bill self

An Ode To Allen Fieldhouse

Twas the minute before tip-off, when all through the gym

Not a player was shooting, untouched were the rims.

The students were standing in their crimson and blue

In hopes that the dunks soon would ring true.

With a blue checkered tie, with such knowledge and skill

We knew in a moment, it must be Coach Bill.

More rapid than eagles his players they came,

And he whistled and shouted and called them by name!

Now Lucas!

Now Mari!

Now Perry and Frank!

On Embiid!

On Tarik!

On Selden and Wiggs!

We sprang to our feet, on our feet we did cheer!

And the players were dancing, their happiness clear.

That’s when we heard Coach yell, with all of his might

“Rock Chalk to all, and to all a good night!”

Shut Up, Dude

Steve Kerr just said something to the effect of no one expected Kansas to get knocked off like this. Really, Steve? Have you watched the tournament the last 8 years? I absolutely expected this. I’ve been waiting for it. I KNEW it would happen, because that’s Kansas under Bill Self. Self took over in 2004 and has had the following results:

2004: (4) Kansas eliminated in the Elite Eight by (3) Georgia Tech

2005: (4) Kansas eliminated in the 1st rd. by (13) Bucknell

2006: (4) Kansas eliminated in the 1st rd. by (13) Bradley

2007: (1) Kansas eliminated in the Elite Eight by (2) UCLA

2008: National Champion

2009: (3) Kansas eliminated in the Sweet Sixteen by (2) Michigan State

2010: (1) Kansas eliminated in the 2nd rd. by (9) Northern Iowa

2011: (1) Kansas eliminated in the Elite Eight by (11) VCU

In eight years, they were never ranked lower than a four, and half the time they’ve been ousted by a team seeded in the bottom half of their bracket. Only twice were they knocked off by a higher seed, and they have that NC. They seem to have the talent every year, but get out coached and outplayed more often than not. 

Hunger Game

Di: Dario Vismara

“Growing up, I wasn’t that kid that was a fighter or anything like that.”
Ben McLemore

25 dicembre 2012

È Natale. Tempo di regali, di buoni sentimenti, di grandi abbuffate. Di famiglia.

Nel freddo di Wellston, un sobborgo che non volete visitare di St. Louis, Missouri, tre fratelli si stanno mettendo in macchina. Li aspetta un viaggio di un'ora e mezza per raggiungere un'altra cittadina, Potosi, per andare a trovare un loro parente e passare con lui il Natale.

Alla guida c'è April, la sorella maggiore.
Sul sedile posteriore siede Kevin, il più piccolo.
Davanti c'è Ben, il mezzano.

In macchina c'è una gran puzza di pollo fritto. Trattasi del regalo di Natale e di compleanno della persona che stanno andando a trovare, che di pollo è a dir poco ghiotto.

Quella persona si chiama Keith, Keith Scott. È il fratello più grande della famiglia e questo Natale coincide con il suo 26esimo compleanno. Il terzo che sta passando dietro le sbarre del Potosi Correctional Center, un carcere di massima sicurezza a 70 miglia a sud di St.Louis.

Nelle giornate tutte uguali di Keith esistono solo due privilegi. Il primo: un posto nella squadra di basket del carcere, che tutti i pomeriggi del sabato partecipa al campionato dei penitenziari. Il secondo: una piccola televisione in cella, dalla quale può seguire la pallacanestro universitaria. Ogni tanto, quando ci sono partite di college importanti su CBS o ESPN, prova a convincere gli altri carcerati a girare su quei canali sulla grande tv della sala comune per seguire i Kansas Jayhawks.

Perché proprio i Jayhawks? Perché lì gioca il suo fratellino, Ben McLemore. Sì, proprio il mezzano di prima. Il 23 d'ordinanza sulle spalle, tiri e schiacciate come se piovessero, la stella designata di Kansas. Anzi, non solo: “il giocatore più talentuoso che io abbia mai allenato”, come lo definisce il coach Bill Self – uno che ha avuto tra le mani 17 giocatori NBA negli ultimi 10 anni.

La maggior parte delle volte gli altri carcerati non gli credono e Keith, piuttosto che mettersi a discutere con assassini, stupratori e futuri condannati a morte, torna in cella a seguire le partite sul suo piccolo televisore.

Per vedere che suo fratello, a differenza sua, “ce l'ha fatta”.

Ma Keith come è arrivato in quel carcere?

Per arrivare a quegli episodi bisogna prendere qualche passo di rincorsa tornando a Wellston, Missouri.

LA VISTA DA CASA MCLEMORE

“Quando la gente non ha molto fa cose folli.
Violenza, crimini, droga, proiettili, risse: a Wellston c’era di tutto.”

Non esistono parole migliori di quelle di Ben per descrivere Wellston, il sobborgo in cui è cresciuto.

Ben viveva nella vecchia casa della nonna, la più piccola abitazione di Wellston Avenue. Una casa talmente trasandata che ci si chiedeva se non fosse una dépendance della protezione animali, visti quanti cani randagi giravano lì intorno. Basta così? Non avete ancora visto l'interno.

Gli inquilini ufficiali della casa erano sette: i già citati Ben, Kevin e April, Keith, e altre due sorelle, tutti agli ordini di mamma Sonya Reid. Vi basti sapere che i cognomi dei figli non sono necessariamente tutti uguali, e che di figure paterne in giro non se ne vedevano da un po’.

In compenso in quella casa passavano tante altre persone: cugini, parenti più o meno stretti, amici in cerca di un tetto sopra la testa. Non si dormiva mai in meno di dieci in casa. Peccato che i metri quadrati a disposizione della squadra fossero cinquantacinque (cinque-cinque) e il letto uno, con tre gambe - la quarta era fornita da una pila di libri, traballante.

La madre lavorava la sera come spazzina al Busch Stadium di St.Louis, dove giocano i Cardinals di baseball. Il fratello maggiore, Keith, passava da un lavoretto all'altro cercando di guadagnare qualche soldo dalle riparazioni di motociclette o macchine. Ben e Kevin, ancora piccoli, facevano quello che trovavano in giro per il quartiere: lavavano automobili, tagliavano l'erba, portavano fuori la spazzatura per i vicini. Tutto quello che serviva per togliersi quale sfizio e, soprattutto, per mangiare.

“Potevano passare anche uno o due giorni senza avere niente nel frigorifero.
È una sensazione orribile morire di fame.
Inizi ad avere dei terribili dolori allo stomaco, degli
‘hunger pains’.
E ti incazzi, perché ti chiedi
’come faremo a mettere del cibo in tavola stasera?’.
 Inizi ad avere scatti d'ira improvvisi contro chiunque. E subito dopo non hai voglia di fare niente. Diventi apatico. Succede, quando non hai niente da mangiare.
Spesso il mio unico pasto della giornata era quello che potevo consumare a scuola, gratis”.

Ma mangiare non era il solo problema in casa. C'erano le bollette da pagare – e più di una volta mamma Sonya dovette vendere i buoni alimentari passati dai sussidi statali per poter pagare luce e acqua.

Già, l'acqua. Quando non ce n'era di calda, i membri della famiglia di Ben facevano così: riempivano la vasca di acqua fredda, poi riscaldavano delle grosse ciotole di acqua nel microonde o pentole sui fornelli per versarle nella vasca e portare un po’ di calore. Non durava mai più di qualche minuto.

Quando d'inverno non c'era il riscaldamento, se possibile, era ancora peggio. Gli inquilini si riunivano tutti attorno alla stufa al cherosene in salotto, con diversi strati di vestiti e di coperte addosso, cercando di prendere sonno non appena il calore della persona vicina e del loro stesso respiro non lo rendeva possibile.

L'unico obiettivo in quei tempi difficili era sopravvivere. Sia dentro casa che fuori casa.

KEITH SCOTT

Keith è tutto quello che Ben non è, ed è tutto quello che Ben vorrebbe essere.

In poche parole, il suo idolo – dopotutto la sua è stata l'unica figura maschile fissa della sua vita.

Se Ben era un bambino dolce, tranquillo, sempre in casa e quasi “mammone”, Keith era il contrario. Estroverso, diretto, attaccabrighe. Arrabbiato con il mondo ingiusto in cui doveva vivere. Passava la maggior parte del suo tempo in strada, con gli amici, a bighellonare. Gli unici momenti in cui sfogava quella sua rabbia era in campo, dove “era davvero forte”, come ricorda ora Ben.

Aveva il talento per giocare al college e sarebbe potuto anche essere un giocatore di Division I. Poteva finire in televisione per una squadra di alto livello, magari, e giocare il torneo NCAA. Ma gli mancavano tutte quelle cose che devono esserci attorno a un giocatore che ambisce a una borsa di studio: la testa, le giuste amicizie e soprattutto i voti scolastici.

Venne allontanato diverse volte dalla squadra di basket di Wellston High School per aver provocato risse con i suoi compagni. “Ho sempre avuto un problema a gestire la mia rabbia”, dice ora Keith, aggiungendo “A quei tempi volevo solo… Dovevo dimostrare alla gente quello che valevo”.

Dopo la morte di un cugino a cui era legatissimo - Jewel Boyd, ucciso a pochi isolati di distanza dalla casa di Wellston Avenue - la rabbia di Keith trovò il suo sfogo. Quello sbagliato.

Il 27 aprile 2008 fu il giorno che cambiò per sempre le vite di Keith, di Ben e di tutta la famiglia McLemore.

I dettagli di quella serata sono contrastanti. Quello che è certo è che Keith e un suo amico scesero da una macchina al 1800 di James Harvey Lane, a mezzo miglio di distanza dalla casa di famiglia. Erano lì “per aiutare un amico in una disputa”, ma secondo le ricostruzioni poteva essere anche un tentativo di furto ai danni di Hezekiah Smith, il padrone di casa. O anche una rissa, con almeno 10 persone coinvolte per un “regolamento di conti”. Come detto, non è chiaro.

Di sicuro c'è che Keith aveva una pistola. E la usò. Sparò contro Smith, ferendolo gravemente ma non uccidendolo. E scappò da quella casa.

Una settimana dopo, la sera del 4 maggio, Keith insieme a un amico usò quella stessa pistola per sparare contro una macchina che li stava puntando. Partirono non meno di 12 colpi, di cui tre centrarono il veicolo. Pare che ci fossero a bordo degli agenti antidroga in borghese. Lui non ha mai ammesso di aver sparato quei colpi, ma la pistola a cui la polizia è risalita è la sua. In ogni caso, brutta mossa.

Una sera di maggio la polizia si presentò a casa McLemore, minacciando di buttare giù la porta. Presero Keith con la forza. Venne portato a processo poco dopo. I capi d'imputazione per il primo episodio: violazione di domicilio di primo grado, aggressione di primo grado e azione criminale armata. Quelli per il secondo: aggressione di primo grado e azione criminale armata. Si dichiarò colpevole per il primo caso e chiese la “Alford plea” per il secondo, per cercare uno sconto di pena pur senza aver ammesso esplicitamente il reato.

L'accusa chiese 25 anni di carcere. La sentenza gliene diede 15, di cui almeno l’85% da scontare in un carcere di massima sicurezza.

Ben, a quel tempo 15enne, ne uscì distrutto. “Non avere cibo per un paio di giorni, o non avere luce, o acqua, sapevo che sarebbe durato per qualche tempo… ma poi sarebbe tornato. Quando hanno preso mio fratello non sapevo se lo avrei mai avuto indietro. Non so nemmeno quando tornerà a casa. È stata la peggior sensazione della mia vita, e la provo ancora. Ogni singolo giorno della mia vita.

Con Keith in carcere, a Ben venne chiesto di crescere in fretta. Ora era lui l'uomo di casa, ad un'età in cui al massimo ai suoi coetanei era chiesto di portare a casa buoni voti e di non fare troppe cazzate con le ragazze.

Ma l'obiettivo di Ben ormai era diventato un altro. Nel vicino campetto, chiamato The Spectrum, lui dominava tutti i suoi avversari.
Come Keith prima di lui.
Come lo zio Daniel Reid, stella alla locale high school negli anni '80 quando era soprannominato “Danny Manning”.
E, soprattutto, come l'introvabile papà Ben. Il più forte giocatore che The Spectrum abbia mai visto. Un 20enne super atletico (ricorda qualcosa?) che i bambini della zona chiamavano “Donkey Kong”.

Tutti forti eh, ma poi è arrivato Ben McLemore III.

“LUI È IL SIMBOLO DELLE NOSTRE DIFFICOLTÀ”

A Wellston la vita continuava – violenta come sempre: “Dopo l'arresto di Keith ci furono degli omicidi nel quartiere, con proiettili che volavano ovunque. Forse è stato un bene che mio fratello non fosse là fuori: sarebbe potuta andare peggio” dice Ben.

Le qualità di McLemore in compenso, nel chiuso della palestra di Wellston High School, stavano sbocciando. Jeff McCaw, che proprio in quel liceo vinse il titolo statale nel 1988 ed è uno nato&cresciuto a Wellston, ha appena accettato il lavoro che nessuno voleva, ovvero quello di allenatore del liceo più povero e malfamato della zona di St. Louis. Era venuto a sapere che il figlio del suo vecchio rivale a The Spectrum era uno buono per davvero, anche se non tutti se ne erano accorti – Ben stesso per primo.

A quei tempi Ben, essendo il più alto della squadra, giocava da lungo. Darius Cobb, uno che ora McLemore non vuole vedere neanche in cartolina (è un’altra storia, una brutta storia), ai tempi della AAU gli concedeva solo di “prendere i rimbalzi e mettere la palla nel canestro”. McCaw cambiò l'impostazione di McLemore: non più ala-centro, ma guardia pura. Ne cambia lo skillset, facendolo lavorare sul palleggio e soprattutto sul tiro: “Da piccolo tiravo malissimo, ma coach McCaw ha cambiato la mia impostazione del corpo e il mio rilascio, facendomi aggiungere tanta rotazione sulla palla”. La dieta prevedeva 5.000 tiri a settimana, tutti con la stessa routine: salto, rilascio, swish. Salto, rilascio, swish. Salto, rilascio, swish.

Un giorno, giusto per ricalcare un po’ il concetto, coach McCaw caricò Ben in macchina e lo portò a vedere una partita di AAU. In campo c'era un ragazzo veramente forte, con cui avrebbe poi anche giocato: il suo nome era Bradley Beal. Sì, quel Bradley Beal terza scelta assoluta dello scorso Draft e attuale/futura stella di Washington, che ha tirato da fuori ai livelli dei miglior giocatori della NBA già nel suo primo anno. “Lo vedi quel ragazzo?  Quello è un futuro giocatore NBA, e tu devi diventare come lui. Anzi, più forte di lui” disse il coach all'orecchio di Ben.

Il quale recepì il concetto.

Al suo anno da junior, giocando da esterno e con il nuovo tiro, ne segnò 28 a sera. Non vinse il titolo statale ma non gli venne data neanche l'opportunità di provarci all'ultimo anno: Wellston High School venne chiusa, l'edificio stava cadendo a pezzi e i voti medi erano troppo bassi. Gli studenti della scuola vennero lasciati per strada, letteralmente. Se Ben non avesse avuto tutto quel talento nel basket, chissà dove sarebbe finito.

Per McLemore, di cui ormai si parlava come “il ragazzo che metterà Wellston sulla mappa”, venne il tempo di prendere una decisione per il suo ultimo anno di high school. Decise di andare a Oak Hill, il famoso liceo battista tra le montagne della Virginia da cui sono passati, tra i tanti, anche Kevin Durant, Carmelo Anthony e Rajon Rondo. Durò poco e finì la sua stagione alla Christian Life Center Academy di Houston, la sua ultima tappa prima del college.

Già, il college. Le grandi università avevano già preso nota di questo ragazzo super atletico con un tiro che richiamava paragoni con quello di Ray Allen, ma ce n'era una che aveva già preso un discreto vantaggio sulla concorrenza. Prima del suo anno da junior i Kansas Jayhawks avevano invitato questo ragazzino di St. Louis per un campus a cui parteciparono anche i gemelli Morris, Marcus e Markieff. L'inizio fu titubante e su di lui iniziarono a levarsi le prime domande, ma entro la fine della settimana li avrebbe già messi a tacere tutti, tenendo benissimo il campo contro i due futuri giocatori NBA. Il coaching staff si interessò del ragazzo, con i risultati che si scopriranno solo tre anni dopo.

Quando firmò la lettera d’intenti per Kansas, McLemore era considerato il 49esimo prospetto dell’intera nazione secondo ESPN. Non un brutto risultato per uno uscito da Wellston, ma neanche lontanamente vicino al suo reale valore. Ben era intenzionato a dimostrarlo, ma prima ci fu un intoppo. Un grosso intoppo.

Il fatto di aver cambiato tre high school nel giro di un anno si rivelò un problema per Ben, perché le trascrizioni dei suoi voti accademici erano, per così dire, volatili. La NCAA gli impedì di far parte della squadra e fu costretto a osservare i compagni dalle tribune, unendosi a loro per gli allenamenti solo nel secondo semestre.

In una squadra che arriverà fino alla finale NCAA e che poteva contare su due futuri giocatori NBA come Tyshawn Taylor e Thomas Robinson, Ben McLemore in palestra era testa e spalle il migliore di tutti. A capirlo subito fu Larry Brown – sì, anche nella NCAA si è sempre a due gradi di separazione da Larry B -, che nei colloqui con il suo discepolo Bill Self gli disse: “Tu hai idea di cos’hai per le mani, vero?”.

Se ne sono accorti tutti l’anno dopo. Fanno 16 di media in 32 minuti di utilizzo, il massimo mai registrato da un freshman a Kansas, con il 50% dal campo, il 42% da tre e l’87% ai liberi. Più 5 rimbalzi, 2 assist e un recupero a partita.
Ne ha messi 22 sul campo di Ohio State (chiedete al nostro Amedeo Della Valle se se li ricorda) tre giorni prima di Natale, ovvero del compleanno di suo fratello Keith.
Altri 33 con 6/6 da tre contro Iowa State il 9 gennaio.
Ancora 30 con 6/10 da tre nel giorno del suo compleanno contro Kansas State.
Massimo stagionale contro West Virginia a 36 e 12/15 dal campo.

Un’iradiddio. Atletismo, tiro, talento. Una facilità nel mettere punti a referto vista raramente anche laddove è passato Paul Pierce. Per lui si parla già di prima scelta assoluta al Draft di giugno, ma come sempre c’è un ostacolo da affrontare, questa volta non fuori ma dentro di sè: la sua personalità.

Già, perché il grande difetto di Ben McLemore è che non è un giocatore aggressivo. Non azzanna la partita, non vuole vedere il sangue del suo avversario, ha problemi a imporre il suo gioco e il suo talento sulla partita nonostante sia quasi sempre il miglior giocatore in campo.

Paradossalmente (o forse no), lui che passava i giorni senza mangiare non ha fame.

Prova ne sono che le sue cifre, dai 19 punti di media col 55% al tiro in casa, in trasferta precipitano a 13  e 43%. O ancora: nell’ultima partita della stagione, alle Sweet 16 contro Michigan, ha segnato 20 punti in meno poco meno di 30 minuti, dando un vantaggio in doppia cifra ai suoi fino a 10 minuti dalla fine. Da lì in poi zero punti e un solo tiro tentato, sbagliato, a 39 secondi dalla fine, lasciando a Michigan la possibilità di rientrare, pareggiare con Trey Burke da nove metri e poi vincere all’overtime. E i dubbi hanno continuato a montare.

Il suo ambiente lo ha reso così, come ha dichiarato nella conferenza stampa per l’annuncio del suo addio a Kansas, rispondendo alla domanda se la mancanza di aggressività fosse il suo difetto maggiore. “Assolutamente sì. Crescendo, non sono mai stato quel tipo di bambino che era un guerriero o cose simili”. Un bambino insicuro, spaventato, intimorito. Da quello che gli era successo, da un’infanzia di povertà, dal non avere un padre, dall’aver visto il fratello-idolo portato via dalla polizia quando aveva 15 anni. Dall’aver dovuto fare i conti con le aspettative di una famiglia (e di una città) che poteva essere portata fuori dalla povertà solo grazie a lui, che ha appena compiuto vent’anni.

Molti giocatori che sono cresciuti nelle sue stesse condizioni (o anche peggiori) usano quelle esperienze per essere feroci in campo, per sfogare quella rabbia e combattere contro un destino ingiusto e per un futuro migliore. Proprio come faceva Keith. Ben McLemore no, e questo è considerato (per certi versi ingiustamente) il suo difetto principale, quello che fa storcere il naso agli addetti ai lavori.

Estremizzando il concetto, il grande limite di McLemore è non essere uno stronzo, ma un bravo ragazzo.

Dice Bill Self: “A lui importa tanto di quello che gli altri pensano. Odia perdere e di sicuro lavora tantissimo per vincere. Ma non è un assassino. Non è quel tipo di ragazzo che vede se stesso come il ‘go-to guy’ e dice ‘Adesso mi prendo la squadra sulle spalle e vinco la partita’. Ma ci arriverà”.

Dice lui stesso: “Nei miei due anni a Kansas sono maturato molto. Sono un ragazzo umile e timido, ma il solo fatto di essere qui mi ha fatto crescere. So di dover essere più aggressivo, il coach non mi ripete altro. E so anche che al livello più alto dovrò farlo, altrimenti non ce la farò”.

Ben McLemore ha tutte le capacità per fare bene in NBA: è un grandissimo tiratore e tantissime squadre lo prenderebbero al Draft anche solo per il potenziale che ha mostrato nel suo anno a Kansas” ci ha raccontato il giornalista di USA Today Steve Kyler, un esperto quando si parla di Draft e prospetti NBA. “Non c’è una singola squadra con cui ho parlato che non pensi che McLemore sia uno dei migliori prospetti di questo Draft. Ma allo stesso tempo la competitività è un aspetto della personalità che le franchigie NBA vogliono approfondire il più possibile”.

Un altro ostacolo da superare, l’ennesimo della sua vita, forse il più difficile di tutti. Perché fare quel passo in più vorrebbe dire sconfiggere Wellston, che è una cosa che hai dentro di te, non fuori. Vorrebbe dire che anche da un ambiente del genere, che “ha prodotto tantissimi talenti da college che non ce l’hanno fatta” e che “potrebbe essere considerata ‘the best that never was’” (parole di coach McCaw), può uscire uno come lui. Colui che riscatterà se stesso, suo fratello Keith, la sua famiglia. Wellston tutta.

Lui è il simbolo di tutte le difficoltà che dobbiamo superare giorno dopo giorno”, ha detto coach McCaw.

Ben McLemore sarà pronto per superare tutto questo?

IL DRAFT

Il prossimo 27 giugno sarà il momento di svolta della vita di Ben. Una chiamata tra le prime cinque del Draft è assicurata, e da lì potrà prendersi cura della sua famiglia, comprando una casa grande, con il riscaldamento, dei letti per tutti e acqua calda ogni giorno.

Cleveland dovrebbe passarlo, avendo già scelto Dion Waiters nel suo ruolo. Si dice che gli Orlando Magic potrebbero prenderlo alla 2 (e lui ha lanciato grandi segnali d’amore verso la Florida), mentre gli Washington Wizards sono coperti con il suo amico/rivale Bradley Beal. Potrebbe scendere fino agli Charlotte Bobcats alla 4, o al massimo ai Phoenix Suns alla 5. Non oltre.

E tra i tanti televisori sintonizzati quella sera ce ne sarà uno un po’ più speciale degli altri.

Al quale arriverà poi una telefonata, di sicuro la prima dopo aver passato la gimkana di bacio alla mamma-cappellini-strette di mano con Stern-foto-interviste ed affini.

“Ce l’ho fatta Keith, sono in NBA. Non dovrai mai più tornare a Wellston, te lo prometto”.

Il cerchio si chiude.

Sembra una fine, ma la carriera di Ben McLemore è solo all’inizio.