at paesello

I 50 motivi per amare Leopardi, secondo Alessandro D’Avenia.
  1. Perché ha lottato tutta la vita per tenere insieme verità e bellezza.
  2. Perché al grande intellettuale che gli consigliava di esercitarsi per almeno 20 anni sulla prosa prima di cominciare a far poesia rispose: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni, mi sento così trasportar fuori di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia”.
  3. Perché amava nascondersi in soffitta e giocare con l'ombra e la luce sin da bambino, consapevole che la vita è tenerle insieme.
  4. Perché fu il primo a dedicare un verso a un creatore di gelati, di cui andava pazzo: “l'arte onde barone è Vito”.
  5. Perché quando da bambino lo portavano via da una festa o dai giochi con gli amici cominciava a piangere come un forsennato.
  6. Perché ha scoperto che la Moda è la sorella minore della Morte.
  7. Perché ci ha fatto capire che la malinconia è molto di più del pessimismo e non possiamo sbarazzarcene ma solo imparare ad abitarla.
  8. Perché a 21 anni aveva già scritto l'Infinito.
  9. Perché a 21 anni aveva già scritto che non c'è siepe senza infinito e infinito senza siepe.
  10. Perché nessuno come lui ha inveito contro un cuore che non riesce a far a meno di amare e cercare la felicità e perché nessuno come lui ha inveito contro una ragione assetata di verità.
  11. Perché nessuno come lui sapeva che l'immaginazione non è fuga dalla realtà, ma penetrazione e comprensione della realtà.
  12. Perché ha tentato di fuggire di casa scrivendo la lettera che ogni ragazzo dovrebbe scrivere in questi casi.
  13. Perché alla piccolezza preferì sempre l'ardore scomodo della bellezza.
  14. Perché nel 1836 definì l'uomo un “viatore confuso” nella sua poesia penultima.
  15. Perché voleva scrivere una “Lettera ad un giovane del XX secolo”, ma non fece in tempo. O forse sì.
  16. Perché riuscì nella poesia del pensiero e non si accontentò mai del solo pensiero.
  17. Perché creando versi andò oltre le sue stesse conquiste razionali e superò le amare conquiste delle sue Operette morali.
  18. Perché si aggrappò all'amicizia come l'amore più grande.
  19. Perché “Dolce e chiara è la notte, e senza vento” è un endecasillabo capace di allontanare la tristezza.
  20. Perché la sua Luna è quel che resta della Luna a noi che l'abbiamo conquistata.
  21. Perché quasi cieco continuò a comporre e a farsi leggere versi e libri.
  22. Perché tutti gli italiani sono dolcemente naufragati nel suo mare.
  23. Perché nascondeva i dolci vietati dal medico sotto il guanciale e li divorava di nascosto.
  24. Perché scrisse un sonetto alla cuoca Angelina di cui amava sorrisi e lasagne.
  25. Perché come tutti i poeti fu anche ciò che non era: fu Silvia, Nerina, pastore errante, Cristoforo Colombo, passero solitario, ginestra… e lo è tutt'ora.
  26. Perché era soltanto un ragazzo di un paesello della periferia dello Stato Pontificio ad inizio del XIX secolo.
  27. Perché ha spiegato come nascono le sue poesie e quanto tempo gli ci voleva prima di ritenerle perfette, tanto che è una gioia per gli occhi guardare il suo autografo dell'Infinito ora terremotato.
  28. Perché era a volte intrattabile a volte dolcissimo.
  29. Perché odiava le letture di poesia ad alta voce.
  30. Perché aveva una grafia spaziata e slanciata.
  31. Perché doveva procurarsi lavori che non amava per campare.
  32. Perché ha riempito le sue poesie di punti interrogativi come nessuno aveva fatto fino a quel momento.
  33. Perché sapeva che i libri accelerano l'anima ma non la sostituiscono.
  34. Perché la sua speranza è lunare: non ci nasconde il notturno della vita, ma vi cerca sempre la luce a cui aggrapparsi.
  35. Perché lottò tutta la vita contro la seduzione del nulla.
  36. Perché non sopportava gli ignari assertori di ideologie vincenti e dominanti.
  37. Perché gli intellettuali del suo tempo lo soprannominavano “ranocchio” come bulletti di scuola media.
  38. Perché consigliava i biglietti della lotteria dicendo che la sua gobba portava fortuna.
  39. Perché ha guardato le stelle come se ogni notte fosse quella di san Lorenzo.
  40. Perché ha insegnato che non esistono cose poetiche e cose impoetiche, ma che la poesia è in un canto di pastore che dialoga con il suo gregge, che un passero solitario o una semplice ginestra contengono tutta la dolorosa poesia del mondo
  41. .Perché fece riparare molte volte il suo vestito blu, per essere più bello quando si innamorò di una donna.
  42. Perché nessuno come lui ha preso sul serio il dolore.
  43. Perché nessuno come lui ha preso sul serio la felicità.
  44. Perché in uno degli ultimo pensieri dello Zibaldone ha scritto delle sue poesie: “Uno dè maggiori frutti che io mi propongo e spero dà miei versi, è il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui”
  45. Perché ci ricorda che sempre fiorire si può e si deve, anche in mezzo al deserto, perché se le cose fragili come un fiore di ginestra lo sanno fare, anche noi siamo chiamati a fare altrettanto.
  46. Perché amava perdersi per le vie di Napoli e ascoltare le storie della gente comune.
  47. Perché è stato un critico letterario senza altra ideologia che la parola.
  48. Perché sapeva che la parola è la più avveniristica invenzione dell'uomo, soprattutto quando la si trasforma in canto.
  49. Perché ha resistito per decenni alla calunnia di pessimismo ricordandoci che “il cuore sente sempre una gran mancanza, un non so che di meno di quello che sperava, un desiderio di qualche cosa, anzi di molto di più”.
  50. Perché in una sua lettera riduce tutto all'osso: “Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né d'altre cose simili. Ma ho bisogno d'amore”.

anonymous asked:

Credevo che vi conosceste già da prima essendo entrambe di roma e vedendo che vi rispondete. Non è che una può sapere tutto. Scusa.... mahh pure io ho tumblr e pure tu, ma mica ci conosciamo. Che c'entra!

Mi sembri uno di quelli che conosco quando vado in vacanza e mi chiedono: - Di dove sei? - 
e allora io rispondo: - di Roma! 
e allora loro mi dicono: - aah, di Roma, ma allora conosci sicuramente Giulia Pincopalla che fa Storia a Roma Tre!!!!

 Lezione numero uno: Roma ≠ paesello in cui si conoscono tutti.
Però tranqui, non ti scaldare! Ti prometto che se la vedo a @sonounagiraffina le faccio ciao ciao con la mano

NON HO PAROLE. Leggete e condividete tutti, per favore.

Ho un amico che abita a Penne. Penne, per chi non lo sapesse, è una cittadina in provincia di Pescara, in Abruzzo.
Immaginatevi questi giorni, in cui l'Abruzzo e tutto il centro Italia (io sono delle Marche perciò so di cosa sto parlando, credetemi) è piegato in ginocchio da calamità naturali che si susseguono, si scontrano, si incontrano, come fossero piaghe mandate dal cielo.
Ieri mi sono messa in contatto con lui, volevo sapere come stesse. Mi ha detto che la situazione è critica, la sua contrada è isolata da ben due giorni, gli spazzaneve non passano, nonostante continui a nevicare e ci sia più di un metro e mezzo di neve. La luce non c'è da 3 giorni. E ieri è tornato a bussare anche il terremoto, come un fantasma che alita dietro la porta. Era arrabbiato nero, non aveva neanche più le parole.
Allora anche da qui ti accorgi che l'Italia non funziona proprio. Era da giorni, settimane, che si preannunciava neve, e non un nevischio come si vede a Roma (non me ne vogliate amici romani) ma voi che ne sapete. Quando in queste zone é prevista neve, a 400/500/600 e via dicendo metri sul livello del mare, neanche per sbaglio l'acqua rimane acqua. E non è che nevica per finta, bensì ci sono giorni in cui non smette proprio. Magari ci esce una pioggerella che la scioglie, vai a dormire, la mattina dopo ti svegli e te ne ritrovi più di prima.
Nel 2012, nel paesello in cui abito, erano caduti circa 2 metri di neve. Un casino. Nel 2005 una roba simile.
Perciò so di cosa sto parlando, e proprio perché so, voglio denunciare.
Siamo nel 2017 e mi sembra incredibile che ci siano comuni e frazioni isolati DA GIORNI. Lo stato dov'è? I politici dove sono?
Ah.. stanno a Roma, tutti belli incravattati al calduccio, guardano dalla finestra che dicono “che bella!” vedendo forfora di piccione che cade dal cielo, e non si curano che, quella che lì sembra forfora, in Abruzzo, nelle Marche e via dicendo, si chiama bufera di neve. Pensate ai terremotati nelle tende, nei camper, con -10º. Ma come si fa.
In campagna elettorale tutti bravi: “Non vi lasceremo soli!” e infatti no, li lasciamo morire così, tutti insieme.
VERGOGNA.

Tetraidrocannabinolo... non lasciarmi da solo.

E poi dicono che è antidepressivo.

Dovevano essere i primi anni novanta e io e quattro compagni di università decidiamo di andare sulle montagne lucchesi ai confini con Pistoia per vedere un certo qual fenomeno astronomico, non ricordo se fosse proprio un eclissi lunare o una luna un po’ più grossa del solito, ma tant’è che ci mettiamo in macchina e partiamo alla volta di San Marcello Pistoiese.

La peculiarità di questo paesello, altrimenti interessante e accessibile come il buco del culo di un lupo siberiano, è che possedeva un ponte sospeso in acciaio che attraversava la vallata, lungo quasi 230 metri.

Ci faremo un cannone stratosferico e guarderemo la luna sul ponte! – diceva il più stordito del gruppo, un incrocio tra Mike Tyson e John Belushi, visto che aveva il papà camaiorese e la mamma giamaicana – e poi andiamo a rubare i pomodori nei campi contro la fame chimica!
Era dicembre ma mi sembrava brutto rovinare un piano così bello facendoglielo notare.

Arrivati nella piazzola antistante al ponte, Black Bluto mi fa – Senti, io e gli altri andiamo a cercare i pomodori, così se poi ci viene la fame chimica non cadiamo stonati dentro a un dirupo! Tu intanto rolla la canna ma aspettaci per fumarla. – E mi passa un tocchetto nero di fumo – È afghano, quindi non sbriciolarlo ma facci il filo.
E si dileguano nella notte.

Io rimango da solo in macchina, senza nemmeno un lampione, e comincio il lavoro ingrato di scaldare e filare il tocchetto alla luce di uno Zippo, visto che la macchina era del tizio e non aveva una sole lampadina che funzionasse.

Dopo aver alloggiato il filo sul letto di tabacco e averlo rollato, mi metto ad aspettare – Brutti idioti, i pomodori in dicembre! Ma che cazzo gli ha detto il cervello?! – Passa mezz’ora e visto che B.B. si era portato via le chiavi e non potevo nemmeno usare il riscaldamento, mi accendo la canna.
Dio bocci, se è forte! – Faccio, mentre pian pianino mi prende il rilassamento cerebrale, e poi stupidamente decido di fare una cosa che mi avrebbe perseguitato con ricorrenti incubi notturni negli anni a venire: pigio play sullo stereo.

Devo premettere che il camaiorese giamaicano aveva un trip di quelli tosti per Jim Morrison e tra tutta la discografia riversata in cassetta, aveva anche la colonna sonora del film sui Doors di Oliver Stone, tra cui, non so perché, figurava uno dei Carmina Burana più noti.

Parte O Fortuna e da lì le cose cominciano a mettersi male.

Immaginate una faccia pallida (allora senza barba) a malapena illuminata dalla brace della canna, sospesa nel buio dell’abitacolo di una macchina a sua volta sospesa in un’avvolgente buio cosmico. Così sarei apparso a un cazzo di montanaro che si fosse trovato a passare di lì e così mi sentivo io, ascoltando le incalzanti parole di morte e sventura del testo in latino (che purtroppo ero capace di tradurre)

L’apocalisse e i quattro cavalieri stavano arrivando e io sarei morto con una canna in mano e i pantaloni sicuramente pisciati. I poliziotti avrebbero frugato fra i miei resti dilaniati e avrebbero scritto nel rapporto ‘Ha svuotato la vescica senza ritegno prima di morire male’.

Mi gelo. – Forse se rimango fermo non mi trovano – penso – forse non mi vedono e Guerra, Fame, Pestilenza e Morte andranno a devastare i corpi e le menti di quegli altri imbecilli a caccia di pomodori – Rimango immobile, la canna alzata davanti al mio viso, con tutta la cenere ancora intatta per il filo di afghano dentro – Se si spezza e cade, sentiranno sicuramente il rumore e verranno a prendermi… 
Poi alzo lo sguardo e vedo che la luna è diventata rossa.
Non mi avranno.

Spalanco lo sportello con una spallata, rompendo maniglia e vetro, e comincio a correre come se ne andasse della mia vita, ma che cazzo dico, NE ANDAVA DELLA MIA VITA e mi dirigo quindi al ponte sospeso.

Scarponi su metallo, dondolio, luna rosso sangue che mi indica beffarda, zoccoli di cavalli. Stanno arrivando e mi chiamano per nome.

Li vedo illuminati da un rosso malato mentre avanzano sul ponte coi loro destrieri e decido che non mi sarei piegato senza combattere. Punto i piedi contro i bordi della passerella metallica, afferro i cavi di acciaio e comincio a scuotere a destra e a sinistra per farli precipitare nell’abisso a cui appartenevano.

Il ponte oscilla paurosamente, i cavi ululano e cigolano come Nazgul infuriati e io urlo dalla disperazione di sentire il mio nome invocato a gran voce dai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse che avanzano impietosi per ghermirmi.

E poi uno di loro urla la mia inequivocabile sentenza di morte: – O BRUTTO IMBECILLE! LA PIANTI DI DONDOLARE IL PONTE E ACCENDI LA CANNA CHÉ ABBIAMO TROVATO SOLO DELLE VERZE!


****DISCLAIMER****
Giovanardi&Co sono diffidati dal dare un valore didattico proibizionista alla mia esperienza e vadano, anzichenò, a stroncarsi in diagonale nel culo la bandiera padana con tutta l’asta.

La piccola Katy sapeva che il tempo era qualcosa di importante, sapeva che non sarebbe stata piccola per sempre. Il dolce papà della piccola Katy era un orologiaio e aveva insegnato a fondo alla piccola Katy quanto fosse fondamentale la tempistica, le aveva insegnato che non c’era nessun nemico peggiore di quelle lancette, a cui la loro vita era legata con un filo sottilissimo. Il papà della piccola Katy conosceva bene, infatti, la morte, poiché tempo prima sua moglie era mancata in un triste incidente, incastrata tra gli ingranaggi della torre dell’orologio del paesino in cui la piccola Katy e il suo papà abitavano. Che tragedia! Che tremenda catastrofe! La piccola Katy però si era abituata a vivere senza la dolce mamma e sempre più aveva la consapevolezza che ben presto avrebbe preso il suo posto con un altro papà, sarebbe invecchiata e ci sarebbe stata un’altra piccola Katy. Che orrore! Pensava Katy. Lei voleva essere piccola per sempre!

Un giorno la piccola Katy venne a sapere di un triste fatto: la dolce nonnina della piccola Katy era in fin di vita, la vecchiaia se l’era già mangiata tutta e aveva lasciato alla Morte le sue ultime ore perché lei l’accompagnasse dove doveva. Ancora un’altra grande tragedia gravava sulle spalle della piccola Katy, che amava tanto la sua nonnina! Il padre accompagnò la piccola Katy a casa della vecchietta e qui la piccola Katy pianse come non mai sul giaciglio di morte della sua nonnina. “Non andare! Non andare!” Gridava la piccola. Il padre era tanto afflitto nel sentire la sua piccola urlare così tanto. “Resta piccola con me, resta piccola con me!” La supplicava ancora. Il cuore dell’anziano orologiaio si straziava ad ogni urlo della piccola Katy e allora decise che in qualche modo doveva porre fine a tutte quelle lacrime. Il padre, avendo lavorato per tanti anni da sembrare secoli a braccetto col tempo, un paio di trucchetti li aveva imparati, così, certo di rendere felice la sua dolce fanciulla, pregò il dottore di riaccompagnarla a casa e di lasciarlo lì assieme alla sua vecchia madre in attesa che questa si spegnesse del tutto.

La piccola Katy tornò a casa assieme al dottore con gli occhi tanto grandi e tanto gonfi! Povera piccola Katy, lei sì che avrebbe desiderato rimanere piccola per sempre: al diavolo il tempo, al diavolo la Morte! Rimase arrotolata nella sua coperta quella notte a disperarsi e disperarsi ancora. “La mia nonnina! La mia povera nonnina!” Gridava la fanciulla tra i lamenti e i piagnistei. La torre dell’orologio, ancora macchiata della morte della mamma, rintoccò la mezzanotte e la piccola Katy ancora non dormiva. Col sorgere dell’alba altro tempo era trascorso nella clessidra della vita della Piccola Katy. La piccola Katy era così furiosa con quei granelli di sabbia che mai si fermavano e mai si fermavano! Corse a casa della nonna sperando in bene che il tempo l’avesse risparmiata e che la Morte fosse ancora lontana, ma la trovò ancora lì, nel vialetto, con la sua falce e la sua aria cupa. Guardava l’orologio sul suo esile e magro polso battendo impaziente il piede a terra. “Che succede mia tetra signora?” Domandò allora la piccola Katy con qualche timore. Non avrebbe mai saputo quanto tempo le fosse rimasto quindi ovviamente aveva paura della rispettabile signora Morte, ma di certo il suo destino le lasciava ancora chissà quanti giri di lancette e allora, col massimo rispetto, si permetteva di dialogare con la dama dalla tunica nera. “Succede che qualche furbastro si è deciso a farmi aspettare qua fuori! Ecco che succede! Ma sai che ti dico? Io me ne vado, ecco cosa faccio!” Sbottò allora la tetra signora. La piccola Katy era così gioiosa! Chissà cos’aveva fatto papà? Ma con quale gaudio voleva festeggiare: l’aveva salvata! L’aveva salvata! La piccola Katy entrò allora nella stanza del soggiorno. Il papà sedeva sul divano a fianco al caminetto mentre la nonna stava proprio davanti al fuoco, seduta sulla sua comoda poltrona che impediva alla piccola Katy di vedere il bel volto appena guarito.

Papà, titubante, guardava il vecchio corpo di un cipollotto senza quadrante, finché si accorse che la piccola Katy era finalmente arrivata. “Piccola mia! Piccola mia!” Gridò allora entusiasta il padre. “La nonna non muore, la nonna non morirà mai!” Ingranaggi, molle, pezzi di vetro, lancette e orologi: sul pavimento era sparsa ogni piccola diavoleria in gran disordine sporca di ruggine rossa e scura come il sangue. “Piccola mia! Piccola mia!” Gridò allora entusiasta il padre “L’ho cacciata via quella vecchia con la falce! La caccerò per sempre!” Un po’ sorpresa la piccola Katy sfoggiò un sorriso per sembrare gentile, ma a dire il vero era un po’ preoccupata. “Piccola Katy saluta la nonna!” La esortò allora il padre. “Vieni piccola Katy!” La accolse una voce gracchiante dalla poltrona. “Nonna, Nonnoletta mia!” Gridò allora la piccola Katy correndo all’impazzata verso il caminetto.

Arrivò giusto d’innanzi al vecchio schienale e il padre ruotò la poltrona affinché le due potessero di nuovo incontrarsi. Due lancette fissavano la piccola Katy, niente più pupille, solo lancette che giravano frenetiche alla ricerca di un’ora che fosse un po’ precisa. I quadranti di due cipollotti erano ora al posto degli occhi della bella nonnina con carne rossa rossa, vene e pezzi maciullati di pelle che facevano loro da cornice. La faccia imbrattata di lacrime rosse e dense che scivolavano giù dalle lancette ed un sorriso così largo e così innaturale accoglievano la piccola Katy con sangue che zampillava dalle vene degli occhi come acqua da una fontana. Il petto della nonnina era squarciato a metà e tra le ossa spaccate in tanti frammenti si vedeva un cuore scalpitante e pieno di energia in cui erano incastrati tanti ingranaggi che giravano all’impazzata e molle che si comprimevano e si distendevano. “Non è bella la tua nonna? Non è bella la tua nonna?” Diceva papà ripetendosi come un disco rotto. “Non può più muoversi, ma può parlarti e sentirti e non morirà mai! L’abbiamo gabbata quella vecchia morte, l’abbiamo gabbata!”

La piccola Katy piangeva frenetica ricoperta dal sangue della nonnina che inondava la stanza. Sentiva le risate della nonna e del padre che si univano in un coro di felice armonia. “Non si muore più! Non si muore più!” Canticchiavano insieme, mentre la piccola Katy si dondolava in un angolo tra gli ingranaggi e le ruote dentellate.  “E tu piccola Katy! Perché fai così? Su non piangere! Rimarrai piccola anche tu, non ti preoccupare!” Urlò allora il padre euforico, estraendo dalla tasca del grembiule da lavoro un paio di bellissimi cipollotti scintillanti. Stringeva quei due cipollotti tra le mani mostrandoli con orgoglio alla piccola Katy. “Guarda che belli questi quadranti: piccoli piccoli, ci staranno benissimo nelle orbite della piccola piccola Katy! Sono tali quali quelli che ho regalato alla tua mamma, pensa un po’!”

La piccola Katy corse verso la porta, ma non fece in tempo a scappare che due grosse e precise mani da orologiaio la fermarono e la fecero sedere su una poltrona di velluto rosso immobilizzandola. Le grida di dolore non servirono a chiamare la morte affinché ci fosse finalmente la pace per la piccola Katy, poiché la morte da allora in avanti non sarebbe venuta mai.

Nel minuscolo paesello si dice ancora di non uscire la notte, poiché proprio quando la luna brilla sulla punta del campanile, si possono riconoscere tre figure femminili sedute sul bordo della strada, a fianco alla torre. Una piccola, una giovane e una vecchia che sorridono coi loro denti scintillanti e i loro sorrisi innaturali che illuminano la notte e i quadranti al posto degli occhi con le lancette che girano e girano all’impazzata. Si dice anche che la più piccola delle tre, nonostante il suo corpicino squarciato in due proprio sul petto, non rimanga immobile e silente tra le ombre della torre, ma si avvicini ai passanti sorridendo, stringendo due cipollotti tra le mani e mostrandoli con orgoglio.

45 minuti. 13 euro. 2 anziani. 1 persona.

Italia, 2016.

Trovo nella cassetta delle lettere due avvisi di giacenza di atti giudiziari inviati da una città dell’alta Italia che non frequento da anni. Vado alle Poste.

Le Poste del mio paesello stanno chiudendo, sono aperte a giorni alterne e si è passati da due operatori ad uno. I pacchi e la corrispondenza passano prima dalla città e poi vanno nel magazzino di un altro paesello a una decina di Km di distanza. Quindi se qualcosa non viene recapitato finisce di nuovo all’altro paesello. Non le raccomandate (per ora).

Una stampa colorata appesa all’entrata invita a chiamare una serie di numeri di telefono di emergenza in sequenza nel caso in cui l’operatore dietro il vetro antiproiettile dovesse sentirsi male.

Ripeto: se il tizio delle Poste che è da solo sta male, uno che in quel momento è presente deve chiamare aiuto. Se non c’è nessuno o se l’operatore non è visibile dietro al bancone o nella saletta in fondo.. beh riposi in pace.

Davanti a me ci sono due anziani che devono ritirare la pensione.

Ci vorranno 45 minuti prima che io possa ritirare la raccomandata.

(Un foglio appeso al muro informa che dal 9 al 26 maggio se ci si dovesse trovare in coda al momento in cui l’orario di apertura termina, si sarà invitati ad uscire e non si verrà serviti causa agitazioni sindacali.)

Apro la busta e scopro una multa per eccesso di velocità presso provincia della città di cui sopra.

Avvenuta di domenica mattina alle 11:37.

Controllo mentalmente la situazione:

Potrei essere io? Improbabile.

Mi hanno fottuto la macchina e me l’hanno riportata? No.

L’ho prestata? No.

Mi invitano a pagare la multa scontata a 41 euri, 28 di multa e 13 di spese.

Tredici euri per il tizio che guarda la targa, stampa il modulo e spedisce la raccomandata. Tredici euro in più su una multa di 28.

Onesti.

Provo a vedere la foto dell’infrazione online e non ci riesco. Chiamo al comando, mi fanno parlare con uno che mi chiede “Lei guida una Fiat no?” e io “No.” e quello “Ah. Abbiamo sbagliato a leggere la targa”

TREDICI.EURO.

Questo è un grande Paese.

Glasnost

L’altro giorno sono andato a visitare una paziente a domicilio, una centenaria che sta in cima a una montagna in un paesello dimenticato da dio, oramai abitato da anziani che rifiutano categoricamente di lasciare le loro case.
Parcheggio la macchina vicino a quella che con molta fantasia potrebbe essere definita la piazza del paese ma è in realtà un’aia che unisce cinque o sei casolari diroccati e vengo accolto da una scena inquietante alla Silent Hill.
Una ventina di persone formano un cerchio in mezzo al cortile e si zittiscono non appena scendo dalla macchina: ci sono dieci anziani in carrozzina, addormentati con la loro coperta sulle gambe, e per ogni carrozzina una ragazza seduta accanto che mi osserva con sguardo attento.
Chiedo dove abiti la signora che devo visitare e la più anziana (avrà avuto non più di trent’anni) mi risponde con un accento da villain di film di James Bond: – Signora che lei cerca è in casa là.
Non appena volto le spalle per avviarmi, comincia un parlottìo serrato, interrotto da qualche risolino, finché non entro in casa e incontro la signora.
La mia paziente è assistita da una badante ucraina molto simpatica, Olga, che mi spiega come oramai non ci siano più giovani nel paese e che la maggior parte degli uomini anziani abbiano finito con lo sposare le badanti che inizialmente si occupavano di loro.
Oramai le ragazze fuori stanno urlando e posso sentire chiaramente attraverso la finestra socchiusa che stanno litigando per qualcosa.
Una voce si leva forte sopra le altre e urla qualcosa…Olga scoppia a ridere.
Che cosa ha detto? – faccio io – Cosa significa ‘Doktor moya’?!
Lei mi guarda sorridendo e fa – Stanno litigando su chi la deve sposare.

Inutile dire che se sono qua a raccontarvela è perché la cantina aveva un passaggio che mi ha condotto incolume al granaio dove avevo parcheggiato la macchina.

Imparate da me, se non dalle mia parole almeno dal mio esempio, quali pericoli nasconda il conseguimento della conoscenza e come immensamente più felice sia l'uomo convinto che nel paesello in cui è nato sia contenuto il mondo intero, rispetto a colui che aspira a essere più grande di quanto la natura possa consentirgli.
—  Mary Shelley, Frankenstein