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O Terra spalancati, distruggi il mio aspetto e trasforma questa bellezza che è causa della mia rovina! E tu, padre, aiutami, se è vero che voi fiumi avete potere divino! Sfigura questo mio aspetto per cui troppo sono piaciuta”
Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Febo (Apollo) l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
“Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!
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Apollo e Dafne

La Metamorfosi, Ovidio

Ti avrei portato nei musei, e davanti al quadro più bello mi sarei soffermata, non ad osservare questo, ma ad osservare te. Che eri più bello di qualunque quadro esposto al Louvre o all'Hermitage, che davanti ad una Venere di Botticelli o ad una Notte Stellata di Van Gogh, eri tu a farmi mancare il fiato. Che davanti alla sinuosità delle figure e alla bellezza di Apollo e Dafne, avrei preferito guardare la tua meraviglia, il tuo stupore, la tua appassionata ricerca di frutti del bello da contemplare.
Ti avrei portato a guardare i più disparati tramonti, come per dire “il giorno sta per finire, ma tu sei con me”. E davanti a quello spettacolo, sarei rimasta ad ammirare così tanta bellezza, così tanto splendore. E non parlo del sole che cala, ma di te. Tu che eri il mio più bel tramonto, meraviglioso in tutte le sue sfumature, in tutte le sue varianti e sfaccettature.
Ti avrei portato al concerto del tuo cantante preferito e ti avrei dedicato una, due canzoni, giusto per non esagerare. E ti avrei baciato, quando ad essere cantata sarebbe stata quella canzone, quella che ci rappresenta, o che ti rappresenta. E quando ci avrebbero chiesto “com'è stato?”, tu avresti risposto “bellissimo”, il concerto. Io avrei risposto “bellissimo”, tu.
Ti avrei portato in giro per il mondo, che scoprire posti nuovi è bello, ma con te al mio fianco di più. E fra tutte le città da sentire “mie”, mi sarei trovata a casa in ognuna di esse, perché la mia casa eri tu.
Ti avrei portato in uno di quei posti pieni di libri, non importa se una libreria, una biblioteca, o un mercatino. Ti avrei portato in mezzo a tutta quelle storie, e vite, ed emozioni, in cui potremmo perderci entrambi. E in quella mischia di odori, che sai quanto ami, non avrei potuto che pensare al tuo profumo.
Ti avrei portato sotto un cielo pieno di stelle, quel cielo che mi mozza il fiato ogni volta, come se fosse la prima. Un po’ come facevi tu, che più ti guardavo più volevo guardarti, e non mi stancavo, non avrei potuto. Che ogni volta che ti amavo era come la prima volta, ma con più intensità, e con più forza. Come amavo un cielo stellato, da morire, ma te un po’ di più.
Ti avrei reso protagonista indiscusso dei miei scritti, e ti avrei dedicato le più belle poesie. Tu, che per me eri la prosa più bella, la metafora più sfuggente e al contempo limpida e significativa, l'ossimoro della mia poesia.
Ti avrei donato il mio cuore, col quale amarti; le mie mani, con le quali avrei scritto di te, di noi, con le quali avrei dipinto di un tempo migliore; i miei occhi, con i quali vederti, viverti, sognarti, ammirarti, e amarti; le mie labbra, con le quali dar vita alle poesie che di te scrivevo; e me, così che tu te ne prenda cura, come io ho fatto con te.
Ti avrei reso immortale, nel mio cuore, nella mia anima, in quelle parole che ho scritto per te solamente, nei miei gesti, nelle mie pene e sofferenze, e nella mia felicità.
Ti avrei dipinto eroe, e nefando. E avrei dipinto di quell'amore crudele di cui eravamo vittime inconsce, la cui unica sorte scelta e voluta è sempre stata la fine.
Ma avrei continuato anche allora, nel buio, con le mani legate, a “scrivere” di te. Ad amarti come si ama qualcosa di infinito, senza limiti, senza misure. Ad amare, te, e me. Tu, che eri il mio pathos, ed io, che ero il tuo logos.

Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui». Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva. Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo, ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra; e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei. Fedelissimo custode della porta d'Augusto, starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami 🌹

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Spezza l'arco e getta l'armi from Handel’s Apollo e Dafne, sung by Russell Braun.