aveva capito tutto

Scusa Frida Kahlo se ti chiamo zerbino

Questa storia del grande e devoto e eterno amore per Frida Kahlo, lei che si deve definir affascinante perché era brutta e per carità intelligente e carismatica senza dubbio ma brutta, dicevo questa storia dell'amore di Diego Rivera per Frida è una puttanata.
Diego Rivera la tradiva, tanto e male, e divorziarono nel ‘39 perché tradì Frida con sua sorella, cioè la sorella di Frida, e però Frida nel '40 lo risposò e questo dimostra che la cultura, l'intelligenza, la spigliatezza, il talento, scopare Trockij o Tina Modotti nulla conta, anche la donna più formata e indipendente almeno una volta nella vita s'incaponisce su un uomo e inciampa.
Inciampa su una merda.
Capita.
Una donna si incaponisce e poi neanche più per amore ma per tigna, egocentrismo, affermazione personale, bell'affermazione riprendersi un poro stronzo così, che dire.
Frida s'è accollata Rivera tutta la vita perché quello che frega una donna quell'unica volta nella vita è il fatto che solitamente le merde tornano e loro, le donne, ci inciampano di nuovo e pensano, le donne, che quel tornare sia amore grande e devoto e eterno e invece si chiama comodità, per tutti i Diego Rivera del mondo.
Quella di Frida era vanità, amor proprio, sentirsi speciale perché lui tornava da lei, sempre da lei.
Che affarone.
E è incredibile poi che riconosciamo tutto questo nelle altre e mai, mai, quando capita a noi. Le sfigate son le altre, noi siamo amate.
Le corna con la cognata non furono mica le ultime, no, perché mai, ci mancherebbe.
Tant'è che il profondo Rivera Diego, artista e intellettuale, voleva mollare Frida per María Félix, che era un'attrice, bella e messicana, ma forse poi non lo fece perché magari Maria uno così per tutta la vita non lo voleva mica e Maria, se è così, aveva capito tutto.
C'è che se Frida, Frida Kahlo, avesse usato il cervello e non la vanità e si fosse chiesta “ma mi voglio tenere a vita questa merda che spasima e guarda le altre come guarda me e bacia le altre come bacia me e stringe le altre come stringe me?” si sarebbe risposta “mancopeccazzo” e sarebbe finita lì, e ben fece Maria, che probabilmente si domandò “ma mi voglio tenere a vita questa merda che spasima e guarda le altre come guarda me e bacia le altre come bacia me e stringe le altre come stringe me e che, oltretutto, torna da Frida e guarda lei come guarda le altre e bacia lei come bacia le altre e stringe lei come stringe le altre?” e si rispose, agendo di conseguenza, “mancopeccazzo”.

C'è che come modello di donna Frida Kahlo non è granché, per me, è una macchietta, un enorme talento piegato, un orgoglio sfilacciato, corroso, un'ombra sullo sfondo d'una vita vissuta da Rivera a scapito della sua dignità e lei ne era consapevole, l'ha scelto, e lei soffriva, altrimenti non avrebbero divorziato e lei lo diceva chiaro che quei rapporti l'annientavano e invece Rivera dei suoi cosa diceva? Se ne occupava? Forse ne era contento, alleggerito, vedi Frida è normale l'infedeltà, lecca qualche passera e stai serena amor mio, e però Frida tanto serena non pareva e ai posteri è arrivata l'idea che fossero felici entrambi in un amore non esclusivo come lo erano Sartre e De Beauvoir con i loro amori contingenti sempre subordinati all'amore necessario, il loro amore necessario.
Che ne esce che se un uomo ti mette le corna con la prima marmitta che incontra e però torna, allora l'amore è grande e devoto e eterno e tu sei spigliata e moderna a riprendertelo e poi a tua volta scopi Trockij o Modotti e magari però magari li hai scopati tuo malgrado che a te Diego, Diego Rivera, magari bastava.
Magari.
A me ecco questa storia di Frida e Diego fa tristezza, molta.

E però sarò sbagliata io, perché lei è icona femminista e io no, e avrà ragione lei e ok, ma io un tizio che tiene stretta a sé un'altra, non che semplicemente la scopa e la saluta con una pacca sulla spalla, uno che intavola discussioni di concetto e chiede opinioni e domanda e guarda con gli occhi che brillano un'altra sorridendo, io dico, un tizio così non lo vorrei, è putrido, marcio, sporco, neanche l'amor proprio malato più perverso mi indurrebbe a pensare di meritare una pochezza così e che quell'eterno tornare sia una vittoria e non una disfatta totale. Specie se nell'andare m'ha fatto male da morire.
Io da grande voglio essere María Félix, non Frida Kahlo.
La carenza di depilazione o i dissidenti intellettuali che scopi più o meno felicemente non fanno l'emancipazione.
Almeno per me.
Ma io non son Frida icona femminista e mi depilo pure e non scopo dissidenti seppur potrei prendere la questione in considerazione.
Penso.

“Uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli.
Non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto”. “Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini”

(Agnese Borsellino moglie di Paolo Borsellino)

Quanta verità in queste parole @struruso

Per non dimenticare

p.s. non rebloggate se sul vostro tumblr avete culi&tette grazie
Mi si avvicinò e mi chiese: “Come stai?” Io risposi subito senza neppure pensarci,perché ormai non lo sapevo più come stavo,e così gli dissi: “Bene,grazie.” Lui mi guardò dritto negli occhi,e dopo qualche istante,mi abbracciò. E allora io pensai: “ Porco cane finalmente! Finalmente l'ha capito! Finalmente mi ha capita.” E vi giuro che poche sono state le volte in cui ho provato una felicità come quella di quel giorno. Finalmente lui aveva capito. Aveva capito che tutto mi stava crollando addosso e tutto ciò di cui avevo bisogno era lui. Così mi lasciai andare tra le sue braccia,e feci quello che sentivo di dover fare da tempo,ma che non facevo mai…scoppiai a piangere,e per la prima volta,dopo un tempo lunghissimo,non mi vergognai di farlo.
—  Edith
Chi è?“ chiese mia madre mentre tornavamo dal supermercato.
“In che senso?” domandai.
“Stai cantando e tu canti solo quando sei felice e se devo essere onesta, non mi ricordo l'ultima volta in cui hai canticchiato qualcosa, quindi, chi è?” insistette mia madre.
Sapeva tutto o almeno, aveva capito tutto.
Quel pomeriggio ero uscito con lei, non c'uscivo da almeno un anno e non avevo più un rapporto con lei da molto più tempo.
Quel pomeriggio lo passai a casa sua, attorno ad un tavolo, fra il silenzio o alle prime parole a caso che mi venivano in mente.
C'era imbarazzo o forse paura, paura di star male di nuovo e ricadere in quel buco, profondo e buio, che le persone normali chiamano “amore”.
Non avevo nemmeno il coraggio di alzare la testa per guardarla negl'occhi, e se lo facevo, toglieva lo sguardo lei.
Avevamo paura, di cosa non lo so, forse di star bene l'un con l'altro, ma con la paura di distruggerci.
Non avrei voluto abbracciarla, non se lo meritava, avrei voluto solo non essere così in imbarazzo, non con lei, non dopo tutto quello che avevamo passato.
Con lei ho capito il vero significato di “amore”, ti distrugge fino all'ultimo briciolo di speranza, ti separa dalla morte, ma allo stesso tempo non ci si avvicina nemmeno.
“Mi rispondi?” chiese mia madre vedendomi assente.
“Si mamma, è sempre lei” risposi ripensando al suo sorriso, che non mi avrebbe dovuto fare.
“Ci penso io, ti porto a mangiare una brioche alla crema” rispose mia madre, mettendo la freccia verso destra.
“Va bene” risposi con la pioggia dentro me.
—  Luca Fattore - Capitolo 1 -Ricordounbacio

Pirandello aveva ragione.
Aveva ragione sin dall’inizio.
Lui aveva capito tutto, ma spesso non lo si comprende, lo si prende per pazzo.

Pirandello sosteneva che tutti noi fossimo degli attori sul palco del mondo.
Che ognuno di noi indossasse,
non una, ma migliaia di maschere ogni giorno.
Che nessuno di noi riuscisse mai ad essere veramente se stesso, a rivelare la sua vera natura al mondo e alle persone;
Questo perché, dopo aver cambiato tutte quelle maschere, non sappiamo, neppure noi stessi chi siamo veramente.

Ogni sua opera lo spiega perfettamente,
“Enrico IV”,”Uno, nessuno, centomila”…

Proprio così, noi siamo un individuo,
o almeno crediamo di esserlo,
Ma allo stesso tempo ne siamo centomila,
Cosicché, non sappiamo più chi siamo e diventiamo nessuno…

Decidiamo volontariamente d’indossare una maschera, ma questo avviene automaticamente,
Quando ci rendiamo veramente conto di farlo, quando ci svegliamo dal ‘coma’, possiamo decidere se continuare a recitare oppure possiamo scegliere di osservare impassibili gli altri farlo.
A noi sta la scelta…

Sei uno, nessuno o centomila….?

—  let-me-kiss-u-hard-before-u-go

anonymous asked:

Ci racconti della tua lotta contro il cibo?

Se ti va di ascoltarla si.

Ce l’hai presente quando tutto va da Dio, stai bene con gli amici, la tua vita è una salita leggera e non hai problemi?

Ecco io ero così, poi tutto d’un tratto il mio mondo è crollato, e io sono crollata fisicamente. Mi facevo schifo, mi guardavo allo specchio e iniziavo a piangere, poi ho iniziato a non mangiare, il cibo mi urtava; ma i miei se ne resero conto. Allora cambiai strategia mangiavo tutto quello che mi mettevano nel piatto, e poi andavo in bagno, e vomitavo tutto, mi faceva star bene, mi sentivo vuota, leggera, libera. Ho iniziato a perdere peso, mi facevo schifo lo stesso, ma andavo avanti, non potevo smettere, volevo essere bella.

Dopo sei mesi trovai mia mamma fuori dal bagno, era in lacrime, aveva capito tutto, non sapeva cosa fare, ma voleva salvarmi. Io non volevo, ero arrabbiata, la odiavo, mi portò da un dietologo. Quest’uomo mi fece spogliare mi guardò e mi disse: ‘Le vedi le ossa che spuntano, i denti che si ingialliscono, le unghie che si spezzano, le tue gambe senza forza? Le vedi? Perchè io le vedo e mi spaventano. Non ti darò diete o altri regimi alimentari da seguire, voglio credere in te, ora uscirai di qui e reagirai, smetterai di distruggerti e ti salverai.’

Questa è la dimostrazione che ci si può salvare da soli, e che uno sconosciuto può cambiarti la vita.

“Ti manco?” Ed io scoppiai a ridere. “No, non molto” gli dissi. “Guarda che non sembri debole se mi dici che ti manco, io non ho paura ad ammetterlo, mi manchi”. Rimasi un attimo in silenzio, aveva capito tutto senza che io gli avessi detto niente. “Si, mi manchi” sospirai.
—  conversazioni al telefono da una parte del mondo ad un altra, pagate un euro al minuto, ma che valgono molto di più.

E poi c'eri te, c'ero io, c'era il passarti a prenderti all'aeroporto, che poi la buttiamo questa macchina eh? che lei invece aveva capito tutto, lei.

Che non mi voleva portare a casa tua, lei.

Che si era rotto il cambio e scivolava d'inerzia sulla roma-fiumicino per darmi un avviso.

Che alla fine l'ho buttata, lo sai, alla fine se n'è andata prima di me, lei.

E c'eri te, il disordine di camera mia che doveva ricavare una nicchia per te, per noi, che non andava mai bene perchè il disordine impedisce di lasciare tracce, e te la traccia volevi lasciarla.

Il letto era singolo ma diventava da due ogni volta, o forse eravamo noi che da due diventavamo uno, che cazzo ne so.

Si parla di anni.

E poi nell'altra casa, te sul divano, quell'angolo è mio e lo è rimasto per anni, lo è ancora, che in quell'angolo io non mi ci siedo più come prima, troppi ricordi.

Ci si è messa la gatta, che è più egoista di te.

E c'era il dobbiamo levarla questa barba, sai il dobbiamo perdere un po’ di pancia, non trovi? il queste scarpe le frulliamo nella pattumiera, chiaro? era tutto un levare, tutto un perdere, tutto un lasciare ed un buttare.

Che era un po’ quello che ero che stavi buttando via, quello che avevo.

Era tutto un togliere ed un levare cose reali per lasciarmi l'apparenza di un'altra realtà, di un'altra presenza.

Che ci credevo pure che fosse giusto, ma quelle scarpe e quei vestiti non li ho mai buttati.

Che il cuore era sempre un po’ agnostico quando si trattava di ricordi da eliminare.

Ricordi l'altra gatta?

Lei ti odiava, o forse ti conosceva meglio di me, che se ne stava sempre per fatti suoi, era una ninja degli stipiti e degli angoli, ti guardava e ti giudicava ma come mi giudicavi te mica ha mai imparato a farlo comunque.

Mia madre mi ha detto che forse sta morendo, ma oramai a te non importa, neanche parliamo più, figurati per una gatta che odiavi e che non ti ha mai del tutto accettato.

Neanche la morte di un gatto riporta in vita i silenzi, semmai li esaspera e basta.

“Sei a pezzi.” Disse guardandomi negli occhi.
Non ressi il suo sguardo e lo abbassai.
Ci sentivamo da tanto, ma era la prima volta che uscivamo e lui aveva già capito tutto.
Capì che ero crollata, ma come ci riuscì?
Nessuno l’aveva mai notato.

”Sei a pezzi.” Disse guardandomi negli occhi.
Mi venne da piangere, ma non lo feci.
Avevo un uragano dentro, un mare in tempesta, una frana.
Lui mi aveva capita.

Si, ero a pezzi e questi erano sparsi ovunque.
Sono a pezzi e non so più dove sono.
Mi ritrovo un po ovunque, ma poi mi lascio li, non mi raccolgo, non mi tiro insieme.
Così quando lui affermo che ero a pezzi, io mi chiesi se ci avrebbe pensato lui a rimettermi assieme, a sostituire i pezzi difettosi, a fare di me una persona migliore, una persona nuova.

—  Alice Coraline Kingsleigh

Oggi una persona che non sarà mai “una di quelle che” mi ha portato in un enorme magazzino dell'usato. Ovviamente mi son messa a rovistare tra i vecchi libri, e il mio sguardo è caduto su uno in particolare, un libro che aveva segnato un capitolo della mia vita che ho deciso di strappare bruscamente. Come spesso accade, aprendo il libro ho trovato una foto. Una foto di un posto. La stessa, identica, irrecuperabile foto che esattamente in quel capitolo della mia vita era stata regalata a me. Mi sa che Baudelaire aveva ragione quando diceva che l'universo è una foresta di simboli, e la Bronte aveva capito tutto scrivendo “l'universo è un atroce promemoria che mi ricorda che lei è esistita e io l'ho perduta”. Atroce

Nigredo, Albedo, Rubedo

C'era questo campo estivo in cui andavo quando ero bambino, i miei non avevano tempo o quelle cose che i genitori non hanno per i propri figli perché si stanno spaccando la schiena per dargli quelle cose che poi faranno sì che i figli si allontanino del tutto per capirsi. Vite surrogate fatte di oggetti, di regali, di cose costose ma sempre a distanza, che non si ha il tempo di vedere come stanno addosso o se piacciono, che bisogna spaccarsi la schiena per dargli altre cose, così si può anche non parlare la sera che si è tutti un po’ troppo stanchi per farlo.

Ma c'era questo campo estivo, ed era strano, era dissestato rovinato rugginoso ma mi piaceva, perché c'era gente attorno a me ed io potevo parlare con loro, e c'era questa fascia intermedia, quando essere degli anni ‘80 voleva dire essere piccoli, che la gente grande era tutta dal '76 in giù, e mamma mia quanto mi sento vecchio a dire una cosa del genere, ma chissene, annata ottima per il vino e per i pensieri mi hanno detto, la mia. Poi non so, forse io so troppo di tappo e di toppe alla fine, che ci si vuol fare.

Comunque c'era questo campo estivo che giuro non è la scusa per affrontare discorsi totalmente scoordinati fra di loro, avevo veramente in testa di parlare di questo campo estivo ma ogni volta le cose s'accavallano e s'intrecciano e diventano labirinti di pensieri che segui il filo di qualcosa svolti l'angolo ed inciampi in qualche ricordo di troppo e ti fermi a raccoglierlo ed il tuo filo s'intreccia ad altri fili che avevi dimenticato, e sono come gli auricolari nelle borse lasciati troppo a lungo a rilassarsi, che qualcuno secondo me gli ha dato una vita od ha messo gente nelle borse che la notte li annoda, almeno bruci calorie per ascoltare musica che ti farà voglia di mangiare roba per non deprimerti, che ti farà mettere su calorie a raffica, ed è un circolo vizioso creato dagli omini che annodano i cavi degli auricolari, o dal fatto che a forza di svoltare angoli nei labirinti dei pensieri ti ritrovi un arazzo di fili intrecciati che è in fondo tutta la tua vita, e ti piace così.

Il campo estivo, maledizione. C'era un ragazzino, Claudio, sui nomi sono una scarpa ma alcuni nomi ti devono rimanere in testa, fanno da ancore nel mare dei ricordi, devi aggrapparti a qualcosa, se ti aggrappi a tutto diventi una stella marina, che si fa trascinare dalle correnti troppo forti ma per il resto sta ferma a lasciare che gli eventi gli si trascinino addosso, mentre se ti aggrappi a qualche nome a qualche volto a qualche canzone - non troppe che altrimenti finisci come sopra - allora puoi capire quando lasciarli e poi ritrovarli. Stamane ho ritrovato Claudio, tempo fa parlando con una persona ho ritrovato Laura e Dimitri, e forse prima o poi troverò davvero quella Pace che mi serve per starmene tranquillo e lasciarli fluire più liberamente.

Però in quel campo estivo io ci mangiavo i pinoli con Claudio, nella maniera più anti igienica del mondo, che se ci penso ora mi domando come mai io sia vivo, visto che prendevano sassi da terra e pinoli da terra e li spaccavamo sul marciapiede attenti a non spaccarci le dita e poi frugavamo sotto i sassi e fra i gusci per mangiarci i pinoli così che erano davvero buonissimi davvero io non amo i pinoli ma forse era perché li spaccavamo noi con i sassi e pensavamo che fossero i nostri pensieri cattivi da distruggere. E da lì ho capito - o forse l'ho capito ora che lo sto scrivendo - che i pensieri cattivi sono solo un guscio duro e pieno di sporco e fango che nasconde dei pensieri buonissimi, e che questi pensieri cattivi vanno distrutti a sassate per scacciarli via, solo che a guardarli sono solamente pensieri cattivi, non gusci attorno a pensieri buonissimi, e quindi si preferisce buttarli. Se avessi buttato tutti i pinoli più sporchi e coperti di fango che ho trovato in quel campo estivo forse non avrei questa storia da raccontare, e se non avessi preso a sassate qualche pensiero cattivo forse non avrei trovato i miei pensieri bellissimi sotto. Non lo so, non posso dirlo.

Ma la cosa più importante di quel campo estivo non era il campo estivo in sè, quella era una scusa, una giustificazione, un luogo fisico che diventava un modo per ritrovarsi, che a quell'età c'era l'assurda convinzione di sapere ogni cosa, di sapere che i pinoli raccolti da terra e mangiati così non ti potevano uccidere, che se pioveva non dovevi evitare il rigagnolo d'acqua fra marciapiede e strada, ma dovevi prendere sassi e foglie e giocare a chi faceva la diga migliore, che quella diga tratteneva la pioggia e se la facevi bene la pioggia smetteva, che per avere una giornata perfetta dovevi camminare solo al centro delle mattonelle, e non toccare mai le righe, mentre se invece volevi far sì che la giornata di uno andasse male dovevi spingerlo su quelle righe, che bastava una spintarella e quello metteva il piede in fallo ed allora sapevate entrambi che la sua giornata sarebbe andata male. E sapevi che se litigavi con una persona poi comunque i pinoli assieme ce li andavi a spaccare, che non c'erano i silenzi fatti di assenze o queste cose poetiche. Se stavi zitto non avevi niente da dire e nessuno ti diceva niente, se parlavi allora la gente poteva anche non ascoltarti, ma te parlavi comunque perchè oh, ora parlo io quindi non mi interessa. Ed alla fine qualcuno che ti ascoltava lo trovavi, magari ti sfotteva, ma tu che ne sai di quello che stai dicendo la luna non è questo, la luna è fatta di vetro soffiato, e noi ci credevamo davvero che il mondo fosse pieno di magia, di piccoli rituali, di gesti che se fatti in una determinata maniera causavano un determinato effetto, eravamo maghi, sciamani, stregoni, parlavamo agli animali ed agli uccelli e non c'era niente di meglio di osservare le nuvole e pensare al volto della ragazzina che correva più in là, con cui nessuno ha mai parlato e chissà che fine ha fatto.

Che quel campo estivo adesso l'ho rivisto e non è più come un tempo, e forse non sono stato triste di questo, che le cose devono crescere e cambiare, e ci saranno altri campi estivi ed altri bambini ed altre persone che magari avranno la fortuna di credere che oltre ogni distanza ogni tristezza ogni pensiero brutto ogni guscio di vita da spaccare a sassate ogni monitor e schermo ci sia quell'intatta magia che si ha da bambini, di gesti ripetuti di piccole formule, di preghiere rivolte a qualsiasi cosa, anche a un calzino spaiato che porta fortuna, di sguardi che hanno alchimie e pietre filosofali nascoste, di cuori di piombo che con un bacio sanno farsi d'oro o che ne so, che certi numeri suonino bene se uniti ad altri numeri, e le date in fondo sono formule magiche che a ripeterle fanno passare la tristezza o fanno venire le lacrime. Ed io in fondo in quel campo estivo mi sono ricordato che la magia esiste, che la speranza non fa poi così tanto schifo, e che c'è sempre qualcosa di nascosto dietro il visibile, qualcosa che davvero gli occhi non sono in grado di percepire, e quel francese aveva capito tutto, che solo con il cuore è possibile vedere e capire alcune cose, ma il passo dopo è usare quel poco di testa per mantenere i piedi salti mentre ci si lascia trascinare. 

Che l'unica cosa reale, certe mattine, è la fantasia.

anonymous asked:

Ma mi domando... il sesso orale è pericolosissimo, quello anale ancora di più (lo hai scritto tu... e come postilla, in entrambi i casi) quindi anche l'omosessualità è pericolosa alla salute), la carne rossa fa male quindi meglio astenersi. Mi domando, quindi: la scienza medica è uno strumento al servizio dell'oscurantismo religioso, oppure chi ha scritto la bibbia aveva capito tutto? O abbiamo ancora alternative?

No. Solo Iddio può salvarci.

E mica quella fighetta lagnosa delicata del nuovo testamento…la salvezza può arrivare solo attraverso un marasma purificatrore di lapilli ardenti di zolfo e tenebra sputate dalle locuste piene di aids del vecchio testamento.