annuso

La nostra storia.

E sotto questo cielo

pienissimo di stelle

annuso l'aria fresca

e sento la tua pelle

e lontano sento voci

di chi fa baldoria

e in questa notte dolce

penso alla nostra storia

è sotto questo cielo

che passano gli anni

noi siamo ancora bimbi

ma con i capelli bianchi

è sotto questo cielo

che ci siamo incontrati

non so se è stato il caso

però ci siamo amati

e abbiamo camminato

in un mondo che va in fretta

e abbiamo rallentato

quando ci siamo detti aspetta

e abbiamo visto tutto

e non abbiamo visto niente

in mezzo a tante cose

che cambiano velocemente

e chissà se è solo un gioco

se le stelle c'hanno i fili

se qualcuno sa già tutto

di questi bimbi nei cortili

se è inutile sperare

se è inutile lottare

se non serve pregare

se è inutile anche amare

ma abbiamo camminato

e andremo avanti ancora

sputtanando tutto

con una cazzata sola

ma faremo ancora la pace

e faremo ancora l'amore

e faremo sempre di tutto

per fare dolce il nostro dolore

è sotto questo cielo

che passano gli anni

divento ancora rosso

come quando avevo 15 anni

per dirti che vorrei sposarti

dopo che abbiamo scelto il nome

così nostro figlio

sarà il nostro testimone.

Il rappresentante

Qualcuno giù in città gli deve aver detto che quassù ha aperto un bar e lui ha prontamente messo il culo sulla sua quattroruote per venire fin qui.
Probabilmente dopo la centesima curva deve aver tirato qualche epiteto nei confronti delle divinità, ma non si è arreso.
Quando è arrivato stavo scaldando una scatoletta di fagioli sulla legna del camino.
È entrato con passo lungo a denotare una spigliatezza che in realtà non aveva. Annuso la finzione lontano un miglio.
“Posso parlare con il proprietario?” Ha chiesto.
Riposta la scatoletta sul bordo in pietra, mi sono alzato e identificato come “il proprietario”, manco se un posto potesse avere un padrone, ma questa è un'altra riflessione.
Si è avvicinato con un sorriso che si fermava alle narici e non riusciva a propagarsi agli occhi.
Indossava pantaloni blu con i tasconi laterali, un maglione grigio topo sormontato da un gilet imbottito. Ai piedi scarpe da lavoro; ideali per proteggersi da oggetti che cadono ma dolorosi per chi deve guidare ore e ore.
Mi si presenta come rappresentante di una nota marca di patatine.
Io non apro neanche bocca e lui inizia a parlare. È un discorso atono. Non ha picchi. Non sale e non scende. È come i bambini di prima elementare quando imparano la lezione a memoria. Posso immaginare il plico di fogli sul sedile del passeggero. È come se me li stesse leggendo a distanza:
“Uno dei marchi leader sul mercato… Offriamo valore aggiunto… Le offriamo attività di marketing gratuite… Un espositore che attira lo sguardo…”
Bla, bla, bla.
Non lo ascolto nemmeno. Gli chiedo quante ne devo comprare e lui rimane interdetto; non si aspettava una vendita così facile.
“La quantità può deciderla lei.” Dice. “Un cartone contiene 24 pacchetti.”
“Allora prendo 4 cartoni.” Probabilmente il mio fabbisogno per i prossimi vent'anni.
Corre fuori. Adesso il suo passo è diverso. È antigravitazionale: ha le punte verso l'alto. Una cosa che pochi sanno è questa: per capire se una persona è felice devi guardargli le punte dei piedi.
Rientra portando con sé una copia commissioni e un espositore di cartone alto un metro e mezzo, che sarà perfetto per giocarci a freccette. Appoggia l'espositore a terra e si appoggia al bancone. Scrive velocemente il suo nome nel prespaziato poi, grande il doppio degli altri caratteri, il numero 4 alla voce “numero confezioni”
Mi chiede il nome del bar e adesso sono io che sono in imbarazzo. Non ci ho mai nemmeno pensato. Così gli dico di scrivere solo “bar”. Lui scrive BAR BAR.
Vuole sapere che modalità di pagamento preferisco: “ri.ba, bonifico o carta di credito?”
Io tiro fuori i soldi e li metto sul bancone.
“Nessuno paga più subito,” dice. “Non vuole guadagnare 30 giorni di valuta?”
Faccio due rapidi calcoli: con un interesse bancario dell'1,75% annuo i miei 96 euro possono fruttare in un anno ben un euro e sessantotto centesimi, che diviso dodici mensilità fa ben 13,44 centesimi. In compenso, per guadagnare quei tredici centesimi dovrò poi ricordarmi tra un mese la scadenza, avere accesso ad un computer e dedicarci almeno dieci minuti di tempo. Il che vuol dire che valuto un'ora della mia vita 80,44 centesimi di euro (€ 0,8044), il tutto al netto delle imposte bancarie.
“No. Prenda pure i soldi. Mi piace pagare in anticipo.” Dico.
Lui prende le banconote e mi rendo conto che non sa bene dove metterle: Il portafoglio è per i soldi suoi, la tasca della giacca sembra sminuente. Alla fine opta per la tasca della giacca.
Firmo la copia commissione, me ne da una copia e insieme mi porge un biglietto da visita.
Infilo la copia commissione sotto il banco, prendo il biglietto da visita e leggo ad alta voce il suo nome. È segno di rispetto ed interesse nei confronti della persona. Non del prodotto né del marchio che rappresenta. Solo della persona.
Fuori si sta facendo l'imbrunire. Gli domando se deve fare un lungo viaggio per rientrare a casa.
“Cercherò un albergo.” Risponde. “Devo ottimizzare le spese…”
Stappo due birre e lo invito ad un tavolo. “Se vuole c'è una stanza libera sul retro.” Gli dico. “Niente di lussuoso ma pulita e confortevole.”
“Mi farebbe piacere. Quanto costa?”
Gli mostro una panca lungo la parete. Una gamba è tutta di traverso. “La stanza è sua se mi ripara quella.”

Ora… Dovrei scrivervi di nuovo che lui fu stupito, ma facciamo così: io non lo scrivo più e voi ve lo immaginate da soli.
Potrei anche descrivere tutto ciò che fece con una sequela di “prese”, “pinzò”, “martellò”, ma anche questo lo tralascio. Quello che conta è che dopo dieci minuti quella panca era stabile come mamma falegname l'aveva fatta e lui era di nuovo seduto al tavolo a bere la sua birra con aria soddisfatta.
Quella sera mi raccontò la sua storia. Di come aveva sempre fatto l'artigiano, di come aveva dovuto chiudere la sua azienda perché pur vantando crediti non riusciva a esigerli, di come aveva dovuto mettere soldi suoi per pagare i lavori che altri gli ordinavano e pagavano dopo sei mesi se andava bene (0,8044 centesimi l'ora - ricordate).
Aveva chiuso e ora faceva il primo lavoro che aveva trovato. Non che vendere patatine non sia un lavoro onorevole, ma, come avrebbe detto il nonno quando ancora parlava: lui stava al venditore come una trota sta al gelato.
Quella sera cenammo con due scatole di fagioli scaldate sul camino, poi restammo fuori e lo lasciai parlare.
All'ombra della notte le voci manifestano la vera età dell'anima, e li vicino a me sedeva un sedicenne, con i sogni ancora ben confezionati e pronti da scartare.

Come stai, chiede. Come sto, non lo so neanche io come sto, certi giorni, pochi, mi sembra meglio, altri no, va proprio male, allora mi fermo e aspetto che passi, che torni il giorno del quasi meglio, prendo tempo e respiro piano. Il momento migliore della giornata è la mattina quando rimescolo il caffè, mi piace quel gesto lento, circolare, così lascio andare i pensieri cattivi e ascolto il rumore del cucchiaino che gira nella tazzina, annuso il profumo, intanto si raffredda.

Stanchezza e freddo

Sei stanco, sei arrivato da un viaggio lungo, ché a volte ci sembra impossibile ma ancora oggi possiamo fare viaggi lunghi e stancarci molto per questi viaggi lunghi. Ti aspettavo. Mi hai scritto che stavi parcheggiando, mi hai scritto che avevi parcheggiato, mi hai scritto che stavi arrivando, poi hai suonato il campanello. Ho aperto, sei salito. Ti ho aspettato sulla porta, tenendo con un piede la gatta perché non uscisse. Sei bello, anche con il viso stanco. Con quello sguardo un po’ malinconico a crearti tante rughette intorno agli occhi e quel sorriso che ne tira ancora un altro po’. Mi dici solo ciao. A volte mi chiedo come faccio a riconoscerti se ti vedo così poco. Forse è perché comunque ti presenti sulla soglia di casa mia: non devo faticare a individuarti tra la folla. Ti tolgo di mano quello che porti: chiavi, cellulare, portafoglio. Appoggio tutto di lato. Quando mi hai detto che eri vicino ho aperto l’acqua e ho riempito la vasca. Fuori è freddo e tu hai le mani ghiacciate anche solo per aver fatto pochi passi a piedi. Ti tolgo il giaccone, lo appendo. Ti vedo passarti una mano sulla fronte e sugli occhi, ancora un gesto di stanchezza. Ti dico: Ora rilassati, sei qui, sei arrivato. Ti aiuto a svestirti e ogni tanto ti poso un bacio su una guancia, o sulla pelle nuda a mano a mano che si denuda. Sono lenta, meticolosa. Tu mi lasci fare, osservandomi mentre mi muovo attorno a te. Io ti sorrido. Poi ti prendo per una mano, quando ormai sei nudo e ti tiro verso il bagno. Ti dico entra e tu ti immergi nell’acqua calda e leggermente profumata di agrumi. Mi arrotolo le maniche del maglione oltre i gomiti. Tu ti sei incurvato tutto in avanti. Prendo un po’ di bagnoschiuma e inizio a lavarti la schiena fino al collo e poi più giù, fino al sedere. Ti sussurro a un orecchio: Sdraiati, rilassati. Tu ti riscuoti come se fossi entrato in un mondo parallelo e ti allunghi. Io scendo verso i piedi e te li accarezzo lieve, risalgo sui polpacci e mi incanto a guardare i tuoi peli che oscillano nell’acqua, salgo ancora e quando arrivo all’inguine noto che hai il cazzo ritto. Sorrido, era parte di quello che volevo, ma tutto è stato così tenero e lento che in fondo non mi aspettavo che fossi già eccitato. Hai gli occhi chiusi e il respiro profondo. A me viene da cantare, non so nemmeno cosa, ma inizio a mugolare piano seguendo una melodia forse solo mia. Risalgo sul petto, ti insapono per bene, anche sotto le ascelle, anche se non alzi le braccia da dove sono, appoggiate sui lati della vasca. Mi avvicino e ti annuso i capelli. Non te li lavo, dico, sanno di buono. Tu mi guardi un po’ da sotto in su e annuisci. Ho tanta voglia di abbracciarti, ho tanta voglia di scoparti. Ti chiedo se vuoi stare ancora un po’ nella vasca o se vuoi uscire e tu mi dici che vuoi uscire. Allora ti dico di alzarti e mentre lo fai stappo la vasca. Mi sono un po’ bagnata la gonna con l’acqua sgocciolante. Sei in piedi, bellissimo, con il tuo cazzo dritto a mezzo centimetro dal mio viso. Io prendo la doccia e ti sciacquo. Tu ti abbassi e mi baci. Poi ti porgo un asciugamano e tu ti volti perché io ti asciughi la schiena. Fa freddo, dici, asciugami bene per favore. Lo faccio e tu scavalchi la vasca per uscire. Inizi a tremare. Va bene, dico, ora ti porto a letto, così non prendi freddo. Tu mi guardi, tiri fuori la lingua e mi lecchi le labbra e il naso. Annuisci. Sei un animaletto, questo mi piace di te, perché anche io lo sono. C’è un lato giocoso in tutto quello che facciamo, infantile, innocente e innocuo anche se poi succede il finimondo. Questo amo di te. Ti porto verso il letto, scosto il piumone e ti faccio entrare. Poi mi spoglio, mi tolgo tutto: il maglione, la gonna un po’ bagnata, la camicia, le calze, mutandine e reggiseno. E poi mi infilo sotto la coperta con te. E la prima cosa che faccio è allungare una mano per toccarti finalmente il cazzo. Gemo dalla voglia appena la mia pelle tocca la tua pelle. Poi unisco la mia bocca alla tua bocca, e cominciamo.

A volte devo farmi forza per impedirmi di intervenire quando annuso una ingiustizia nei confronti delle persone a cui tengo, anche quando queste sanno difendersi benissimo da sé.

Da lontano ti osservo con il disincanto di chi parla poco ma sa tanto. Mi avvicino per convenienza, per sapere se il primo sguardo è stato fallace e la certezza di non essermi sbagliato. Annuso l'aria attorno a te per capire se l'odore stantio che sento è l'ambiente o l'influenza diretta di chi ho davanti.
Mi siedo, ti guardo, mi pulisco, mi guardo intorno e poi mi incammino agitando la coda come un direttore d'orchestra ondeggia la sua bacchetta. Tu neanche te ne accorgi che ti sto comandando in silenzio. Mi porgi da mangiare nella ciotola e io faccio finta di ringraziarti con due fusa che sanno tanto di “era ora”.
Adesso lasciami mangiare in pace che il mondo è più grande di me e di te ma almeno io lo tengo sottocchio.

anonymous asked:

Amortentia + Puglia, Liguria, e Sicilia! Solo per vederlo cercare di collegare (che poi non è tanto difficile ma vbb) XD

(( Marco scusa, puoi venire qui un attimo? Devo chiederti una cosa.))

Se devi farmi annusare altri profumi, io mi rifiuto. Ne ho abbastanza di quegli intrugli maledetti, non so pi cossa far con ti, te si talmente bauca da non voer capir che mi ne go e scatoe piene de sta roba. Vuto piantarla?!

(( Veramente devi fare un’altra cosa. Vedi, quelle boccette lì non sono profumi che ho preparato io. E’ una pozione preparata dagli altri. In parole povere funziona così: quando la annusi, senti gli odori che associ alla persona che l’ha fatta. Quindi la mia domanda è questa: sapresti riconoscere le persone che l’hanno preparata a partire da quello che hai sentito? ))

…che cazzo sarebbe sta roba? Cristo, quanti problemi che hai! Comunque, mi pare ovvio che ce la farei! Mi hai scambiato per un imbecille?

(( D’accordo, va bene. Ne devi indovinare solo tre per tua fortuna. Vogliamo cominciare? Partiamo da questo. Ripetimi quello che senti e chi potrebbe essere. )) *porge la boccetta di Puglia a Marco* 

Allora… Brezza marina, incenso, olio d’oliva, vino, roba da mangiare e grano? E che ne so? Sono odori che ci stanno in un sacco di regioni. Sicuramente è una regione del sud, su questo non ci piove. Però ha un qualcosa di famigliare e poi c’è l’incenso *incrocia le braccia* Non lo so, non ci riesco. Tu e le tue domande da perfetta imbecille, Cristo.

(( Non ti preoccupare, ti verrà in mente. Ora prova questa. )) *porge la boccetta di Sicilia*

Questo coso è quello che sapeva di mandorle e arance. Però, se lo annuso di nuovo, sento anche l’odore del pesce, di fritto, di liquore e della pomelia. E’ anche questa una regione del sud, lo so. *pensandoci un attimo* Non mi dire che è quella vecchia comare di Sicilia, vero? Cristo, la pomelia è uno dei suoi fiori! 

(( Bravo, uno l’hai indovinato. Ora veniamo al primo che hai sentito ieri, il tuo preferito fino ad adesso. Ti dico una cosa prima: questa pozione, se bevuta, fa si che tu ti prenda una cotta - più o meno momentanea - per chi l’ha preparata. Di questa ti ho detto che non avrebbe avuto effetto se bevuta, è già un indizio.)) *allunga la boccetta di Liguria*

Anche questa sa da brezza marina. Poi sento l’odore del garofano, vin caldo e tisana alla ciliegia. E questo cos’era? Basilico? Sangue? *si blocca un secondo prima di realizzare*

….

Cristo, questa sarebbe Liguria?!

Percepisco la sua presenza in corridoio appena varcata la soglia della mia classe.
Strano vederlo lì, non era mai salito al mio piano.
È sommerso dalle ragazze delle classi affianco alla mia, provo come un senso di gelosia.
Con una scusa passo davanti a lui e quella folla di galline che lo circondano.
Mi sfiora il braccio per fermarmi.
Appena le sue mani toccano la mia pelle un brivido mi percorre il torace.
Con un passo mi si avvicina ignorando le altre.
Sento un vuoto nello stomaco, un vuoto pieno d’emozione.
Il suo profumo mi calma, si avvicina di più.
Mi saluta con un bacio delicato sulla guancia, ricambio il saluto.
Scusa subito la sua presenza al piano spiegandomi che stava aspettando che le bidelle aprissero i bagni, cosa del tutto nuova perché, in cinque mesi non era mai salito se non nell’ultima settimana.
Lo prendo in giro dicendo che mi imbarazza. Si appoggia al muro con la schiena, prendendomi per la mano mi porta più vicino a sé.
“Perché ti imbarazzo?”
Mi chiede, guardandomi negli occhi e sorridendo teneramente.
“Vedi, con tutti questi messaggi che mi mandi, non so più come risponderti, devi darmi il tempo per farlo, almeno.”
Non credo abbia colto l’ironia data la sua espressione persa, quindi lo aiuto.
“Non mi scrivi.”
E me ne vado.
In un secondo mi segue e mi riprende per mano.
Senza rispondere, mi abbraccia.
Continuo a dubitare che abbia afferrato la critica, mi chiedo se l’abbia semplicemente ignorata.
Cerca il mio sguardo e non lo lascia andare, come un pescatore che guarda il suo tesoro avvicinarsi dal mare man mano che gira il mulinello.
Mi dice che ha preso un buon voto all’interrogazione per cui si stava preparando durante la ricreazione, gli faccio i complimenti come se dovesse essere scontato.
Mi sorride ancora e mi riabbraccia, nella sua stretta assaporo il suo profumo un’altra volta e poi, vicino all’orecchio, gli chiedo un interessato “Come stai?”
Allenta la stretta, mi guarda negli occhi.
Questa domanda lo mette a disagio, ho avuto quest’impressione dalla prima volta che gliel’ho posta.
“Bene.”
Risponde, quasi ridendo.
Riprende la mia mano, le sue dita accarezzano le mie.
Mi piacerebbe tanto sapere cosa gli passa per la testa, ci dev’essere un mondo interessante lì dentro.
Chissà se s’è mai innamorato, se è così sicuro di sé come mostra, e chissà se la sua reputazione da perfetto stronzo è falsa come m’aveva promesso.
Ricambia la domanda e gli rispondo che sto bene, aggiungo che ho litigato con le mie migliori amiche e mi guadagno un altro abbraccio di consolazione.
Veramente, sono state delle delusioni quelle persone.
Gli prendo la mano che dolcemente mi stava accarezzando, la osservo. Faccio sempre molta attenzione alle mani, le sue mi piacevano tanto, erano molto curate, lunghe e grandi.
La lascio scivolare giù. Mi sfiora con l’altra mano, la mia, che avevo appena fatto scendere lungo le gambe.
Mantiene sempre il contatto fisico e visivo, noto che è incredibilmente attento a questi due elementi che molti definiscono scontati particolari.
Gli chiedo a che ora esce, risponde che oggi ha sei ore di lezione, io solo cinque.
Suona la campanella, viene come risvegliato da quello stridulo e mi dice che deve volare in classe per un interrogazione.
Gli faccio gli auguri.
Mi stringe forte e io ricambio l’abbraccio, non voglio lasciarlo andare.
Annuso ancora quel suo profumo paradisiaco, e mi concentro sull’effetto che ha la stretta delle sue braccia sul mio corpo.
Un altro brivido mi invade.
Mi lascia e mi schiocca un bacio sulla guancia per poi correre verso le scale.
Mi illudo di rimanergli, anche solo per qualche minuto, nella mente.
—  uncasinoinnamorato

Quando torno a casa
annuso le lenzuola
cerco te
nel letto
e poi mi sdraio
t'aspetto
conto le ore
che quando non ci sei
non vogliono passare mai.
Ti dedico ogni giorno qualcosa
una scritta sul banco,
una sul muro,
una sul blog,
due sul diario
e centomila pensieri
che hanno il tuo nome,
la tua faccia,
i tuoi occhi,
le tue labbra,
le tue mani.
Le tue mani,
parliamo delle tue mani?
Le tue mani mentre fumi,
le tue mani mentre parli,
le tue mani mentre mangi,
le tue mani mentre mi baci
e mi sfiori il viso
con una delicatezza
che con me
nessuno ha avuto mai,
le tue mani quando mi tocchi,
le tue mani dentro me
che mi fanno arrivare al cielo
e a momenti
credo di poter contare
le stelle
anche quelle cadenti.
Le stelle cadenti,
quelle sì che ti invidiano,
ti invidia anche la luna,
ed il sole vorrebbe avere il tuo calore,
la notte non è mai notte
se accanto a me
non ci sei tu,
nuda come sempre
nuda di paure,
nuda di vestiti.
Io non sono mai io
quando non sono intrecciata
a te
che te non sei mai te
quando non puoi baciare me,
toccare me.
Noi, però
“Noi” è una gran bella storia da raccontare,
una storia che ha un inizio,
ma non una fine
una storia che può esistere
solo se tu sei con me
ed io sono con te.

Sono le 4.11 e stanotte mi manchi più delle altre. Sono stesa sul letto in cui mi hai lasciata, abbraccio la maglietta che non hai portato e annuso il deodorante che hai dimenticato, e me ne sono accorta solo adesso. Queste lenzuola pesano troppo se non sei qui sotto a sostenerle assieme a me. Prima sono andata in bagno e pensavo a quando, di notte, dopo che guardavamo film che mi facevano paura, mi accompagnavi per proteggermi dai mostri. Poi sono tornata nella mia camera e dietro di me, non c'eri tu a stringermi la mano. Mi sono girata allo specchio e nemmeno il tuo riflesso era lì. Adoravo perdere tempo a prepararmi per guardarti lassù riflesso, mentre cercavo di concentrarmi a non sbavare l'eye liner. Mi manca quando provavi a farmi il solletico e rimpiango di non avere riso ogni volta che lo facevi. Adesso sei a casa, da solo, che magari come me non dormi bene. Io sono qui, persa sotto il copripiumino rosso, che ancora sa di te, mi piacerebbe avere le tue braccia a custodirmi nel sonno. Vorrei non dovermi separare da te così spesso, vorrei prepararti ancora il latte caldo e le sfoglie con la nutella alle due del pomeriggio. Vorrei sapere che domani, aprire gli occhi non sarà così doloroso sapendo di non trovarti. Vorrei vederti salire di nuovo quelle scale per la prima volta, altre infinite prime volte. E ho tutto il viso bagnato, rimpiango anche quando, nonostante la tristezza, baciavi via le mie lacrime. Non ci sei, ma so che sei lì ad aspettarmi. E’ straziante la consapevolezza che ancora dovranno passare fin troppi giorni senza di te. Sei la mia vita, parte integrante di quello che sono. Se penso ad un fantomatico domani, penso per prima cosa a te. Tutto ciò che ho sempre desiderato, sei tu. Tutto ciò che la vita prova a sottrarmi con tutte le forze, sei sempre tu. E ti amo così tanto amore mio. Sei in ogni secondo, ogni battito di cuore e di ciglia, in ogni respiro, in ogni lacrima e in ogni sorriso. Sei la voglia che mi spinge giù dal letto ogni giorno, non importa a che ora. Ho voglia di vederti amore, 29 giorni e sarò di nuovo a casa da te. Non vedo l'ora di poter passare di nuovo, ogni secondo con te, con l'infinito come unica scadenza.
—  kissmehardbeforeugo

Sto comprando le crocchette per il gatto e mi guardo intorno perché alla cassa c'è una fila infinita.
Dietro di me c'è un signore che ha una narice sporca di polvere bianca e io volevo dirgli che il borotalco ha davvero un profumo buonissimo e che anche io lo annuso spesso, poi ho pensato che farsi gli affari propri è sempre un'idea meravigliosa.

Io so che prima o poi leggerai questo post, e so che se non accadrà sta sera accadrà domani, o dopodomani.
So che lo leggerai perché so che tu ancora mi pensi, e oltre che a pensarmi sei bravo anche a conoscermi. In effetti in quello sei il migliore.. Voglio inoltre che tu sappia che è tutto per te.
La verità è che io non so cosa ci abbia spinto a tanto.
Cosa ci abbia spinto ad essere quello che siamo stati, cosa ci abbia fatto innamorare e in fine separare.
Io rileggo la tua lettera almeno tre o quattro volte al giorno, e quando mi manca la forza per andare avanti, annuso la tua maglia.
Sarà strano, ma quel profumo fa miracoli. Non so perché tu mi manchi così tanto, eppure cinquanta giorni non sono molti.. Forse perché con te sono cresciuta.
Si, perché io credevo di essere persa, prima di te. E credevo che tu mi avessi salvata dal peggio. Ma ora, beh.. A confronto, il male di prima è un paradiso.
E mi sembra assurda tutta questa situazione. Si, perché un minuto eri mio, e quello dopo non più.
E tu vai avanti, ti stai rifacendo la tua vita.
E io, invece, mi sono fermata. Io sono qua e vedo la mia, di vita, scivolarmi addosso, senza te.
Non hai idea di quanto sia difficile tutto questo. Svegliarsi la notte e fissare quel pezzo di carta con sopra parole disordinate, scritte con quella calligrafia un po’ da bambino, che tanto amo. E restare ore ad immaginare le tue mani scrivere quelle lettere. Quelle mani che un tempo erano solo mie, ma che non ho più.
Tu c’eri, ed ora non più.
Come la mettiamo?
—  Amamiancoraunavolta, per Andrea.
Parole.

Mi capita spesso di riflettere sul significato più nascosto, oscuro e segreto di alcune parole. C’è una potenza nascosta nei singoli termini, c’è una storia che potrebbe sembrare eterna, un suono unico, un’idea precisa. Le parole sono la cosa più spaventosamente bella che l’umanità abbia mai creato.

Ovviamente ho specificato “alcune parole” per un ben determinato motivo. Termini come “televisione”, “morosa, “cartellina”, “serenata”, “sei” sono pura merda. Parole, sì, ma che odio profondamente e di cui non ho intenzione di parlare, testimoni di come questa loro enorme potenzialità possa essere facilmente sprecata e canalizzata in un ribrezzo enorme e difficile da celare. 

“Alle sei ho preso la cartellina ed ho fatto una serenata come in televisione alla mia morosa”

Mi vergogno anche solo di aver pensato un tale abominio, non fa che esprimere astio e negatività. Puro chiacchiericcio. 

Concentriamoci quindi sulla bellezza di ciò che, effettivamente, merita di esistere. 

Qualsiasi cosa io scriva prende solitamente il via dall'effetto che una singola parola causa sulla mia anima, o su qualsiasi cosa ci sia dentro di me a farne le veci. Sento, leggo o immagino un termine, Lo elaboro. Lo ripeto. Lo annuso. Lo distorco. Lo costringo a rivelarsi per ciò che è davvero. Una singola parola se ne porta dietro altre cento, tutte inutili, tutte già contenute in quell'unico, vero, grande archetipo iniziale. È come un punto bianco su di un mare di nero, che porta su di sé ogni attenzione, inglobando nel suo microscopico spazio luminoso l’intero universo, tingendolo della sua sfumatura unica di colore.

Le frasi purtroppo non rendono giustizia alle parole, se non quando perfettamente congegniate, architettate, limate e costruite su parole destinate a stare insieme. Una sorta di labor limae, per intenderci.

Consonanti, vocali, accenti, pause. Basta poco per distruggerci, per ispirarci, per viverci.

Mi dispiace solo che “Parole” sia un modo orribile di riferirsi ad un concetto così potente ed enormemente sottovalutato. Dovremmo inventarci qualcosa di nuovo. Un termine talmente potente che la sola idea di pronunciarlo dovrebbe terrorizzarci calmandoci. La parola.

“ In principio era il Verbo,
  il Verbo era presso Dio
  e il Verbo era Dio.“ 


Non mi stupisce che il vangelo di Giovanni cominci così.