believeinpeoplenotingod

-Spero solo di non averti illusa, durante questo tempo-, disse lui guardandola. Lei non voleva dargli la soddisfazione di ammetterlo, ma pensò che tutto sommato aveva poco da perdere, quindi: -Veramente sì, l'hai fatto- disse abbassando lo sguardo e abbozzando un sorriso. In attesa di qualcosa che non arrivava, aggiunse: -Ma non importa, non è la prima volta-. -Lo so- rispose infine lui -ed è per questo che mi dispiace-. Lei avrebbe voluto dirgli che del suo dispiacere, della sua compassione, non le importava; che voleva lui, in quel momento e nel futuro. Ma le sue labbra, disobbidienti come al solito, bisbigliarono: -Non preoccuparti.. E'tutto, posso scendere dalla macchina ora?-. La sua mano era già sulla maniglia, ma sperava in un improvviso ribaltamento della situazione, sperava che lui la fermasse e che tutto tornasse a posto. Non voleva scendere da quello che ora era divenuto un maledetto abitacolo, ma che in precedenza era stato un nido d'amore, aveva solo bisogno d'un cenno per restare. Ma ricevette un -Sì- come risposta, e tutto crollò. Non si girò a guardarlo un'ultima volta, non lo sfiiorò nemmeno, inspirò lentamente per portare con sè un po’ del suo profumo e gli diede, a malincuore, un silenzioso addio. Si avviò verso casa, con le lacrime che per la prima volta iniziavano a rigarle il viso, senza voltarsi, anche se ad ogni passo non c'era muscolo, fibra o nervo in lei che non volesse correre indietro e tornare da lui. Aspettava di sentire l'accensione del motore e l'indugio di lui ad andarsene la illuse, per un'ultima volta, che forse avrebbe cambiato idea. Ma poi sentì delle ruote allontanarsi sull'asfalto alle sue spalle e quella divenne definitivamente l'ultima volta che lo vide.
  • Io:ti ho mai detto che hai la faccia di uno che si chiama Simone?
  • Lui:eh?
  • Io:sì, quando vedo una persona per la prima volta, mi balza in mente un nome. La prima volta che ti ho visto, è uscito Simone.
  • Lui:ah. Sei un po' strana, a me questa cosa non succede.
  • Io:lo so.
  • Lui:però ora che ci penso.. Tu hai la faccia da Beatrice.
  • Io:Beatrice?
  • Lui:sì, come quella di Dante. Non vuol dire 'colei che porta beatitudine?'
  • Io:
  • Lui:appunto. Sì, sei proprio una Beatrice.
Mi sono appena resa conto che mai nessuno scriverà per me una canzone, nè una poesia. Forse qualcuno me ne dedicherà una, ma non è la stessa cosa. Nessuno spenderà del tempo per cercare le parole giuste per parlare di me, nè a nessuno verrà spontaneo farlo. Credo di averlo sempre saputo, in fondo. Io non faccio innamorare i ragazzi che vogliono e sanno fare queste cose. Anzi, io non faccio innamorare proprio nessuno. Sono un impiastro.
Ogni volta mi ripeto di non crearmi mille castelli, ma finisco sempre per costruire regge sfarzose e immense. Ogni volta mi dico di non lasciarmi trascinare troppo, ma alla fine più che farmi trascinare sono io che corro di mia spontanea volontà. Ogni volta dico ‘ci siamo’ e invece non ci siamo mai. Ogni volta penso che andrà tutto bene finalmente, e invece va tutto male sempre. Ogni volta cerco di convincermi che non sono io il problema, ma è inutile: lo sono.
Quando ero piccola il mio film Disney preferito era Peter Pan: ero innamorata del ragazzo che non invecchiò mai - come può esserlo una bambina, chiaro - e credo di aver capito il motivo: non erano i capelli rossicci, la calzamaglia verde, l’abilità con la spada, l’eterna gioventù o la capacità di volare a farmelo piacere tanto; era il fatto che lui salva Wendy. La salva dai pirati, dagli indiani, da Uncino, e nella realtà ci sono minacce ben peggiori di queste. Quindi ecco perchè ancora oggi sogno che qualcuno si affacci alla mia finestra, m’insegni a volare e mi porti via: ho un disperato bisogno di essere salvata.
"Balli con me?''

Scuola. Ora di educazione fisica. Corso di danza latino americana, ultima mezz'ora. Dopo aver imparato una serie di passi, l'insegnante fa una proposta quantomeno azzardata: ricreare l'atmosfera di una sala da ballo. Da una ventina di studenti alla loro prima lezione di ballo, si alza un coro di lamentele ‘ma non siamo capaci’, 'ma è imbarazzante’. Occhi che guardano verso il cielo, guance che si gonfiano. L'insegnante non desiste: le ragazze in fondo alla palestra, i ragazzi dall'altra parte. C'è bisogno di recuperare qualche vecchio valore, come la gentilezza, secondo lei. Quale occasione migliore? Così impariamo a comunicare anche con tutto il corpo e non solo con le falangi che digitano su una tastiera. Inutile opporsi, tanto detiene lei il potere assoluto, si fa quello che lei ordina. Quindi le ragazze si avviano verso il fondo della palestra sentento lo sguardo dei compagni che già stanno decidendo con chi fare coppia e, dopo averlo raggiunto, assumono un'aria d'indifferenza, cercando di dissimulare la voglia di essere scelte da qualcuno e la paura che ciò non accada. Dall'altra parte i ragazzi, allineati come se fossero ai blocchi di partenza di una pista con dieci corsie. Parte la musica, partono anche loro. Si avvicinano, sanno già cosa fare. Poi c'è lui. Arriva lento ma deciso, si guarda intorno controllando che nessuno stia andando nella sua stessa direzione. Si accorge che qualcuno c'è e accelera il passo. La testa leggermente china, le mani lungo i fianchi, lo sguardo fisso sui piedi, chissà se i miei o i suoi, ma poco importa, mi ricorda un po’ un bambino pentito per qualche marachella al cospetto della mamma, o forse un bambino timido coi riflettori puntati addosso, che ha un tocco di tenerezza in più; allunga un braccio e mi porge la mano, nessuno ha ancora iniziato, “Balli con me?”. Afferro la mano, “Ok”, mi guarda, afferra la mano, si gira, si mette in mezzo alla palestra, mi cinge i fianchi, iniziamo a ballare e con noi gli altri, o noi con gli altri, non mi ricordo nemmeno più. La musica c'è, ma io non la sento. Sento la mia mano nella sua. Cerco di ricordarmi i passi, mi lascio guidare, ma c'è poco da fare, siamo una vera frana. Mi pesta un piede, “cazzo, scusa”. “Fa niente”, si guarda i piedi in modo da prendere meglio le misure. “Tenete il contatto visivo!”, l'insegnante suggerisce dietro di noi. Alza lo sguardo, trovo l'azzurro dei suoi occhi. Se prima non sentivo la musica, ora non sento nemmeno più la presenza degli altri, non vedo nemmeno più cosa c'è intorno, vedo solo due tondi blu, grandi, profondi, in quel momento capisco cosa vuol dire che gli occhi sono lo specchio dell'anima o almeno credo. Inutile che fai il teppista, il menefreghista, quello che prende tutto alla leggera, ora vedo che non sei così. Già lo sospettavo, però ora lo so. Non so se è più grande l'imbarazzo, la voglia di distogliere lo sguardo o quella di restare così per sempre. Poi c'è quella figura da fare, abracados o qualcosa di simile, siamo vicini, io di schiena, contro il suo torace, sento il suo respiro sul collo, wow, spero che i miei capelli profumino ancora e non siano inodori. Dicono che i capelli con un profumo intenso piacciono, fanno colpo. Ok, è tempo di tornare a guardarsi. Mi erano mancati i tuoi occhi. Sbagliamo qualcosa, sorride. Finisce la musica, però non stacca la mano dal mio fianco, io non mi sposto. Poi ce ne rendiamo conto e come da protocollo mi riaccompagna dove mi ha presa tenendomi per mano. “E’ stato.. Bello”. “Sì, lo è stato”. “Dovremmo rifarlo”. “Dovremmo, ma non succederà vero?”. “Forse no. Ma forse sì”. E torniamo ad essere gli sconosciuti di prima. 

11.11.2013
- http://believeinpeoplenotingod.tumblr.com/

Discorsi sui treni di ritorno.
  • Io:non ho mai amato.
  • M:nemmeno io, ma prima o poi arriverà il momento.
  • Io:...
  • M:no?
  • Io:non lo so..
  • M:perchè no?
  • Io:bisogna essere disposti ad amare.
  • M:certo, se lasci un ragazzo appena ti accorgi di tenerci, non amerai mai.
  • Io:non intendo questo, non lo farei mai. Ho sbagliato parola: volevo dire che bisogna essere capaci.
  • M:cioè? Tutti sanno amare.
  • Io:non io. Non mi viene spontaneo. Magari mi affeziono, soffro anche per una persona, ma.. Ad amare proprio non credo di riuscirci. Oppure lo faccio inconsapevolmente, non so che cosa voglia dire amare.
  • M:beh ma lo capirai.
  • Io:e se proprio non fossi in grado? Nulla si genera dal nulla, e se io non ricevo amore, non ne posso generare. Io non mi sento amata, Matti.
  • M:da nessuno?
  • Io:da nessuno.
  • M:ah, strano.
  • Io:lo so.
  • M:e cosa pensi di fare?
  • Io:boh, aspetto.
  • M:che cosa?
  • Io:di sentirmi amata, in modo da poter amare di rimando. O in modo da poter amare e basta.
  • M:c'è poco da fare eh?
  • Io:già. E' circa una vita che sono qua.
  • M:chi cerca trova.
  • Io:ma io non cerco nulla, aspetto.
  • M:saranno gli altri a trovarti, non ti preoccupare.
'Spero solo di non averti illusa..'

Spero di non averti illusa il cazzo, perchè, Dio, l'hai fatto. L'hai fatto quando mi prendevi la mano e camminavamo così, vicini, a dita intrecciate. L'hai fatto quando mi hai guardata e hai detto: ‘sei bellissima’, e io non so perchè ho deciso di crederti un po’. L'hai fatto quando mi sei venuto a prendere sotto casa in macchina e mi ci hai riportato in tempo, 'ché sennò poi i tuoi genitori non ti lasciano più uscire con me.’. L'hai fatto quando mi hai scritto dicendomi che ti sentivi solo e volevi le mie coccole. L'hai fatto quando mi hai portata al cinema e abbiamo guardato talmente poco il film che non sappiamo nemmeno la trama. L'hai fatto quando mi hai scritto 'auguri donna!:P’ l'8 marzo. L'hai fatto quando mi guardavi neglio occhi per infiniti minuti senza spiccicare parola, tanto da costringermi ad abbassare lo sguardo. L'hai fatto quando, la sera in cui ci siamo conosciuti, mi hai detto: 'ti ho notata appena sono entrato’. L'hai fatto quando mi hai paragonata a una modella. L'hai fatto definendo dolce il mio viso. L'hai fatto quando hai detto che avevi voglia di stringermi forte, e non sapevi perchè. L'hai fatto anche il giorno in cui mi hai lasciata, che quando me ne sono andata tu sei rimasto lì per qualche minuto, illudendomi che forse saresti sceso dalla macchina e mi avresti detto che no, non finiva lì, così, che avevi sbagliato, che ci saremmo visti ancora, oppure che mi avresti baciata e tutto sarebbe tornato a posto. Invece no, è andato tutto in aria e io sono qua, ancora abbarbicata alle illusioni come un bambino lo è al suo peluche preferito.

A volte vorrei solo avere qualcuno da chiamare a cui dire ‘non ce la faccio più, aiutami’, qualcuno che dall’altro capo della cornetta mi facesse ridere anche solo per dieci minuti e poi mi lasciasse tornare alla realtà. Qualcuno che mi distraesse e mi facesse sentire un po’ meno sola. Qualcuno di fidato. Qualcuno a cui importasse di me. 

Cambia tutto, anche la pallavolo.

Crescere fa male, tutto cambia e poco importa che noi lo vogliamo o meno. Succede. O siamo noi a farlo succedere. Le esperienze che accumuliamo negli anni plasmano le nostre vite, le nostre anime, ciò che siamo, e purtroppo però anch'esse vedono una fine. Sono esattamente 12 anni che gioco a pallavolo. Dodici. Che equivale a dire praticamente i tre quarti della mia vita. In questi anni ho visto passare molta gente in palestra: ragazze che hanno iniziato per poi smettere dopo due mesi, ragazze che hanno resistito per qualche anno, ragazze che ora non mi salutano più quando ci incrociamo e molte, molte altre, oltre anche a qualche ragazzo, nella più tenera età. Di quelle che hanno iniziato il viaggio con me, nel lontano 2001, nessuna è rimasta. Io invece sì, sempre lì, in palestra, perseverante. Caspita, dodici anni! E’ impressionante. Guardo indietro e vedo mille esercizi da fare,  noiosi, faticosi, nuovi, divertenti, difficili, impegnativi; vedo le partite affrontate con l'ansia che poi in campo si trasformava in grinta, voglia di vincere, rabbia; vedo gli allenatori e le compagne di squadra, tutti diversi tra loro; vedo le discussioni con gli arbitri e con le avversarie; gli inizi e le fini delle stagioni, la preparazione fisica. Nella mia vita ho visitato più palestre che case. Ho sacrificato le feste del sabato sera perchè la domenica mattina c'erano le partite e non potevo permettermi di avere sonno, quindi niente storie e a dormire alle dieci, quando i miei amici iniziavano ad uscire. Non che mi pesasse, anzi: loro avevano le serate e l'alcol, io avevo la consapevolezza che il giorno dopo avrei passato come minimo due ore a giocare, cos'avrebbe potuto rendermi più felice? Ho passato notti intere a studiare perchè gli allenamenti pomeridiani mi avevano privata di parecchie ore sui libri, ma non m'importava, perchè quando stavo per cedere pensavo a come avessi investito bene quel tempo, e proseguivo coi paradigmi di greco o le date di storia.  

Poi, negli ultimi 5 anni, sono arrivate quelle ragazze che invece sono restate e insieme abbiamo iniziato a costruire un sogno bellissimo, glorioso, un sogno fatto di rinunce e sudori, dolore ai muscoli, qualche infortunio, lacrime e risate, vittorie e sconfitte, trionfi e massacri. Abbiamo imparato che cosa significhi essere una squadra, non averne una. Abbiamo vinto contro le favorite e perso quando eravamo noi le più quotate, abbiam deluso l'allenatore che per noi è stato una sorta di salvatore, che in pochi anni ci ha insegnato tutto ciò che sappiamo, ma ci siamo anche riscattate, dimostrandogli che noi, lui compreso, siamo in grado di farci valere. Abbiamo strisciato a terra, ricoprendo ginocchia e gomiti di lividi, abbiamo messo l'anima in campo. La pallavolo mi ha salvata, da tutto: liti in famiglia, ragazzi, fine di relazioni, scuola, stress. Ogni problema, nell'esatto istante in cui vaglio la soglia della palestra, puf!, sparisce. La mia mente è totalmente ed unicamente concentrata sul gioco e nulla può distrarmi. Nemmeno entrasse lui, cambierebbe qualcosa. La pallavolo è, è sempre stata e sempre sarà, la mia priorità, la libertà che mi concedo. 

 E ora addio, addio a loro che mi hanno supportata quando credevo di aver rincorso il sogno sbagliato, che mi hanno convinta a non mollare e ci sono riuscite. Addio ad Andrea, che mi ha insegnato i fondamentali, che mi ha spronata a migliorare sempre e che ha premiato tutti i miei sforzi nominandomi capitano della squadra, alla quale mi sento di appartenere con tutta me stessa, trattandomi sempre come un'adulta.

La consapevolezza che tutto ciò finirà, che all'inizio della prossima stagione vedrò volti nuovi, palestre nuove, tutto diverso, è straziante. Non so nemmeno se utilizzerò i palloni verdi bianchi e rossi, come ora, oppure quelli gialloblu. Piango ripercorrendo tutte le emozioni, le difficoltà, gli obiettivi, la felicità. Piango e sento che tutto questo già mi manca. Eppure si cresce e tutto cambia e il prossimo anno giocherò in un'altra squadra, probabilmente in una serie di livello più alto, e sarà tutto diverso. Non posso che ringraziare la squadra, Andrea, che più di tutti mi ha fatto capire che con tanti sacrifici e obiettivi ben chiari da perseguire nulla è impossibile, è grazie a lui se sono qua. GRAZIE. Non vi dimenticherò mai, giuro. Ci resta ancora una partita, dopodomani, da giocare: abbiamo mille e più motivi per vincere e io mi sento la più motivata, perchè se voi, il prossimo anno, vi rivedrete una sera e vi racconterete come avete passato l'estate mentre inizierete a correre, io sarò da un'altra parte, non so ancora dove. Certo, non col cuore: quello resterà sempre da voi, Magic, dove tutto ha avuto inizio.
La pallavolo è il viaggio più bello che potessi intraprendere, e spero che esso non si concluda mai: ne morirei. Difficilmente chi non pratica sport o lo pratica per puro diletto si riconoscerà in tali parole, ma chi invece dà l'anima per ottenere ciò che desidera, capirà, ne sono certa. 

Desideri nascosti.

Le vacanze sono iniziate da tre giorni e io non ne posso già più. Cerco di scappare da questo guscio di solitudine che m’intrappola accettando di uscire continuamente con amici, amiche, conoscenti, ma la verità è che lo faccio perlopiù controvoglia. Vorrei starmene a casa, leggere, dormire, fissare il soffitto e piangere, piangere tanto. Comunque cerco di combattere quest’istinto circondandomi di persone, ma continuo a sentirmi tremendamente sola. Va a momenti, per carità, però a volte ho come l’impressione di non sopportare più nessuno, di averne abbastanza di tutto e di tutti, di dover mandare tutto affanculo. Il problema è che non lo faccio mai e, con il migliore dei falsi sorrisi, vado avanti a fingere che vada tutto alla grande, che non me ne importi di niente e che io sia felice e mi diverta. Continuo ad aspettare che qualcuno si renda conto del fatto che è una menzogna, una pura menzogna; che qualcuno mi abbracci e mi ascolti; che queste maledette lacrime inizino a sgorgare e la smettano di accumularsi dentro di me; che la mia mano venga afferrata e che io venga guidata, non so dove, non m’interessa. Mi basterebbe essere capita, anche solo da me stessa, ma non ci riesco, e allora spero che prima o poi arriverà qualcuno a dirmi cosa non va in me, che metta un po’ d’ordine, che mi faccia sentire bene.
Chiunque tu sia, arriva in fretta e salvami, ti scongiuro.

Sono tornata. Sono fottutamente tornata. Ho ritrovato la mia grinta, ho ripreso a credere in me stessa, ho smesso una volta per tutte di demoralizzarmi. Credevo che non ce l'avrei mai fatta, mi avevano detto che sarebbe stato impossibile: “giocare a pallavolo con un occhio cieco? Ma per favore, non ce la farai mai! Se proprio vuoi tenerti informa, guarda, fai una cosa, iscriviti in palestra e problema risolto.”. Problema risolto un cazzo! La pallavolo per me è tutto, c'è sempre per me e io non le sono mai venuta meno. E non l'ho fatto nemmeno stavolta. Nonostante quasi nessuno mi avesse detto ‘puoi farcela, credo in te!’ E nemmeno io a un certo punto credessi più in me, ho continuato. Ho pianto, tanto. Ho preso muri a pugni, ho urlato, ho pensato di mollare. Ho faticato, mentre vedevo persone saltare allenamenti, prendere tutto sotto gamba e giocare al posto mio. Ma stasera no, stasera mi sono ripresa il mio posto da titolare, sono tornata come top scorer, ho urlato non di rabbia ma per esultare. E ho capito, finalmente, che ne è valsa la pena. Ogni lacrima, ogni livido, ogni vaffanculo, ogni 'non mollo’, tutto. La pallavolo è la mia vita, più passa il tempo e più ne sono convinta.