arte contemporanea

Perché mi piace Van Gogh.

Ieri sera mi arriva questa domanda sul perché mi piace Van Gogh e, come promesso, mi accingo, in via del tutto personale, a dire la mia al riguardo ( premesso che potrei dire eresie parecchio sconvolgenti, scrivendo così a caldo senza aver preparato nulla ).
La prima risposta, a bruciapelo, sarebbe - lo amo perché:

Scontato e banale, ma mi risuona nelle orecchie Un matto di Fabrizio De André mentre ci penso: « Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole » e via così. Van Gogh non aveva avuto nessun tipo di preparazione accademica - aveva conosciuto così, en passant, gli impressionisti - e ti dirò di più: i suoi quadri più aderenti alle loro tecniche sono forse i meno riusciti ( S E C O N D O M E <- lettere cubitali, guys ). Dopotutto gli impressionisti sì, fan quadri proprio belli, ma non c’è nulla di spontaneo o libero nelle loro rappresentazioni: per quanto ci suoni strano, dietro a quei gradevoli stagni pieni di fiorellini e ninfee di Monet - non faceva altro che scattare una rapidissima fotografia visiva di quanto aveva davanti - come se gli occhi fossero l’obiettivo di una macchina fotografica. Nulla da togliere all’idea - assolutamente innovativa, geniale, in grado di sconvolgere la tradizione, ma qui il punto è un altro: Van Gogh è ben lontano dall’essere una macchina fotografica vivente; è piuttosto un tumulto di emozioni, sentimento, energia, vitalità. Motivo per il quale non era affatto gradito, al tempo - non c’era nulla di simile, era difficile capirlo, figuriamoci apprezzarlo: non c’era nulla di così spontaneo come le sue opere. Difatti anche adesso sfogliando un manuale si resta un po’ interdetti dal trovare i suoi quadri tra quelli di Monet e Renoir e quelli di Gauguin - non c’è niente di vagamente somigliante ai suoi girasoli, neanche confrontando un medesimo vaso di fiori impressionista con uno di Van Gogh. Se Monet era una macchina fotografica umana, Van Gogh riusciva a guardare oltre la semplice realtà delle cose, mi segui? È questo che è straordinario: la sua capacità - autonoma, dettata solo dalla sua sensibilità sopraffina, di superare la sola realtà visiva, rintracciare delle leggi cosmiche in un vaso di fiori, in un cielo notturno. C’era una delle tante, bellissime, lettere che Vincent scrive al fratello Theo in cui racconta che quando ritrae una famiglia che mangia, non vuole solo fare loro un ritratto di genere - ma vuole dare l’idea della fatica che hanno impiegato per ottenere quei tozzi di pane, della stanchezza alla fine della serata, della pelle cotta al sole durante le durissime ore lavorative nei campi, della fame più nera e della loro povertà, vuole aprire la finestra sul loro mondo: e ci riesce. Ecco cosa intendo quando ti dico che va oltre la realtà visiva pur partendo da questa nella scelta dei soggetti dei suoi quadri: nessuno prima di lui si era fatto venire in mente una cosa del genere, nessuno è più riuscito a replicare questi propositi con la medesima intensità. E la cosa bella è che lui non l’hai mai fatto per venderli, questi quadri, non c’è mai riuscito: ha dipinto più di tutti, ma ha venduto meno di tutti ( un quadro solo! ) - quindi non è una trovata commerciale, non è uno di quegli artisti da strapazzo che compiacevano i nobili del tempo: lui ci riversa davvero se stesso nei suoi quadri, sottoforma di colori, di pennellate, di temi semplici ma proprio nella loro semplicità, di incredibile intensità. Altro aspetto da tenere in conto quando si parla della bellezza di Van Gogh è proprio questo: il suo regalarci una biografia per immagini - certe opere ( campo di grano con corvi, ad esempio ) non sono più il soggetto raffigurato ( uccelli, alberi, cielo, .. ), sono la sua storia, i suoi sentimenti, la sua vita rovesciata sulla tela; tutti i suoi malesseri, il suo senso di solitudine, i suoi timori, riusciamo a percepirli come se fossero scritti a lettere cubitali sotto la sua firma. Ecco la grande novità - un’arte in cui è lui, solo lui, e il suo sguardo sul mondo; lui per se stesso, poi, non per un aquirente da accontentare, quindi con tutta la spontaneità del mondo.
Lui aveva cominciato con l’idea di diffondere i messaggi della Bibbia come predicatore laico trai poveri, sai? Certo il suo temperamento vivace non gli consentì di proseguire - ma la sua religione non sottostava più da tempo ai dieci comandamenti, la Pasqua e la messa della domenica, no. La sua religiosità era espressa nei suoi quadri, nel rivelare l’energia che soprassiede le cose, che si agita nell’aria, la plasma: eccolo, il suo dio; nascosto tra le nuvole, trai campi di grano, i mazzi di fiori. E lui è in grado di rintracciarlo, non serve più far leggere il Vangelo Secondo Matteo, basta mostrare le sue opere - che da sole rivelano più di quanto un qualsiasi passo della Bibbia avrebbe mai potuto. Non ti sembra? Non ti emoziona guardare i suoi campi di grano cotti dal sole, un sole grande, enorme, giallo, rosso, arancio, pulsante, con una figuretta minuscola che ci lavora dentro? Non ti emoziona guardare un suo ritratto, la sua stanza? Non è solo bei colori e belle composizioni: lui ci ha svuotato l’anima in quella camera - come un autoritratto senza faccia, lasciando che fossero gli oggetti a parlare per lui: nessuno aveva fatto niente del genere, prima. È una intimità incredibile e assoluta e inedita quella che ci offre Van Gogh - ci apre le porte della sua stanza, ci rivela il suo mondo di sentimenti, ma non solo: ci fa vedere bar, strade, campi, fiori, persone, con i suoi occhi, ce li presta - e ce li fa vedere agitati, pulsanti, vibranti, vivi ! Come si può sopravvalutare un simile talento?
C’è un bellissimo film degli anni ‘50 su Van Gogh - che ti consiglio di vedere, se vuoi capire perché lui è così sensazionale e affatto sopravvalutato, in cui Gauguin ad un certo punto afferra una sua tela e poi si volta verso di lui e gli sussurra « Come sei vitale, Vincent ». Ecco; forse Van Gogh mi piace principalmente per la sua vitalità. Riesce a comunicarci che il sole scotta, è caldo, brucia, che il vento piega con violenza i rami, che la gente è provata dallo sforzo del lavoro - non è una istantanea, per quanto rapida era la sua pittura, ma una storia, un frammento di energia cosmica immortalato su tela.

Concludo questo excursus sul perché mi piace Van Gogh con un aneddoto personale di quando avevo diciott’anni. Il mio professore di arte ci spiega Van Gogh e, concitato, emozionato lui stesso forse, dice una cosa che mi resterà sempre in mente - e che da allora non posso fare a meno di notare, quando vedo dal vivo un’opera di questo artista. Che Van Gogh dipingeva con una veemenza tale che lasciava sulla tela grumi di colore densi e corposi, che ad oggi se solo i suoi quadri si potessero toccare, anche un cieco passandoci sopra i soli polpastrelli riuscirebbe a capire cos’ha rappresentato, e non solo: riuscirebbe a coglierne tutta l’energia incredibile che vi ha riversato. Facci caso anche tu, magari riuscirai ad apprezzarlo, anonimo. Posso solo dirti di non limitarti a quelle due pagine che i manuali di scuola propongono per spiegare Van Gogh: ci sono bellissimi film. libri, ci sono le sue lettere al fratello, documentari, .. è facile liquidarlo come hanno fatto a fine Ottocento, se ci si limita a una spiegazione scolastica e sterile. Il punto è che Van Gogh è ben lontano dall’essere comprensibile con spiegazioni programmatiche come invece risulta essere per Monet, Gauguin e compagnia. Tu riesci a spiegare le emozioni? Van Gogh ti sta regalando le sue, non c’è da capire - c’è solo da cacciare i fazzoletti e commuoversi un po’.

anonymous asked:

Cara W, vedendoti postare l'immagine di Mark mi sono posta una domanda che volevo girarti. Molte persone quando vedono opere come questa pensano "eh, ma sarei capace anche io". Cosa differenzia questa, definita arte, da ciò che non lo è? Cosa c'è in più che fa definire Rothko artista e non lo sono io con una lista della spesa o un foglio con un qualsiasi segno? So che è molto ampia come questione (riguardo "l'arte cos'è?") ma credo che ora tu sia la sola a potermi dare risposte adeguate. Baciny.

Quando dico DOMANDA IMPEGNATIVA, intendo proprio impegnativa impegnativa. 
 Praticamente se mi prendessi il tempo e lo spazio per rispondere a questa domanda, sulla lunghezza della risposta ci si potrebbe correre una maratona di una decina di chilometri. 
Spero di essere estremamente sintetica per l’argomento ed estremante chiara, ma se hai ancora dubbi al riguardo perché potrei tralasciare qualcosa, ti invito anzi a scrivermi ancora per poter completare il mosaico dei dubbi. 
 Con l’arte contemporanea è un sacco facile dire “potevo farlo anch’io”. Un taglio su una tela, potevo farlo anche io, anche tu, anche una scimmia del Burundi. Rovesciare un orinatoio e dire “toh, è una fontana!”, anche. Riempire di pennellate di colore una tela alla Rothko, come dici tu, idem.
 Il fatto è che siamo talmente assuefatti dall’idea che l’arte è Michelangelo, è Raffaello, è Leonardo - che siamo dunque convinti che arte sia capacità manuale ( aldilà del fatto che abbia citato tre geni e tre tartarughe ninja contemporaneamente ), spettacolare abilità nella resa dell’imitazione della natura o nell’invenzione di soggetti sacri. Certo, è così. Ma non solo. 
 Arte è anche un’idea geniale, arte è anche una scatoletta di cacca d’autore con scritto su Merda d’Artista. Arte, in sintesi, è soprattutto espressione del proprio tempo. Se al tempo di Michelangelo c’era bisogno di giudizi universali, allora ecco l’artista - dovutamente istruito all’Accademia, che ne realizza di spettacolari per la Cappella Sistina. Se al tempo di Marcel Duchamp c’era bisogno di scardinare le convinzioni della storia dell’arte fino ad allora, non senza una dose massiccia di ironia, allora ecco una ruota di bicicletta capovolta messa in un museo. 

In realtà se ci piacesse il disegno potremmo anche noi fare un Caravaggio uguale sputato. L’Accademia di belle arti ci insegna ancora questo, no? Caravaggio non era mica un mago che faceva cose che gli altri non erano in grado di fare. Ma non è questo il punto principale. 
Il punto è: un Rothko potevo farlo anche io. Il punto è che non lo hai fatto. 
 Non è più una questione di manualità educata dell’artista - ci sono artisti che fanno fare le loro opere da un robot, ci sono artisti che usano le caramelle disposte agli angoli delle stanze di un museo, ci sono artisti che addirittura invitano a vedere la loro mostra e le pareti della galleria sono totalmente vuote. L’artista con il pennello in mano davanti al cavalletto non è più la priorità. La priorità è l’idea - ciò che c’è dietro ad un oggetto deputato ad essere un’opera d’arte. 
Tutto potenzialmente è arte - Andy Warhol ha reso arte i loghi dei prodotti commerciali, quindi anche la tua lista della spesa non è poi così poco artistica. 
Ma l’artista ha questo ruolo di polarizzatore ( scienziati di tutto il mondo, perdonate il mio adoperare in maniera impropria il vostro linguaggio ) della carica neutra di un oggetto di tutti i giorni - rivalutarlo, riconsiderarlo all’interno di una galleria e fuori dal suo contesto, magari. Molti artisti anni cinquanta prendevano questi oggetti comunissimi, pubblicità, manifesti, scatolette di carne, lenzuola… e ne facevano arte. Cosicché quella cosa non era più semplicemente vista come oggetto qualsiasi, ma era guardata - nelle sue qualità artistiche che già possedeva, magari, ma che soltanto attraverso l’attività dell’artista viene risvegliata, mi spiego? Tu guarderesti un orinatoio in un bagno dell’autogrill pensando che è bello? No. Ma resti stupito quando ti trovi un pisciatoio in una vetrina di un museo! 
Rothko. Rothko carica di contenuti questi rapporti di colore che tu magari usi come prova per vedere se funzionano i pennarelli. 
Come ti dicevo non è più la manualità capace dell’artista ad interessare l’arte contemporanea, ma la risposta a dei bisogni, l’idea di un genio che risolve lo spirito del suo tempo, lo condensa in un’opera d’arte. Di fronte al dramma, nel Dopoguerra, Rothko risponde con un sovrumano silenzio sublime che esprime attraverso i colori. Ecco qual è la differenza con la tua lista della spesa: quella tu la usi per la tua quotidianità, ci vai davvero al supermercato, ci compri le cose - riflette te e solo te, non la lasci in un museo. Non ha un contenuto “altro”, non l’hai “scelta” come opera d’arte - la guardi come guardi un oggetto qualsiasi, neanche ti ci soffermi. Invece l’arte invita a soffermarsi anche sul quotidiano, invita a riflettere e a riscattarlo dallo squallore. È questo il fascino dell’arte inaugurata dalle Avanguardie del primo Novecento e portata avanti fino ai giorni nostri: la genialità di artisti che tra tutti i miliardi di persone nel mondo che avrebbero potuto fare la stessa identica cosa, hanno preso il coraggio in mano e l’hanno ideata per primi - hanno avuto l’idea che salva la nostra vita dallo scadere nella tristezza della banalità.

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Questa è la seconda parte del breve reportage fotografico che ho realizzato qualche giorno fa, in occasione della visita alla mostra “Post Pop: East Meet West” alla Saatchi Gallery di Londra, in cui sono esposte opere di artisti orientali (principalmente russi e cinesi).

Here’s the second part of a short photographic report I’ve made some days ago, while visiting “Post Pop: East Meet West”, an exibition at Saatchi Gallery, London. Works from oriental artists (mainly russian and chinese) are on display.

  1. Polly Morgan “Sunny Side Up” (2011)
  2. Aidan Salakhova “Prestanding #1” (2010-11)
  3. Richard Wilson “20:50” (1987)
  4. Alexander Kosolapov “Hero, Leader, God” (2014)
  5. Grisha Bruskin “Man with Portrait of Lenin” (1990)
  6. Alexander Kosolapov “Hero, Leader, God” *detail (2014)
  7. David Mach “Die Harder” (2011)
  8. Leonid Sokov “Lenin and Giacometti” (1990)
  9. Leonid Sokov “Two Profiles (Stalin and Marilyn)” (1989)
  10. David Mach “Undressed” (2014)