bersaglios

Ci penserai sempre, ma sempre meno, finché quel pensiero perderà peso e sapore, diventerà un ricordo impalpabile della giovinezza.
Di quando cercavi l’amore dove non c’era, e ti battevi come una leonessa per strappare un po’ di affetto dalle grinfie di un uomo che non sapeva dartene.
Da ragazzi si è più ingenui, o più generosi, e il dolore fa parte della posta in palio.
Tu amavi a senso unico e quell’energia bastava a farti sentire viva. Ma era una droga che per produrre i suoi effetti aveva bisogno di essere inoculata in dosi sempre più forti e ti faceva pagare i rari momenti di estasi con abissi di depressione.
È tipico degli innamorati delusi imprestare i propri sentimenti al bersaglio delle loro frustrazioni. Ma era prevedibile che si trovasse in fretta una nuova compagna di giochi.
Non sappiamo che relazione abbia intrecciato.
Anche se non escludo che la giustizia ironica della vita gli abbia preparato, o gli stia per preparare, un piattino avvelenato.
In entrambi i casi si tratta del suo romanzo, non del tuo.
È umano che, fino a quando non ti innamorerai di qualcun altro, una parte di te continui a cullare il film di una rivincita.
Quella vicenda è finita.
Se mai le vostre strade dovessero rincontrarsi, non sarà certo adesso.
E ti assicuro per esperienza che, il giorno in cui accadesse, tu potresti essere talmente cambiata da chiederti: “Ma davvero c’è stato un tempo in cui mi perdevo dietro questo frittellone moscio?”
Sì, quel tempo c’è stato e non dovrai vergognartene mai, perché a rendere un amore degno di essere vissuto non è mai il suo oggetto, spesso inadeguato, ma l’energia di cui noi lo carichiamo.
—  Massimo Gramellini.
Lei è stata come un orsacchiotto al luna park, di quello che si vincono sparando.
Ed io ero quel ragazzo che non sapeva sparare e non aveva neppure una moneta.
Io volevo davvero centrare quel bersaglio, avere quello che lei cercava per partecipare al suo gioco e avrei voluto davvero saper giocare.
Certe volte, però, non importa ciò che vogliamo.
Certe volte, non ci resta che perdere.
Certe volte, capisci che non sei fatto per quelle volte.
—  Silenzio-nel-buio
Si, sono una puttana.
perché ho tette grandi che strabordano da ogni camicia. perché mi piace mostrarle. perché mi facevo pagare 200 dollari all’ora e qualche volta io venivo e il mio cliente invece no perché mi piaceva troppo scopare. perché ho fatto sesso di gruppo. perché mi è piaciuto. perché a 13 anni un ragazzo mi ha tirato giù maglietta e reggiseno davanti a tutta la classe e al mio insegnante e tutt* mi hanno visto i capezzoli. perché lui è stato solo rimproverato mentre a me il preside ha detto che era anche colpa mia per via della maglietta che indossavo. perché in seguito ho cominciato a mostrare le tette ai ragazzi pensando di valere poco. Perché a 19 anni un gruppo di ragazzi mi ha aggredito perché non mi depilavo le ascelle, tirandomi fuori le tette dalla maglietta. perché a 12 anni mio nonno mi ha costretto a far sesso con lui.
sì sono una puttana.
perché mi piace succhiare il cazzo e mi faccio sborrare in faccia e sulle tette e in bocca. perché mi sbronzavo e scopavo tipi a caso tutto il tempo, anche durante la settimana. perché sono bisessuale e tutt* pensano che le bisessuali siano un po’ puttane anche quando hanno un* compagn* fiss*. perché sono una femme queer e tutti pensano che le ragazze come me lo facciano solo per ‘attirare l’attenzione’ e siano a disposizione degli uomini. perché la prima volta che sono stata baciata e mi è piaciuto, la mia ragazza e io siamo state definite ‘disgustose’ e saremmo finite a bruciare all’inferno.
sì, sono una puttana.
perché ho scopato il mio ragazzo nel culo con uno strap on. perché ho lavorato in un sexy shop. perché amo la notte. perché indosso minigonne. perché fumo erba. perché flirto. perché a volte sono andata nei locali da sola. perché ho pisciato nei vicoli. perché a volte mi piace il sesso. perché a volte non mi piace. perché mi hanno stuprato. perché sono femminista. perché sono una sopravvissuta. perché sono una ninfomane ingorda di sborra. perché posseggo giocattoli erotici. molti giocattoli. perché l’unica persona che mi fa venire sono io e mi piace. perché mi sfrego la clitoride mentre mi scopano. perché sono stata una cam girl. perché ho posato nuda per delle fotografie. perché mi piace masturbarmi. perché ho sempre amato masturbarmi. perché mi masturbavo guardando foto di donne nude quando avevo dieci anni e pensavo che ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato in me. perché non c’è niente di sbagliato in me.
sì sono una puttana.
perché il mio ragazzo mi ha chiamato così. perché mi è salito sopra e me lo ha urlato in faccia. perché mi ha chiamato così il giorno del mio compleanno. perché diversi uomini mi hanno urlato in faccia puttana! più volte di quante potessi contare nemmeno se mi fossi fermata a farne una lista. perché mi hanno chiamato brutta troia, dolcezza, tesoro, e altri nomignoli degradanti più di quanto potessi tenere il conto. perché mi hanno chiamato lesbica e mi hanno detto di depilarmi le ascelle e la fica e di perdere peso e di stare zitta e dire sempre sì al mio papa pedofilo. perché sono stufa di quello che mi viene detto e adesso sono io a parlare. sì sono una puttana. perché la mia fica è bella e insaziabile. perché amo il mio corpo. perché i vestiti che più mi piace indossare sembrano rendermi un bersaglio per stupri. perché quando mi hanno stuprata ero nel letto a casa mia. perché il mio corpo mi appartiene nonostante tutte le volte che lo hanno violato e il fatto che non fosse mai colpa mia.
sì sono una puttana.
perché sì, so fottutamente bene cosa significa questa parola e sì sono femminista e sì sono intelligente e sì decido di dire sì sono una puttana. perché il poliziotto che ha detto che le donne dovrebbero smetterla di vestirsi da puttane per non essere più vittime di violenze parlava di me e di te e di tutte noi. e perché se diciamo che qualcuna di noi se l’è cercata diciamo che è giusto che ci stuprino tutte. perché la carta della puttana può essere tirata fuori in qualsiasi momento e perciò non saprai mai quando verrà usata contro di te. perché può sempre essere usata contro di te, anche se hai cercato con tutta te stessa di fare le ‘scelte giuste’. perché noi tutte siamo puttane perché nella cultura dello stupro tutte le donne sono considerate intrinsecamente stuprabili. perché nessuna sarà libera da questa parola finché quelle che lo vorranno non saranno libere di usare questa parola. perché questa parola non perderà mai il potere di ferire finché permetteremo ad altri di controllarla. perché rispetto il diritto di una donna di autodeterminarsi e mi aspetto lo stesso rispetto in cambio. perché sto accogliendo il suggerimento delle mie sorelle queer che hanno lottato per riappropriarsi di parole come queer e lesbica, parole che significano così tanto nella nostra storia, lotta e resistenza.
sì sono una puttana.
sì è un’identità complicata piena di debolezza e forza, lotta e resistenza. sì mi è stata cucita addosso e usata contro di me e sì, io e altre come me abbiamo trovato nuovi potenti modi di relazionarci a questa parola.
sì siamo puttane.
perciò ascoltateci. ascoltate ciò che abbiamo da dire. Non diteci in maniera accondiscendente se siamo o meno puttane o se possiamo trovare forza o meno in questa scelta. Sì possiamo, sì lo facciamo, sì lo siamo.
—  Non da me
Due corpi nudi a contatto esprimono più sentimenti di quanto si possa immaginare e questo me l'ha insegnato lei.
Era la nostra prima volta, non sapevamo nemmeno cosa significasse fare l'amore, anche se poi con il tempo, abbiamo imparato a parlarci.
I nostri corpi hanno parlato e continuano a parlarsi, soprattutto se insieme in un'unica circostanza.
Fare l'amore, quello vero, non è così semplice.
Sentirsi unica per qualcuno non è così ovvio, serve tempo, serve lealtà, serve tanto, ma anche la bravura non è scontata.
Lei m'ha ammesso dopo anni di relazione che il giorno prima della nostra prima volta, aveva guardato un porno, per imparare.
Me lo disse come se fosse stata la cosa più imbarazzante che le fosse mai accaduta.
“Il porno è solo finzione” le risposi, mi sorrise e poi tornammo a fare l'amore.
Imparare scoprendosi, è come farsi del male, per poi rimediare dagli sbagli, migliorandosi.
Scopri ciò che può dare più piacere o meno ad una persona, capendo poi che ognuno di noi è diverso e che quindi, c'è sempre qualcosa da imparare.
Parlare durante i rapporti non è scontato, all'inizio c'è sempre imbarazzo, ma col tempo, impari anche a riempirli e a renderli più divertenti.
La nostra prima volta è stata per me più un: “centra il bersaglio e perlustra” per lei più un: “cazzo che male, però non è così male”
Giocare con i nostri corpi nemmeno quello è ovvio, toccarsi, possedersi e concedersi, non è da tutti.
La prima volta che la toccai, lei divenne rossa; le piaceva, ma avevo paura di farle del male.
Col tempo imparai a toccarla e far si che quel rosso imbarazzo diventasse rosso amore e dopo che capisci come funziona, sei suo.
Io avevo paura, la prima volta.
Avevo di certo guardato più porno di lei, ma la realtà era diversa. Sei tu e un altro corpo.
Non sapevo nemmeno come, dove o cosa toccare, lei mi sorrise, notò il mio più totale imbarazzo e m'aiutò.
Senza di lei non avrei capito niente ed è per questo che penso che due corpi nudi a contatto esprimano molto.
Quando finimmo di fare l'amore, la prima volta, ricordo quel silenzio lunghissimo, ma durato qualche secondo.
Entrambi eravamo li, nudi, in imbarazzo e cresciuti, insieme, per la nostra prima volta.
I sorrisi erano superflui, lei corse in bagno e si chiuse dentro.
“Sono un uomo” mi ripetevo.
Ignorante, stupido e ancora ragazzino.
“Sono una donna” si disse lei, guardandosi allo specchio in silenzio e cercando di trovare la differenza.
Poi tornò da me e mi stampò un bacio dritto sulla mie labbra e mi chiese di abbracciarla.
“L'amore è strano” dissi a voce alta, come immerso nei miei pensieri.
Lei mi guardò e mi chiese confusa cosa stessi dicendo e un semplice, ma potente “ti amo” uscì dalle mie labbra.
Ancora una volta capii qualcosa: fare l'amore non significa ritrovarsi solo con due corpi nudi uniti, ma anche essere nudi con i  stessi sentimenti e ritrovarsi uniti.
—  ricordounbacio
Ora la città è un film straniero senza sottotitoli, una pentola che cuoce pezzi di dialoghi: come stai?, quanto costa?, che ore sono?, che succede?, che si dice?, chi ci crede?, allora ci si vede. Ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio. Un cartello di sei metri dice “hai tutto intorno a te”, ma ti guardi intorno e invece non c'è niente.
—  Fango, Jovanotti.

Tengo in mano un fiore, forse.
Strano.
Sembra che nella mia vita
sia passato un giardino, una volta.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo di questa inclinazione,
assomiglia a un arco ben teso,
pronto.
Sembra che nella mia vita
sia passato un bersaglio, una volta.

Tu non appari.
Ma se c’è una forma nel paesaggio
se mi sono fermata sul suo bordo
tenendo un fiore in mano
e sorridendo,
significa che che fra un po’ verrai.
Sembra che nella mia vita
sia passata la vita, una volta.

(Kiki Dimulà)

2

Lo scrittore Roberto Saviano, persona che ho avuto modo di conoscere e che stimo molto, ieri ha parlato del cyberbullismo e dell’importanza delle parole attraverso la poesia di Anna Achmatova. Riporto buona parte del monologo dello scrittore che, a mio avviso, è riuscito a trattare argomenti attuali e a saperli egregiamente conciliare con la poesia. (Non ho mai nascosto la mia ammirazione per Saviano)

“Per motivi banali può capitare di essere presi di mira online, di diventare il bersaglio del branco. I bulli in realtà sono sempre esistiti non sono un fenomeno nuovo. Con internet accade qualcosa di nuovo, cioè che sia il web che i social amplificano il fenomeno. Sapete quanti commenti vengono postati su facebook ogni minuto? Mezzo milione. Un numero enorme. Con un commento possiamo scrivere quello che vogliamo, a chi vogliamo, con le parole che vogliamo. Può essere anche un insulto, un insulto violento, un’offesa. […]
Il rischio è che sui social diventiamo tutti un po’ bulli. Scriviamo d’istinto, senza pensarci troppo, come se, una parola scritta sul web, non avesse alcun peso. Tanto sono parole, no? Al limite, poi le cancello, qualcuno può pensare. Quello che non si pensa, invece, è che il dolore che hai arrecato con quelle parole, quello non si può cancellare.
C’è un pensiero della tradizione ebraica che mi è sempre piaciuto molto che dice:

‘Quando la parola non l’hai pronunciata sei tu a comandarla, ma una volta che l’hai pronunciata è lei a comandare te.’

Quante volte capita di arrabbiarsi o di sentirsi offesi per un commento sui social e si è tentati d’istinto di rispondere a quella violenza con altrettanta violenza. Succede anche a me, spessissimo. Però quando mi accade di sentire questo istinto, penso ad una persona da cui ho imparato il valore delle parole, questa persona si chiama Anna Achmatova, poetessa russa del novecento, visse sulla sua pelle la dittatura di Stalin. Erano anni in cui tutti quelli che non sostenevano il regime venivano considerati nemici e venivano arrestati. E’ quello che capitò alle persone più vicine ad Anna, suo marito anch’egli poeta  fu fucilato perchè non aveva mai aderito al regime e il suo unico figlio Lev finì più volte in prigione, senza aver mai commesso un solo crimine ma solo per essere figlio di due poeti liberi. Ad Anna impedirono di scrivere e tutte le sue opere furono sequestrate. Ora penserete, hanno sequestrato le opere ad una persone che si è occupata di politica, che magari ha denunciato qualche potente, nulla di tutto questo, Anna scriveva poesia d’amore. Era proprio questo che il regime non poteva tollerarle. Sì, perchè in una società dove il potere non ha limiti, dove il regime decide della tua vita e della tua morte, scrivere poesie d’amore significa parlare di un sentimento non controllabile, ma soprattutto, del sentimento più libero che esista: volere bene. […]

Quando capisci qual è stato il prezzo da pagare per pronunciare parole libere capisci il valore da dare alle parole, ecco perchè, ogni volta che scriviamo e condividiamo con altre persone il nostro pensiero, sui social come altrove, essere aggressivi, caricare le parole di livore significa sporcarle, imparare ad usare le parole significa imparare a vivere e si impara a vivere imparando a parlare e si impara a parlare leggendo poesia e chi legge poesia impara ad amare, che secondo Anna, è l’unico modo per vivere veramente. E’ proprio lei Anna Achmatova. Lo dice nei migliori dei modi:

‘E’ insostenibile per l’anima il silenzio dell’amore’

(“Ho smesso di sorridere” Anna Achmatova)

Voglio che tu sappia chi sono davvero. Non voglio che tu veda quella me che si adegua alle circostanze, che “questo non dirlo, sembra brutto”, “meglio sorridere e far finta di niente”. Voglio non dover aver paura di mostrarmi in ogni mia sfaccettatura. E allora ti dico che non sono poi tutta questa grande dolcezza, che le smancerie mi fanno venire i conati di vomito e quando mi impegno so essere cattiva, se ricevo altrettanto. Voglio che tu sappia che ho desiderato, inconsciamente, di uccidere qualcuno e seppellirlo. Sono quelle cose che si dicono per rabbia. Ma l'ho pensato. Voglio dirti che non sono gelosa, ma se quella bagascia non la smette di urtare il mio sistema nervoso, le attorciglio le gambe intorno al collo e l'appendo su un albero a mo’ di bersaglio per frecce. E non é gelosia. É l'avvertimento di chi si è rotto il cazzo. Ecco. E voglio dirti che non sono una che ti scriverà sempre mille e piú messaggi al giorno, con frasi d'amore chilometriche perchè non é da me, ma voglio anche che tu sappia che se mi ci metto faccio venire i brividi pure ad Oscar Wilde. Voglio che tu sappia che sono una che se ha la luna storta si inacidisce. Non voglio vedere nessuno e levatevi tutti dalle palle. Ma voglio anche dirti che se sono qui a dirti queste cose, se ho scelto te, se voglio prendermi tutti i “sei una stronza” da te piuttosto che i soliti complimenti da altri, qualcosa vorrà dire. E voglio dirti che odio andare da Ikea. E semmai dovessimo iniziare a trascorrere i pomeriggi domenicali da Ikea, ti lancio i tacchi dietro. Voglio anche dirti che piango spesso quando vedo i vecchietti innamorati, i bambini feriti, piango se qualcuno sta male. Piango se non posso aiutare. E lo faccio in silenzio. Perchè sono una che ha rispetto dei sentimenti altrui. E voglio dirti che non saró la principessa disney delle favole, che ti è capitata la Grimilde di Biancaneve. Voglio dirti che hai avuto coraggio ad aprire il tuo cuore a chi il cuore lo ha nascosto agli altri per paura di soffrire. E allora voglio dirti queste cose per farti capire che posso provarci ad essere meno strega, piú principessa. Per te. Perchè tu ne vali la pena. Tu vali tutti i sorrisi che fin'ora, per timore, ho nascosto.
—  Katia Vergone
La regola base della balistica

Mia madre mi raccontava che quando ero neonata mi lasciava a piangere per ore chiusa in una stanza al buio, finché non mi addormentavo. Questo se non avevo bisogni primari che erano già stati soddisfatti, quindi se non avevo fame, male da qualche parte o dovevo essere cambiata. Dice che aveva letto questa teoria da qualche parte, non mi ricordo a cosa avrebbe dovuto portare. Probabilmente mi sentivo soltanto sola e avevo voglia di stare in braccio o di sentire vicino qualcuno. Invece stavo in una stanza a piangere al buio. Un’altra cosa che mi diceva sempre mia madre è che sono stata indipendente, molto indipendente, fin da piccola. Come stupirsi, no?
A mia madre voglio bene, so che ha fatto tutto il meglio che pensava di poter fare, che ha fatto tutto quello che ha fatto perché pensava di farmi bene. A volte però mi interrogo. Spesso mi interrogo, in questo ultimi otto e rotti mesi, forse ormai è un anno, mi interrogo ancora di più di quanto mi interrogassi di solito. Cerco di capire le cose. Mi chiedo se quelle notti da sola, da piccolissima, che si sono poi trasformate nella mia indipendenza precoce, e poi nella mia solitudine ancora più coatta quando sono nati i miei fratelli, e poi nella certezza di essere stata adottata perché mi sentivo così diversa, si siano poi trasformati nella mia tendenza a tenere sempre lo spiraglio della porta aperta.
Sto sempre anche seduta in pizzo, come si dice da me, ovvero con il sedere in cima alla sedia, come se dovessi alzarmi all’improvviso. Quando ho cominciato a fare yoga l’ho poi spiegata come la postura corretta da assumere su una sedia, con le cosce che pendono sempre verso il basso e il bacino che quindi sta dritto e la colonna vertebrale di conseguenza, come ti costringono a stare quelle sedie nordiche che sono poi diventate famose e ora si trovano anche all’ikea. Ma in realtà è un po’ la posizione di chi è sempre un po’ in prestito, ed è sempre pronto ad andare via.
Ora, sono anche consapevole che varcata una certa età, essendo generosi verso la cultura occidentale odierna potrei dire superati i 22/23 anni di età, è giunta l’ora di prendere in mano la propria vita e smettere di dare la colpa di tutto a qualcosa che ci è successo così tanto prima, ma ogni tanto queste due cose che mi diceva mia madre mi tornano in mente, anche perché mi torna in mente il tono che aveva, che in realtà riconosco più ora di quanto non facessi allora, come a chiedermi conforto di non aver sbagliato. Del resto si renderà conto anche lei del fallimento che sono a livello sentimentale.
Spesso me lo chiedo cosa pensano di me. Se mi pensano stronza, se mi pensano sfortunata, se pensano che il mondo ormai gira così. In realtà non sono poi tante le amiche e gli amici della mia età single. L’ultima volta che è successo il mio migliore amico, quello di Oh baby baby it’s a wild world, mi disse che era preoccupato per me, che passata una certa età è inevitabile sentirsi soli. Sarà che io sola mi ci sono sempre sentita, I-N-V-A-R-I-A-B-I-L-M-E-N-T-E, e che pure ho continuato così incessantemente a illudermi che non ci si potesse sentire soli se si era in due che ho continuato a provarci come un mulo, ossessiva, appassionata.
Ieri una persona con cui parlo qui e che è una delle poche che riesce a dirmi davvero delle cose che mi colpiscono e mi fanno riflettere, mi diceva che ho un ego ipertrofico, e anche che sono essenzialmente incapace di legarmi e di intimità. Ora detta così chiunque di voi potrebbe pensare che sta persona è una stronza patentata, io in realtà faccio molto la tara a quello che dice, cioè non è che faccio entrare tutto, ma è come nella classica regoletta che ormai tutti conoscono a memoria della balistica, no? si spara in alto per beccare un bersaglio posto più in basso. E quindi, bon, penso che un bel po’ ci abbia beccato.
E per dire anche che una cosa detta qui, e poi un pensiero che mi è tornato oggi su mia madre al supermercato, si sono uniti con la regoletta della balistica e mi hanno fatto pensare al fatto di sentirsi soli, e al fatto di sentirsi soli con un altro, e al fatto che probabilmente non ne guarirò mai, e anche al fatto che continuo a sperare di poterne guarire. 
E poi però la primissima cosa che mi viene da pensare appena conosco qualcuno è: ok, dai, lo vedo questa volta e poi non lo vedo più. Così, una fuga preventiva, che non si sa mai. Che poi magari io, che non ne so niente di balistica, mi chiedo se non sia possibile che io in realtà miro alto, altissimo, c’è il mio cuore in quel momento che è tutto lì teso verso l’iperuranio e oltre, e però poi finisce che mi sparo comunque al piede. Cioè, può capitare no?

//Sono giunta alla conclusione che l'unica via d'uscita da questo periodo con più contro che pro sia la finestra del quindicesimo piano di un palazzo notevolmente alto e imponente. Illegale in tutti i Paesi riconosciuti e in lotta per essere accettati universalmente in carta geografica è avere indirettamente problemi di coppia pur non essendo in coppia ed anzi non essere neanche alla ricerca di qualcuno con cui fare coppia. Due anni di università e la gente ancora non ha capito che i miei obiettivi sono solo due: la laurea ed il cibo che devo mangiare giornalmente, non ho altri interessi pressanti. Scusatemi se quelle poche volte che “ruolo” con qualcuno o rispondo ai pochi messaggi che ricevo magari riverso anche sul personaggio il mio umore nero e leggermente schifato dalle circostanze, dovrebbe passare a breve…almeno lo spero.

Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, Cinisi, a 30 km da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Ha 30 anni, è un militante della sinistra extraparlamentare e sin da ragazzo si è battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Impastato è il capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni Settanta, Gaetano Badalamenti, bersaglio preferito delle trasmissioni della Radio libera che Peppino ha fondato a Cinisi, dove passa l'intera giornata e l'intera notte dell'8 maggio 1978. La sera successiva però, Peppino non si trova più. Gli amici si mettono a cercarlo. A casa non sanno niente di lui. E’ successo, l’irreparabile: Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani
I familiari e gli amici non hanno dubbi, ad uccidere Peppino è stato Gaetano Badalamenti, eppure le indagini prendono tutt’altra direzione; si ipotizza il suicidio oppure che il giovane sia morto saltando per aria mentre preparava un attentato dinamitardo. Impastato è un terrorista o un suicida; questo è l’ultimo oltraggio della mafia contro il giovane che ha osato sfidarla. Nessuna indagine viene fatta sull’esplosivo, mentre vengono portati in caserma e interrogati i suoi più cari amici. La scena del crimine viene alterata: le prove, gli occhiali, le chiavi di Peppino Impastato, due pietre insanguinate sul luogo della morte, scompaiono nel nulla.
Al funerale di Peppino Impastato si presenta spontaneamente una folla di giovani, accorsi da tutta la Sicilia, ma la gente di Cinisi non si presenta, e lascia la famiglia sola.

waferspiegabramovic

Ma chi è questa pazza che gira con gli scorpioni in faccia e i serpenti in testa, che si incide la pelle per farsi delle stelline sanguinolente, che sta tutta nuda e zuppa d'acqua davanti ad un ventilatore? Una pazza? Un'ubriacona? Non che io sappia. È Superm…Marina Abramovic ( siccome la amo, siccome ne leggo spesso qui su tumbler, e su richiesta di fra-parentesi e animoleggero [ sperando di soddisfarle ] ecco il waferspiegacose servito per voi - un percorso sintetico/ripasso per l'esame di martedì ). 
 Marina è una body artist - e lo dice la parola stessa - che ve lo devo spiegare io? Il soggetto dell'arte, l'artista - impiega in questa pratica il proprio corpo, se stesso, come oggetto dell'arte. È un nuovo modo di analizzare le possibilità del proprio corpo, spingerle al limite - ed è spingersi fino al confine delle nostre capacità che dà una carica incredibile, intensa, al suo lavoro; un'energia che scambia direttamente con il pubblico, sempre presente nelle sue esibizioni, essenziale. 
 Comincia come solista ed esegua una serie di azioni note come Ritmi. Sono attività volutamente pericolose: assume degli psicofarmaci con effetti diversi e li subisce tutti insieme, si passa un coltello tra le dita, colpendo a terra finché non si ferisce ( quindi cambia coltello, e il gioco continua ), salta in una stella infuocata in carenza di ossigeno, e altre simpatiche attività che potreste tentare una sera che vi annoiate e non sapete che fare, con gli amici ( facendo a gara a chi sviene prima ). Azioni estreme, come ho detto, al limite delle possibilità umane - ed è attraverso queste che si sprigiona l'adrenalina, la carica energetica che manco un barilotto di Red Bull. 
L'ultima di queste azioni avvenne niente popò di meno che a Napoli, ed è uno dei pezzi della storia della performance. In Ritmo Zero l'attenzione non è più su di lei, ma su di noi, sul pubblico - quasi una autentica indagine sociologica. Dispone su un tavolo vari oggetti: una rosa, uno specchio, una frusta, .. l'ultimo oggetto è lei, Marina stessa. Invita il pubblico a usarla alla stregua di uno strumento qualsiasi e loro si divertono un sacco: la fanno sedere, la baciano, le scrivono in fronte, la spogliano, la rivestono, la toccano, .. in un climax ascendente di violenza che si concentra tutta sul corpo dell'artista. Quindi cominciano ad usare oggetti per legarla, la incatenano, le infilano le spine della rosa nella pelle, la graffiano. Il climax raggiunge il suo apice quando, leggenda vuole, qualcuno le punti la pistola - altro strumento presente sul tavolo. 

Poi s'innamora di un altro tizio, di Ulay - e comincia a fare lavori di coppia con lui basati sull'equivalenza tra il polo maschile ed il polo femminile - e l'indice di questa equivalenza è la resistenza fisica. Una sorta di sfida al limite, proprio quelle attività tipiche tra due innamorati, tipo darsi dei ceffoni finché uno dei due non ne può più, o stare appiccicati come in una eterna respirazione bocca a bocca sottraendo all'altro l'ossigeno finché uno dei due non sviene, intrecciandosi i capelli che si sciolgono quando uno dei due non si stanca, piega la testa, e l'intreccio viene meno ( loro hanno resistito diciassette ore, voi? ). Tra le mie esibizioni preferite c'è quella in cui Ulay ha arco e freccia in mano e Marina è il suo bersaglio e tira l'arco in una sintesi perfetta del concetto di affidarsi totalmente all'altro nonostante il pericolo che questo comporta, o quella - eseguita qui a Bologna tra l'altro - in cui sono entrambi nudi all'ingresso di un corridoio strettissimo della GAM. Le persone che entravano dovevano per forza venire a contatto con i loro corpi nudi. Era una autentica ricerca sociologica in atto - anche le pareti erano tappezzate di frasi che trattavano l'argomento, volutamente provocatoria ( non a caso finì con l'intervento della polizia, ops ): il pubblico doveva scegliere a chi dare le spalle, a chi invece il volto - e c'era chi, più timido, si chiudeva in sé stesso nel passare e chi invece, più spavaldo, toccava in maniera più esplicita il corpo di uno dei due. 

Dopo un lungo idillio amoroso i due decidono di mollarsi. E una coppia del genere ve pare che si possa lasciare con un “vabè ci si becca in giro, eh?” consegnandosi gli scatoloni di felpe lasciate l'uno a casa dell'altra? Eh no. Era da anni che stavano progettando di fare un'azione sulla Muraglia Cinese: ci misero otto anni. Nel frattempo avevano deciso di lasciarsi. Inizialmente volevano partire uno da una parte, una dall'altra della muraglia - camminare, fino ad incontrarsi al centro di questa e celebrare lì un matrimonio cinese, condensando la tradizione orientale nella loro relazione, con tutta la sua affascinante simbologia. Quando si lasciarono allora decisero di non annullare i progetti, ma di cambiarli: avrebbero percorso la muraglia, ognuno nella parte di questa attribuita al sesso opposto nella tradizione cinese - sempre per il discorso dell'uguaglianza dei sessi, si sarebbero incontrati al centro e lì si sarebbero salutati per l'ultima volta, dandosi poi le spalle e continuando a camminare ( questo è il link del film per chi fosse interessato - annata 1988 ). Si piantano, insomma, fine, caput. E Marina continua a lavorare da sola. Ci mette se stessa nella sua arte, il suo corpo, la sua energia. Ecco, è questo che conta nel suo lavoro. Il suo non è un corpo come quello di qualsiasi altra persona. È un performance body, un corpo che si spinge ai limiti possibili dell'uomo e per farlo è necessario un intenso esercizio psicologico e fisico, e una incredibile energia che scambia con il pubblico. Ecco perché all'inizio le sue azioni non erano riproducibili, e perché non si tratta di oggetti, ma di corpi: perché è tutto basato su questa energia che con un'arte tradizionale di tipo oggettuale non ci sarebbe, e con una riproduzione si sarebbe persa la stessa carica della prima volta. Energia, scambio, contatto col pubblico. Questi sono gli ingredienti di uno dei più recenti lavori della Abramovic. The Artist is Present, al Moma di New York. Era tutta una mostra sulla vita della Abramovic, unita a questa lunghissima azione di tre mesi ( ATTENZIONE: SE SEI DONNA IN SINDROME PREMESTRUALE TI SCONSIGLIO DI LEGGERE; LA LACRIMA FACILE È GARANTITA ). Non c'è più dolore, non c'è più un limite - c'è la volontà di stabilire un nuovo contatto più genuino con l'altro, e l'altro in questo caso è il pubblico. Non servono le parole, non servono le mani: ci si avvicina all'artista attraverso lo sguardo. È uno scambio di energie silenzioso, in cui Marina - l'Artista con la A maiuscola è lì e guarda una sola persona, tu, che sei seduto sulla sedia di fronte a lei, e mantieni lo sguardo, creando un contatto empatico, vivendo un'esperienza incredibile fatta di pochi ma intensi battiti di ciglia. Quando mai ti ricapita di guardare dritto negli occhi qualcuno che in quel momento guarda solo te, non ha niente da dirti a parole, ti guarda soltanto, ti regala la sua energia. Non succede neanche con gli amici e il vicino di casa, figurati con MARINA ABRAMOVIC. E che succede di tanto commovente in questa esibizione. Succede che dal 1988 che non si erano più visti, al MoMa nel 2010 ricompare Ulay ( ecco il video di pochi minuti: guarda e piangi ) e si fissano, e l'atmosfera è così pregna di sentimento che commuoversi è spontaneo, immediato. Sembra che parlino, con gli occhi. Che sia una trovata commerciale o meno per attirare l'attenzione io non lo so, e tutto sommato neanche mi interessa. Quante lagne sento su Marina Abramovic, che uuuh ma a The Artist is Present è andato pure James Franco, che uuh e perché ha lavorato con Lady Gaga? Come se l'arte fosse qualcosa di estraneo alla società in cui viviamo, alla musica che sentiamo, ai film che vediamo. Perché? E poi perché impedire ai fan di Lady Gaga di conoscere Marina Abramovic? Che, non si lavano? Attaccano le caccole sotto le sedie? L'arte è di tutti, estendere i confini di questa entro un target più pop non la rende meno raffinata, non rende la Abramovic meno geniale, anzi forse di più nel suo capire i suoi tempi e calarvisi, restando sempre uguale a se stessa - non ha certo ceduto la sua integrità mettendosi a fare una cover di Paparazzi solo perché conosce Lady Gaga, ecco. 
Poi vabé, io starei a parlarvi altre tremila ore della Abramovic - della fase del Public Body a cui ora si è convertita, creando per il pubblico delle esperienze legate alla meditazione indiana per vedere le cose come sono nel profondo - diventando quasi una sciamana dei nostri tempi, e il pubblico firma un contratto in cui cede alcune ore della sua giornata a Marina e vive queste esperienze e rilascia un feedback su dei foglietti ( quelli dell'ultima esperienza londinese sono raccolti in questo blog di tumblr, e sono davvero bellissimi ), .. ma magari non siete arrivati neanche fino alla fine di questo eterno post, e non potrei che darvi ragione ( complimenti simpatici temerari che avete letto fino in fondo, come premio avete diritto ad un caffé offerto da me alle macchinette della Sapienza - vi interrogo sulla Abramovic sul posto e potrete usufruire del buono! ) (( speriamo che la prof mi chieda la Abramovic! )) (( no perché il resto non lo so così bene )) ((( se non vi piace marina non possiamo essere amici )))

Non era una ragazza normale, no.
Lei era stronza, ma non come le altre ragazze: se la facevi arrabbiare si vendicava e quando lo faceva era la fine. Era anche incasinata, tra danza e la scuola, ma riusciva sempre a mettere da parte i mille pensieri per stare con i suoi amici quando ne avevano bisogno. Era una ragazza con le palle, non c'è da discuterne, ma non era cattiva,no, lei faceva così per proteggersi.

Una rosa senza spine è un bersaglio facile, senza importanza.
Una rosa con le spine è difficile da avere, ma è proprio questo che la rende speciale.

—  Traimieiparadossi

e una donna che aveva al seno un bambino disse: parlaci dei figli. Ed egli rispose:

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo.

(Kahlil Gibran)