assoluta

Gli erano entrate negli occhi, quelle due immagini, come l'istantanea percezione di una felicità assoluta e incondizionata. Se le sarebbe portate dietro per sempre. Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te le togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva.
—  Alessandro Baricco
Lilia Branovskaya a tribute to Maya Plisetskaya ?

Although this was never mentioned anywhere, ever since Lilia Baranovskaya was introduced in YOI, I couldn’t help but to think that she could be a possible tribute to Maya Baranovskaya. 

If you haven’t heard Maya Plisetskaya, you should definitely check her out. She was a legendary   Bolshoy Theatre Ballerina, who unfortunately passed away at the age of 89 last year.  At age 18, she joined the Bolshoi Ballet, soon becoming a leading soloist, and was later proclaimed Prima Ballerina Assoluta by the Soviet government.

Plisetskaya ended her career as a ballet dancer in 1990, being at the age of 65, but continued to dance from time to time at some evenings until 80.

Lilia Baranovskaya is the former prima ballerina of the Bolshoi Ballet and is implied to be quite famous.

Either way, I don’t think it’s a coincidence, and we can all agree that YOI made a beautiful gesture to Maya Plisetskaya. 

Also, Plisetskaya is the feminine diminutive of Plisetsky. 

This is one of the many reasons I love Yoi so much, for giving tribute to many amazing athletes :) 

La guardò, con la certezza assoluta di essersi innamorato. La strinse a sé a la baciò, chiedendosi come fosse mai stato possibile avere avuto la fortuna di trovarla
— 

Nicholas Sparks

Originally posted by staymileys

Tutto quello che c’è da sapere su: I presocratici

Se siete ingegneri o sapete già come attaccare le mensoline coi fischer saltate pure questo articolo, non vi servirà, se invece a malapena sapete svitare una lampadina allora va bene, siete abbastanza imbranati per fare gli intellettuali e interessarvi delle fantasmagoriche avventure del pensiero.

Presocratici, per l’appunto, si dicono i filosofi che sono venuti prima di Socrate, con qualche importante eccezione (Democrito, Leucippo e Gorgia, tutti e tre morti dopo di lui), che cosa poi vi sia di così importante in Socrate da giustificare un prima e un dopo questo è ancora oggetto di dibattito. Se prendiamo come discrimine il fatto che con Socrate la filosofia smette di indagare la physis (pronuncia füsis, con la “ü” lombarda), allora non si capisce come mai nei presocratici rientrino i sofisti, se il vero discrimine è invece l’eroica morte di Socrate, martire della Verità, allora tutto quadra, ma solo in senso romantico, meglio sarebbe chiamarli “fisici” (e non si offendano gli scienziati).

L’archè. I presocratici cercano l’archè (dal greco arkhḗ, formidabili gli accenti), che è poi quell’elemento che rimane identico nel mutare degli altri elementi, il principio primordiale, il lievito madre dal quale prendono forma tutte le pagnotte. Perché il presocratico, come accennato, non si accontenta della spiegazione mitica, non cerca l’origine dei fulmini in Zeus, vuole spiegarsela piuttosto deducendola dall’osservazione della natura, un inizio ambizioso, bisogna dirlo.

I milesi. E qui comincia l’enumerazione dei presocratici: il primo fu Talete (che meriterebbe ben più di una riga), che riteneva che l’archè fosse l’acqua e che le cose si differenziassero solo per il diverso grado di umidità, poi venne Anassimandro (genietto incompreso), che indicò l’apeiron come archè, cioè l’indefinito, infinito e senza forma (se gli enti sono accomunati dall’avere una certa forma finita allora l’archè deve essere il loro esatto contrario), quindi Anassimene, per cui l’archè era il soffio vitale o qualcosa del genere. I tre si definiscono milesi perché guarda un po’ vissero tutti e tre a Mileto.

Pitagora. Pitagora invece ebbe grande fama per via del teorema e perché fondò un’importante scuola, la scuola pitagorica, la quale vedeva il numero in tutto e per i numeri aveva un’adorazione quasi mistica, gli aritmetici gli devono molto. Tutto è armonia di numeri (che il numero fosse dunque l’archè?), la musica delle sfere è una musica celestiale e dolcissima che però non cogliamo più per via dell’abitudine ad ascoltarla (acufene?). Di Pitagora si ricordino anche il rigido regime alimentare che imponeva a suoi discepoli per purificarli e l’avversione fatale per le fave.

Eraclito. Il preferito da Nietzsche e stimato da Hegel che ne accolse per sua stessa ammissione la teoria dei contrari, grande personalità, primo cantore del divenire: la strada in salita e in discesa è la stessa e la medesima, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (ne prevedere i cambiamenti di costume). Il mondo si regge sulla continua e necessaria opposizione fra contrari (polemos), gli enti si definiscono proprio in ragione della loro eterna opposizione, non vi sarebbe l’uno senza l’altro (così il giorno è tale perché vi è la notte, e viceversa). Il logos è questa legge profonda che governa il mondo, i dormienti non se ne avvedono, i sapienti sì, l’archè è il fuoco.

Parmenide. Il preferito da me, iniziatore della scuola eleatica, grande maestro di Zenone di Elea, quello dei paradossi. L’essere è, il non-essere non è, essendo che per sua stessa definizione il non-essere non esiste, tutto è essere. L’archè è dunque la totalità degli enti, l’Uno indiviso e indivisibile perché nulla può esservi al di fuori dell’essere. Il mutamento e la molteplicità degli enti è doxa, niente di più che un'opinione, il vero mondo è eterno e immutabile. Terribile e ieratico. 

I Pluralisti. Di pluralisti ce n’è d’avanzo, chiamati così perché scomponevano l’archè in una miriade di elementi che pur mantenevano la stessa qualità ontologica, un primo passo verso l’atomismo (anche gli atomisti erano pluralisti). Anassagora considera questa pluralità di elementi come spermata (semi), il nous (intelletto) è l’intelligenza divina che li muove (la carne era carne perché conteneva in maggioranza i semi della carne, l’acqua era acqua perché erano in maggioranza quelli dell’acqua, e così via). Empedocle invece scomponeva l’archè negli abituali quattro elementi: terra, aria, fuoco e acqua, i quali, spinti ad aggregarsi da amore e a separarsi da odio, le due forze cosmiche primigenie, andavano a formare tutte le cose del mondo. 

Democrito e gli atomi. La strada era dunque spianata per la comparsa degli atomisti Democratico e Leucippo, i quali, lungimiranti, si dicevano sicuri dell’esistenza degli atomi, parti delle cose non ulteriormente divisibili, anche per rispondere ai paradossi di Zenone sulla divisibilità infinita degli enti (se spezzi un bastone a metà e poi ne fai la metà della metà, ecc., finirai per dividerlo all’infinito: gli enti del mondo non esistono). Con l’occhio dei moderni si direbbe quella degli atomisti un’intuizione straordinaria, con gli occhi degli odierni fisici quantistici assistiamo invece più a una rivincita di Zenone che a una celebrazione dell’atomo di Rutherford, attualmente gli atomi si comportano più come eventi, come misteriosi grumi di forze dalla capricciosa natura probabilistica più che come punti indivisibili di materia.

I sofisti. I sofisti, invece, che appartengono ai presocratici solo cronologicamente (in realtà molti di loro erano contemporanei a Socrate), erano da considerarsi più come una scuola finalizzata all’insegnamento delle classi superiori, similmente agli odierni gesuiti o salesiani. A loro l’archè e la ricerca del principio unico della materia non interessava punto, si dicevano scettici riguardo alla possibilità di definire una qualsiasi verità assoluta in quanto avevano inteso che tutto è misura dell’uomo (Protagora), cioè lo sguardo soggettivo interpreta e modella il mondo a sua immagine e somiglianza, per cui l’opinione e la capacità di farla prevalere sulle altre è tutto quel che conta ed esiste. Socrate si può considerare una reazione a questa indifferenza sofista delle posizioni, per cui la verità scaturiva giusto dall’abilità di convincimento e non c’era una cosa più degna dell’altra, con quali risultati non si sa, forse servì il suo sacrificio così ben raccontato da Platone per generare un’emozione capace di renderne più saldi i principi, ma si sa che la filosofia non può vivere solo di questo.

Eventuali refusi e magagne fanno parte dell’opera, come nel caso del Grande Vetro di Duchamp (un giorno forse avrò i soldi per permettermi un correttore di bozze)

La cosa peggiore quando una relazione finisce sono i ricordi.
Tutti i ricordi che fanno a pugni nella tua testa per essere ricordati. Ricordi belli, ma anche ricordi brutti. Le risate, gli scherzi, le liti, le discussioni, i momenti dolci e i momenti seri. E’ inevitabile che questo accada, perché quando una persona entra a fare parte della tua vita veramente, lascia un segno indelebile. Un segno che non si può dimenticare o nascondere.
Mentre i ricordi combattono tra loro per quale ha la precedenza, i tuoi occhi si riempono di lacrime, il respiro si fa più pesante e sopra al cuore hai un macigno.
Con i ricordi ti tornano in mente tutte le parole che ti ha detto, le promesse non mantenute; ed è in quel momento che crolli, perché tu ci hai creduto davvero in quel momento e ora ti ritrovi sola a ripensarci, ora ripensi a quando gli hai permesso di prometterti cose che tu in fondo al tuo cuore sapevi già non potevano essere mantenute, ma ci hai provato ad essere diversa, a credere di nuovo alle parole, ma hai fatto un terribile errore.
Con i ricordi, quella persona ti manca ancora di più, il fatto che ti manca supera il tuo maledetto orgoglio, prendi il telefono pronta a scrivergli, ma sai bene che è tutto inutile, che è tutto finito e che oramai non c'è più nulla…perché lui ha mandato tutto a puttane.
E’ allora che, la prima lacrima cade, stringi i denti per non farne scendere altre, ma la seconda lacrima cade così velocemente che quasi non te ne accorgi.
Nel frattempo realizzi che, nonostante tutto il dolore che stai provando, quella persona è ancora importante, è ancora fondamentale, è essenziale per la tua felicità, che la vuoi ancora nella tua vita, perché ci sono ricordi e sensazioni che non verranno mai cancellate, nonostante il tempo, nonostante tutto.
Quindi, spero solo che, se gli verranno in mente i nostri momenti, mi pensi con una felicità assoluta, una di quelle felicità pure e vere, perché di noi rimarrà solo questo.
Quello che avevamo noi due era un qualcosa di vero, di indecifrabile e speciale, uno di quei rapporti indimenticabili. Sono felice di aver passato intere giornate a parlargli, perché era la mia felicità e in un certo senso lo è ancora.
Gli auguro tutto il meglio che la vita gli possa offrire, gli auguro di essere felice, ma felice davvero, anche se non se lo merita.
Non lo dimenticherò, MAI.
—  Jasmine | nonsapevodiamarti.

In partenza, appena salita sul treno, ho iniziato a cercare come una pazza in una borsa e poi nell'altra il cappellino di lana tutto colorato che mi ero comprata proprio per il viaggio che stava iniziando. Non l'ho trovato, ma faceva talmente freddo che ho dovuto comprarne un altro appena arrivata. Ogni mattina, indossandolo, pensavo: appena tornerò finalmente potrò rimettermi quello che ho lasciato a casa. Insomma, l'avevo sostituito, ma non del tutto. I giorni sono passati e fin troppo velocemente, finché ieri non sono tornata. Ho sistemato le valigie, fatto una lavatrice, fatto una doccia, imprecato per il lunedì imminente e poi ho iniziato a cercare lui: il cappellino disperso. Ho pensato: “almeno domattina potrò metterlo” e già l'idea mi rallegrava. Oggi, con assoluta certezza, dopo averlo cercato anche sul terrazzo, in frigorifero e tra un libro e l'altro, posso dire che questo cappellino non c'è. Allora mi è venuto un dubbio: forse non c'è mai stato. Davvero. Mi è venuto in mente di non averlo mai comprato. Ci sta; sono capace di fare anche questo. Subito dopo aver pensato così mi sono sentita triste. Non per il cappellino, che figuriamoci, ma per tutte le cose o tutte le situazioni o tutte le persone che abbiamo sentito “nostre” senza averle mai avute o vissute davvero. Per tutte quelle volte in cui, in preda alla solitudine, ci siamo immaginati amori, dettagli, parole, sguardi che poi hanno abitato solo la nostra mente. L'inconsistente, che pur essendo niente crea danni e occupa troppo spazio, tanto da non lasciarne per la realtà. E la realtà è che domattina mi metterò il mio nuovo cappellino, che magari farà pure più caldo dell'altro, ma l'altro sarà sempre il migliore soltanto perché l'ho perso o forse, più semplicemente, soltanto perché non è mai stato mio.