believeinpeoplenotingod

A volte sento questo dolce bisogno d'essere amata. Nemmeno poi d'un sentimento troppo profondo per così dire sublime, bensì d'uno che si palesi nei gesti che pur nella loro semplicità contengono amore. Un sorriso, uno sguardo desideroso, anelante quasi, una frase che mi ricordi che esisto, ché a stare soli per troppo tempo, viene il dubbio di non esserci più.

-Spero solo di non averti illusa, durante questo tempo-, disse lui guardandola. Lei non voleva dargli la soddisfazione di ammetterlo, ma pensò che tutto sommato aveva poco da perdere, quindi: -Veramente sì, l'hai fatto- disse abbassando lo sguardo e abbozzando un sorriso. In attesa di qualcosa che non arrivava, aggiunse: -Ma non importa, non è la prima volta-. -Lo so- rispose infine lui -ed è per questo che mi dispiace-. Lei avrebbe voluto dirgli che del suo dispiacere, della sua compassione, non le importava; che voleva lui, in quel momento e nel futuro. Ma le sue labbra, disobbidienti come al solito, bisbigliarono: -Non preoccuparti.. E'tutto, posso scendere dalla macchina ora?-. La sua mano era già sulla maniglia, ma sperava in un improvviso ribaltamento della situazione, sperava che lui la fermasse e che tutto tornasse a posto. Non voleva scendere da quello che ora era divenuto un maledetto abitacolo, ma che in precedenza era stato un nido d'amore, aveva solo bisogno d'un cenno per restare. Ma ricevette un -Sì- come risposta, e tutto crollò. Non si girò a guardarlo un'ultima volta, non lo sfiiorò nemmeno, inspirò lentamente per portare con sè un po’ del suo profumo e gli diede, a malincuore, un silenzioso addio. Si avviò verso casa, con le lacrime che per la prima volta iniziavano a rigarle il viso, senza voltarsi, anche se ad ogni passo non c'era muscolo, fibra o nervo in lei che non volesse correre indietro e tornare da lui. Aspettava di sentire l'accensione del motore e l'indugio di lui ad andarsene la illuse, per un'ultima volta, che forse avrebbe cambiato idea. Ma poi sentì delle ruote allontanarsi sull'asfalto alle sue spalle e quella divenne definitivamente l'ultima volta che lo vide.
Mi sono appena resa conto che mai nessuno scriverà per me una canzone, nè una poesia. Forse qualcuno me ne dedicherà una, ma non è la stessa cosa. Nessuno spenderà del tempo per cercare le parole giuste per parlare di me, nè a nessuno verrà spontaneo farlo. Credo di averlo sempre saputo, in fondo. Io non faccio innamorare i ragazzi che vogliono e sanno fare queste cose. Anzi, io non faccio innamorare proprio nessuno. Sono un impiastro.
  • Io:ti ho mai detto che hai la faccia di uno che si chiama Simone?
  • Lui:eh?
  • Io:sì, quando vedo una persona per la prima volta, mi balza in mente un nome. La prima volta che ti ho visto, è uscito Simone.
  • Lui:ah. Sei un po' strana, a me questa cosa non succede.
  • Io:lo so.
  • Lui:però ora che ci penso.. Tu hai la faccia da Beatrice.
  • Io:Beatrice?
  • Lui:sì, come quella di Dante. Non vuol dire 'colei che porta beatitudine?'
  • Io:
  • Lui:appunto. Sì, sei proprio una Beatrice.
Ogni volta mi ripeto di non crearmi mille castelli, ma finisco sempre per costruire regge sfarzose e immense. Ogni volta mi dico di non lasciarmi trascinare troppo, ma alla fine più che farmi trascinare sono io che corro di mia spontanea volontà. Ogni volta dico ‘ci siamo’ e invece non ci siamo mai. Ogni volta penso che andrà tutto bene finalmente, e invece va tutto male sempre. Ogni volta cerco di convincermi che non sono io il problema, ma è inutile: lo sono.

L'amore, l'amore che cos'è? Nella mia ignoranza credevo che fosse gioia, felicità, sentirsi completi ed invincibili, il suono della risata di un bambino, gli occhi dello stesso bambino che ammirano qualcosa di ignoto, una carezza, un bacio. Nient'altro. Invece sto scoprendo che l'amore è anche ossessione morbosa, passione, avere il fiato corto quando si pensa all'altro, sentirsi soffocare, il battito del cuore che prima accelera e poi sembra non poter riprendere più, follia, totale follia, voglia di gridare e di non separarsi mai, dolore, sofferenza, tristezza, tanta tristezza, paura, soprattutto paura.

È amore il primo o è amore il secondo? O è amore tutto?
Io non lo so, ma vorrei urlare e piangere ed essere abbracciata.

"Balli con me?''

Scuola. Ora di educazione fisica. Corso di danza latino americana, ultima mezz'ora. Dopo aver imparato una serie di passi, l'insegnante fa una proposta quantomeno azzardata: ricreare l'atmosfera di una sala da ballo. Da una ventina di studenti alla loro prima lezione di ballo, si alza un coro di lamentele ‘ma non siamo capaci’, ‘ma è imbarazzante’. Occhi che guardano verso il cielo, guance che si gonfiano. L'insegnante non desiste: le ragazze in fondo alla palestra, i ragazzi dall'altra parte. C'è bisogno di recuperare qualche vecchio valore, come la gentilezza, secondo lei. Quale occasione migliore? Così impariamo a comunicare anche con tutto il corpo e non solo con le falangi che digitano su una tastiera. Inutile opporsi, tanto detiene lei il potere assoluto, si fa quello che lei ordina. Quindi le ragazze si avviano verso il fondo della palestra sentento lo sguardo dei compagni che già stanno decidendo con chi fare coppia e, dopo averlo raggiunto, assumono un'aria d'indifferenza, cercando di dissimulare la voglia di essere scelte da qualcuno e la paura che ciò non accada. Dall'altra parte i ragazzi, allineati come se fossero ai blocchi di partenza di una pista con dieci corsie. Parte la musica, partono anche loro. Si avvicinano, sanno già cosa fare. Poi c'è lui. Arriva lento ma deciso, si guarda intorno controllando che nessuno stia andando nella sua stessa direzione. Si accorge che qualcuno c'è e accelera il passo. La testa leggermente china, le mani lungo i fianchi, lo sguardo fisso sui piedi, chissà se i miei o i suoi, ma poco importa, mi ricorda un po’ un bambino pentito per qualche marachella al cospetto della mamma, o forse un bambino timido coi riflettori puntati addosso, che ha un tocco di tenerezza in più; allunga un braccio e mi porge la mano, nessuno ha ancora iniziato, “Balli con me?”. Afferro la mano, “Ok”, mi guarda, afferra la mano, si gira, si mette in mezzo alla palestra, mi cinge i fianchi, iniziamo a ballare e con noi gli altri, o noi con gli altri, non mi ricordo nemmeno più. La musica c'è, ma io non la sento. Sento la mia mano nella sua. Cerco di ricordarmi i passi, mi lascio guidare, ma c'è poco da fare, siamo una vera frana. Mi pesta un piede, “cazzo, scusa”. “Fa niente”, si guarda i piedi in modo da prendere meglio le misure. “Tenete il contatto visivo!”, l'insegnante suggerisce dietro di noi. Alza lo sguardo, trovo l'azzurro dei suoi occhi. Se prima non sentivo la musica, ora non sento nemmeno più la presenza degli altri, non vedo nemmeno più cosa c'è intorno, vedo solo due tondi blu, grandi, profondi, in quel momento capisco cosa vuol dire che gli occhi sono lo specchio dell'anima o almeno credo. Inutile che fai il teppista, il menefreghista, quello che prende tutto alla leggera, ora vedo che non sei così. Già lo sospettavo, però ora lo so. Non so se è più grande l'imbarazzo, la voglia di distogliere lo sguardo o quella di restare così per sempre. Poi c'è quella figura da fare, abracados o qualcosa di simile, siamo vicini, io di schiena, contro il suo torace, sento il suo respiro sul collo, wow, spero che i miei capelli profumino ancora e non siano inodori. Dicono che i capelli con un profumo intenso piacciono, fanno colpo. Ok, è tempo di tornare a guardarsi. Mi erano mancati i tuoi occhi. Sbagliamo qualcosa, sorride. Finisce la musica, però non stacca la mano dal mio fianco, io non mi sposto. Poi ce ne rendiamo conto e come da protocollo mi riaccompagna dove mi ha presa tenendomi per mano. “E’ stato.. Bello”. “Sì, lo è stato”. “Dovremmo rifarlo”. “Dovremmo, ma non succederà vero?”. “Forse no. Ma forse sì”. E torniamo ad essere gli sconosciuti di prima. 

11.11.2013
- http://believeinpeoplenotingod.tumblr.com/

Quando ero piccola il mio film Disney preferito era Peter Pan: ero innamorata del ragazzo che non invecchiò mai - come può esserlo una bambina, chiaro - e credo di aver capito il motivo: non erano i capelli rossicci, la calzamaglia verde, l’abilità con la spada, l’eterna gioventù o la capacità di volare a farmelo piacere tanto; era il fatto che lui salva Wendy. La salva dai pirati, dagli indiani, da Uncino, e nella realtà ci sono minacce ben peggiori di queste. Quindi ecco perchè ancora oggi sogno che qualcuno si affacci alla mia finestra, m’insegni a volare e mi porti via: ho un disperato bisogno di essere salvata.
04.07.2014

Amore mio,
Sono passati cinque mesi dall’inizio della nostra storia meravigliosa, storia che mi sembra sia iniziata ieri per quanto è passato in fretta il tempo con te. Ieri sera, su quella panchina nel parchetto, mi hai sussurrato parole stupende, e io non ti ho risposto praticamente nulla, certo non perché non avessi nulla da dire, ma piuttosto perché non sono proprio capace a guardarti negli occhi e dirti parole diverse da ‘ti amo’, che sono le prime che affiorano alle mie labbra vedendoti; a scrivere, però, sono un po’ più brava, innanzitutto perché da qua non ci sono i tuoi occhi che mi distraggono e poi perché così ho la possibilità di riflettere su quali parole scegliere senza doverle pronunciare con voce tremante, come mi succederebbe diversamente. Ecco, penso che potrei partire proprio dai tuoi occhi, che t’ho già ripetuto tante volte quanto sono belli, ma non mi sembra mai abbastanza; sarebbe banale paragonarli al mare o al cielo, poiché quest’ultimo è un incostante, che quando vuole diventa grigio e scuro e viene coperto da nuvole che ne occultano la bellezza, ed il primo altro non è che il suo specchio. No, no: i tuoi occhi sono ben altro. Di giorno sono luminosi, brillano, mentre quando viene notte sembrano più chiari, ancora più intensi, che quando mi guardi ed è buio sembra che m’indaghi l’anima e mi fai sentire minuscola, in confronto a loro; e quando mi fissi in quel modo che solo tu sai fare, ‘in quel modo in cui tutte le ragazze vorrebbero essere guardate’, ti giuro, mi sento morire di gioia, perché quegli occhi guardano me, me capisci? E un po’ si incontrano coi miei, poi a volte li abbassi e guardi le mie labbra e allora penso che forse stai cercando di leggere il labiale perché non mi senti e quindi dovrei alzare la voce, ma non lo faccio perché tutto sommato mi piace quando mi guardi le labbra. Poi penso a quando sei tu a parlarmi e la situazione si ribalta, io ti guardo le labbra, non perché non ti sento, piuttosto perché sono morbide, carnose ma non troppo, insomma perfette, quelle labbra che quando si schiudono in un sorriso mi esplode la felicità dentro, chè hai il sorriso più tenero di questo mondo. E poi sei bello anche quando fumi e io sono davanti a te e aggrotti un po’ le sopracciglia mentre storci la bocca e butti fuori il fumo. Ci sono infiniti dettagli, come questo, che amo di te. Amo quando mi sveglio, guardo il telefono ed immancabilmente ci trovo il tuo buongiorno. Amo quando mi accarezzi il viso e poi mi baci dolcemente, e in quei momenti mi sembra di attraversare l’universo intero e poi il paradiso. Amo quando ci incontriamo e mi abbracci. Amo quando mi sussurri all’orecchio parole d’amore che mai nessuno mi ha detto. Amo quando facciamo insieme qualcosa per la prima volta, ma in realtà amo quando facciamo qualcosa insieme e basta. Amo quando faccio la stupida e tu mi dai anche corda, come ieri sera col gioco dei ‘perché?’. Amo quando ridi di gusto e butti indietro la testa. Amo anche quando guardiamo un film insieme e io me ne sto accoccolata sulla tua spalla che è il posto più comodo del mondo e poi ti distraggo e tu commenti tutti quello che succede. Amo quando ti scompiglio i capelli e un po’ tu t’arrabbi, ma non è colpa mia se sei tanto bello coi capelli messi così! Amo il contatto con la tua pelle calda. Amo ascoltare i battiti del tuo cuore. Amo farti il solletico, ché ti fa ridere e poi mi guardi con quell’aria di semirimprovero che altro non fa che farmi venire voglia di fartelo ancora di più. Amo quando stai per baciarmi e io mi allontano e tu ti avvicini finché non ti prendi quel bacio. Amo quando giriamo per mano nelle librerie, mostrandoci l’un l’altro i libri che abbiamo letto. Potrei continuare all’infinito, ma devo dirti che soprattutto, oltre ogni altra cosa, amo te.
Grazie di tutto amore mio, grazie per questi cinque mesi e per tutti quelli che verranno. Grazie per farmi sentire costantemente felice, felice come non sono mai stata.
Ti amo,
Tua Babi

È strano. Succede che non vedi una persona per un anno, non ci parli, non pensi a lei, un po’ te la dimentichi e dimentichi la persona che eri tu con lei e quello che eravate voi insieme, che poi non era niente di che ma non importa. Poi, un giorno di fine giugno, fuori da scuola (maledetta maturità), incontri di nuovo quella persona. Un po’ fai finta di niente, ti senti a disagio, evitare di vederla ormai non puoi più, ma forse puoi schivare una conversazione. Invece no. Lei, vabbè, lui, ti vede, ti viene incontro, sorride. Sì, in un giorno di fine giugno, fuori da scuola, lui ti vede, si avvicina e sorride. Ti saluta, come stai, cosa fai, cosa farai, sei felice, sì o no. E tu rispondi e speri che le farfalle, uscite all'improvviso dai bozzoli, non risalgano il tuo apparato digerente e non ti escano dalla bocca. È più che ordinaria, la conversazione che si può ascoltare tra due persone che non si parlano da un anno e si incontrano in un giorno di fine giugno fuori da scuola, in un giorno in cui il cielo è tutto grigio e nuvoloso, e tu ti chiedi che cosa ci facciano le nuvole in cielo in un giorno di fine giugno. Poi vedi lui, e dopo un anno ha ancora gli stessi occhi, ovviamente, ma la loro rara bellezza rientra tra i dettagli che avevamo iniziato a scomparire nella tua mente e così ti sembrano un po’ diversi. E capisci anche che cosa ci facciano le nuvole in cielo in un giorno di fine giugno: l'azzurrissimo cielo di fine giugno si è nascosto, conscio di non poter competere con i suoi occhi, di un azzurro così bello da battere l'infinito del cielo.

Discorsi sui treni di ritorno.
  • Io:non ho mai amato.
  • M:nemmeno io, ma prima o poi arriverà il momento.
  • Io:...
  • M:no?
  • Io:non lo so..
  • M:perchè no?
  • Io:bisogna essere disposti ad amare.
  • M:certo, se lasci un ragazzo appena ti accorgi di tenerci, non amerai mai.
  • Io:non intendo questo, non lo farei mai. Ho sbagliato parola: volevo dire che bisogna essere capaci.
  • M:cioè? Tutti sanno amare.
  • Io:non io. Non mi viene spontaneo. Magari mi affeziono, soffro anche per una persona, ma.. Ad amare proprio non credo di riuscirci. Oppure lo faccio inconsapevolmente, non so che cosa voglia dire amare.
  • M:beh ma lo capirai.
  • Io:e se proprio non fossi in grado? Nulla si genera dal nulla, e se io non ricevo amore, non ne posso generare. Io non mi sento amata, Matti.
  • M:da nessuno?
  • Io:da nessuno.
  • M:ah, strano.
  • Io:lo so.
  • M:e cosa pensi di fare?
  • Io:boh, aspetto.
  • M:che cosa?
  • Io:di sentirmi amata, in modo da poter amare di rimando. O in modo da poter amare e basta.
  • M:c'è poco da fare eh?
  • Io:già. E' circa una vita che sono qua.
  • M:chi cerca trova.
  • Io:ma io non cerco nulla, aspetto.
  • M:saranno gli altri a trovarti, non ti preoccupare.
'Spero solo di non averti illusa..'

Spero di non averti illusa il cazzo, perchè, Dio, l'hai fatto. L'hai fatto quando mi prendevi la mano e camminavamo così, vicini, a dita intrecciate. L'hai fatto quando mi hai guardata e hai detto: ‘sei bellissima’, e io non so perchè ho deciso di crederti un po’. L'hai fatto quando mi sei venuto a prendere sotto casa in macchina e mi ci hai riportato in tempo, 'ché sennò poi i tuoi genitori non ti lasciano più uscire con me.’. L'hai fatto quando mi hai scritto dicendomi che ti sentivi solo e volevi le mie coccole. L'hai fatto quando mi hai portata al cinema e abbiamo guardato talmente poco il film che non sappiamo nemmeno la trama. L'hai fatto quando mi hai scritto 'auguri donna!:P’ l'8 marzo. L'hai fatto quando mi guardavi neglio occhi per infiniti minuti senza spiccicare parola, tanto da costringermi ad abbassare lo sguardo. L'hai fatto quando, la sera in cui ci siamo conosciuti, mi hai detto: 'ti ho notata appena sono entrato’. L'hai fatto quando mi hai paragonata a una modella. L'hai fatto definendo dolce il mio viso. L'hai fatto quando hai detto che avevi voglia di stringermi forte, e non sapevi perchè. L'hai fatto anche il giorno in cui mi hai lasciata, che quando me ne sono andata tu sei rimasto lì per qualche minuto, illudendomi che forse saresti sceso dalla macchina e mi avresti detto che no, non finiva lì, così, che avevi sbagliato, che ci saremmo visti ancora, oppure che mi avresti baciata e tutto sarebbe tornato a posto. Invece no, è andato tutto in aria e io sono qua, ancora abbarbicata alle illusioni come un bambino lo è al suo peluche preferito.

A volte mi capita di ripetere cose che ho già raccontato alle stesse persone, senza rendermene conto. Quando loro me lo fanno notare, non posso fare a meno di scusarmi, dicendo che non me ne ricordavo e di stupirmi del fatto che invece loro l'abbiano fatto; penso che per me io abbia talmente poca importanza che nemmeno mi ascolto quando parlo e ovviamente sono convinta che neppure gli altri lo facciano - d'altronde perchè dovrebbero, dal momento che non ci riesco io stessa?

  • Io:ho qualcosa fuori posto?
  • D:no, perché?
  • Io:non so, quelli mi fissavano, quindi ho pensato che avessi qualcosa che non andava
  • D:non è che se ti guardano è perché hai qualcosa di strano
  • Io:ma sì magari ho i capelli messi male o una macchia sui vestiti o il trucco sbavato e non me ne sono accorta...
  • D:oppure sei bellissima e ti ammirano.