anni-ottanta

C'è sempre un ragazzo che ti prende.
Parlo di uno che ti prende e ti butta in una favola. Indimenticabile.
Della serie “non mangio più, non dormo più, non studio più, non riesco a smettere di ridere, ho in mente solo il suo sorriso”.
Quel genere di presa.
A livello di Wesley e Bottondoro. Di Harry e Sally. Di Elizabeth Bennet e Mr Darcy.
Il tipo di stretta fatale delle canzoni simbolo degli anni Ottanta. Quella di It must have been love, di Take my breath away, di Eternal Flame, delle hit che canti a squarciagola usando il phon come microfono con i tuoi migliori amici, il sabato sera.
Quella che tua sorella descrive nel diario e tu leggi di nascosto quando lei è fuori con il suo ragazzo, e speri e preghi e implori che succeda anche a te, e poi, quando ti succede davvero, vai totalmente fuori di testa, perdi qualunque senso della realtà e ogni benché minimo ricordo di com'erano le cose prima che lui entrasse nella tua vita.
E rovinasse tutto.
—  Jess Rothenberg
Negli anni Ottanta si rideva. Si rideva molto di più. Si rideva al lavoro, a scuola, con gli amici e soprattutto si rideva in TV. Quegli anni erano un’epoca favolosa. L’Italia vinceva i campionati del mondo in Spagna, la musica la facevano il DJ e il suo ritmo dance pulsava dalle radio e dalle discoteche. Perfino il papa sciava in quegli anni. Ci si sentiva liberi, sarebbe caduto il muro di Berlino. Il culto del corpo aveva generato un’esplosione di palestre, corsi di aerobica per donne, body building per uomini, centri di abbronzatura. Bisognava avere un fisico scolpito, color bronzo, da portare in giro in vestiti firmati e occhiali a specchio. A qualsiasi ora del giorno potevi accendere la televisione e trovare qualcuno che era stato messo il per farti ridere, per distrarti un po’, per regalarti dei premi o anche solo per dirti una serie di frasi divertenti, tormentoni pronti per l’uso. Era piena di gettoni d’oro, di coriandoli, di trombette, di gonnelline luccicanti e di giacche colorate. Era piena di sorrisi splendenti, piena di labbra e di bocche che soffiavano baci ai telespettatori. Era piena di prodotti in vendita. Negli anni Ottanta si aveva la sensazione che si potesse comprare tutto. Anche l’allegria. I poveri potevano sembrare ricchi. Prima degli anni Ottanta nelle case si sentivano frasi come: “Non possiamo permettercelo” oppure “Questa è una cosa fuori dalle nostre possibilità.” Gli anni Ottanta sembrava avessero spazzato via tutto questo, insieme alla cultura del risparmio. Quello che guadagnavi spendevi, e se non bastava potevi fare un leasing. La vita non era più costruirsi un futuro ma comprare un grosso biglietto della lotteria. Forse è stato in quegli anni che le parole hanno iniziato a perdere il loro vero significato, a diventare maschere senza dietro un volto.
—  Fabio Volo (via mortadentroevuotafuori)
C'era la scuola che iniziava ad Ottobre, le vecchie macchine da scrivere, le Polaroid, Lucio Battisti, le lettere, Pacman, I gettoni telefonici, Carosello, le videocassette, le Crystal Ball, le lire e i ragazzi innamorati che aspettano sotto casa con un mazzo di fiori rossi. Non c'erano quelli che ti lasciano con un messaggio su Whatsapp.
—  ventiseiottobre
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Novecento - Excessive Love (1986)                     

I’ll only keep gambling if I know I’ll be rewarded. The other day I was at Amoeba, torn between buying a Jens Lekman LP (which would be playing it safe) or a 4-disc Italian box set called Platinum Collection anni ‘80’ (definitely a gamble). Both cost ten dollars. But then I remembered Elektra Kings’s words: “There’s no point in living if you can’t feel alive.” So I bought the box set.

It turns out that the Italian set contains many killer jams, including this gem from Novecento. The video for Excessive Love has an eighties-meets-noir feel, and it cuts the single down from 4:17 to about 2:30.

Sometimes an iffy purchase can please you far beyond any expectation. And you can bet your bottom dollar I’ll be making more crazy purchases in the future.

#ARTforshe 1 – Musica: da Woodstock ai VMA

Lo ammetto, sono femminista. Lo faccio senza vergogna, convinta di essere dalla parte giusta, ma un po’ intimorita, questo sì. Ho paura perché troppo spesso il femminismo è frainteso e confuso con il corrispettivo del maschilismo per l'altro sesso. Ho paura anche perché in molti staranno già pensando “Eccone un'altra, chissà perché poi odiano così tanto gli uomini”, anche se noi gli uomini non li odiamo affatto (ci sono persone che possono testimoniare a mio favore, sono disposta a fare il giuramento). Quindi, facciamo chiarezza: cos'è questo beneamato femminismo? È semplicemente l'idea che uomini e donne debbano e possano godere di pari diritti e considerazione sul piano economico, civile e sociale e questa battaglia riguarda e coinvolge anche voi virili fallo-dotati, perché finché a un ragazzino verrà imposto di “non fare la femminuccia” e a una ragazzina verrà insegnato che è bene “stare al proprio posto”, finché il sesso sarà considerato un motivo per imporre dei limiti alla propria autodeterminazione, finché continueranno le molestie, allora questa battaglia sarà necessaria. Anche il nostro blog si preoccupa di sostenere la causa, pubblicando degli approfondimenti dedicati a tutte le tipologie di arte e alle icone che hanno lasciato un segno nel mondo femminista e quelle che fanno la differenza ai giorni nostri. Partiamo dalla musica.

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La gente che vorrebbe vivere in altri periodi storici

Dopo aver spento il PC, messo da parte il cellulare per un paio di settimane, essersi ritirati in una casa di periferia sporca e piena di ratti senza acqua corrente né luce elettrica, a lavarvi con l'acqua del fiume e pulirvi il culo con foglie di banana, ecco, dopo essere sopravvissuti a un'esperienza simile in piena salute, solo e soltano allora potrete legittimamente desiderare di essere nati in altre epoche storiche.

Leggo di persone sui social che si lamentano della tecnologia che ha rovinato i contatti umani, avete idea di quanto la cosa suoni ipocrita?
Poi li vedi per strada che si fanno quasi buttare sotto da un'auto per rispondere al messaggio di chiccesia con la testa calata sull'Iphone di ultima generazione.
Affidatevi ai piccioni viaggiatori no? Quelli sì che sono naturali.
O ancora meglio, vedetevi faccia a faccia con i vostri amici, datevi appuntamento sotto casa, però poi il resto della giornata non è che lo passate a messaggiare su facebook, eh no, il resto della giornata a zappare i campi!
Volevate vivere… che so, nell'800, o nel secondo dopoguerra?
Bene, allora assicuratevi prima di non essere: donne, neri, gay, extracomunitari, handicappati, malati, debolucci di salute.
Perché altrimenti vi troverete davvero male, anche solo tornando indietro di trent'anni, figuriamoci uno o più secoli.

Partiamo dagli anni ‘80/'70/'60, il periodo dei nostalgici per eccellenza, tre decadi molto diverse ma che hanno in comune, almeno fino a un certo punto degli anni ottanta, la piaga della guerra fredda e la massa di pregiudizi razziali e sessuali che li contraddistinguono.
Tommy prende una macchina del tempo, è convintissimo che la vita nel 21esimo secolo faccia schifo e vuole tornare a un'epoca in cui l'esistenza fosse più semplice.
In quel periodo il razzismo era all'ordine del giorno, per cui se Tommy appartiene ad un'altra etnia/religione può star tranquillo che in quelle tre decadi lo avrebbero relegato a fare i lavori più umili e altro che Iphone e cazzate varie, per non parlare degli insulti, la diffidenza e l'emarginazione.
Fortunatamente per lui Tom è bianco, ma ha un altro problema: è gay.
Ooops, per lui si prospetta una luuuunga detenzione in un manicomio, eh sì, perché nei manuali di psicologia dell'epoca l'omosessualità era ritenuta un disturbo mentale.
Poor Tommy.
Inoltre Tommy è contrario alle armi, è simpatizzante del movimento hippie, va a Woodstock… finalmente Tommy può dire: io c'ero!
La guerra in Vietnam è scoppiata già da anni e servono uomini, Tommy è un giovane forte e purtroppo per lui, hippie o meno, viene mandato in territorio ostile perché all'epoca esisteva la leva obbligatoria.
Tommy va lì e visto che l'esistenza moderna lo aveva abituato a non fare una ceppa dalla mattina alla sera, sul campo di combattimento si irrigidisce bloccato dalla paura e un Vietcong gli apre un buco nel cervello con una pallottola.
Poor Tommy!
Ma mettiamo che ritorna… scimunito, mutilato, e decide per qualche insana ragione di dichiararsi comunista, convinto che la democrazia valesse davvero per tutti.
Brutto momento per fare il piciomerda, Tommy.
Lo arrestano, accusandolo di essere una spia alleata con la Russia, va in galera e gettano via la chiave.
Poor Tommy!
Mentre si fa la doccia a Tommy scivola la saponetta.
Poor Tommy!

Ma Tommy è un uomo, le donne in genere preferiscono periodi come il merdoevo perché hanno visto troppi cartoni di Barbie da bambine.
Vediamo un po’… volete essere principesse?
La donna all'epoca contava meno di zero, non aveva diritto di parola né di voto - in verità sotto regimi monarchici nessuno ce l'aveva, e se per qualche astruso motivo non le andasse bene lo status quo, ricordatevi sempre dell'Inquisitore dell'altro post… il rogo è lì che v'aspetta.
Considerate che se vi fate una doccia al giorno per essere sempre pulite e profumate, all'epoca ci si lavava poco e niente, la biancheria si indossava a settembre e si toglieva a luglio, l'acqua corrente manco a parlarne e l'elettricità per attaccare il phon o la piastra per stirare i capelli… beh, scordatevela.
Al massimo avreste potuto indossare una bella parrucca in modo da evitare di prendervi i pidocchi, that’s all.
Avreste potuto morire in tanti modi diversi, per la peste, per il vaiolo, per un raffreddore, per una spina di rosa nel dito…
Ma se ancora avete in mente l'ideale del Principe Azzurro, vi demolisco anche quello eh.
Le principesse, per quanto avessero una vita più tranquilla di una contadina che al minimo piccio di un nobile rischiava che il suo matrimonio non s'adda fare, venivano vendute come vacche per sugellare patti politici, e così finivano per sposarsi senza amore con re brutti e vecchi, tutt'altro che azzurri o eleganti.
In alternativa, se il padre non aveva voglia di pagare la dote, vi avrebbero chiuso in un monastero e chi s'è visto s'è visto.
Confortante eh?

Quindi bah, volete ancora tornare indietro nel tempo?
Tommy l'hippie ha perso la saponetta (e la verginità anale), la principessa puzzava di uova marce ricoperte con strati di profumo stantio, e il nobile principe azzurro l'hanno ammazzato in guerra perché un Papa a caso ha deciso di indire una crociata.
Io sono felice di vivere in un'epoca che, per quanto imperfetta, come tutte le epoche del resto, almeno mi permette cose impossibili in qualsiasi altro secolo: connettermi alla rete, parlare con persone lontanissime e sapere all'istante qualsiasi cosa mi interessi cercare, esprimere liberamente la mia opinione sui politici ladri, sul sistema corrotto e sulla Chiesa di merda senza perdere la testa - letteralmente, e di lavarmi con regolarità girando semplicemente la manopola di un rubinetto.

Cavolo. Viviamoci sta vita. Tutti a parlare di questi anni ottanta, che si stava meglio prima. Certo, ora non troveremo la letterina scritta dal fidanzato, ma abbiamo sempre quei messaggi, che arrivano durante la notte, quando meno te lo aspetti e ti fanno sempre sorridere. Abbiamo whatsapp e il suo visualizzato che ci fanno sclerare. La musica a palla nelle orecchie. Abbiamo tomorrowland, cazzo. Abbiamo Martin Garrix, Calvin Harris, abbiamo le playlist per ogni nostro stato d'animo. Abbiamo tumblr, i nostri genitori se lo sognano un sito del genere. Abbiamo line, we chat, e qualsiasi altra minchiata. Per non parlare della scuola, adesso noi siamo obbligati ad andarci, ma ammettiamolo è lì che conosciamo le persone più belle, le amicizie che si fanno alle macchinette quando ci si blocca il cibo e allora scattano le bestemmie. I bagni sempre pieni.
Ma cazzo. Noi abbiamo ask.fm che nell'arco di cinque minuti sappiamo vita, morte e miracoli di una persona, grazie alle sue domande stupide. Abbiamo Twitter, possiamo così sentirci più vicini ai nostri idoli. Abbiamo le beats, col cazzo che negli anni ottanta le avevano.
Abbiamo tantissime cose, solo che non ce ne rendiamo conto.

Amori grandi grandi

C'è questo signore anziano in sala d'attesa dal dottore che piange perché dopo 65 anni insieme alla moglie e un anno dalla morte della stessa, non riesce a rassegnarsi perché ogni volta che entra in casa sente il silenzio rimbombare e ogni angolo della casa gli ricorda lei. Ha ottanta anni e per dormire prende gli ansiolitici. Ha tre figli ma non vicinissimi e ha detto che i figli comunque non potrebbero sostituire questa mancanza così grande. Quando l'ha conosciuta lei aveva 13 anni e lui 15 anni. Davvero una vita insieme. Mentre lo raccontava aveva già gli occhi pieni di lacrime. Poi ha fatto piangere pure me e ha passato lui a me un fazzoletto. Certe volte si ha davvero bisogno di sentire un uomo parlare così della sua donna e di ascoltare un amore così grande.

Morrissey, o del perché sei solo stasera

24 novembre 1983, Gli Smiths cantano This Charming Man a Top of the Pops

Paul Morley: «C’è del sesso in Morrissey?».
Morrissey: «No, di nessun tipo. Il che di per sé è piuttosto sexy». MORRISSEY, intervista in «Blitz»

Heinrich Böll formulò un gustoso paradosso: “Gli atei mi annoiano, non fanno altro che parlare di Dio”. Nel mondo del rock è il sesso ad essere una divinità, e in tal caso Morrissey è sempre stato il più fiero e ossessionato dei miscredenti. Si pronuncia casto, distaccato, disinteressato, eppure non fa altro che tornare sull’argomento. Per di più senza essere mai noioso. L’eresia di Morrissey viene pronunciata nel cuore degli anni Ottanta, mentre le altre pop star sono intente a celebrare promiscuità e spensieratezza. Il suo “preferirei di no” risuona come una porta che sbatte durante un party, distogliendo i presenti dal loro chiacchiericcio. Da allora tutti a chiedergli: «Sei gay? Sei bisex? Sei innamorato? Lo sei mai stato? Fai sesso? Quando hai cominciato? Quando hai smesso?», solo per sentirsi offrire trent’anni di risposte elusive e infastidite. Persino quando nel 2013 Steven Patrick Morrissey da Manchester si è deciso a pubblicare 450 pagine di autobiografia, ha rifiutato di essere del tutto esplicito, accennando a rapporti speciali di amicizia/convivenza/sporadico desiderio con uomini e donne, senza mai però accettare un’etichetta. «In fin dei conti, le definizioni sessuali servono solo a segregare le persone. È tutto così uniforme, un insulto all’individualità. L’effeminatezza non mi dispiace, meglio che essere un represso o uno che passa le sue giornate a bere birra in un pub. Gli uomini che abbassano le difese non sfilano necessariamente in strada piangendo e recitando Wordsworth».

(estratto da Sexy Rock: Storie di musica e rivoluzione sessuale” scritto da Paolo Bassotti, Arcana Edizioni)

illustrazione di Manuela Santoni

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Issey Miyake

Issey Miyake , Midori Kitamura, Kazuko Koike, Yuriko Takagi

Taschen, Koln 2016, 510 pagine,  English, Japanese

euro 49,99

Nel 1983, lo stilista giapponese Issey Miyake dichiarò al New Yorker che la sua aspirazione era “avanzare senza sosta, rompere gli schemi”. Con le dirompenti collezioni che seguirono, Miyake non solo ruppe gli schemi ma rifondò il concetto di abbigliamento. Fondendo poesia e praticità, le sue creazioni coniugano tradizione giapponese, arte astratta, tecnologia moderna e funzionalità.
Questo racconto definitivo della moda firmata Miyake, in grado di offrire un impareggiabile punto di vista sull’audace visione dello stilista, coincide con un’importante mostra presso il National Art Center di Tokyo. Il volume ne analizza l’originalità di materiali e tecniche e l’attenzione alla struttura dei tessuti fin dai primissimi giorni della sua carriera, ancor prima della nascita del Miyake Design Studio, conosciuto e stimato in tutto il mondo. Tracciandone la parabola ascendente dagli abiti avvolgenti degli anni Ottanta alle collezioni Pleats Please, passando per capi pratici e d’uso quotidiano quali il famoso dolcevita nero divenuto l’uniforme di Steve Jobs, il volume è un coinvolgente monumento a quella singolare miscela di tradizione, futurismo e funzionalità tipica dello stilista giapponese e dei suoi abiti sempre imprevedibili eppure facili da indossare.
Le splendide fotografie di Yuriko Takagi, amica di Miyake, sanno cogliere il particolare connubio di originalità e quotidianità dei capi d’abbigliamento, non da ultimo in un sensazionale servizio realizzato in Islanda. Nel suo saggio esaustivo, Kazuko Koike, figura di primo piano in ambito culturale, fornisce al lettore una cronologia completa dell’opera di Miyake, e un inedito profilo personale che descrive l’ambizione e le fonti d’ispirazione alla base del suo affascinante repertorio a partire dalle primissime prove.

L’arabesque La Librairie

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- Quanti anni hai?
- Dipende..
Ho cinque anni quando mi dai una bella notizia e io mi metto a saltellare in giro.
Ho dieci anni quando sono spensierata e preparo la valigia per la partenza.
Ho quindici anni quando prendo il cellulare con la speranza che qualcuno mi abbia cercata.
Ho diciotto anni quando mi prendo qualche libertà perchè sento di poterlo fare.
Ho venti anni quando sono perso e quando mi sembra di aver già visto e provato tutto nella vita.
Ho quaranta anni quando sono convinto di poter fare tutto da solo.
Ho settanta anni quando mi sento solo e vorrei avere tutti al mio fianco.
Ho ottanta anni quando gli altri mi raccontano qualche episodio
e io mi accorgo di non ricordarlo..
—  Cit.
I copironi vivono sui ghiacciai dei nord. Sono animali a loro modo perfetti. Praticamente non invecchiano. Se volessero potrebbero essere eterni. Ma a un certo punto, quando hanno intorno ai settanta, ottanta anni di vita, i copironi smettono di mangiare. Vivono in media altri tre anni in quello stato. Poi muoiono.
—  Baricco, Oceano Mare.