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O Terra spalancati, distruggi il mio aspetto e trasforma questa bellezza che è causa della mia rovina! E tu, padre, aiutami, se è vero che voi fiumi avete potere divino! Sfigura questo mio aspetto per cui troppo sono piaciuta”
Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Febo (Apollo) l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
“Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!
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Apollo e Dafne

La Metamorfosi, Ovidio

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Spezza l'arco e getta l'armi from Handel’s Apollo e Dafne, sung by Russell Braun.

Il bello

Avvicinare il marmo, sostare prima disinteressato per poi allungare la mano e, finalmente, toccare. Mettere le dita sul ruvido lasciato dagli attrezzi, provare ed immaginare il furore e la grazia nei gesti dello scultore.
Questo ho potuto fare con Apollo e Dafne.
Non poter toccare un'opera è contro il bello.