arrestare

L’opera nasce in un momento di grande dolore per l’autrice, causato dalla sofferenza per il divorzio dall’amato marito, Diego Rivera.
Il dipinto raffigura uno sdoppiamento: a sinistra la Frida vestita di bianco, in un abito dalla foggia occidentale, a destra la Frida colorata, con indosso gli abiti della tradizione messicana. La Frida lasciata da Rivera e la Frida da lui amata.
Le due siedono di fianco, sulla stessa panchina, ma non si guardano.
Si tengono per mano e sono legate da una vena che connette il cuore vivo, dal colore rosso acceso, all’altro impallidito, che sembra ardere.
Il rosso: colore della passione, ma anche del sangue.
Simbolo di vitalità ma anche di dolore.
Quel dolore che si connette tipicamente ad ogni separazione e che si caratterizza con vissuti di grande sofferenza interiore. Quella che l’individuo ferito tenta di eliminare.
A questo fanno pensare le forbici.
La lacerazione ma anche la volontà di recidere. Il desiderio di arrestare vissuti dolorosi e tagliarli fuori in modo più o meno consapevole.
La fatica di entrarci è simboleggiata dall’assenza di uno scambio visivo.
La Frida colorata ed amata non guarda la Frida addolorata, appiattita nei colori e sanguinante.
Spesso il dolore diventa una barriera che logora e non consente né una integrazione al proprio interno, né una condivisione con l’esterno.
Ma l’afflizione che ogni separazione comporta, è parte inevitabile ed ineliminabile dell’esperienza umana.
E riguarda tanto il rapporto con l’altro, quanto quello con sé stessi.
Anche nella costante crescita individuale, cambiamento e sviluppo richiedono passaggi che implicano sempre dolore. Questo è connesso con il processo di distacco da parti di sé ormai superate. Lasciarle andare è necessario per fare spazio a nuovi aspetti personali. Essi sono frutto della scoperta e dell’arricchimento del confronto con l’altro e con sé stessi.

Coscienza discorsiva e meditazione FA

Avete presente quel leggero sottofondo di pensieri che ci accompagna regolarmente durante le giornate e sembra quasi procedere per conto suo mentre, consapevolmente, pensiamo di essere concentrati su qualcosa d'altro? Ecco, quella è la coscienza discorsiva: talvolta fastidiosa come un acufene ma, al tempo stesso, proprio per il suo carattere di abitudinaria costanza, capace di agevolare una pacifica convivenza con essa. Una delle cose che più mi affascinano del pensiero è che, a diferenza della parola, può prevedere un accavallamento di più voci entro un unico soggetto pensante, e la coscienza discorsiva ne è un palese esempio. Persino quando riposiamo siamo soggetti a un continuo divagare della mente, e questo dato può farci sentire essenzialmente impotenti nei confronti della sua instancabile attività. Ma è proprio qui che entra in gioco la meditazione FA, che è un tipo di meditazione basata su tecniche di (F)ocalizzazione dell’(A)ttenzione: uno degli elementi fondamentali delle esperienze meditative è esattamente la capacità di arrestare la mente discorsiva e conseguentemente di controllare con consapevolezza la DMN. La DMN è un sistema cerebrale che partecipa alle modalità interne di cognizione, e si attiva quando l'individuo NON sta focalizzando la sua attenzione sull'ambiente esterno ma verso la sua interiorità. La DMN è composta a sua volta di sottosistemi multipli interagenti fra loro, tra cui la corteccia temporale-laterale, il giro angolare e l'ippocampo. Si può osservare che, grazie al quasi-vuoto mentale prodotto dalla meditazione, dalla ripetizione incessante di una sillaba priva di significato e che perciò non crea nessuna immagine mentale, per qualche istante la nostra mente si libera di tutte le sovrastrutture del mondo, del linguaggio, si libera delle elaborazioni, delle classificazioni, delle misurazioni, arrivando ad uno stato primordiale che può facilmente definirsi fenomenologico: abbandonando il “pensare” si giunge, inevitabilmente, al fenomeno del pensiero, al pensiero in sé. Insomma, grazie alla meditazione è possibile mandare per un po’ a fanculo quella lagna della coscienza discorsiva e sperimentare una forma inconsueta di silenzio.

L’11 luglio del 1982 vincevamo il mondiale di Spagna.

Alle 20:30 l’Italia affronta in finale la Germania, non ancora Germania ma Germania Ovest. Nando Martellini, il cronista dell’epoca di tutte le partite della nazionale di calcio, ammette la sua emozione dal Santiago Bernabeu: dopo dodici anni dall’ultima volta l’Italia si gioca la possibilità di diventare per la terza volta campione del mondo.

È partita in sordina quella squadra, senza i favori del pronostico, come si suol dire, con tante critiche incluse quelle del presidente di lega Matarrese che al termine di un’amichevole prima del mondiale dice chiaramente che avrebbe preso a calci quei giocatori.

Bearzot, il CT friulano che allena quella squadra, legge Orazio quando vuole distrarsi. Crede fortemente in quella squadra che ha costruito nel quadriennio che va dal ‘74 al ‘78 anno dei mondiali di Argentina quando la sua nazionale era stata ammirata ed eletta la squadra migliore, pur arrivando solo quarta.

Cosa era successo dal 78 all’82?
Molte cose. C’era stato lo scandalo “Totonero” che aveva coinvolto molti giocatori di serie A e serie B nel 1980. L’immagine più brutta di quella vicenda è un’auto della polizia che entra sulla pista di atletica di uno stadio prima dell’inizio della partita per arrestare alcuni giocatori e dirigenti.

Nel 1980 l’Italia ospita gli Europei di calcio e non riesce a qualificarsi per la finale. Perderà anche il terzo posto ai rigori contro la Cecoslovacchia, la squadra che Bearzot non riuscirà mai a battere nella sua gestione.

Tra i calciatori coinvolti nello scandalo c’è Paolo Rossi che sconterà la squalifica pochi giorni prima dell’inizio del Mundial Spagnolo e che il CT convoca lo stesso. Le prime polemiche nascono qui perché molti invece vorrebbero Pruzzo, centravanti della Roma e capocannoniere della Serie A. Poi non convoca Beccalossi, mezz’ala dell’Inter, perché preferisce Antognoni titolare e Dossena come rincalzo.
Ha tutti contro il furlan e le prime tre partite danno ragione ai suoi critici: tre pareggi contro la Polonia (0-0), Perù (1-1) e Camerun (1-1) e passaggio del turno grazie alla differenza reti migliore rispetto al Camerun (noi abbiamo fatto un gol in più rispetto agli africani).
Il girone eliminatorio successivo a tre squadre sembra già condanna: ci toccano le due squadre sudamericane Argentina, detentrice del titolo e Brasile, la nazionale che è maggiormente accreditata per la vittoria finale. Contro l’Argentina vinciamo 2-1, li battiamo di nuovo come 4 anni prima in casa loro. Poi ci tocca il Brasile che, per via della migliore differenza reti (hanno battuto l’Argentina 3-1) può mandarci a casa con un pareggio.
Brera, giornalista sportivo, promette un pellegrinaggio durante la processione del suo paese se l’Italia dovesse battere quello che chiama il “Magno Brasile”.
Sorpresa: l’Italia batte i favoriti, gli eredi di Pelè e Garrincha, con tre gol di Paolo Rossi il centravanti che nessuno voleva a parte Bearzot ed è tra le prime 4 squadre del mondo. In semifinale la Polonia è liquidata con 2 gol sempre di Rossi e aspetta la Germania Ovest in finale.

In finale manca Antognoni che si è infortunato in semifinale contro gli ostici polacchi e quando l’arbitro assegna il rigore agli azzurri il rimpianto per l’assenza del regista della Fiorentina è ancora più forte.
Non tira Rossi il rigore, il rigorista designato è Cabrini. Lo sbaglia.
È solo un incidente di percorso, una cosa di poco conto un sassolino sulla strada, nel secondo tempo segna ancora Rossi, poi Tardelli con quell’urlo entrato nella storia e infine Altobelli che pur essendo giovane fa gol con una freddezza da veterano.

Tuttavia la foto che metto all’inizio di questo post è quella di un calciatore che non c’è più, un campione e un signore sul campo, un difensore che non fu mai espulso in carriera, Gaetano Scirea.
Era andato a vedere una squadra polacca, prossima avversaria della Juventus in una coppa europea, quando l’auto su cui viaggiava viene coinvolta in un incidente nel quale perde la vita assieme ad altre persone.

Scelgo di riportare le parole di Dino Zoff, suo compagno di squadra in nazionale e nella Juventus per ricordare quel giorno e quel campione.

«Dopo la finale del Mondiale ‘82, ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere.
Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti.
Gaetano lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso.

L'esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini.
Mi manca tanto il suo silenzio». 

Ho ancora addosso il nostro ultimo abbraccio che ha congelato tempo, fiato e coraggio, che mi ha lasciato con le costole rotte senza riuscire ad arrestare il cuore..
—  Lorenzo Fragola - Con le mani.
Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.
—  Valerio Magrelli, Amo i gesti imprecisi

A casa loro

Sono io il primo a dire “bene, aiutiamoli davvero a casa loro, che possano vivere felicemente nel loro paese come noi viviamo più o meno felicemente nel nostro”, mi pare un proposito sensato e animato dalle migliori intenzioni. Senonché basta un secondo all'uomo accorto per realizzare che la questione non è così semplice. Dovremmo forse esportare la democrazia? No, questo no, a questo non credono più nemmeno i teocon. Dovremmo occuparci direttamente dello sviluppo delle nazioni africane? Neocolonialismo, non spetta a noi il compito. Che possiamo fare dunque per loro “a casa loro”? Finanziamenti a pioggia che si perdono nei soliti mille rivoli, piccoli accordi commerciali, guarnizioni per radiatori in cambio di solenni promesse, commesse dell'ENI. Già sento l'obiezione: il capitalismo sporco è cattivo che sfrutta l'Africa per i suoi sporchi interessi. La gigantesca macchina del mondo, una volta messa in moto, non si può arrestare così facilmente, ha una sua enorme forza di inerzia che va molto al di là degli slogan sovranisti e degli stessi ideali di fratellanza universale, è tutto molto più enorme di noi e delle nostre velleità di dattilografi rivoluzionari.

Che poi oggi ho litigato con metà famiglia.

‘I marocchini ci costano 30 euro al giorno’ ‘i neri rubano e noi li facciamo ancora entrare’ ‘lo stato cambia i menù della mensa per i musulmani e per noi no’ ‘ci rubano il lavoro gli stranieri’ ‘cosa vengono a fare qua non possono restare al loro paese’.

Ma dio cane, state zitti se non sapete nulla. 
Io che ho 16 anni sono più informata di voi sulle leggi e le condizioni del mondo, ignoranti. 
Seguite le scemenze dei telegiornali quando mettono in mostra notizie come ‘bosniaco stupra e uccide’ ma quando è un’italiano dicono ‘uomo stupra e uccide’. Ovviamente risalta più lo straniero. Aprite gli occhi.
La maggior parte dei ‘neri’ arrivano qui per la guerra. Secondo voi non sarebbero più felice a stare nel loro territorio con le loro tradizioni? Ma c’è la GUERRA. Guerra per il petrolio, che non vi viene nemmeno detta sui telegiornali perché se no sai che casino. Lo sapete perché George clooney si è fatto arrestare senza apparente motivo? Perché voleva concentrare le attenzioni sulla guerra in africa per il petrolio che stiamo causando NOI OCCIDENTE. Ma purtroppo non c’è riuscito a pieno.
Gli immigrati arrivano in Italia per il semplice motivo che siamo lo stato più vicino, e se vanno a Malta sapete che succede? MALTA SPARA E LI AMMAZZA. 
Pensate seriamente che gli immigrati dei barconi puntano tutti ad avere una vita in Italia? Ma ASSOLUTAMENTE NO. Aspirano ai paese nordici perché la c’è una vita dignitosa. Ma purtroppo le regole italiane li inculano qui.
Sapete quanti esami e interrogatori fanno ai clandestini per sapere se veramente arrivano dai paesi in guerra? No, perché siete ignoranti. 
Dite che rubano il lavoro quando l’Italia ‘va avanti’ se si può dire, anche grazie a loro. 
DOVETE ABBATTERE LE MURA E INIZIARE A PENSARE CHE L’ITALIA NON È DI NESSUNO.
Siamo cittadini del mondo.
Mi chiedo come sono riuscita a crescere tra questa gente chiusa di mente.

Ah comunque, carissimi, il ragazzo che amo è bosniaco.

INCULATEVI.

Volevo imparare a non soffrire per la sua assenza; lasciavo vagare nella mia testa i pensieri di cuore come leggere condensazioni di umori, li spingevo e li soffiavo dentro di me, li lasciavo girare e circolare, permettevo loro di espandersi ed estinguersi. Non offrivo resistenze, non li volevo trattenere, non mi volevo arrestare in loro. Stavo cercando di non soffrire. Solo così potevo evitare una tempesta.
— Pier Vittorio Tondelli
- Lena? - Nessuna risposta. La mia voce suonava strana, come se non mi appartenesse, echeggiando sui muri di pietra che circondavano il boschetto.
- Sono Ethan.- Con quei singhiozzi soffocati che diventavano più nitidi, sapevo che ero vicino.
- Vattene, ti ho detto.- Sembrava che Lena avesse il raffreddore. Probabilmente piangeva da quando era scappata da scuola.
- Lo so.
- E allora perché non l’hai fatto?
- Fatto cosa?
- Perché non te ne sei andato?
- Volevo sapere come stavi.- Mi sedetti vicino a lei. Lei si distese giù. Goffo. Come sempre, quando c’era lei. Adesso eravamo entrambi sdraiati a guardare il cielo.
- Mi odiano tutti.
- Non tutti. Io no. E nemmeno Link, il mio migliore amico.
Silenzio.
- Non mi conosci neppure. Prenditi tempo e probabilmente mi odierai anche tu.
- Ti ho quasi investito, ricordi? Ora devo essere gentile con te, così non mi farai arrestare.
Era una battuta scema. Ma eccolo lì, il sorriso più piccolo che avessi mai visto in vita mia.
- È in cima alla mia lista. Ti denuncerò al ciccione che sta seduto tutto il giorno davanti al supermercato.- Tornò a guardare il cielo. Io guardavo lei.
- Dà loro un’altra possibilità. Non sono così terribili. Cioè, si, adesso. Ma solo perché sono invidiosi. Questo lo sai, vero?
- Come no.
- È vero.- La guardavo tra l’erba alta.
- Io lo sono.
Scosse la testa. - Allora sei pazzo. Non c’è niente di cui essere invidiosi, a meno che tu non ami mangiare da solo.
- Hai vissuto dappertutto.
- E allora? Tu probabilmente hai potuto frequentare la stessa scuola e vivere nella stessa casa per tutta la vita.
- Esatto. È questo il problema.
- Fidati, non è un problema. Io me ne intendo, di problemi.
- Hai viaggiato, hai visto cose. Ucciderei per farlo anch’io.
- Sì, ma sempre da sola. Tu hai un migliore amico. Io ho un cane.
- Ma tu non hai paura di nessuno. Fai quello che vuoi e dici quello che ti va. Invece, qui, tutti hanno paura di essere se stessi.
Lena giocava con lo smalto nero dell’indice. - Qualche volta vorrei comportarmi come gli altri, ma non posso cambiare ciò che sono. Ci ho provato. Però non metto mai i vestiti giusti, non dico mai le cose giuste e c’è sempre qualcosa che va storto. Vorrei solo poter essere me stessa e avere comunque degli amici che si accorgono se manco da scuola.
- Io me ne accorgo.
- Di cosa?
- Se manchi da scuola o no.
- Allora sei proprio matto.
Ma quando pronunciò le parole, mi sembrò che sorridesse.
Ora che la guardavo, non mi sembrava più così fondamentale avere un tavolo riservato in mensa. Non riuscivo a spiegarlo, ma lei era molto più importante. Non potevo restarmene seduto a far finta di nulla mentre i miei compagni cercavano di distruggerla. Non lei.
- Sai, è sempre così.- Stava parlando al cielo grigioazzurro sempre più scuro. Passò una nuvola.
- Nuvoloso?
- A scuola, per me.- Sollevò una mano e si asciugò gli occhi con la manica.
- Non è che mi importi di essere simpatica agli altri. Vorrei solo che non mi odiassero in automatico. Lo so che sono stupide. È ovvio che sono stupide. Con quei capelli tinti di biondo e quelle ridicole borsettine metallizzate.
- Esattamente. Sono stupide. Chi se ne frega?
- Io. Mi feriscono. Ed è per questo che sono stupida anch’io. È questo che mi rende esponenzialmente più stupida di loro. Sono una stupida elevata alla potenza dello stupido.
- È la cosa più stupida che abbia mai sentito.- La guardai con la coda dell’occhio. Lei cercò di non sorridere. Rimanemmo sdraiati in silenzio per un po’.
- Lo vuoi sapere cos’è stupido? Ho un sacco di libri sotto il letto.- Lo dissi così, come se fosse una cosa che confidavo a tutti.
- Cosa?
- Romanzi. Tolstoj. Salinger. Vonnegut. E li leggo. Sai, perché mi va.
Lei rotolò su un fianco e si girò verso di me, appoggiando la testa sul gomito. - Davvero? E cosa ne pensano i tuoi amici?
- Diciamo che è una cosa che tengo per me e mi limito a fare canestro.
- Hai ragione, questo sì che è stupido.- Cercò di non sorridere ma questa volta, senza riuscirci.
—  La sedicesima luna

Universum, C. Flammarion, 1888.
A traveller puts his head under the edge of the firmament.


…..io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinchè fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie. Ma per me migliore è la Mente che ha disperso ovunque quelle nubi.

- Giordano Bruno, De innumerabilibus, immenso et infigurabili, 1591

anonymous asked:

Cual es la historia satánica de buena suerte Charlie?

Una noche de 1987, en la habitación de una clínica particular se escucharon los primeros llantos del niñobautizado Patrick John, el primer hijo de la pareja Duncan fue declarado un niño con discapacidad mental, una discapacidad que no le permitirá pensar claramente, no aprenderá a caminar muy rápido ni hablará hasta una edad avanzada. Esta enfermedad fue un duro y gran golpe para sus padres quienes esperaban ansiosos la venida de su hijo quien les haría olvidar sus problemas socio-económicos pero al contrario este niño sería una carga más para sus padres pues el medico le prescribió unos medicamentos realmente caros para que la enfermedad no empeorase.

Tres noches después del nacimiento de PJ se enciende una bombilla en la oficina central de la clínica, una enfermera corre presurosa y al entrar a la habitación lo único que encuentra es a Amy Duncan abrazando a su hijo y llorando, diciendo que estará bien, el niño está muerto la causa: Muerte súbita.

Ningún medico se sorprendió pues con el estado crítico del niño era cuestión de tiempo para que su corazón dejase de latir. Un breve funeral, un ataúd blanco descansa bajo la tierra mientras que todos los amigos de la pareja lloraban y consolaban a la pobre Amy que no paraba de sollozar, entonces uno de los amigos de la pareja se acerca a ellos y les extiende un cheque, este hombre dice querer ayudarlos en sus problemas económicos, Bob toma el cheque casi arrancando de la mano del hombre, por fin las deudas de los Duncan estarían pagadas, pero eso no era todo, Bob hizo una inversión en una compañía de ex-terminación de plagas y también obtuvo un empleo en esa misma compañía que creció y Bob se volvió el mejor exterminador del estado en poco tiempo al mismo tiempo que Amy obtuvo un empleo como enfermera en la misma clínica donde falleció su hijo, todo estaba marchando con suerte en ese tiempo, era la oportunidad perfecta para comenzar una nueva vida y olvidar el fallecimiento de PJ.

1989 Teddy, la segunda hija de la pareja Duncan había salido del hospital en los brazos de su madre, llegaron a una casa hermosa en los suburbios, dormía en una cuna grande y muy cómoda, era una hermosa etapa de su vida, era totalmente perfecta. Cuando creció iba a una guardería de clase alta pero un día una enfermedad estomacal la llevó al hospital en el cual estuvo unos cuantos días, con el diagnostico de parásitos estomacales que habían sido eliminados por las mismas defensas de la niña.

Días después Amy entra al hospital con su hija en brazos y una muestra de heces cubierta de sangre, alarmado,el doctor manda a un laboratorio las muestras pero los resultados solo demostraron que era sangre de Teddy nada más por lo cual fue internada para investigación, sin embargo no se llegó a ningún diagnostico hasta que un día se encontraron quistes en las heces de Teddy, no todos los parásitos habían sido destruidos por las defensas de la niña y esta se sentía cada vez peor, aunque Amy no se apartó de ella un segundo, Amy obtuvo trabajo en el hospital donde estaba Teddy así que pudo estar mucho más tiempo con ella, Amy era una gran madre. Al cabo de una semana después de encontrar la causa del dolor y sangrado

Teddy fue dada de alta. Unos años más tarde Teddy conoció a su nuevo hermanito: Gabe, quien nació en el mismo hospital que ella, solo una cosa no encajaba, era de otra raza, todos en la familia incluyendo a PJ eran caucásicos y rubios pero Gabe no lo era, su piel era oscura y tenía el cabello negro, los doctores dijeron que era por la herencia genética pero esto no convenció del todo a Bob quien se sentía engañado por su propia esposa, después del nacimiento de Gabe, Bob salía a beber seguido y se volvió alcohólico y cada vez que llegaba ebrio a casa tomaba a Gabe por la cabeza y lo golpeaba, Teddy lo defendía y también resultaba golpeada, después de torturar suficiente a sus hijos Bob proseguía a golpear a Amy, después se dormía en el sofá mientras Amy, Gabe y Teddy lloraban. Un día mientras Bob golpeaba a su mujer alguien tocó la puerta, era la policía quien tocaba, entraron a la fuerza y después de ver a Amy y a los dos niños llorando en el suelo decidieron arrestar a Bob. Mientras subían a Bob al auto patrulla Estelle Dabney, vecina de la familia, lloraba con un teléfono en mano mirando a Gabe con desprecio y susurrando: “Esto es tu culpa”.

Un mes después una prueba de embarazo da positivo y confirma los miedos de Amy, en un tiempo tendrá otra boca más que alimentar ella sola. Después de ver tantos maltratos a su hermano y vivirlo ella misma, Teddy Duncan es obligada a madurar muy rápido, se volvió una adulta responsable en un tiempo casi inapropiado, mientras que Gabe tomó el camino incorrecto, se dejó llevar por el libertinaje y a los 13 años empezó a fumar y a beber a escondidas de sus padres.

2004 nace la cuarta y última hija de la familia Duncan, Charlotte Duncan, tal vez la última desgracia de la familia. Al estar Bob en la cárcel no tuvierón más remedio que racionar la comida por la paga insuficiente en el empleo de Amy; al no tener suficiente proteína ni energía Charlie enfermaba frecuentemente lo que se hacia un problema más grande para la familia.

15 de Agosto del 2005 cinco policías entran a la casa Duncan y en ella encuentran a Gabe y Amy Duncan muertos y a Teddy con lágrimas en los ojos y cortaduras en los brazos y piernas pero aún sosteniendo a su hermanita Charlie que estaba inconsciente y con las mismas cortaduras que su hermana. Ya en cuidados intensivos Teddy confiesa al policía todo lo que pasó, como su madre había asesinado a Gabe clavandole un cuchillo en la garganta y había intentado matarla a ella y a Charlie pero tras un largo forcejeo Teddy había ganado y accidentalmente -como lo declara ella- había matado a su propia madre salvándole la vida a su hermanita, los policías habían encontrado concordancia en la historia de Teddy y después de haberse curado la internaron en un orfanato aunque Charlie no estaba del todo recuperada y debía pasar más tiempo en cuidados intensivos.

28 de Octubre del 2005 Teddy Duncan sube un vídeo en Internet en el que dice: “Hola Charlie soy tu hermana Teddy, hago este vídeo para esclarecer los misterios de nuestra familia, espero tengas edad para entender lo que te voy a decir a continuación. Teníamos un hermano que tenía discapacidad mental, según me contaron papá y mamá el murió por muerte súbita pero yo no creo eso, conozco a mamá demasiado y tengo dudas,que ella lo asfixió.

También recuerdo que, cuando era niña mama me daba de comer en el hospital comida que ella misma traía, cuando empezó a hacer eso los doctores me dijeron que tenía una enfermedad estomacal. Tu hermano Gabe era moreno pues no era hijo de nuestro padre, en realidad escuché que nuestra madre tenía una aventura con nuestro vecino, papá sabía esto por lo cual golpeaba severamente a Gabe y a mi por protegerlo hasta que un día llegó la policía y… bueno sabes lo que pasó, unos meses después de tu nacimiento mamá perdió la cordura y… Gabe y mamá murieron. Para cuando veas este vídeo estarás con papá, espero estés bien. Recuerda que te amo Charlotte.” Teddy se detuvo a llorar y con los ojos rojos miró a la cámara y dijo: “Buena suerte Charlie, te amo” se acabó el vídeo. La compañera de cuarto de Teddy la encuentra tendida en el piso con un destornillador en el cuello. Tiempo después Phil Baker encuentra el vídeo en Internet y decide investigar el caso, cuando supo los detalles esenciales se la presenta a su jefe y la maquillaron tanto para crear lo que ahora es una serie más de Disney.

esa :P

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.
—  Valerio Magrelli