bianca mosca

Sfogo

Mi piace pensare che le persone siano fondamentalmente buone, e che tutto nasca da un difetto nella trasmissione delle informazioni.
O meglio, non buone, ma sicuramente non mosse da un desiderio convinto di fare del male agli altri; che la gente sia mossa dalla ricerca del piacere personale è un dato di fatto, è dai tempi di Epicuro che si sa, ed ancora prima di lui c’erano scuole di pensiero volte a cercare o di combattere questa tendenza o di assecondarla.
Il piacere personale ha i suoi estremi: dal mistico che arriva a negarselo a tutti i costi, vittima di chissà quale fantasma mentale che fa sì di farlo illudere che privandosi di questo piacere possa ottenere una qualche ricompensa celeste, all’edonista puro, che non guarda in faccia niente e nessuno pur di sperimentare qualcosa di nuovo.
L’egoismo in quest’ottica è qualcosa da non confondere con la cattiveria, in quanto l’altro, la persona che viene danneggiata nella nostra ricerca di piacere, non viene neanche considerata: la persona è solo un mezzo, ed i mezzi si usano e poi si scartano una vola ottenuto quello che si cercava.
Di contro, in moltissime situazione un uso valido del dialogo tende a risolvere questi problemi: solo le persone che non vogliono sentire o che sono troppo bloccate in una loro visione del mondo sono più complesse da affrontare in questa maniera; normalmente queste due eventualità capitano quando una persona è ferita, ha sofferto, o semplicemente è egualmente egoista e concentrata nel proprio piacere, ignara che il suo piacere derivi dal volersi credere nel giusto a tutti i costi, anche quando questo giusto sia l’illusione che l’intero mondo ce l’abbia con lei. Rende in qualche maniera dei supereroi, dei protagonisti di chissà quale romanzo, illudersi che la vita si sia volontariamente accanita su di noi, noi su sei miliardi e passa di persone siamo stati scelti, siamo diversi, e quindi dobbiamo soffrire di più. 
Fortunatamente la vita non è un romanzo nè una canzone, quindi non esistono protagonisti nè antagonisti: nessuno di noi lo è, possiamo al massimo ambire ad essere un carattere, un segno d’interpunzione nel libro dell’esistenza. E già questo vorrebbe dire essere molto più di chi invece è rimasto solamente come polvere spazzata via dalle sue pagine.
Dato quindi per assodato che il mondo non ce l’ha con noi, ma semplicemente ci ignora, rimane il problema: a cosa arriviamo pur di sentirci meglio?
Siamo veramente migliori delle persone che accusiamo?
Ci interessa veramente sapere come stanno le persone a cui ci aggrappiamo per essere aiutati, o ci interessa solamente aggrapparci a loro per risalire le sabbie mobili dei nostri giorni peggiori, senza considerare la possibilità di essere noi in quel momento la causa del loro affondare maggiormente?
Questo è uno dei motivi per cui io apprezzo il dialogo, ma per cui odio le troppe domande: primo perchè non trovo necessario parlare di me, pago un analista perchè si faccia carico della mia ansia e della mia malattia, ed essendo un rapporto di lavoro, so che lui in quel momento è lì per me, ed io in quel momento sono lì per parlare.
Sarei tremendamente arrogante - ed anche abbastanza stupido - a pensare che un perfetto sconosciuto, od anche un mio caro amico, sia in grado di aiutarmi a risolvere ogni mio problema. Sta a me farlo, ed in caso parlare di altro a chi può realmente fornirmi risposte.
Ma, effettivamente, mi accorgo che passo per mosca bianca in questi frangenti.

Solet a despectis par referri gratia

L'applauso di quei poliziotti ai loro colleghi assassini, mi ha ricordato un'episodio di circa una decina di anni fa, quando lavoravo in una piccola struttura per anziani in provincia di Parma.
Senza scendere troppo nei particolari, era un luogo dove la maggioranza dei degenti erano quelli che con un comodo giro di parole erano definiti ‘psicogeriatrici’, cioè quelle persone liberate dai manicomi grazie alla Legge Basaglia e a cui, una volta diventati vecchi, il sistema sanitario nazionale forniva una sistemazione e cure del caso.
Era un ambiente molto caotico, con pazienti confabulanti che si aggiravano per i corridoi in gesti ripetitivi e spesso urlando, quindi il personale (ovviamente sempre inadeguato come numero) era sottoposto ad un grande stress emotivo ma, e lo dico con certezza, per tutti gli anni che ci ho lavorato non ho mai visto nessun operatore comportarsi in maniera violenta, nemmeno con i pazienti più aggressivi e deliranti.
Tranne uno.
Non sarebbe incidentale dirvi che nel piccolo paese che ospitava questa struttura, ogni gesto e ogni passo erano dosati per compiacere l'esponente politico del momento e che quindi tutto l'organigramma era costruito non su meriti personali ma meramente in base al peso politico della persona (io ero un'indefinibile mosca bianca forestiera che nessuno si azzardava ad avvicinare per un tentativo di compravendita).
In strutture come questa, ma in genere in tutti i luoghi di cura estensiva, il paziente è seguito dal punto di vista assistenziale e da quello medico rispettivamente da OSS (operatore sociosanitario) e da infermieri, che entrambi fanno capo al Responsabile delle Attività Sanitarie, che tutti conoscono con nome di Caposala.
Quest'ultimo individuo, un pessimo infermiere napoletano cacciato dal Cardarelli (conoscendo il clientelismo di quell'ospedale, non so se per merito o demerito) era solito rapportarsi in maniera molto sprezzante con i pazienti, salvo poi prostrarsi davanti all'assessore o al segretario di turno.
Poi sono cominciate a girare delle voci.
Operatrici che uscivano dalle camere con la faccia sconvolta quando dovevano dargli una mano a somministrare le terapie, pazienti pieni di lividi quando lui era in turno e strani invii al Pronto Soccorso per cadute a terra dei pazienti più agitati.
I miei erano solo sospetti, che puntualmente non trovavano conferma quando cercavo di entrare in argomento con le persone che pensavo potessero aver visto qualcosa: un muro di omertà tra l'imbarazzato e il terrorizzato di tutto il personale, a difesa di cui posso dire che erano quasi tutte ragazze extracomunitarie, il cui permesso di soggiorno dipendeva da quel lavoro, in un posto gestito da un ente non pubblico che non si faceva scrupoli a lasciare la gente a casa da un giorno all'altro.
Quindi decisi in maniera autonoma di tenerlo d'occhio e cominciai a trovarmi casualmente negli stessi luoghi dove pensavo che lui potesse perpetrare i sui atti di violenza, ma ovviamente lui si guardava bene dal palesarsi davanti a una persona che, per ovvi motivi, non aveva la possibilità di intimidire.
Poi un giorno commise l'errore di lasciare la finestra di una camera aperta e dalla mia palestra sentii le urla del solito paziente psicotico…niente di nuovo, se non che quando mi affacciai vidi il caposala cacciargli a forza in bocca un misurino di sciroppo, tappargli naso e bocca con una mano e con l'altra prenderlo a pugni dietro la testa urlandogli di ingoiare. Dopodiché lo vidi uscire dalla camera.

Nei cento metri che separavano la mia palestra dalla sua guardiola infermieristica organizzai il discorso che già mi frullava in testa da qualche settimana, il cui succo era 'Adesso prendi armi e bagagli e te ne torni al tuo Cardarelli o scatta la denuncia’ (la seconda opzione sapevo già che non avrebbe condotto assolutamente a nulla ma speravo che la minaccia potesse sortire effetto).
Entro nella guardiola e chiudo la porta a chiave (credo che sia stato quello il momento in cui lui ha cominciato a capire) e poi succede una cosa strana: nei due minuti che avevo impiegato a raggiungere la guardiola mi era scesa addosso una calma gelida, dettata dal forte senso di giustizia che sentivo spingere le mie motivazioni, ma quando l'ho visto lì, in bilico sulle due gambe della sedia, i piedi appoggiati alla scrivania a giocare al solitario sul PC, è sceso un sipario rosso sulle mie capacità intellettive e, come, nel peggiore cliché da telefilm hardboiled, ho dato un calcio alla sedia e l'ho fatto schiantare di schiena sul pavimento.
A quei tempi portavo in un fodero dietro la schiena un coltello a lama curva e quando l'ho visto lì per terra che mi guardava con quell'espressione stupita, l'ho estratto e dopo avergli messo un ginocchio sul petto gliel'ho appoggiato alla gola.
Nei successivi dieci minuti non ricordo se sono stato esaustivo o ripetitivo nell'esprimere il concetto che mi stava più a cuore ma per certo ricordo di aver tolto il ginocchio e di avergli detto 'Sono sicuro che adesso nessuno si farà più male cadendo’.
Una settimana dopo mi viene presentato il nuovo caposala.

Se pensate che questo post riguardi un'episodio di violenza in ambito sanitario su persone deboli e del sentimento di sopraffazione che troppo spesso alberga in chi dovrebbe tutelare, avete perfettamente ragione.
Se fossimo stati su Facebook o su Repubblica.it sarebbero seguiti commenti tipo BRAVO!!!!LI DOVEVI TAGLIARE LE PALLE A KUELLO STRONZO!11! e invece il titolo del post, La persona ingiuriata è solita ripagare con la stessa moneta, parlava di quello che solo all'apparenza è un atto di giusto riequilibrio ed invece è solo 'giustizia’ amministrata e somministrata dal più forte.
Questa persona probabilmente è andata in qualche altro ospedale a vessare altre persone indifese (e qualche volta ad essere vessata da chi si mostra più forte di lui) quindi il mio non è stato un atto di giustizia ma un atto di forza e di prepotenza nei confronti di una persona più debole e la soddisfazione carnale e atavica che ho provato a ripagarlo con la sua stessa moneta, alla fine mi ha fatto scendere al suo pari e non ha nessun valore il fatto che qualcuno possa dire SE LO MERITAVA.
Pochi mesi dopo me ne sono andato pure io, scrivendo una lettera a una decina tra giornali, consiglieri di maggioranza e opposizione e vari esponenti locali, in cui facevo notare che quel cazzo di re era nudo da un po’ troppo tempo e che qualcuno si decidesse a dargli quattro stracci per coprirsi.

Comunque, per concludere e per ribadire il concetto della povertà morale degli uomini, il tizio dopo qualche mese mi ha chiesto l'amicizia su Facebook.