at the end of the second minute I do it again, and gradually the same steps until the tenth minute. It is recommended to beat the cylinder when resting, to avoid air bubbles. Expired 10 minutes, open the cylinder, throw the liquid away, and put water, overturn it for 30 seconds so that the developed liquid  goes completely away. Now you are ready for the fixing part.

How does the fixing work?

First, the diluated product should be around 20 degrees, not under 18 . Exact same procedure of overturning the tank for 10 minutes as for the development. Once it’s done, you need to rinse it well. I use thie Ilford method: open the tank, remove the fastener, put it back in its bottle because you can use it again (about for a dozen films), put 300 ml of water inside the cylinder, overturn it gently 5 times and throw the water away, then 10, 15, 20, 25 times.  You can also throw in two drops of soap or detergent and make the water go. At that point, pull out the film very gently because it is wet and quite sensitive, hang it on a clean surface to keep it quite straight. Leave it there until it’s dry, usually it will take around three hours, and you’re done.

It seems complicated.

It is simple instead. It’s just scary the first few times, because the film looks precious and delicate. Actually if you are wrong the pictures are lost forever, and it’s a terrible feeling. Once I inverted the liquids. When I noticed it I realized those pictures where gone forever, I was desperate. You lose something you won’t find ever again. However, at the beginning, when I was not as good as now in wrapping the negative, I develop some pictures with the sign of my mistakes: some graphic circles that actually looked quite beautiful for me. There are photographers who inter films for a month, some leave the films to the sun, to the rain, so don’t be too afraid. If you want pictures of extreme precision you have digital photography.

Most of your photo are taken at concerts.

Yes,  I use very often the kodak Tmax3200 (just out of the market),  they have very concrete grain to resume low lights. At concerts you are pretty much obliged to have a 3200 ISO because you can’t use the flash. In my case I don’t have objectives that can open a lot, so I need to compensate with very slow speed. I don’t work for newspapers or similar, so I can be free to have very blurry images. Instead of making it a limit I made it a characteristic. And I think it even embraces the concert experience.

When did you start photographing on film?

Less than two years ago.  Actually I started at 18 years old  with a pentax k1000, when the film was still commonly used. I was already taking concert photos, not necessarily in black and white. The black and white is a choice due to home development, but of course it doesn’t depend only on this. The blurry image, the subject and the black and white together help to remove the patina of realism to the photo, which is what I look for, consciously and unconsciously. When digital photography get the better I must admit I didn’t find myself so comfortable. At that time I didn’t think about developing the photos myself so I stopped taking pictures. I start working with video and when the 5d mark II ( a camera that films with photographic objectives) was released I found myself again with a photo camera in my hands. So, without really thinking about it, I started again to take pictures.

So do you start again with digital photography?

Yes and almost exclusively at concerts. Then in Paris  (ndr where she lives since four years) I met FareWell Poetry, a french band, and Jayne Amara Ross, a poet and film maker who develops her own super 8 and 16 mm movies. She convinced me to start developing on my own, and that was the turning point. I’m sure the first thought of many people that want to start with analog is about  the costs of film, developing and printing. It’s easy to go back to analog and reduce the costs if you develop by yourself. Then there was another important person, a Parisian photographer whose name is Stephane C. He takes pictures with films and prints them himself.

Does the development still excite you?

Although I develop since two years, each time I open the tank I am scared I will have any pictures. But then when I  unroll the film and I see the photos in transparency I get excited as a child who sees something magical. Obviously, hardly anyone takes pictures of concerts in analog, since they should be fast released for newspaper. I don’t care about being fast. It takes circa 30 min to develop a film and the choice of a picture is much faster because less pictures are taken. In digital I was taking at least 500 pictures during a concert and I am not exaggerating. In analog you shoot a roll of film, maybe two. Behind the picture in analog there is a whole other thought. Another value. So much so that during the last concerts I choose one or two pictures maximum. The real challenge for me is to tell my experience of a concert, to represent in one image the music seen and listened. That’s why my blog is called “Can you hear the music?”.

What do you love about film roll?

I love the strong link between the single photo and the moment you take it. When I look at my pictures I know exactly what I thought when I took the photo and the most successful picture is especially the one corresponding to what I really wanted to do in that specific moment. You are the only one who knows what to do. So there is a very intimate relationshiop between you and your creation. And there is also the grain, which is a true material creating an emotion trough a shape. Pixel are not material.

Have you ever tried to print by yourself?

Not really unfortunately, but I followed Stephane C in the dark room. It’s something so fascinating. Stephane prints black and white pictures with high contrast and with a vignetting around. In the dark room he creates lots of effects with his hands, moving them fluidly like an illusionist. Anyway I am working together with a collective of friends to open a dark room in a new cultural space in Prato named Zappa!. In Paris is too expensive to rent a dark room and apartment are too small to print by yourself. So why can’t we use the abandoned old factories of Prato? After the process of creation in the dark room a picture becomes a real unique object. This is the concept I love about it even if I don’t consider my pictures pieces of art and have a complicated relationship with this word.

Have you ever had publications?

I recently started some small publications for French music bands like Les Rèveil des Tropique and FareWell Poetry. It’s a sort of photographic fanzine in collaboration with  Lèa Neuville. We even had the experience of night street art, printing out lots of pictures for the walls of the Parisian eleventh arrondissement. I find it interesting, the contrast between quality of the film and low fi print. Some of my musical pictures were published for Serge and Rockarolla. Lately I even send some of my pics to competitions, and I am proud to have been select by Limes Images.

Your relationship with music seems such a fundamental component in your life, not just for photography.

I listened rock music since I was 16 years. For me going out at night means going to a concert. I always wanted to play music, that’s why maybe all of the boyfriends I had were musicians and my brother is a guitarist (ndr Mirko Maddaleno of Blue Willa). For 20 years he fall asleep next to me with David Bowie and Velvet Underground ahahha. Then I really like the experience of the concert itself, the collective experience in a dark place like the cinema. In general I think just to be fascinated from the fact of being a musician, for the talent and the ability to pick up an instrument and express yourself, something of you that comes out from the inside. Which is a bit like in dance I think.

Did you ever try to play an instrument?

Yes, my brother started playing on my electric Ibanez, while the acoustic guitar I don’t know where it is now, I gave it to a old love of mine who lives in London. However, I was completely bad with it, I started at 18 years and I even created a girlband. It was such a sad thing ( ndr she laughs ). It lasted few years. Anyway I really admire who plays.

Which is your relationship with the video?

Videomaking is my job, even if it’s a bit weird for me to say. I graduated in film history and according to some theories editing was the essence of this art. That’s why after I graduated I took a course in video editing. If everyone had a specific role in making movies before, very distinct and different from others, with the digital everybody started to do more or less everything. I realized that more often I was asked to shoot a video and to take care of it from the beginning to the end. So I decided to buy a camera and there, unlike the guitar thing, I must say I realized to be endowed. I think I have a personal way of filming, then I know that to tell a story it’s completely different and that I still have a long way to walk. I also make some personal video work. The last one I did Ignore the noise in the amp (or how Blue Willa made an album with Carla Bozulich) is a short documentary, a night travel inside the artistic creative process that brought us the last Blue Willa album.

Why did you say you have a complicated relationship with art?

Keith Richards said: “Art is just short for Arthur”. I’m a big fan of Keith, of his lightness and way of approaching art, somehow ignoring it as a category. It belongs to me. I sincerely don’t know what is art and what is not. There are things that I like or I don’t, that move me or leave me indifferent, put it this way. So I say this sincerely, I don’t care to judge my work in artistic terms. I’m really from the school ”It’s only rock ’n’roll but I like it” . I also think there is a sort of insecurity, it’s easy to not declare your work art and to not disappoint anyone. Being shy is certainly also a fear of exposure.

I would say it is a mix of humility and insecurity.

Yes it could be, and I have to admit that Paris helped me to open myself. A lot of people in France still believe they can live with their art, even in humility. In Italy I have the impression that we gave up hope. It’s clear that all this pessimism towards culture is definitely not motivating.

Did you leave Italy because of this?

Surely for that too. I left in a moment for me full of energy, but this vitality couldn’t find a consideration outside. The external for me ( Italy, Prato) represented a block. Paris is instead a place where if you throw something you can find many people ready to catch it. People motivates you and will never tell you to not follow your project because many tried already and didn’t work .

Do you think have you found your city?

I don’t know if Paris is my city, but I will continue to live there and then I’ll see. For now it’s okay, when I will get tired of it maybe there will be a positive change in Italy and I will be back. Anything can be. Surely in Paris I feel more free to experiment, and ”do” for me means mostly that.

A last question. Can you explain me why photographers usually don’t like to show their faces in pictures?

It’s simple and it’s not because I usually take pictures. I don’t like me. When I look at myself in a picture I want to disappear. Plus it really upsets me the idea of somebody  looking at a picture of me all alone. Give a picture of yourself to someone is like letting him watch you sleep. That’s why I am always the last one to fall asleep.