arredamenti

Gli dissi addio perché avevo paura che lui lo dicesse a me, allora lo anticipai. Decisione più e più volte pensata, ragionata, ma decisamente istintiva, frutto di un coraggio acquisito solo perché lontana migliaia di chilometri da casa e convinta di possedere in mano il mondo intero. 
Gli dissi addio mentre ancora immaginavo il nostro futuro insieme, mentre continuavo a costruire la nostra casa, indecisa se fare il salotto come piaceva a lui o come piaceva a me, mentre esisteva ancora e restava in piedi un noi destinato a continuare per sempre.
Gli dissi addio consapevole di volerlo stringere e trattenere a me qualunque catastrofe fosse successa. Glielo dissi perché credevo che il mio puntare i piedi mi avrebbe restituito un po’ delle attenzioni perdute da tempo e gettate nel cesso senza nemmeno tirare l'acqua, insomma per farmele vedere e desiderare. Volevo essere cercata, voluta, desiderata, rincorsa e abbracciata così forte da cadere a terra stremati e piangere e baciarci insieme.
Quando capii che non mi avrebbe più cercata, allora cominciai a cercarmi da sola, mi ero persa anche io, non mi riconoscevo più, non esistevo più. Non solo mi resi conto di essere lontana anni luce da lui, ma sopratutto di esserlo decadi luce da me stessa. E mi cercavo nelle cose più banali, nelle passioni abbandonate, nella chitarra, nei disegni, nei vecchi maglioni di lana, nella mia delicatezza da elefante, nelle fantasie di palazzi ed arredamenti del mio futuro da architetto. Ma non mi trovavo più.
Allora pensai che l'avergli detto addio fosse un punto da cui ricominciare per creare una nuova me, più forte di prima, indipendente e coraggiosa. Mi dissi che ci sarei stata male, sì, ma che sarebbe durato poco perché, come si sa, tutto passa. Mi dissi che sarebbe rinata una Erica del tutto nuova, col sorriso, con la risposta giusta, sicura di sé e senza paure. E cercavo di tenermi il più impegnata possibile in attesa che questo tempo per sfiorire del tutto e sbocciare sarebbe passato in fretta. Passarono le ore, i giorni, i mesi, persino gli anni. Quando credevo di essere sulla buona strada, quando mi passavano le sue foto davanti agli occhi e non mi tremavano più le mani, quando l'indifferenza stava prendendo il posto del dolore, era proprio allora che per ogni metro in più di salvezza  sprofondavo di nuovo giù nel baratro. Ogni passo avanti significava cinquanta passi indietro. E il buio imperscrutabile riprendeva il posto del bagliore che  avevo appena intravisto.
Non c'erano lacrime, non c'erano gesti istintivi nè parole negative. Solo un silenzio che faceva eco nella mia piccola camera, un silenzio più forte delle urla soffocate nel cuscino.
—  Rinascere in inverno