belle robe

Madeleine Vionnet dress with Fan, New York, Photo by Irving Penn, 1974.

Inventive Paris Clothes 1909-1939.  A Photographic Essay by Irving Penn. Text by  Diana Vreeland. 1977, London, 96 pages, 268 x 268 x 13. 

Les Belles Robes De Paris 1909-1939. 1978, Paris, 96 pages, 268 x 268 x 13.

♫ tutti quanti voglion fare il (waferspiegacose)jazz ♪

Non si può cominciare a leggere questo waferspiegacose senza un sottofondo appropriato ( CLICCA CLICCA CLICCA QUI O NON ANDARE AVANTI NELLA LETTURA, STOLTO ).
Non sono totalmente fuori di testa, ve lo giuro; non voglio che ascoltiate jazz soltanto ♫ ♪perché resister non si può al ritmo del jazz ♪♫, ma perché lo stesso Jackson Pollock quando realizzava le sue opere, danzava col barattolino di colore in mano, e la sua pittura registrava i suoi movimenti, i passi, le piroette, il ritmo, la musica. Non è meraviglioso? Avreste detto mai che quegli schizzi su tela potessero essere .. una coreografia?
L'ho già raccontato: l'arte su tela ha ( aveva, ormai ) il grande limite di fermare un secondo, un istante solo - e fissarlo per l'eternità. Fisso bloccato immobile per sempre - solo quell'attimo, come una fotografia. Tutto molto bello, certo - ma Jackson Pollock sui limiti ci balla sopra a ritmo jazz, ed ecco a voi servito il movimento, il tempo che passa, una realtà del tutto estranea fino ad allora nell'arte.
Il nuovo protagonista dell'arte è il g e s t o, il muoversi, l'agitarsi, dimenarsi, il ripetere ossessivamente: ecco cosa significa Action Painting, la corrente artistica entro cui cui collochiamo questo grande artista.
Pollock per primo dà all'America una sua personale ed innovativa scuola indipendente dall'Europa - prima gli USA vivevano di suggestioni targate vecchio continente, e le facevano riflettere sulla propria arte. Ma sulle tradizioni, come sui limiti … ho già detto che Jackson ci balla sopra? Ecco: demolisce tutti i valori estetici della tradizione, ne crea di nuovi, di suoi - estremamente personali. State ancora ascoltando la musica, voglio sperare.
E come fare qualcosa di sovversivo, diverso e innovativo? Ma certo! Via il cavalletto, la tela la appoggiamo per terra. 


Dato che dipingere col pennello in questa posizione garantisce la scoliosi entro i quarant'anni, va direttamente alla fonte del colore: il barattolo. Lo buca sotto e lo fa sgocciolare sulla tela. Molte sono le leggende sorte attorno al mito del MA COME J'È VENUTO IN MENTE DICO IO?! : che abbia dato un calcio ad un barattolo, lanciato un pennello perché arrabbiatissimo per aver diluito troppo un colore, .. ciò che conta è che il segno che realizza non è più solo il movimento della mano, del polso che sposta il pennellino - adesso tutto il corpo è coinvolto in questa azione, è una immersione totale dell'artista nella sua opera, dalla testa ai piedi ( letteralmente eheh ). Non si può dire che sia stato il primo, a realizzare qualcosa del genere: in molti allontanarono il pennello dalla tela in disparati modi. Ma l'abilità e il controllo che acquisì Jackie furono senza pari - e sapere esattamente dove dipingere e con cosa, avere il controllo totale della situazione per uno che non sapeva né disegnare né dipingere in maniera accademica e che manco sapeva tenere il controllo della bicicletta ( con in mano una cassa di birra una volta fece un incidente brutto brutto che gli impose di smettere di bere e di assumere psicofarmaci, dopo i vari controlli del medico ) era sensazionale.
Sì okay, e il risultato che significa? È impreciso, è disordinato, è caotico - riempie la tela di giochini di colori colati e basta? Dovete togliere dalla testa che arte = figurazione, o vi do i pizzichi. Non è che siccome non ci sono gli animali, gli alberelli e le crocifissioni di gesù disegnate alla perfezione, ma una azione banalissima che avreste tranquillamente potuto riprodurre anche voi a casa, allora non è arte ma una stupidaggine. L'arte non si lega più ai limiti delle immagini, delle figure definite come noi le conosciamo. È lo stesso Pollock a dirci: « Io voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli! »  e lo ringrazio tanto, perché qui c'è il senso della sua arte e di molta altra a venire: c'è un contenuto sentimentale in questo continuo agitarsi della tela. E che sentimenti possono mai essere? Energia azione nervi tesi urla paura ma anche forza tensioni pulsioni violente.. negli anni Cinquanta la Guerra Mondiale era finita fresca fresca da poco, i casini con la Russia, il dramma della Germania spaccata in due: ci si stava ancora lavando le ferite, e Pollock riflette il clima della sua epoca nelle sue opere, tanto quanto il clima del suo animo agitato e pirotecnico, viziato dagli alcolici e da una vita al limite ( per capirci, una volta era talmente ubriaco che si calò le braghe alla festa super chic di Peggy Guggenheim con tutti super famosoni, per fare la pipì proprio al centro della sala). 


Non c'è più limite tra arte e vita, anzi lui diventa parte integrante della sua opera, quasi ci mette i piedi sopra - la spontaneità di ciò che realizza è dirompente, non ci sono basi o preconcetti  - fa quel che sente sul momento, si muove da una parte perché è l'istinto a dirglielo, sceglie un colore perché sente di doverlo fare, senza una regola precisa. A volte ci mescola anche sabbia, chiodi, dipende da quel che sente.
«Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli» : ecco perché definiamo questo movimento Espressionismo Astratto, ovvero un'arte che sì, ci racconta dei moti del nostro animo come faceva magari Munch, per dire - ma senza più una figura di riferimento riconoscibile perché esistente in natura, seppur deformata: sono i moti dell'animo così come sono. Le forme non ci occorrono più, le figure non ci occorrono più, le immagini che possono aiutarci a capirli non ci occorrono più - sono così, nudi e crudi, c'è solo energia pura, svincolata dalla forma, in un turbine vorticoso di colori che richiamano forze irresistibili - pulsioni profonde dell'io ma anche la violenza al di fuori dell'io, qualcosa di irruento e sconvolgente.
Pollock sa, capisce benissimo che la critica avrebbe potuto massacrare il suo lavoro: è consapevole di realizzare qualcosa di innovativo e stravagante, e vuole manifestare quanto più possibile l'importanza che il gesto ha per la sua arte, non solo il risultato prodotto. Per questo accetterà di farsi fotografare nel suo studio ( un fienile ), di girare un film documentario con Hans Namuth ( qui il link per gli interessati ) in cui realizza una delle sue opere all'aperto. L'effetto è straordinario: prima chiacchiera, prepara gli strumenti, poi la telecamera viene infilata in una buca nella terra e sopra la buca è posta una lastra trasparente su cui Pollock inizia a dipingere: possiamo così vedere il suo lavoro, la libertà energica e spontanea con cui realizza la sua arte, conoscere più a fondo l'atto che ha dato vita alla nuova arte americana. Poi si stufò di Namuth, di quanto lo faceva lavorare e del fatto che gli dicesse cosa fare e ci litigò come una belva a casa, rovesciando piatti e bicchieri ad una elegante cena con ospiti per il Ringraziamento.. ho già accennato al fatto che fosse un tantino suscettibile, no? ).

Di solito le conclusioni dei racconti biografici dovrebbero raccontare la morte dei protagonisti, suppongo. Ma non posso congedarmi da Pollock con la tristezza di una corsa in stato d'ebrezza e di un incidente d'auto atroce, ed è per questo che piuttosto vi racconterò una bella storiella su di lui e su quanto era mattacchione. Una sera, girando in un quartiere extralusso,  vede l'enorme prato super curato che circonda una di queste case di signori ricconi e pensa che avrebbe proprio voglia di dipingerci sopra - la vede come una tela formato XL. Non resiste alla tentazione: ritornerà di notte da quelle parti, dopo abbondanti piogge. Sterza brucamente verso il prato e lo percorre per tutta la sua ampiezza, tracciando sul verde dei profondi solchi che in breve tempo si riempirono d'acqua. Per coloro che avviarono le indagini sullo scempio, il mattino dopo. fu persino troppo facile capire che era stato quel pazzerello di Pollock e il proprietario je voleva stacca’ la testa a mozzichi, praticamente. pretendendo un risarcimento bello corposo per riparare ai danni fatti. L'artista non batte ciglio e anzi, si stringe nelle spalle - voleva placare il bollente spirito del tizio ricordandogli che poteva vantare di avere in casa la più grande opera di Jackson Pollock, mica pizza e fichi e alla sua richiesta di migliaia e migliaia di dollari, propose di andare a firmare il prato per avere prova della sua autenticità, aggiungendo anche un fantastico «Magari mi pagherà dopo» che veramente più faccia di bronzo di così solo quei due di Riace. Non si sa come il tipo prese la cosa, ma lasciò cadere tutte le accuse nel dimenticatoio, certo che quello sbullonato di Pollock non gl'avrebbe mai dato manco uno spiccio.

Mi permetto di segnalare questa robetta in particolare a preferiscoilcoulomb - allievo prediletto a cui lo avevo promesso e ad a-sincrono a cui lo avevo annunciato. E a quello-che-non-ho aggiungo anche una foto di Pollock che s o r r i d e 

Attend le garçon qui te traitera comme une princesse, qui t'aimera avec tendresse, comme si tu étais une poupée de porcelaine, et fera tout pour ne pas te briser. Attend celui qui t'embrassera sans te prévenir, celui qui te prendra la main devant tous ses amis. Celui qui supportera ta musique pendant des heures, qui acceptera de regarder tous les épisodes de Gilmore Girls avec toi. Celui qui te dira quand tes blagues sont nulles, qui se moquera un peu de toi, te titillera, te rendra folle de rage. Celui qui lira les livres que tu aimes. Celui qui te trouvera jolie sans maquillage, qui t'aimera belle, moche, soignée, en robe, en jean, en talons, en basket, les cheveux lisses, bouclés, sales, propres. Celui qui sera un peu jaloux, mais qui comprendra tes choix. Celui qui aura peur de te perdre mais qui te laissera partir quand le moment viendra. Celui qui glissera des petits mots avec écrit « Je t'aime » dans ta poche. Qui apprendra à aimer tes amis autant que toi tu les aimes. Qui t'encouragera à réussir et à réaliser tes rêves, même si ils t'éloignent de lui. Celui qui jouera avec tes cheveux, qui te chatouillera sans prévenir, qui te fera t'étouffer de rire. Celui pour qui tu auras envie de changer sans qu'il ne te le demande, pour qui tu voudras t'améliorer, grandir. Celui qui te fera sourire par ses mimiques, son rire ou ses gestes. Celui que tu voudras à tes côtés pour construire ton bonheur.
—  Da Silva
2

Abhorsen Sabriel.

As finished as it’s going to get at this stage. I’m tired of looking at it, and i don’t really know how to improve it. At least not right now. I do’t think its too bad, but as with everything art-like, if you stare at it for too long, you only pick out flaws and you don’t look at the merits. 

Still! here you have it, including a variant for a potential cover. Because why not?

Also, this will be going on Deviantart too, first finished piece going up in a long-ass time. 

le sorprese del kinderwafer

Sapete qual è sempre stato il problema dell’arte?
Sì. Sto parlando di problemi dell’arte. Io che la osanno. Nessuna svista.
Il problema, o meglio il limite dell’arte (ma non per questo negativo, eh) è che nella sua perfezione riproposta su tela, scolpita nel marmo, ferma un istante - e lo immortala per sempre. Il ratto di Proserpina rapita? Ecco, quella poveretta è da quando Bernini l’ha lavorata che urla disperata tra le braccia del suo persecutore. Per non starvi a dire da quanti secoli quel povero Gesù sta in croce per colpa di Cimabue.
Insomma, è l’effetto fotografico dell’arte - ferma qualcosa e lo riproduce una volta e quella volta vale per sempre e noi ancora oggi possiamo ammirare quel solo istante immortalato.
Dove voglio arrivare? Che nell’arte non c’è tempo. C’è un istante che resta quello per sempre. Il tempo non scorre, è come congelato.

Jannis Kounellis non ci sta. Non accetta che la dimensione del tempo sia esclusa dall’arte. E per questo si rimbocca le maniche e diventa davvero l’artista del tempo. All’inizio dipinge pagine di calendari, giorni della settimana, e poi musica dipinta. La musica. Quale elemento migliore per descrivere il tempo che passa di qualcosa che suona? Raccontava che spesso inventava degli accordi che dipingeva, e poi li fischiettava - non si tratta più di un’arte che nasce e muore sulla tela, ma che esce dai bordi della cornice, stimola la produzione di musica. O addirittura li faceva riprodurre da musicisti professionisti che si trovavano nelle gallerie dove esponeva, spesso accompagnati anche dal volteggiare di una ballerina - qui un rifacimento recente.

E poi questo. 


Che c’entra col discorso che ho appena fatto? Un pappagallo certo non è grazioso come una ballerina, è vero.
Però è vivo. La vita che l’arte è stata accusata di sottrarre a ciò che rappresenta - non a caso spesso sono due termini usati uno all’opposto dell’altro. Raffreddando e rendendo immortali i suoi soggetti li priva di questa componente fondamentale, palpitante di vitalità.
Kounelis allora prende la vita - e la rende arte; ma fa anche l’inverso: prende l’arte e la rende viva. Con questa incredibile novità.
Spesso si tende ad interpretare in maniera semplice quest’opera come metafora della pittura - ma è davvero troppo riduttivo che la lastra sia “la tela” e il pappagallo siano “i colori”. Se fosse stato semplicemente questo, il pappagallo sarebbe stato impagliato, no? Finto. Dipinto. Una statuetta. C’è anche qualcosa che appartiene a Madre Natura e non al pennello del pittore, che qui reclama attenzione. E quale strumento se non la vita stessa per raccontare nel migliore dei modi il tempo, a cui l’esistenza è sempre, perennemente soggetta? Egli la prende e non la raffredda nella sua arte - anzi la rende parte intregrante di questa, e vi aggiunge una grande novità, rompendone i limiti.
È questo il preludio per comprendere un’opera che tanto abbiamo visto in giro, ma che spesso aggrottiamo la fronte (vi ho visto, non mentite!) nel cercare di comprenderla. Quella serie di cavalli in una stanza tutta vuota, avete presente?

Correva l’anno 1969. Siamo a Roma - in una celebre galleria d’arte contemporanea: l’Attico.
Siccome i romani sono così indie che in confronto la canzone de Lo Stato Sociale spaurisce, si chiamava Attico - ma la seconda sede era in un garage (sì sì, la prima era in un attico - erano indie ma mica fuori di testa totali). Ed è proprio in questo garage che il buon Kounellis trascina dodici cavalli e li piazza lungo tutto il profilo dell’ambiente, studiandolo come una dimensione geometrica - come la cornice di un quadro entro cui inserisce i suoi elementi. Questi cavalli sembrano quasi le colonne delle navate delle chiese, un riferimento all’arte monumentale riportato da bestiole non troppo simili a colonne preziose - e dall’odore sicuramente diverso dal marmo. Ecco, abbiamo colto il punto. La natura entra nella galleria, con tutte le sue conseguenze - c’è una componente nuova dell’arte, quel doversi prendere cura dell’arte come non lo si è mai fatto: darle da mangiare, pulirla. Senza contare che questo tipo di arte compie delle azioni non controllate dall’artista che in passato invece era il direttore di ogni cosa compiuta dalle sue creazioni (e non controllate neanche dall’apparato digerente di ‘ste bestiole non conosciute per defecare saponette, insomma): sono totalmente indipendenti, a differenza dell’arte tradizionale, sempre uguale a sé stessa. La dimensione del vivene stride in quella dell’arte ed è questa la grande novità dello spazio di Kounellis. Spazio che, tra l’altro, è praticabile dal pubblico. Ora, non so quanto fosse effettivamente bello camminare in una stanza al chiuso con dodici cavalli - ma suppongo che con una mollettina al naso l’esperienza di “entrare nell’opera” doveva essere senz’altro fenomenale. Quindi non solo il tempo che entra nell’arte, ma anche e soprattutto il presente, il qui ed ora mai realizzato.
E a proposito di persone che Kounellis fa entrare nella sua arte - ci mette anche se stesso. Fotografie? Nah. Autoritratti? Vi pare?
Coerente con tutta la sua ricerca della dimensione della temporalità, espone il suo stesso corpo tra altri vari elementi.

Ma è Body Art? Hhhhng. Non compie azioni vere e proprie, quando rimane tra questi oggetti. Lui semplicemente espone se stesso. È come se la tradizione, qui rappresentata dalla scultura in pezzi, avesse assorbito in sé anche la dimensione del tempo, della vita - e questa venga rappresentata dall’entità vivente, dal corvo sulla destra (ormai simbolo significativo-quindi va bene anche che sia impagliato, il concetto è più che mai chiaro), e dal flautista. Ancora musica, musica, musica e vita che sono i baluardi del tempo presente, contrapposto al tempo storico ormai ridotto in frammenti sul tavolo che, pur volendo, non potrebbero essere più ricomposti (i pezzi di statua, infatti, non ne comporrebbero una integra - un po’ come quei puzzle da mille pezzi che finisci e poi scopri che al centro c’è un buco che combacia con un pezzo che non c’è: ci sono due mani destre, per capirci, manca qualche altro elemento). Ne fece anche un video - e al posto del flautista, c’è una candela che arde. Altro sintomo del tempo che passa, che si fugge tuttavia - chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza*

*scusate il lorenzo de medici che è in me.

( dedicato soprattutto a cancrore che mi chiese delucidazioni )

anonymous asked:

j'ai 22 ans et je reconnais volontiers que Brigitte Macron est 1000x plus canon que moi donc que les jeunistes et les sexistes aillent se faire foutre !!!!!

Same???

Look

at 

her !

BM en jeans et basket >>>>>>>>>> moi sur mes talons aiguilles et dans ma plus belle robe 

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Fièrement Ndundu: A Kinshasa, des albinos défilent pour faire valoir leur beauté

Photos: Eduardo Soteras

« Chaque fois, à la télé, je voyais des filles défiler, et je me disais : “Pourquoi pas moi ?” » Samedi soir, sur les hauteurs de Kinshasa, le rêve de Solange Matondo est devenu réalité. Avec une vingtaine de filles et de garçons atteints comme elle d’albinisme, une maladie génétique qui prive sa peau, ses yeux et ses cheveux de mélanine, la jeune femme a arpenté un podium pour la première fois.

A l’origine de cette opération : le réalisateur albinos Yan Mambo, qui avait organisé fin août le festival « Fièrement ndundu » (albinos, en lingala). « Blancs » et noirs avaient alors déambulé ensemble dans la capitale congolaise. Avec le défilé, dont l’organisation a coûté environ 5 000 dollars, il s’agit de « montrer l’albinos dans sa plus belle robe pour que, à la fin, les gens aient envie d’épouser une albinos, d’avoir un enfant albinos », explique le cinéaste. Car si en République démocratique du Congo, les personnes atteintes de dépigmentation ne sont pas victimes de crimes rituels comme en Tanzanie ou au Burundi, elles suscitent encore beaucoup de peur, de rejet, de moqueries et souffrent de discriminations.

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La France incarne tout ce que les fanatiques religieux du monde détestent : la joie de vivre par une myriade de petites choses : le parfum d'une tasse de café et des croissants le matin, de belles femmes en robe souriant librement dans la rue, l'odeur du pain chaud, une bouteille de vin que l'on partage entre amis, quelques gouttes de parfum, les enfants qui jouent dans les jardins du Luxembourg, le droit de ne croire en aucun dieu, de se moquer des calories, de flirter, fumer et apprécier le sexe hors mariage, de prendre des vacances, de lire n'importe quel livre, d'aller à l'école gratuitement, jouer, rire, se disputer, se moquer des prelats comme des politiciens, de ne pas se soucier de la vie après la mort. Aucun pays sur terre n'a de meilleure définition de la vie que les Français
—  Le New York Times.

Abhorsen Sabriel update.

The bells are nearly all done. I must admit, I’m doing this as and when i can, but i REALLY want to finish it properly, because i think its turning out quite nicely. I’m pleased with how i did the bells too, with the engraved patterns. originally i had a more complex theme in mind, but the simplicity of them means the details stand out more and makes them seem much more like a set.

but yeah, all around update, hope you like it so far :)