aria pura

avrei voluto darti di più,
molto di più.
avrei voluto darti una casa,
un posto comodo per dormire.
avrei voluto darti una libreria e l'odore del thè caldo tra quelle mura.
avrei voluto farti viaggiare di più,
ogni settimana un posto diverso.
avrei voluto portarti la colazione ogni mattina
e darti più baci.
avrei voluto farti respirare serenità ed aria pura.
avrei voluto darti di più,
solo di più,
molto di più.

Caro nonno..

tu sei andato lassù, ed io sono qui, seduta sul divano di casa tua, quello che condividevamo dopo pranzo per riposarci un pò. ora tu non ci sei, c'è nonna con me, che come sai aveva tanto bisogno di te. eri sempre tu a ricordarle di prendere la medicina dopo i pasti, eri tu a dividere la tua solita pera e a dare una parte a lei. eri tu a ricordarle la notte di andare in bagno, eri tu a farle compagnia.
Eri Tu. Si, eri tu anche quando volevi sederti sulla poltrona, e bisticciavi con lei per averla. Ma eri tu quando trascorso un pò di tempo, con la scusa del bagno ti alzavi per far sedere lei.
quanto amore le hai donato in tutti questi anni. quanto amore hai donato a tutti noi.
hai fatto tanti sacrifici durante questa vita, grazie a te sono nati 5 meravigliosi figli, tra cui mia madre. hai fatto tantissimi lavori, sei persino andato a roma per lavorare,per procurare tutto quello che la tua famiglia aveva bisogno.
nella tua casetta in campagna hai cresciuto i tuoi figli e i tuoi nipoti, primi fra tutti io e mio fratello, che ogni estate venivamo a farvi compagnia.
estati migliori di altri miliardi di viaggi che avremmo potuto fare. Eravamo Noi.
sei stato tu a crescerci, con le tue storie, i tuoi racconti e le tue barzellette.
sotto al tuo albero di fichi stavi seduto, perché li si stava freschi sempre. ricordo che mentre facevo il libro delle vacanze tu canticchiavi le canzoni e addirittura le inventavi anche.
“E mo che sei piccola te demo li biscotti, quando te fai grande te demo li giovinotti” con la tua calata abruzzese, quasi romana. questa era dedicata a me, ma te ne inventavi tante il giorno. e forse lì ho imparato da te, che prendevo il tuo bastone e come se fosse l'asta del microfono, cantavo le canzoni che conoscevo a memoria. La sera aprivi i tubi dell'acqua, e insieme a nonna andavamo ad annaffiare l'orto che tanto amavi. La mattina invece, ti svegliavi presto per dare la medicina alla vigna, che aveva bisogno di crescere. Durante i pasti, mi sedevo sempre vicino a te, era posto fisso. ogni volta che ero concentrata a guardare la tv, prendevi sempre il mio piatto, io abbassavo la testa e mi ritrovavo senza cibo. tu ti mettevi a ridere a vedere la mia reazione, ci cascavo sempre, assurdo.
poi la vecchiaia è aumentata, e della casetta in campagna ora è rimasto ben poco, l'erba è cresciuta, l'orto non più coltivabile. siete andati a vivere nella seconda casa, in un paesino piccolo ma con un panorama enorme, vicoli stretti, tanta aria pura, sopra una montagna. quanto si leggeva nei tuoi occhi azzurri la malinconia di lasciare tutto per andare a vivere meglio. Era la cosa più giusta da fare, ma sia tu che nonna, eravate tristi per l'abbandono dell'orticello, degli ulivi, dell’ albero di fichi, delle solite abitudini.
Le ore passavano più lente non solo per te nonno, ma anche per me, che non potevo più giocare a palla, o a spararci con le pistole d'acqua con mio fratello. Per fortuna c'è un campetto di calcio e di tennis, e andavamo spesso a sfogarci e a passare il tempo. Tu amavi invece, sederti sul divano e ammirare dal balcone il paesaggio. “Che brutta jernata” (che brutta giornata") dicevi quando il cielo era grigio, e devo dire che in quei momenti eri grigio anche un pò tu. Invece quando c'era il sole, ci consigliavi sempre di uscire con la bici, o di andare a fare due passi, o di comprarti qualcosa al supermercato, perchè ti era venuta la voglia di mangiare qualcosa che non mangiavi da tempo. hai sempre trasmesso alla tua famiglia l'amore per le lunghe tavolate. non intendo tanto il cibo, ma intendo lo stare insieme, sempre, Nonostante Tutto. grazie a te ho imparato il valore dello stare insieme, della compagnia, delle chiacchiere e delle barzellette per lasciare un sorriso sul volto di tutti. ho imparato ad ascoltarle le persone, aiutarle. ed è grazie a quello che ho imparato da te se sono riuscita a superare questo momento difficile. perchè la tua assenza oggi ha riempito la tua casa di tutti i tuoi cari, e non era forse questo ciò che desideravi?
siamo sempre stati uniti, e ritrovarci oggi tutti, nello stesso giorno, nella tua casa, mi ha dato serenità. credo che non ci sia stata cosa più bella. e grazie ai miei cugini mi sono data forza, e grazie a dei semplici abbracci siamo diventati più forti tutti. siamo cresciuti un pò di più, sai?
il tuo viso sereno che giaceva nella tomba, mi ha dato pace. eri sereno, non ti immaginavo così. quando ti ho visto, il mio cuore si è rinnovato. probabilmente se fossi stato triste, mi avrebbe fatto tanto male. devo dire che a soli 17 anni ne ho passate alcune, ma questa mi ha fatto crescere tantissimo. e mi impegnerò a portare un sorriso alla nostra famiglia, sempre, perchè so che è il tuo unico pensiero. hai smesso di soffrire, ora ci proteggi dall'alto, e ti vedo quando al tramonto sei quella sfumatura in più, che fa la differenza. ora sono qui, seduta sul divano di casa tua. e ti immagino ancora qui, seduto vicino a me. con il tuo cappellino, la tua copertina a righe e le tue canzoncine. ma non è solo immaginazione e non sei seduto accanto a me. sei dentro di me. non ti dimenticherò mai.
sai perché sono un pò felice? perché l'ultima volta che ci siamo visti, tu eri a letto; mi sono chinata, ti ho dato un bacio sulla guancia e tu mi hai dato la tua mano. di solito quando stringo la mano a qualcuno, dopo qualche secondo la ritraggono, come se fosse un saluto e basta. Tu no, invece. tu hai preso la mia mano e io l'ho stretta un pò. sei rimasto così, nella mia mano. ed io con l'altra l'accarezzavo. e mi sono accorta che un pò stavi piangendo. come per dire “mi dispiace che mi vedi così”. e avrei voluto dirti “andrà tutto bene” o “sii forte” ma non ce l'ho fatta, però giuro che l'ho pensato fortemente. e a volte certi gesti valgono più di altre mille frasi. e così, con la tua mano nella mia ci sarei stata ancora per tanto tempo. e tu, tu non mi hai amata così tanto, se non in quel momento. è stata la prima volta che ti ho trasmesso un pò di forza, e devo dire che sei stato anche tu a trasmetterla a me. con quella mano è come se mi avessi dato l'incarico speciale di rendere felice la nostra famiglia, ed io mi impegnerò che sia così.

sì nonno, sarà così.
Chiara

Sono arrivata alla conclusione che sì, la vita mi fa paura, ma mi fa più paura non viverla, stare ferma, rallentare, invece io voglio correre in macchina, a piedi, arrampicarmi e fare milioni di cose e respirare aria pura, sentire il vento sulla mia pelle.
Stare ferma, non vivere, mettermi in pausa, mi fa più paura.

Raccoglimi,
in ogni fibra protetta
del tuo corpo,
ove il freddo e il gelo
dell’inverno
non potranno più
scalfirmi il viso.
Cullami,
ed io mi farò piccola
da poterti riposare
in una mano.
Scandagliami nell’anima,
con la forza del respiro,
e conservane l’odore
fra le dita.
Sfilami
ogni goccia di essenza
dalla pelle,
ed io sarò aria pura
che scende nei polmoni.


Elisa Priano

Una cosa resta – la fede – si sente istintivamente, ché moltissimo si cambia e che tutto si cambierà: siamo nell'ultimo quarto di un secolo che nuovamente finirà con una grandiosa rivoluzione. Ma anche supponendo che alla fine della nostra vita noi ne vedremo l'inizio, sicuramente non vedremo i tempi migliori dell'aria pura e del rinnovamento di tutta la società dopo questa grande tempesta
—  Vincent Van Gogh
Labbra seccate dal freddo, occhi pieni di panorami, aria pura nei polmoni, il sole che scalda e il vento che gela, brividi, tensione, il cuore che batte irrompendo nel silenzio della propria concentrazione e poi
lamine che mordono il ghiaccio, l'adrenalina, la fatica, i colpi che diventano lividi, i lividi che sono trofei da mostrare, i trofei che sono segno di coraggio, il coraggio che si trasforma in velocità, la velocità con cui ogni discesa ti porta così lontano dal resto del mondo.
—  rondinealguinzaglio

Quel dì sarebbe entrata alle 10 a scuola, mancava la prof. Ne approfittò per andare nella libreria vicino scuola, il suo mondo. Iniziò ad amare non appena entrò alla Feltrinelli. Quella che lei respirava lì dentro era aria pura, quello che provava, amore. Fra quei libri si sentiva al sicuro, a casa. Iniziò a sfogliarne uno, per poi prenderne un altro, e un altro ancora. Tra gli scaffali c'era un ragazzo che la osservava. Era un tipo strano, jeans strappati, berretto grigio e una felpa dai mille colori, cuffie nelle orecchie e skateboard sottobraccio. Guardava quella ragazza con i jeans neri e il maglione blu notte, gli anfibi in cuoio e lo zainetto dello stesso colore. La osservava mentre faceva l'amore con i libri che toccava, leggeva nei suoi occhi l'amore verso ciò che guardava. Desiderava che quegli occhi guardassero lui in quel modo, voleva essere amato come quei libri, ma da lei. Erano le 09.30 e la ragazza si affrettò a pagare i libri che aveva deciso di prendere, per poi dirigersi con calma verso scuola. Non appena uscì dalla Feltrinelli si sentì chiamare con un semplice ‘Hey’, si voltò e vide di fronte a lei un ragazzo alto, molto alto, con degli occhi color del ghiaccio e dei capelli nascosti da un berretto grigio, ma poteva benissimo vedere il nero corvino di quei capelli. Le stava porgendo un libro, mentre la guardava fisso negli occhi. Ora poteva cogliere ogni piccola sfumatura di quegli occhi, ma lui già sapeva che quelli erano occhi capaci di amare, lo aveva visto poco prima. Lei automaticamente gli sorrise, poi disse: 'Oh, non è mio questo libro, i miei sono qui’ e gli mostrò il sacchetto che aveva in mano, celando un sorriso timido. 'Lo so che non è tuo’, fece lui, 'ma è il mio libro preferito, e voglio che tu lo legga. Prendilo, ti prego, l'ho comprato apposta per te.’, disse il bel ragazzo, avvicinandosi alla ragazza e porgendole nuovamente il libro. Lei prese il libro fra le mani, ne accarezzò la copertina, poi lo strinse al petto. 'Grazie’ disse debolmente, come se quel libro le avesse rubato la voce. Il ragazzo le sorrise, e le disse di aprirlo. Lo fece, e dentro, alla prima pagina,trovò un bigliettino, con su scritte dieci cifre. Prese il foglietto fra le dita e sorridendo ci giocò un po’. Alzò lo sguardo e vide che lui la stava osservando, con un sorriso così bello, dipinto su quelle labbra così rosee. 'È..è il mio numero..’ balbettò lui imbarazzato. 'Lo avevo intuito’ sorrise la ragazza, 'ma tendo a non scrivere mai per prima ad una persona..’ aggiunse poi. Il sorriso del ragazzo si spense, ma lui restò forte, con quel dipinto sulle labbra. Stava per dire qualcosa, ma lei lo anticipò. 'Però se vuoi ti lascio il mio, di numero.. Così, magri se ti va..’ 'Non ho un foglio’ si affrettò a dire lui, come se quell'attimo potesse fuggirgli via. 'Aspetta..’, disse lei. Prese una penna dal suo zainetto in cuoio e alzò la manica della felpa al ragazzo. Lì scrisse il suo numero, sul suo avambraccio, e lui non poté fare a meno di ridere, suscitando l'ilarità anche in lei. Rimise la penna nello zaino, guardò la sua piccola 'opera’ soddisfatta, e esclamò: 'Caspita, erano anni che desideravo farlo!’. I due si guardarono un'attimo negli occhi, e poi in sincrono scoppiarono a ridere. O forse a vivere, chissà.

9.45 'Mi dispiace, ora devo andare a scuola.. Grazie mille per il libro, lo leggerò.’, disse lei, iniziando ad allontanarsi. Il ragazzo la guardava mentre quel suo piccolo sogno si stava lentamente allontanando. Ma poi la vide bloccarsi, girarsi verso di lui e tornare indietro, con una piccola accelerazione del passo, che gli fece intuire che non amava correre. In un secondo sentì il cuore di lei battere sul suo petto. La sua mano toccò leggermente la barba di lui, infine le sue labbra si posarono lentamente e delicatamente su quella bocca che aveva ammirato fino a poco prima come se un dipinto. Lui rimase immobile, poi le sfiorò i fianchi, ma non fece in tempo a stringerla a se, che lei arretrò di un passo. 'Perdonami, é che non voglio rimpianti, ma solo ricordi.’ Queste furono le parole di lei, parole che nella testa del bel ragazzo entrarono a fatica, tanto era scosso da quel bacio. Le sorrise. 'A che ora esci oggi da scuola, ragazza strana?’ 'Ah, io sarei quella strana? Guarda che sei tu che vai regalando libri alle sconosciute.. Comunque all'una.’, disse lei arrossendo per la sua sfacciataggine. 'Verrò a prenderti fuori scuola, allora, ragazza non strana.’ Lei rise a quell'affermazione, poi si voltò per andare a scuola, e dando le spalle al bel ragazzo alzò la mano per salutarlo. 'Come ti chiami?’ le urlò lui. 'A dopo!’ gli rispose lei.

Quella mattina al ragazzo dagli occhi ghiaccio si illuminarono gli occhi per la prima volta.

Quella mattina alla ragazza sorrise il cuore, forse, per la prima volta.

—  Em. (ci tengo alle cose scritte di mio pugno, anche se non sono un granché. Non cambiate la fonte, per favore.)
Per la prima volta scrivo di lui.

Lui, una persona conosciuta il giorno dopo che mi sono lasciata. Un'amicizia che va avanti da 1 mese, un'amicizia presente, un'amicizia forte, vedersi ogni giorno. Ti sei preso cura di me nel momento in cui avevo più bisogno. Dopo qualche settimana mi hai confessato che non è solo amicizia per te. Io mi chiudo. Non ti voglio più vedere. Tu fai di tutto, di tutto per riavermi come amica. Ti dico che non voglio altre storie, non voglio stare male.
Passano i giorni. Ci vediamo continuamente. Comincio a sentire qualcosa. Comincio a guardarti con occhi diversi. Tutto ciò è capitato in modo inconscio e spontaneo. Mi fai sentire a mio agio come non sentivo da tanto. Come non sentivo da 2 anni a questa parte. Mi dici di fidarmi di te perchè ci sono fatti che dimostrano quanto tieni a me. Ti confesso che ho paura.
Nella mia mente tu sei diverso, quel ragazzo che nessuno noterebbe ma che mi farebbe stare bene. Sei una boccata di aria pura, diversa, nuova. Ti ripeto che ho paura, mi rispondi “Fidati, sono qui apposta per farti passare questa paura.”
Ti dico che sono stata presa in giro per troppo tempo, tutti volevano solo portarmi a letto e io ora non riesco più a lasciarmi andare con nessuno, ho paura di un gesto dolce, di una carezza, di un'attenzione. Tu mi abbracci e mi dici “Per me possono passare anche mesi, non me ne vado da qui fino a che non ti ho dimostrato quanto ci tengo e quanto sono diverso da tutti gli altri.”
Ti guardo dicendoti che non so se riuscirò a fidarmi.
Nella mia mente, dicendoci ciò, lo sto già facendo.

(Parte1)

Quel dì sarebbe entrata alle 10 a scuola, mancava la prof. Ne approfittò per andare nella libreria vicino scuola, il suo mondo. Iniziò ad amare non appena entrò alla Feltrinelli. Quella che lei respirava lì dentro era aria pura, quello che provava, amore. Fra quei libri si sentiva al sicuro, a casa. Iniziò a sfogliarne uno, per poi prenderne un altro, e un altro ancora. Tra gli scaffali c’era un ragazzo che la osservava. Era un tipo strano, jeans strappati, berretto grigio e una felpa dai mille colori, cuffie nelle orecchie e skateboard sottobraccio. Guardava quella ragazza con i jeans neri e il maglione blu notte, gli anfibi in cuoio e lo zainetto dello stesso colore. La osservava mentre faceva l’amore con i libri che toccava, leggeva nei suoi occhi l’amore verso ciò che guardava. Desiderava che quegli occhi guardassero lui in quel modo, voleva essere amato come quei libri, ma da lei.

Erano le 09.30 e la ragazza si affrettò a pagare i libri che aveva deciso di prendere, per poi dirigersi con calma verso scuola. Non appena uscì dalla Feltrinelli si sentì chiamare con un semplice ‘Hey’, si voltò e vide di fronte a lei un ragazzo alto, molto alto, con degli occhi color del ghiaccio e dei capelli nascosti da un berretto grigio, ma poteva benissimo vedere il nero corvino di quei capelli. Le stava porgendo un libro, mentre la guardava fisso negli occhi. Ora poteva cogliere ogni piccola sfumatura di quegli occhi, ma lui già sapeva che quelli erano occhi capaci di amare, lo aveva visto poco prima. Lei automaticamente gli sorrise, poi disse: ‘Oh, non è mio questo libro, i miei sono qui’ e gli mostrò il sacchetto che aveva in mano, celando un sorriso timido. ‘Lo so che non è tuo’, fece lui, ‘ma è il mio libro preferito, e voglio che tu lo legga. Prendilo, ti prego, l’ho comprato apposta per te.’, disse il bel ragazzo, avvicinandosi alla ragazza e porgendole nuovamente il libro. Lei prese il libro fra le mani, ne accarezzò la copertina, poi lo strinse al petto. 'Grazie’ disse debolmente, come se quel libro le avesse rubato la voce. Il ragazzo le sorrise, e le disse di aprirlo. Lo fece, e dentro, alla prima pagina,trovò un bigliettino, con su scritte dieci cifre. Prese il foglietto fra le dita e sorridendo ci giocò un po’. Alzò lo sguardo e vide che lui la stava osservando, con un sorriso così bello, dipinto su quelle labbra così rosee. 'È..è il mio numero..’ balbettò lui imbarazzato. 'Lo avevo intuito’ sorrise la ragazza, ‘ma tendo a non scrivere mai per prima ad una persona..’ aggiunse poi. Il sorriso del ragazzo si spense, ma lui restò forte, con quel dipinto sulle labbra. Stava per dire qualcosa, ma lei lo anticipò. 'Però se vuoi ti lascio il mio, di numero.. Così, magri se ti va..’ ‘Non ho un foglio’ si affrettò a dire lui, come se quell’attimo potesse fuggirgli via. ‘Aspetta..’, disse lei. Prese una penna dal suo zainetto in cuoio e alzò la manica della felpa al ragazzo. Lì scrisse il suo numero, sul suo avambraccio, e lui non poté fare a meno di ridere, suscitando l’ilarità anche in lei. Rimise la penna nello zaino, guardò la sua piccola ‘opera’ soddisfatta, e esclamò: ‘Caspita, erano anni che desideravo farlo!’. I due si guardarono un’attimo negli occhi, e poi in sincrono scoppiarono a ridere. O forse a vivere, chissà.

9.45 ‘Mi dispiace, ora devo andare a scuola.. Grazie mille per il libro, lo leggerò.’, disse lei, iniziando ad allontanarsi. Il ragazzo la guardava mentre quel suo piccolo sogno si stava lentamente allontanando. Ma poi la vide bloccarsi, girarsi verso di lui e tornare indietro, con una piccola accelerazione del passo, che gli fece intuire che non amava correre. In un secondo sentì il cuore di lei battere sul suo petto. La sua mano toccò leggermente la barba di lui, infine le sue labbra si posarono lentamente e delicatamente su quella bocca che aveva ammirato fino a poco prima come se un dipinto. Lui rimase immobile, poi le sfiorò i fianchi, ma non fece in tempo a stringerla a se, che lei arretrò di un passo. 'Perdonami, é che non voglio rimpianti, ma solo ricordi.’ Queste furono le parole di lei, parole che nella testa del bel ragazzo entrarono a fatica, tanto era scosso da quel bacio. Le sorrise. 'A che ora esci oggi da scuola, ragazza strana?’ 'Ah, io sarei quella strana? Guarda che sei tu che vai regalando libri alle sconosciute.. Comunque all’una.’, disse lei arrossendo per la sua sfacciataggine. ‘Verrò a prenderti fuori scuola, allora, ragazza non strana.’ Lei rise a quell’affermazione, poi si voltò per andare a scuola, e dando le spalle al bel ragazzo alzò la mano per salutarlo. ‘Come ti chiami?’ le urlò lui. 'A dopo!’ gli rispose lei.

Quella mattina al ragazzo dagli occhi ghiaccio si illuminò lo sguardo per la prima volta.

Quella mattina alla ragazza sorrise il cuore, forse, per la prima volta.

(aliveforlive)

È UN ATTACCO CHE NON MERITAVO (Ha risposto Berlusconi al Card. Bagnasco)

‘A CONFESSIONE 'E TANIELLO                LA CONFESSIONE DI TANIELLO
Taniello, ch'ave scrupole,                      Taniello, scrupolosamente,
mo che se vo’ nzorà                             avendo deciso di sposarsi,
piglia e da Fra Liborio                            va da Fra Liborio   
va pe se confessà.                               per confessarsi.

Patre - le dice - í’ roseco                      Padre - gli dice - io maligno
e pe nniente me mpesto;                      e per niente mi infurio
ma po dico 'o rusario                            ma poi recito il Rosario
e chello va pe cchesto…                      e quello va per questo…

Patre, ncuoll'a le ffemmene                   Padre, vivo sfruttando le donne
campo e ncopp’'o burdello                     e nei bordelli
ma sento messe e ppredeche,               ma ascolto messe e prediche,
e chesto va pe cchello…                      e questo va per quello…


Jastemmo, arrobbo… 'O prossimo           Bestemmio, rubo… Il prossimo
spoglio e le dongo 'o riesto                    lo spoglio senza pietà
ma po faccio 'a llemmosena                   ma poi faccio l'elemosina
e chello va pe cchesto…                      e quello va per questo…

E mo, Patre, sentitela                          E ora, Padre, ascoltatela
st'urtema cannunata:                          quest'ultima cannonata:
la sora vosta, Briggeta,                        vostra sorella, Brigida,
me l'aggio nzaponata…                        me la sono trombata…

Se vota Fra Liborio:                            Si volta Fra Liborio:
Guaglió, tu si’ Taniello?                        Giovanotto, tu sei Taniello?
I’ me nzapono a mammeta                    Io mi trombo tua madre
e chesto va pe cchello!…                    e questo va per quello!…

Marchese di Caccavone

-Sei il mio eroe
-perché?
-mi hai salvata
-ma non sei mai stata in pericolo..
-si che lo ero.. lo ero ogni Santo giorno, lo ero a scuola, lo ero a casa, lo ero ovunque.
-continuo a non capire..
-tu mi ha salvata! Mi hai salvata dal fondo degli abissi, mi hai fatto respirare aria pura, aria nuova.. hai fatto si che io vedessi il mondo con occhi diversi, che mi vedessi diversa, grazie a te mi vedo migliore.. mi hai insegnato ad amarmi ed anche ad amarti, quindi grazie..
-Allora sarò per sempre il tuo eroe.
—  Nonriescoaliberarmidaldolore

I miei capelli completamente bagnati, la pioggia che continua a cadere.
Dei fari mi illuminano, guardo l’ombra dei miei passi per non pensarci.
Più si avvicina, più riconosco il suono chiaro del motore.
Il mio cuore che inizia a battere forte. Uno, due, diciassette, diciannove, ventitré, ottantacinque battiti.
Respiro e mi giro.
Il finestrino si abbassa.
«Sei tutta bagnata.»
La sua voce.
Riesco a vedere solo la mano sul cambio delle marce, il bracciale di oro luccica sotto la fioca luce dei lampioni.
«Entri?»
“No.” - penso e non dico.
Uno movimento, involontario - o forse no - ed eccomi lì. Ancora.
Il suo profumo mi investe - oh Calvin Klein, quanto mi sei mancato.
Accelera, continua a guidare senza parlare, senza guardarmi.
Fuori c’è la nebbia ed è come un déjà vu.
Si ferma, mi guarda.
“Oh ti prego, non guardarmi con quegli occhi - non di nuovo.”
Un movimento - volontario - ed il mio naso sfiora il suo.
«Baciami», è sfacciato, come sempre.
Sa di mare, di scotch, di baci al mattino.
Sa d’estate, di aria pura.
I suoi capelli spettinati, le mie clavicole.

«Se solo non fossimo stati tanto stupidi.»

—  venaturedeimieitormenti «C’ho provato a stargli lontana, ma, sapete, a volte proprio non è possibile.»

Un giorno anche noi diventiamo adulti, e scopriamo che la solitudine, quella vera, scelta consapevolmente, non è una punizione, e nemmeno una forma morbosa e risentita di isolamento, né un vezzo da eccentrici, bensì l'unico stato davvero degno di un essere umano. E a quel punto non è più tanto difficile da sopportare. È come poter vivere per sempre in un grande spazio e respirare aria pura.

Sándor Marai, La donna giusta