anni-ottanta

E’ uscito il 10 gennaio il nuovo libro di Luca Bianchini, “Nessuno come noi”.

Un tuffo nel passato, precisamente, negli anni Ottanta.

I tempi delle musicassette, quando il nastro si avvolgeva su se stesso e con precisione chirurgica armati di matita, si cercava di riavvolgerlo senza fare danni.

I tempi in cui, quando si parlava di diario era la “Smemo” e tutte le citazioni e le frasi d’amore venivano incorniciate lì.

Quelli che la sera monopolizzavano il telefono di casa per ore e, a fine mese, quando arrivava la bolletta da pagare dalla Sip, i genitori ti proibivano di usare il telefono. E’ così non c’era neve, freddo, pioggia che t’impediva di andare alla cabina telefonica.

Quando i sentimenti non si scrivevano in uno stato facebook o su whatsapp ma erano lunghe lettere scritte a mano.

C'era la scuola che iniziava ad Ottobre, le vecchie macchine da scrivere, le Polaroid, Lucio Battisti, le lettere, Pacman, I gettoni telefonici, Carosello, le videocassette, le Crystal Ball, le lire e i ragazzi innamorati che aspettano sotto casa con un mazzo di fiori rossi. Non c'erano quelli che ti lasciano con un messaggio su Whatsapp.
—  ventiseiottobre

“Quando mi sono svegliato l’altro giorno, ormai sono più i giorni che dormo e perdo il conto ho letto che Chiambretti si era inventato la sfida del secolo!. Dopo la polenta e i tortellini ecco Vasco /versus/ Ligabue.
Mi son detto ma sogno o son desto. Ancora …. Ma sempre solo noi due tra l’altro. Ma vogliamo sfidarci un po anche io e morgan battiato o baglioni. Va be è questa la sfida che …..tira”. Ma cosa abbiamo fatto di male noi due poveri cristi per vederci ridotti ogni volta a questi confronti inutili ma soprattutto stupidi. Bene allora Chiambretti si è divertito anche questa volta un po alle mie spalle e ha inventato la serata…televisiva. Del resto mi ha invitato un sacco di volte io non ci sono mai andato. Ma giuro solo per pigrizia. Amo il suo programa e sono suo fans Chissà questa volta il genio dell’ironia e del sarcasmo che cosa si è inventato per rendere spettacolare la gara. Due galli in un pollaio? Due puledri di razza due rocker sanguigni e potenti pronti al filo di lana. Non ci sarà corsa ovviamente e neppure la possibilità di una vittoria da parte di uno o dell’altro. Solo smancerie sciocchezze cattiverie stupidaggini semplicionerie magari insulti tra le tifoserie.
E noi…ancora con i falsi patetici e tristi sorrisi sulle labbra a fare finta di niente…mentre tutto il lavoro la passione l’amore l’entusiasmo le lacrime il sangue e il sudore la sofferenza l’angoscia la rabbia e la soddisfazione che mettiamo nel nostro “mestiere” viene sostituito da una stupidaggine da un commento superficiale da un insulto ipocrita da una risata da quantità di vendite di spettatori di capelli in testa da abitudini da comportamenti da antipatie e dalla bellezza di una cintura per chitarra o dal e dalla sarcasmo del conduttore che alla fine decreterà che comunque siamo poi quasi alla pari, uno ha più capelli e l’altro più danni……cancellando così anni di musica e passione.
Personalmente mi sento derubato di tutti i sacrifici che ho fatto. tutti gli sforzi l’impegno che ho messo per conquistare a caro prezzo tutto quello che oggi ho raggiunto e non mi è stato regalato. Non accetto una risata e via e un pirla versus un altro. Io amo l’ironia e la gioia ma
Questo è un argomento SERIO
Un confronto tra due artisti
È una cosa superficiale stupida ipocrita e perfino una grave mancanza di rispetto.
Un conto è scherzare e fare battute IO NON posso accettare CONFRONTI sulla mia arte
NON è come giocare a Burraco. O fare telequiz E neppure come essere a scuola e scrivere temi. NON c’è premio per chi scrive la canzone migliore perché ce ne può essere sempre un’altra migliore e un’altra migliore e un’altra migliore. E nonostante tutto essere sempre “migliore”! Perché il “migliore” è nelle orecchie e nell’anima di chi ascolta. .

Va bene sorrisi e canzoni e le sue classifiche del cazzo…ma basta con questo appiattimento banale e volgare.
Noi non siamo cavalli da corsa o galli da combattimento. Siamo ARTISTI per dio e facciamo dell’Arte. NON delle gare o delle corse.
Dovete smetterla di sminuire e umiliare così il nostro impegno e il nostro lavoro.
Fatele pure queste disfide…se vi divertono. Io vinco sempre. Sono uno stronzo e me ne frego. Ligabue non se lo merita…tanto alla fine non sono i numeri che fanno vincenti. Ma perché non mi confrontate anche con Morgan degli u2…o Battiato….o ricky martin. E il liga sempre con me deve perdere?

Scherzo. Rinnovo stima per ligabue. Non esiste alcuna antipatia odio o rivalità tra me e lui La nostra è tutta una finta commedia . La grande truffa del rock’n’roll….ricordate? i sexpistols e Niente è come sembra e nel rock meno che mai!!! È più divertente spararci un po’ addosso…qualche battuta feroce piuttosto che i soliti salamelecchi.
Lui è un bravo artista…uno dei migliori della sua generazione. Io faccio parte di un’altra….Abbiamo poco in comune se non il linguaggio del rock e l’amore per le “chitarre”…Anche a lui disturba essere sempre paragonato a me. In fondo io ho molta più esperienza alle spalle di lui è un dato di fatto e e non è certo una sua colpa o mancanza di talento. E poi siamo completamente differenti …io della generazione di sconvolti lui di quella dei disperati…io col mio rock disperato e lui con il suo rock confortante. Siamo vicini di casa ma molto distanti nel tempo. diversi di carattere e di modi di fare.

Non ci vogliamo affatto male. Lui fa la sua musica io la mia….Per quel che ci conosciamo devo dire che ci siamo sempre trovati d’accordo su tutto. Compreso quello di fare musica diversa e non suonare mai insieme dal vivo?!!. ci siamo sempre rispettati. E nei momenti importanti lui c’è sempre stato e Io non dimentico.

Quando sono partito nei primi anni ottanta ho preso schiaffi per cinque o sei anni…lui questo non l’ha dovuta passare. Questa cosa da un lato mi fa incazzare ma dall’altro devo anche ringraziare quella lunga gavetta. Mi ha fatto diventare il migliore sul ….palco. Non sul campo però…nella vita, dove probabilmente se la cava meglio lui. Di certo non abbiamo bisogno di invidiare niente, l’uno all’altro e le uniche sfide che facciamo veramente sono quelle contro noi stessi per cercare di fare sempre meglio.

E adesso …avanti un altro.
Ci sono insulti per tutti …anche per te Chiambretti!!!”

V.R.

c'era quella barzelletta che girava negli anni ottanta/novanta del turista americano che arriva a venezia, va da un fruttivendolo e fa (leggerlo con accento da doppiatore di striscia la notizia) “cosa essere quelli?” e il fruttivendolo “pomi, sior.” e l'americano “pomi? apples? in america noi tutto più grande, abbiamo pomi grandi come palloni da calcio!” poi chiede “cosa essere quelli?” e il fruttivendolo “raspi de ùa, sior.” e l'americano “ùa? grapes? ah ah ah! noi in america tutto più grande, abbiamo ùa grande come teste di bisonte!” l'americano alla fine chiede, indicando il banco delle angurie “cosa essere quelli?”, e il fruttivendolo, secco, “faxioi.”


ecco. in italia se uno non capisce bene la conseguenze dei social sul mondo reale si becca al massimo una denuncia per diffamazione. in america fa scoppiare la terza guerra mondiale.


se un paio di anni fa qualcuno mi avesse detto che la chiave per capire la geopolitica occidentale nel 2017 sarebbe stata una barzelletta che mi ha raccontato il mio compagno di classe alberto in quarta elementare lo avrei guardato malissimo.

C'è sempre un ragazzo che ti prende.
Parlo di uno che ti prende e ti butta in una favola. Indimenticabile.
Della serie “non mangio più, non dormo più, non studio più, non riesco a smettere di ridere, ho in mente solo il suo sorriso”.
Quel genere di presa.
A livello di Wesley e Bottondoro. Di Harry e Sally. Di Elizabeth Bennet e Mr Darcy.
Il tipo di stretta fatale delle canzoni simbolo degli anni Ottanta. Quella di It must have been love, di Take my breath away, di Eternal Flame, delle hit che canti a squarciagola usando il phon come microfono con i tuoi migliori amici, il sabato sera.
Quella che tua sorella descrive nel diario e tu leggi di nascosto quando lei è fuori con il suo ragazzo, e speri e preghi e implori che succeda anche a te, e poi, quando ti succede davvero, vai totalmente fuori di testa, perdi qualunque senso della realtà e ogni benché minimo ricordo di com'erano le cose prima che lui entrasse nella tua vita.
E rovinasse tutto.
—  Jess Rothenberg

Lucio “Air” Dalla

«Sono un grande playmaker. Forse il più grande. Mi ha fregato solo l’altezza» L.Dalla

Lucio Dalla era un vero appassionato di sport, di pallacanestro e calcio in particolare. Era un grande tifoso del Bologna, presenziava spesso alle partite casalinghe della squadra rossoblù, e sempre, a quelle della Virtus Bologna di basket, le “V Nere”.

«Il basket, a differenza di altri sport, ogni venti secondi ti regala un'emozione».

Costruiva con grande cura il calendario dei propri concerti per far coincidere ogni tappa con una gara fuori casa della Virtus Bologna.
Negli anni Settanta e Ottanta aveva un posto fisso, in parterre, per seguire le gare della sua amata Virtus al PalaMalaguti. Acquistava anche qualche abbonamento in più per invitare qualche amico altrettanto appassionato.

Scrisse la sigla che per anni ha introdotto il collegamento in diretta dai campi della Rai dal titolo Bim Bum Basket.
Nel 2008 inoltre ha composto l'inno per la rappresentativa azzurra ai Giochi della XXIX Olimpiade scrivendo la canzone “Un uomo solo può vincere il mondo.”

A basket ci giocava anche spesso: “Da tre non sbaglio una conclusione. Sono una macchina da canestri”, diceva ridendo.

«Eravamo ai tempi della Moto Morini, che per i puristi della Virtus era una sottosquadra di Bologna: c'era anche Lucio, faceva ovviamente il playmaker ed era scarsissimo. Dopo le partite andavamo a cena in un ristorante che si chiamava Da Cesari: lui non aveva mai un soldo in tasca, e allora per mangiare doveva cantare. Faceva un po’ dei suoi gorgheggi, e allora Cesari gli portava un piatto di tagliatelle.» Dado Lombardi.

Prima di tornare a letto e tentare di dormire afferro un foglio di carta. Scrivo ai miei futuri nipoti: se un giorno vi parlerò bene degli anni Ottanta, provate a farmi delle domande diverse. Se insisto, avvertite la mamma che il nonno si è rincoglionito.
—  (Vitaliano Ravagli e  Wu Ming, Asce di Guerra; Einaudi, 2005)

un paio di sere fa ero a cena con la mia famiglia. non mi ricordo perché, a un certo punto nei vari discorsi è saltato fuori celentano.

mia nipote, una normalissima ragazzina che va per i tredici anni, ha chiesto chi o cosa fosse un “celentano”.

ecco, a pensare a un mondo in cui sia normale per un ragazzino non sapere chi sia uno dei personaggi pop più riconoscibili degli ultimi cinquant'anni* io non è che mi sia sentito vecchio, mi sono sentito direttamente di un'epoca estinta.



*la mia generazione lo conosceva forse più per i film anni ottanta (che sono BELLISSIMI, non rompete le balle) e la tv che per le sue canzoni, ma era comunque impensabile non sbatterci contro. gli adolescenti di oggi sono molto più tematici nei loro intrattenimenti (e lo sono sin dalla prima infanzia, in realtà), la tv non è certamente la loro prima opzione, e quando la usano è attraverso canali dedicati 24 ore su 24 a loro, senza le interferenze generazionali dei palinsesti che consentivano a noi di scoprire -che ne so, rimanendo nell'ambito della commedia, ma tanto avete capito il discorso generale- totò, franco e ciccio, trinità e bambino in mezzo alle repliche estive.

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Riportami in Inghilterra a inizio anni Ottanta, per favore.

Nigel is not outspoken
But he likes to speak
And loves to be spoken to 

La pasta della nonna (ovvero come il tempo che passa cambia i nostri ricordi)

Due giorni fa mi è capitato di parlare con una persona che aveva cominciato ad appassionarsi di Batman grazie al film di Burton del 1989. Perfino quel segaligno di Michael Keaton piaceva come interprete di Batman/Bruce Wayne.

A me quel film piacque e abbastanza, tutto sommato, quello che non piacque fu proprio la scelta di Keaton, all'epoca attore feticcio di Burton prima che arrivasse Johnny Deep.

Mi sono chiesto però come mai, di quel film, ad altri piaccia anche Keaton nel ruolo di Batman pur non essendo mai stato (neanche quando era giovane) una persona dal fisico prestante e dunque particolarmente credibile in quel ruolo nonostante il costume-armatura.

Il fatto è che questa persona, a differenza di me, è nata nei primi anni ottanta e dunque aveva circa 9 anni all'epoca del film suddetto.

Riflettendo mi sono reso conto che il primo film di supereroi che ho visto è stato Superman del 1978, all'epoca avevo 6 anni ma lo vidi intorno ai 9/10 anni in TV la prima volta. Ancora oggi Christopher Reeve mi sembra il miglior Superman di sempre e quel film mi impressionò moltissimo. Quando fu presentato la prima volta con un teaser poster tutto quello che si vedeva era la “S” in 3D sospesa in un cielo nuvoloso e un testo che recitava: “Crederete che un uomo possa volare” perché dovete sapere che all'epoca la parte difficile era rendere plausibile l'eroe in volo. Considerando che non c'era la computer grafica vi renderete conto di quanto fu complicato girare per esempio la scena del primo salvataggio di Lois Lane.

Alla luce di ciò, perché mi piace ancora tanto quel film? Perché non lo raggiunge Man of Steel, per esempio?

Perché mi ricordo la meraviglia di vedere Clark Kent che si cambia a ipervelocità nella porta girevole di un palazzo e volare vestito da Superman a salvare la sua bella. Avevo occhi da bambino con i quali ricordo da adulto quei giorni. Probabilmente è lo stesso per quella persona che ama il Batman di Burton dell'89, per lei la percezione di quel film è legato al bambino che fu.

È un po’ come quando andavo da bambino e da ragazzino a pranzo da mia nonna. I suoi gnocchi al sugo sono i migliori che abbia mai mangiato in vita mia. La cosa curiosa è che mia madre li faceva allo stesso identico modo, spesso portandosi il sugo e gli gnocchi che aveva preparato mia nonna. Niente da fare: quelli che mangiavo da lei erano migliori.

Con gli anni ho capito che non era colpa di mia madre che seguiva pedissequamente la ricetta di nonna, no. Il problema ero io e la mia percezione. Gli odori della casa dei miei nonni, il tavolo enorme attorno al quale ci radunavamo noi figli e nipoti, la cucina, l'atmosfera di festa e la mia età spensierata.

Il tempo addolcisce i ricordi, si dice, e credo sia vero almeno in qualche caso, almeno per me.

Detto ciò, Michael Keaton era un segaligno inadatto a fare Batman.

Adesso ho voglia di gnocchi al sugo.

Mortise Über Alles

di Lorenzo Innocenti


Mortise è un simbolo.

Mortise diventa, in quel suo essere grigia e anacronistica e sciatta e perfettamente trascurabile… diventa il simbolo di una scelta politica precisa; quella scelta compiuta (più o meno scientemente) dall'Europa occidentale tutta, a seguito della Seconda World War… quella scelta di porsi fuori dal tempo e dalla storia, di smetterla di inseguire un ideale fatuo di grandezza bellica, imperialistica, secolare, terrena… per concentrarsi invece soltanto sul benessere che in maniera tanto inaspettata e diffusa e appagante si è venuta a trovare per le mani, dal 1960 (circa) ad oggi.

I palazzi fascisti degli anni venti e trenta – così austeri e magnificienti – rappresentavano l'italico desiderio di far rivivere i fasti dell'Impero Romano.

I mericani skyscrapes che arredano le vie delle New York e delle Chicago, descrivono meglio di qualunque altra cosa l'ambizione sfrenata della potenza egemone.

Tu giri a Mortise, invece, e ti domandi perché lo stai facendo.

Qui le palazzine sono basse e non esiste ragione per programmarci una passeggiata attorno: non c'è nulla da vedere, niente di particolare da fare; nadie de nada.

E se fino a qualche tempo fa ci si deve esser stati anche bene qua, ora che la globalizzazione – oltre a nuovi profitti – ci ha portato anche tutta una massa piuttosto ampia ed eterogenea di esponenti del mondo povero, che ne vogliono partecipare… adesso camminando per via Madonna della Salute o imboccando gagliardi via Polato, si percepisce come un contrasto (stridente e molto poco ridente) tra il pacifico wellness dei mortisani (somorticani) e il coatto (coattissimo, in tutti i sensi e le declinazioni possibili) confronto con l'altro.

Lo percepisci sporgendo lo sguardo di là da una ringhiera e notando un cortiletto così, tra il kitch, il brutto brutto e il dispendiosamente superfluo…

e poi voltandoti verso due gangsta del Wild Wild Est europeo che cercano con dei cavi rossi di forzare la portella di una Bmw.

Lo percepisci sfiorando questa casetta niente male, con la palma da cocco a vegliare, tra l'esotico e l'erotico, un prato all'inglese che neanche a Wembley…

e poi notando, dall'altra parte della strada, una casetta sgangherata con questo avviso un po’ naif sulla mail box.

Lo percepisci osservando che in uno stesso condominio convivono (pacificamente?) persone che si chiamano Buso e Chen Renkuan; Frison e Hu Yufen.

Lo percepisci accarezzando (con lo sguardo, sì, ma anche con l'animo) questa casetta inspiegabilmente ottimistica…

guardandoti attorno e cercando la finestra da cui una radio accesa negli anni ottanta manda a medio volume True, degli Spandau Ballet…

e poi scoprendo che da queste parti governa un senso di paura non so se diffusa in tutto il quartiere, ma certo concentrata nei pochi metri quadri di questa abitazione che riunisce, nello spazio di un respiro, minacce di morte, pistole ancora fumanti e adesivi di istituti di vigilanza privata.

Mortise è simbolo, sì: di tutte le periferie del nostro flaccido ed appagato Occidente.

Venendo qui le ritrovi tutte, dall'Arcella a Taufkirchen (Monaco), dalla Guizza a via Camandona (Cuneo).

E difatti è con un senso di piacevole deja vu che ti trovi a passeggiare per di qui, col gelato due gusti di Bepi in mano a rinfrescarti. É con un senso di vaga nostalgia che ti domandi distratto dove l'hai già visto quel terrazzino verandato, dove hai già sentito quel pastore tedesco abbaiare impazzito, dove hai già affrontato quel casino di lamiera buttato là senza un perché.

E ti senti come a casa.

Bentornato.

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Katia è stata la prima ragazza che mi sia piaciuta veramente. Invece io a lei non piacevo affatto. Era una di quelle ripetenti croniche che incontri durante gli anni delle scuole medie e che solitamente escono dal tunnel delle bocciature quando tu stai discutendo la tesi di laurea. Quando l'ho scoperto ne ho istantaneamente subìto il fascino. Il fascino indiscreto del proibito sì, e del peccaminoso ma anche di quel proletariato umano che poi avrei compreso, anni e anni dopo, studiando Pier Paolo Pasolini. Senza cioè quelle impurezze che la cultura scolastica, piccola e borghese, inculca nelle teste privandoci di quel candore un tempo forte e istintivo.
Katia aveva i capelli rossi come un fuoco d'artificio, che le rimbalzavano a fasci quando correva per i corridoi o saltava durante le ore di educazione fisica. Le sue gambe erano lunghe e ben fatte, nonostante qualche cicatrice ereditata dai trascorsi turbolenti. Fu la prima ragazza che osservai in minigonna, come dire il primo pezzettino di cioccolato mangiato da un lattante o il bicchiere della staffa prima di congedarsi dagli amici per un lungo viaggio. I suoi occhi erano grandi, accesi, di un celeste turchese che tendeva al ghiaccio durante le giornate di sole, allora diventavano sognanti e assenti.
Quando intuii che non le sarei mai interessato ci rimasi molto male. Ma in breve tempo mi convinsi che alla fine essere ignorato, umiliato e rifiutato da Katia non fosse poi un dramma. Dagli undici ai quattordici anni è un gran bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si dice che in quei tre anni si sia ancora in grado di affrontare le cose con genuina noncuranza. C'è chi sostiene che avvenga per permettere ai nostri occhi di abituarsi alla vista, di corazzarsi davanti allo stupore. E’ l'ultimo rantolo di ingenuità prima che i mostri da dentro gli armadi diventino pessimi mariti e madri colpevoli.
A cavallo degli anni Ottanta, quando internet lo usava solo la Regina Elisabetta per spedire mail alla sede del Royal Signals and Radar Establishment, era piuttosto difficile trovare qualcuno che ti passasse al primo colpo un disco dei Sonic Youth. L'approccio indie alla materia musicale non era ancora pervenuto in larga scala. Il padre del tuo compagno di banco, la zia scafata, il parrucchiere sotto casa, insomma chiunque avesse un po’ a cuore l'idea di non farti sprofondare nella Lambada dei Kaoma, di solito ti mollava un caposaldo. Fabrizio De André il primo, i Velvet Underground la seconda, i Doors il terzo. “Stai zitto e impara”. Il senso, dovendo riassumere, era questo: accendi lo stereo, metti su questo disco e apprendi.
Non sfugga il verbo. Dovevi imparare. Ma cosa, se durante gli anni delle medie il vocabolario più in uso tra i ragazzi sembra essere il Cherubini/Jovanotti? Così tornavo da scuola, mi sparavo un paio d'ore di storia, un'accesa battaglia tra simple past e present perfect e poi via, a cercare di capire come conquistare Katia con le canzoni contenute in Storia di un Minuto della PFM. Capirai. “Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non c'è… / Dorme ancora la campagna, forse no, è sveglia, mi guarda, non so”. E se imparassi a ballare la Lambada? Poi un compagno di classe di mia sorella, con la faccia da Elliott Smith fatto di crack e un cognome profetico come Segantini, si pose come punto di congiunzione astrale tra il mio goffo amore non corrisposto e Katia.
In rigoroso ordine cronologico mi passò tutta la discografia di Rino Gaetano. Io l'ascoltavo. Che cosa potevo fare, del resto se non ascoltare e apprendere? Quando mi portò Ingresso Libero non capii più niente. Vinile apribile dal vago sapore di modernariato cantautoriale,  cosa non da poco: con i testi. La copertina ritrae Rino Gaetano sfocatamente mentre cammina davanti a un muro di mattoncini della sua prima casa a Roma e su una porta è appeso un cartello con il titolo del disco. Si ironizza, con un involontario omaggio a Nick Drake fotografato da Keith Morris qualche anno prima, sull'entrata del cantante calabrese nel mondo della musica. Quando poi partì l'attacco di Tu, Forse Non Essenzialmente Tu andai letteralmente fuori di testa. Dopo un intro di chitarra dal vago sapore Rosa Fluido, Rino, nonostante una dialettica assai colloquiale, si dimostra un grande songwriter.
Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è una canzone che mescola filosofia da salotto a fatti quotidiani, facendo degli avverbi il punto cruciale per la comprensione dell'intero testo. Possiamo infatti trovare “riferimenti alla concezione del tempo e alla sua inutilità irriversibile“, come analizza Maurizio Becker, e nel contempo “la narrazione di un sentimento, fatto di circostanze reali, concrete”, come scrive Vincenzo Minocci riferendosi allo storico bar "Barone” o al “6O” notturno che dalla periferia nord-est di Roma arriva a piazza Venezia; ma su tutto l'humus vitale del brano è dettato dallo scandire degli avverbi frasali: essenzialmente, decisamente, confidenzialmente…
Diciamocelo, è un'idea semplice ma non è affatto male. Ingresso Libero è il padre rinnegato di mezza discografia nostrana attuale e Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è la summa perfetta degli strani pensieri che si fanno davanti all'imbarazzo di un amore inconfessabile o all'umiliazione di un amore non ricambiato. Un passetto avanti e uno indietro, per paura di essere troppo invadenti o inadeguati quando si pansa che almeno “l'amicizia c'è”. Il migliore elucubrare bislacco che si possa sentire, perché contiene al suo interno dignità, imbarazzo e un candore ai limiti dell'autolesionismo. Pretende attenzione e strilla, ma lo fa con empatica goffaggine. Non le ho mai dette tutte queste cose a Katia. Un gesto che potrebbe sembrare straordinariamente idiota, per uno che passava i pomeriggi cercando le parole giuste nei dischi sbagliati, ma a mettere freno a ogni mio ipotizzabile intento fu la diretta interessata. Venni sputtanato da una sua amica e la sua saggia replica fu sollevarmi a cinque centimetri dal suolo. “Se sento in giro voci strane su di noi io ti ammazzo”. E lo avrebbe fatto. Sicuramente.

“Glow”
Serie Netflix
Commedia anni ottanta, con tematiche sempre attuali e per certi versi anche futuristiche.
Il tipico tema dello show, con le sue gioie e i suoi dolori, mi ha confortato… In dei punti era così familiare! ;}

Vecchi appunti degli anni Ottanta

Mi capita fra le mani il quaderno di appunti del seminario di Lingua e letteratura italiana del secondo anno, che manco mi ricordo chi lo abbia tenuto.
Sfoglio le prime pagine.
E trovo queste affermazioni.

L'Italia non ha mai avuto penuria di scrittori: ce ne sono stati anche troppi.

D'Annunzio è uno dei tanti bambini che nascono con il pallino della scrittura. A scuola era ammirato perchè scriveva bene.

Il punto è questo: siamo come della gente che crede di essere immune da una malattia perché questa non si presenta più.

La poesia, in Italia, non è spirito (genuinità spirituale): è un fatto di parole.

Ho chiuso il quaderno.
Perché poi finisce che mi viene la nostalgia.
E non ne esco più.
O meglio: ne esco, ma a fatica.
Stasera non mi sembra proprio il caso.

L’occhio del toro

Uno dei nemici di Daredevil, l'uomo senza paura, è comparso più o meno negli anni Ottanta.
Indossava un costume che a me piaceva molto.
La sua capacità era quella di avere una mira straordinaria.
E di trasformare qualsiasi oggetto in un'arma.
La casa editrice Corno l'aveva battezzato Occhio di bue.
Commettendo un clamoroso errore.
Perché il nome originale è Bullseye.
Tradotto letteralmente significa, appunto, occhio di bue o occhio del toro.
In realtà il termine indica il centro del bersaglio.
La casa editrice che dopo la chiusura della Corno ha ripreso le pubblicazioni del fumetto, ha però ripristinato il nome americano.
Il cinema ha ovviamente stravolto ogni cosa.
Nel mediocre film che vede come protagonista Ben Affleck nei panni di Devil, Bullseye (alias Colin Farrell) viene presentato come prima nemesi insieme a Kingpin.
In realtà, il nemico storico del supereroe cieco è il Gufo.
Kingpin nasce come avversario dell'Uomo Ragno, e solo più avanti si batte con Devil.
Ma torniamo a Bullseye.
Nel film non indossa il costume dei fumetti.
È pelato e porta in fronte una specie di mirino in rilievo.
Lo so che quando scrivo queste cose sono un po’ cagacazzi.
Ma i fumetti sono una cosa seria.
E anche se non li compro più, continuo a trattarli con il rispetto che credo meritino.

Amori grandi grandi

C'è questo signore anziano in sala d'attesa dal dottore che piange perché dopo 65 anni insieme alla moglie e un anno dalla morte della stessa, non riesce a rassegnarsi perché ogni volta che entra in casa sente il silenzio rimbombare e ogni angolo della casa gli ricorda lei. Ha ottanta anni e per dormire prende gli ansiolitici. Ha tre figli ma non vicinissimi e ha detto che i figli comunque non potrebbero sostituire questa mancanza così grande. Quando l'ha conosciuta lei aveva 13 anni e lui 15 anni. Davvero una vita insieme. Mentre lo raccontava aveva già gli occhi pieni di lacrime. Poi ha fatto piangere pure me e ha passato lui a me un fazzoletto. Certe volte si ha davvero bisogno di sentire un uomo parlare così della sua donna e di ascoltare un amore così grande.