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Rom, Galleria Borghese, Gian Lorenzo Bernini, Apollo und Daphne / Apollo and Daphne / Apollo e Dafne by HEN-Magonza
Gian Lorenzo Bernini (Giovanni Lorenzo Bernini) wurde 1598 in Neapel geboren und starb 1680 in Rom. Er war einer der bedeutendsten Bildhauer und Architekten des Barock, der vor allem in Rom tätig war, wo er besonders von Kardinal Scipione Borghese, Papst Urban VIII. Barberini und Papst Innozenz X. Pamphilj gefördert wurde. Gian Lorenzo Bernini schuf die Marmorgruppe zwischen 1622 und 1625. Daphne war eine Bergnymphe der griechischen Mythologie und wie Artemis eine jungfräuliche Jägerin. Apollo verliebte sich in Daphne und bedrängte sie, so dass sie vor ihm floh. Als sie von der Verfolgung erschöpft war, flehte sie ihren Vater, einen Flussgott, an, ihre Gestalt zu verwandeln, damit sie Apollo nicht mehr reize. Daraufhin erstarrten ihre Glieder und sie wurde in einen Lorbeerbaum verwandelt. Seitdem war der Lorbeer dem Apollo heilig und er trug einen Lorbeerkranz bzw. schmückte seine Lyra mit Lorbeerzweigen.

O Terra spalancati, distruggi il mio aspetto e trasforma questa bellezza che è causa della mia rovina! E tu, padre, aiutami, se è vero che voi fiumi avete potere divino! Sfigura questo mio aspetto per cui troppo sono piaciuta”
Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Febo (Apollo) l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
“Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!
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Apollo e Dafne

La Metamorfosi, Ovidio

Il primo amore di Apollo fu Dafne figlia di Peneo, un amore

non prodotto dal caso, bensì dall’ira tremenda

di Amore. Il dio di Delo, superbo per la vittoria con il serpente,

aveva appena visto Amore piegare l’arco, tirando

la corda, e gli disse: “Che fai, ragazzino smorfioso,

con le armi, che stanno bene sulle mie spalle –

io che so infliggere colpi infallibili a una belva o a un nemico,

che ho appena piegato con innumerevoli frecce il gonfio

Pitone, che tanto spazio occupava col ventre pestifero.

Tu accontentati di attizzare con la tua fiaccola

Non so quali amori, e non ambire alla mia gloria”.

Gli rispose il figlio di Venere: “Se il tuo arco trafigge

tutti gli altri, il mio trafigge te, e quanto sono inferiori

al dio gli animali, altrettanto è minore della mia la tua gloria”.

Così disse, e solcò l’aria muovendo le penne

velocemente, e si fermò sulla vetta ombrosa

del Parnaso, e prese dalla faretra due frecce

di opposto potere: una ispira e l’altra allontana

l’amore; quella che lo ispira è dorata e ha una punta aguzza

e rilucente, quella che lo allontana è ottusa e ha piombo dentro la canna.

Questa il dio la conficcò in corpo alla figlia di Peneo,

con l’altra colpì Apollo in profondo, trapassandogli le ossa.

Subito l’uno ama e l’altra fugge anche il nome

dell’amore: gode le ombre dei boschi e le spoglie 

 delle fiere cacciate. Emula di Diana vergine,

raccoglieva con una benda i capelli scomposti.

Molti la chiedono in moglie ma lei, intollerante, respinge

i pretendenti e percorre senza marito il folto

dei boschi, incurante di amore, di imeneo, di nozze.

Spesso il padre le dice: “Figlia, mi sei debitrice di un genero”;

spesso le dice: “Mi sei debitrice, figlia mia, di nipoti”.

Ma lei, detestando come un delitto le fiaccole nuziali,

col bel volto soffuso di verecondo rossore,

si aggrappa affettuosamente al collo del padre, e gli dice:

“Concedimi, papà carissimo, che io goda di una perpetua

verginità. Già è stata concessa dal padre a Diana”.

Lui dà il suo consenso, ma è la tua stessa bellezza a impedirti

di essere quello che vuoi; il tuo aspetto contraddice il tuo voto.

Apollo è innamorato: vista Dafne, desidera le sue nozze,

e spera ciò che desidera, lo inganna il suo stesso oracolo;

come prendono fuoco le stoppie leggere, una volta colte

le spighe; come s’incendiano spesso le siepi,

per le fiaccole che il viandante avvicina troppo o abbandona

sul fare dell’alba, così il dio s’infiamma, e in tutto il suo petto

brucia e nutre di speranze un amore sterile.

Guarda i capelli pendere disadorni sul collo,

e dice “che sarebbe mai, se li pettinasse!”

Vede fiammeggiare i suoi occhi come le stelle, e la boccuccia

che non gli basta guardare, loda le dita

e le mani, gli avambracci e le braccia nude

più che a metà; e migliore ancora gli sembra ciò che è nascosto.

Lei fugge più leggera del vento, e non si ferma al richiamo

di lui che le dice: “Ti prego, fermati, figlia di Peneo: io non t’inseguo

come nemico. Aspetta: così l’agnella fugge il lupo, o la cerva

il leone o, con ali tremanti, le colombe l’aquila;

ognuna il suo nemico, ma è per amore che io t’inseguo.

Povero me, non vorrei che cadessi in avanti e i rovi graffiassero

le gambe che non meritano ferite, e io fossi causa del tuo dolore!

Sono ben aspri i luoghi che tu percorri a precipizio; corri più piano,

rallenta la fuga; ti inseguirò anch’io più piano.

Tu pensa però a chi piaci: non sono un montanaro, 

 né un rozzo pastore, che fa qui la guardia agli armenti

e alle greggi. Non sai, sventata, non sai

chi è quello che fuggi, e proprio per questo mi fuggi. A me obbedisce

Delfi, Claro, Tenedo e la regale Patara;

mio padre è Giove: io rivelo il futuro, il passato,

il presente, e accordo il canto alla cetra.

La mia freccia è sicura, ma più sicura della mia ce n’è un’altra,

quella che mi ha ferito il cuore sgombro.

È mia invenzione la medicina, mi chiamano in tutto il mondo

Guaritore, a me è soggetto il potere delle erbe;

ma, ahimè, l’amore non è curabile con nessuna erba,

l’arte che giova a tutti non giova al suo padrone!”

Avrebbe detto di più, ma la figlia di Peneo

fuggiva spaventata, lasciandogli il discorso a mezzo.

Anche in quel momento era bella: il vento le denudava

il corpo, incontrava la veste facendola palpitare;

la brezza leggera mandava indietro i capelli

e la fuga aumentava la sua bellezza. Ma il giovane dio

non tollera più di perdere tempo in lusinghe, e come gli suggerisce

l’amore, segue con passo serrato le tracce

di lei. Come quando un cane gallico ha scorto una lepre

in campo aperto, e correndo cerca la preda, che cerca

di salvarsi – le sta addosso e spera di afferrarla da un momento all’altro,

col muso proteso è addosso alle sue tracce;

l’altra non sa se è presa e all’ultimo istante si sottrae ai morsi

e lascia la bocca che già la sfiora; così il dio e la vergine:

l’uno è veloce per la speranza, e l’altra per il terrore.

Ma chi insegue, aiutato dalle ali d’amore,

è più veloce, non dà tregua, è alle spalle

della fuggitiva e le ansima sui capelli sparsi per il collo.

Allo stremo delle forze impallidì, e sopraffatta

dalla fatica della fuga, guardando le acque del Peneo

“Aiutami, padre: se in voi fiumi è un potere divino,

distruggi, trasformandola, questa mia figura che è troppo piaciuta”.

Appena finita la preghiera, un pesante torpore le invade

le membra, il petto si fascia di una fibra sottile,

i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; 

 i piedi già così veloci aderiscono a radici immobili,

il volto è invaso da una cima, rimane soltanto

lo splendore di un tempo. Anche così Apollo l’ama e, poggiata la destra

sul tronco, sente ancora trepidare il petto

sotto la nuova corteccia, e abbraccia i rami come fossero membra;

bacia il legno, e il legno rifiuta i baci.

Le disse il dio: “Dal momento che non puoi essere

mia moglie, sarai almeno il mio albero; ti avrò sempre,

alloro, sui capelli, sulla cetra, sulla mia faretra.

Sarai coi generali del Lazio, quando una voce lieta

intonerà il trionfo, e il Campidoglio vedrà i lunghi cortei.

Fedelissima custode, starai sui battenti

delle porte di Augusto, sorvegliando la quercia al centro

e, come il mio capo è eternamente giovane, coi capelli intonsi,

anche tu avrai l’ornamento delle fronde perpetuo”.

Così concluse Apollo. Coi rami appena formati l’alloro

annuì e parve muovere la cima, come muovesse il capo. 

(Apollo e Dafne, Metamorfosi, Ovidio)

(Apollo e Dafne, Bernini) 

Dosso Dossi (Giovanni di Niccolò Luteri, Tramuschio 1486 – Ferrara 1542)

Apollo e Dafne

1525 ca, Roma, Galleria Borghese

olio su tela, cm 191 x 116

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‘A storia de Apollo e Dafne ce viè daa mitologgia greca ed è na storia de amore nun corisposto. Infatti a Apollo je piaceva Dafne ma Dafne nun ne voleva sapè de Apollo. No perché nun era bello, che anzi, però boh forse ce teneva aa libertà sua o forse cioo sapeva che quanno un dio se intrippa de te è pe fasse na svertina, dopo de che ciao core! te lascia co un regazzino o due e bona notte ar secchio. Fatto sta che Apollo rincore Dafne naa foresta e siccome che in effetti core più veloce, Dafne ‘o sente che ‘a sta a raggiunge, e prega li dei de sarvalla. Ed ecchetelatiè che viè trasformata in un arbero, un arbero de alloro (che anfatti in greco dafne vor dì alloro).

Sta storia è stata interpretata in un sacco de modi e dipinta e scorpita da un sacco de artisti. E qua Dosso Dossi te fa vede Dafne piccoletta su ‘o sfonno che se sta a trasformà, e Apollo in primo piano co na corona de alloro su ‘a testa, che sona er violino e guarda su per aria come a cercà l’ispirazione; e ce sta pe cantà na canzone, che magari potemo immaginà parlerà popo de st’amore suo sfortunato.

Che in effetti quanno nun potemo soddisfà na passione nostra, ce potemo però lavorà sopra pe trasformalla, che se chiama subblimazzione. Ad esempio co sta pischella o pischello che nun ce vole ce potemo diventà amici. Oppure, su st’amore nostro irealizzato ce potemo scrive na canzone o na poesia; e così, dando forma alli sentimenti sua, uno ao stesso tempo se sfoga e fa na cosa bella che pure l’artri ‘a ponno godè, e magari dì “aho sì sì, puro io me so sentito così, solo che nun lo sapevo esprime”.

E anfatti Apollo è er dio daa musica e daa poesia; e l’alloro pe l’antichi era er simbolo daa gloria ma pure daa poesia, che anfatti si ce pensi è na pianta sempreverde e profumata così come l’arte che è eterna e piacevole. E noi oggi c’alloro invece che ce famo? ‘O mettemo drento l’arosto. Così tanto semo decaduti, amico mio.