beree

Bering & Wells - On the Run 22

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dell'utilità a priori di intervenire negli infuocati dibattiti

mettiamo caso che ci sia, che ne so, un oratorio. e che questo non sia in regola con qualcosa, facciamo che non sia a posto con le porte tagliafuoco in caso di incendio, toh (lasciate perdere le specifiche di legge dai, è un esempio a caso).

se ‘le istituzioni’ intervengono prima e lo chiudono fino a messa in regola: merde, non pensate ai nostri ragazzi, uno spazio sano e ce lo chiudete, avete per forza voluto rompere i coglioni, chiudete i luoghi di aggregazione così non date niente da fare ai nostri ragazzi e vi lamentate se finiscono a bere.

se invece succede una tragedia peggiorata dall'irregolarità di cui sopra: merde, non pensate ai nostri ragazzi, sempre dopo intervenite, siete responsabili, i controlli in questo paese si fanno solo dopo i morti.

e non sbagli mai.

non è che così non si arriva da nessuna parte, beninteso. così si arriva ad avere un sacco di like indignati, mica cotica.

bereeshipper  asked:

Levantarte y ver @xkahime en el twitter de WILLY hahahahahahhagagagagahahahahahahah MADRE MIA KAHIME HAHAHAHAHAH osea , no solo eso Su novio (perdón amigo) y Willy , TE LO MERECES , ESTOY QUE FANGIRLEO

ASDKJFHSKAJGHJFHAFJG PUES ME HE LEVANTADO IGUAL QUE TU BEREEEEE!!!!!!!!!!!!!! ENTRÉ A TWITTER Y NO ENTENDÍ QUÉ ESTABA PASANDO TuT  he muerto de mil infartos, y estoy en el cielo TuT

Gracias beree por ser tan linda siempre <3

What: [Possible Match/Lookalike] AllSaints Men’s Black Bering Denim Jacket in black | [sold out]

Where: Chapter One: The River’s Edge, Chapter Two: A Touch Of Evil,  Chapter Three: Body Double Edit: The screencaps showing off Jughead’s leather collar denim jacket aren’t that great but from certain screencaps, I’m leaning more towards this piece being a lookalike. Jughead’s collar is more round at the end whereas the Allsaint’s is pointed. The Allsaint’s one also has a line going across the bottom of the pockets whereas Jughead’s doesn’t.

Tropic Thunder

Questa mattina sono uscito di casa all’alba. Di solito esco più tardi: lo faccio per evitare l’umanità al volante, il groviglio di macchine in doppia fila, l’ammucchiata di gente che sembra abbia passato la notte insonne per escogitare come rompere il cazzo al prossimo. Sono uscito presto, dicevo. Ho la prima lezione del corso su come riconoscere e gestire i conflitti. Mi ci ero iscritto mesi fa, evidentemente in un momento di confusione. Le situazioni di conflitto le ho sempre fiutate da lontano e, una volta riconosciute, andavo in Piazza delle Erbe e bere fino a vomitare. Ma d’altro canto, ormai sono grande, che è un altro modo per dire che dopo una sbronza sto male per giorni o settimane, e che quindi ho bisogno di strategie alternative.

Quindi sono seduto in quest’aula con una colonna al centro e devo costantemente ciondolare sulla seggiola per vedere chi interviene. Sento cose interessanti, e mi sembra abbastanza chiaro che siamo geneticamente dei rompicoglioni. Tutti noi esseri umani, intendo. Ma soprattutto, mi è anche chiaro che nelle organizzazioni non tutti hanno la stessa capacità di gestione del conflitto, che è un altro modo per dire che se non sei quello che comanda, lo prendi sonoramente nel culo. La teoria cerca però di rincuorarti con un discreto ventaglio di speranze, roba del tipo “offri la tua esperienza” oppure “porta i colleghi dalla tua parte”. Io non me la sento di provare, mi sembra omeopatia dell’organizzazione aziendale. E insomma, sulla parete sono proiettate le ragioni del conflitto, della lite, del disaccordo, della rissa, del rompimento di coglioni, del vivere in un contesto “gruppale”, credo che questo sia il termine tecnico. Le sto ricopiando su un quadernetto quando la professoressa dice:
«Vi ricordate un conflitto e come lo avete risolto?»

Nel completo vuoto mentale, riesco a rintracciare con fatica solo un’immagine. Una sorta di processo ridotto a icona che mi ricorda costantemente che, nonostante i progressi della psicologia, con alcune persone non si può discutere. Una sineddoche della mia scarsa voglia di affrontare certe questioni.

Per farla breve, mi vedo ragazzino, non ho ancora compiuto vent’anni. Sono vicino all’ingresso di una specie di balera. Sto con il sedere su uno scalino di marmo e con la schiena accasciata contro una saracinesca. Lentamente sto scivolando verso una delle prime sbronze giovanili. Sono lì che parlotto, quando ad un tratto un tizio viene verso di me gesticolando e urlando. Dice che gli ho fatto qualcosa. Magari aveva pure ragione ma non sembra aver voglia di starmi a sentire. E quindi, cerco una posizione comoda sullo scalino e lo ascolto distrattamente. Dopo dieci minuti di minacce sono stufo, così decido di reagire. Reagisco dicendo una frase. Una sola frase che nella mia testa avrebbe dovuto risolvere la disputa, gestire il conflitto, per così dire.
«Se vuoi, tirami un pugno in faccia così la finisci» dico.
Il tizio balbetta qualcosa in preda alla confusione. Io penso alla grande idea che ho avuto per disarmare i suoi processi mentali, per mandare in tilt il suo cervello, il suo thread mentale capace solo di ragionare secondo canoni violenti e di lanciare minacce tanto per dire. E mentre mi compiaccio della mia trovata, pum, il tizio mi ciocca un pugno sulla faccia.

Torno al presente richiamato da un fischio dell’impianto audio dell’aula.
«Proviamo a fare un esercizio» dice la professoressa mentre sparisce risucchiata dalla colonna.
In pratica, dobbiamo copiare i suoi gesti, però non tutti contemporaneamente: dobbiamo farli propagare nell’aula aggiungendoci uno alla volta. Sembra una cosa complicata, ma in realtà è semplice: se sapessi scrivere con chiarezza lo capireste subito. La professoressa inizia a sfregarsi le mani, e allora tutti ci sfreghiamo le mani. Schiocca le dita, e allora tutti schiocchiamo le dita. Poi sbatte i palmi sulle cose, i piedi per terra e infine piedi e mani contemporaneamente e tutti noi allievi seguiamo obbedienti. E infine ricomincia. 
«Ma che cazzo stiamo facendo?» chiede il tizio sulla sessantina seduto al mio fianco. Sbatte le mani ogni tanto, non sembra molto partecipe.
«Che cazzo ne so-o-o-o» rispondo con la voce incerta per lo sbattimento dei piedi e delle mani.
Presto salta fuori che l’esercizio si chiama “tempesta tropicale”, così guardo il tizio al mio fianco che agita una mano nel vuoto per manifestare disappunto. Nel brusio generale, la professoressa spiega che lo sfregamento di mani rappresenta un suono simile al vento che segnala l’avvicinarsi di una tempesta, schioccare le dita i primi goccioloni, e rumoreggiare con mani e piedi rende l’idea della tempesta vera e propria. Quindi dice che i conflitti sono proprio come una tempesta tropicale: arrivano lentamente, li puoi avvertire in lontananza ma non puoi evitarli.  

Uscito dal corso, passeggio sotto una lieve pioggerellina fino al parcheggio di Piazza della Vittoria. Salgo sul motorino e vado verso la sopraelevata. Dopo pochi metri, rimango bloccato nel traffico. Poco più avanti c’è una macchina in panne e due veicoli si sono praticamente incastrati creando una specie di tappo. Tutti suonano il clacson, ma io faccio finta di niente, evito il conflitto, penso di aver imparato qualcosa. Quindi, sotto la pioggia che diventa un acquazzone, mi estraneo. Sfrego le mani, sbatto i piedi sulla pedana del motorino e schiocco le dita. Il tizio al mio fianco mi guarda con aria sbalordita attraverso il finestrino mentre sta all’asciutto dentro sua macchina. Allora alzo la visiera del casco e con l’acqua che mi cola sul naso gli chiedo che cazzo ha da guardare.

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