anni-ottanta

E’ uscito il 10 gennaio il nuovo libro di Luca Bianchini, “Nessuno come noi”.

Un tuffo nel passato, precisamente, negli anni Ottanta.

I tempi delle musicassette, quando il nastro si avvolgeva su se stesso e con precisione chirurgica armati di matita, si cercava di riavvolgerlo senza fare danni.

I tempi in cui, quando si parlava di diario era la “Smemo” e tutte le citazioni e le frasi d’amore venivano incorniciate lì.

Quelli che la sera monopolizzavano il telefono di casa per ore e, a fine mese, quando arrivava la bolletta da pagare dalla Sip, i genitori ti proibivano di usare il telefono. E’ così non c’era neve, freddo, pioggia che t’impediva di andare alla cabina telefonica.

Quando i sentimenti non si scrivevano in uno stato facebook o su whatsapp ma erano lunghe lettere scritte a mano.

C'era la scuola che iniziava ad Ottobre, le vecchie macchine da scrivere, le Polaroid, Lucio Battisti, le lettere, Pacman, I gettoni telefonici, Carosello, le videocassette, le Crystal Ball, le lire e i ragazzi innamorati che aspettano sotto casa con un mazzo di fiori rossi. Non c'erano quelli che ti lasciano con un messaggio su Whatsapp.
—  ventiseiottobre

“Quando mi sono svegliato l’altro giorno, ormai sono più i giorni che dormo e perdo il conto ho letto che Chiambretti si era inventato la sfida del secolo!. Dopo la polenta e i tortellini ecco Vasco /versus/ Ligabue.
Mi son detto ma sogno o son desto. Ancora …. Ma sempre solo noi due tra l’altro. Ma vogliamo sfidarci un po anche io e morgan battiato o baglioni. Va be è questa la sfida che …..tira”. Ma cosa abbiamo fatto di male noi due poveri cristi per vederci ridotti ogni volta a questi confronti inutili ma soprattutto stupidi. Bene allora Chiambretti si è divertito anche questa volta un po alle mie spalle e ha inventato la serata…televisiva. Del resto mi ha invitato un sacco di volte io non ci sono mai andato. Ma giuro solo per pigrizia. Amo il suo programa e sono suo fans Chissà questa volta il genio dell’ironia e del sarcasmo che cosa si è inventato per rendere spettacolare la gara. Due galli in un pollaio? Due puledri di razza due rocker sanguigni e potenti pronti al filo di lana. Non ci sarà corsa ovviamente e neppure la possibilità di una vittoria da parte di uno o dell’altro. Solo smancerie sciocchezze cattiverie stupidaggini semplicionerie magari insulti tra le tifoserie.
E noi…ancora con i falsi patetici e tristi sorrisi sulle labbra a fare finta di niente…mentre tutto il lavoro la passione l’amore l’entusiasmo le lacrime il sangue e il sudore la sofferenza l’angoscia la rabbia e la soddisfazione che mettiamo nel nostro “mestiere” viene sostituito da una stupidaggine da un commento superficiale da un insulto ipocrita da una risata da quantità di vendite di spettatori di capelli in testa da abitudini da comportamenti da antipatie e dalla bellezza di una cintura per chitarra o dal e dalla sarcasmo del conduttore che alla fine decreterà che comunque siamo poi quasi alla pari, uno ha più capelli e l’altro più danni……cancellando così anni di musica e passione.
Personalmente mi sento derubato di tutti i sacrifici che ho fatto. tutti gli sforzi l’impegno che ho messo per conquistare a caro prezzo tutto quello che oggi ho raggiunto e non mi è stato regalato. Non accetto una risata e via e un pirla versus un altro. Io amo l’ironia e la gioia ma
Questo è un argomento SERIO
Un confronto tra due artisti
È una cosa superficiale stupida ipocrita e perfino una grave mancanza di rispetto.
Un conto è scherzare e fare battute IO NON posso accettare CONFRONTI sulla mia arte
NON è come giocare a Burraco. O fare telequiz E neppure come essere a scuola e scrivere temi. NON c’è premio per chi scrive la canzone migliore perché ce ne può essere sempre un’altra migliore e un’altra migliore e un’altra migliore. E nonostante tutto essere sempre “migliore”! Perché il “migliore” è nelle orecchie e nell’anima di chi ascolta. .

Va bene sorrisi e canzoni e le sue classifiche del cazzo…ma basta con questo appiattimento banale e volgare.
Noi non siamo cavalli da corsa o galli da combattimento. Siamo ARTISTI per dio e facciamo dell’Arte. NON delle gare o delle corse.
Dovete smetterla di sminuire e umiliare così il nostro impegno e il nostro lavoro.
Fatele pure queste disfide…se vi divertono. Io vinco sempre. Sono uno stronzo e me ne frego. Ligabue non se lo merita…tanto alla fine non sono i numeri che fanno vincenti. Ma perché non mi confrontate anche con Morgan degli u2…o Battiato….o ricky martin. E il liga sempre con me deve perdere?

Scherzo. Rinnovo stima per ligabue. Non esiste alcuna antipatia odio o rivalità tra me e lui La nostra è tutta una finta commedia . La grande truffa del rock’n’roll….ricordate? i sexpistols e Niente è come sembra e nel rock meno che mai!!! È più divertente spararci un po’ addosso…qualche battuta feroce piuttosto che i soliti salamelecchi.
Lui è un bravo artista…uno dei migliori della sua generazione. Io faccio parte di un’altra….Abbiamo poco in comune se non il linguaggio del rock e l’amore per le “chitarre”…Anche a lui disturba essere sempre paragonato a me. In fondo io ho molta più esperienza alle spalle di lui è un dato di fatto e e non è certo una sua colpa o mancanza di talento. E poi siamo completamente differenti …io della generazione di sconvolti lui di quella dei disperati…io col mio rock disperato e lui con il suo rock confortante. Siamo vicini di casa ma molto distanti nel tempo. diversi di carattere e di modi di fare.

Non ci vogliamo affatto male. Lui fa la sua musica io la mia….Per quel che ci conosciamo devo dire che ci siamo sempre trovati d’accordo su tutto. Compreso quello di fare musica diversa e non suonare mai insieme dal vivo?!!. ci siamo sempre rispettati. E nei momenti importanti lui c’è sempre stato e Io non dimentico.

Quando sono partito nei primi anni ottanta ho preso schiaffi per cinque o sei anni…lui questo non l’ha dovuta passare. Questa cosa da un lato mi fa incazzare ma dall’altro devo anche ringraziare quella lunga gavetta. Mi ha fatto diventare il migliore sul ….palco. Non sul campo però…nella vita, dove probabilmente se la cava meglio lui. Di certo non abbiamo bisogno di invidiare niente, l’uno all’altro e le uniche sfide che facciamo veramente sono quelle contro noi stessi per cercare di fare sempre meglio.

E adesso …avanti un altro.
Ci sono insulti per tutti …anche per te Chiambretti!!!”

V.R.

Lucio “Air” Dalla

«Sono un grande playmaker. Forse il più grande. Mi ha fregato solo l’altezza» L.Dalla

Lucio Dalla era un vero appassionato di sport, di pallacanestro e calcio in particolare. Era un grande tifoso del Bologna, presenziava spesso alle partite casalinghe della squadra rossoblù, e sempre, a quelle della Virtus Bologna di basket, le “V Nere”.

«Il basket, a differenza di altri sport, ogni venti secondi ti regala un'emozione».

Costruiva con grande cura il calendario dei propri concerti per far coincidere ogni tappa con una gara fuori casa della Virtus Bologna.
Negli anni Settanta e Ottanta aveva un posto fisso, in parterre, per seguire le gare della sua amata Virtus al PalaMalaguti. Acquistava anche qualche abbonamento in più per invitare qualche amico altrettanto appassionato.

Scrisse la sigla che per anni ha introdotto il collegamento in diretta dai campi della Rai dal titolo Bim Bum Basket.
Nel 2008 inoltre ha composto l'inno per la rappresentativa azzurra ai Giochi della XXIX Olimpiade scrivendo la canzone “Un uomo solo può vincere il mondo.”

A basket ci giocava anche spesso: “Da tre non sbaglio una conclusione. Sono una macchina da canestri”, diceva ridendo.

«Eravamo ai tempi della Moto Morini, che per i puristi della Virtus era una sottosquadra di Bologna: c'era anche Lucio, faceva ovviamente il playmaker ed era scarsissimo. Dopo le partite andavamo a cena in un ristorante che si chiamava Da Cesari: lui non aveva mai un soldo in tasca, e allora per mangiare doveva cantare. Faceva un po’ dei suoi gorgheggi, e allora Cesari gli portava un piatto di tagliatelle.» Dado Lombardi.

C'è sempre un ragazzo che ti prende.
Parlo di uno che ti prende e ti butta in una favola. Indimenticabile.
Della serie “non mangio più, non dormo più, non studio più, non riesco a smettere di ridere, ho in mente solo il suo sorriso”.
Quel genere di presa.
A livello di Wesley e Bottondoro. Di Harry e Sally. Di Elizabeth Bennet e Mr Darcy.
Il tipo di stretta fatale delle canzoni simbolo degli anni Ottanta. Quella di It must have been love, di Take my breath away, di Eternal Flame, delle hit che canti a squarciagola usando il phon come microfono con i tuoi migliori amici, il sabato sera.
Quella che tua sorella descrive nel diario e tu leggi di nascosto quando lei è fuori con il suo ragazzo, e speri e preghi e implori che succeda anche a te, e poi, quando ti succede davvero, vai totalmente fuori di testa, perdi qualunque senso della realtà e ogni benché minimo ricordo di com'erano le cose prima che lui entrasse nella tua vita.
E rovinasse tutto.
—  Jess Rothenberg
Mortise Über Alles

di Lorenzo Innocenti


Mortise è un simbolo.

Mortise diventa, in quel suo essere grigia e anacronistica e sciatta e perfettamente trascurabile… diventa il simbolo di una scelta politica precisa; quella scelta compiuta (più o meno scientemente) dall'Europa occidentale tutta, a seguito della Seconda World War… quella scelta di porsi fuori dal tempo e dalla storia, di smetterla di inseguire un ideale fatuo di grandezza bellica, imperialistica, secolare, terrena… per concentrarsi invece soltanto sul benessere che in maniera tanto inaspettata e diffusa e appagante si è venuta a trovare per le mani, dal 1960 (circa) ad oggi.

I palazzi fascisti degli anni venti e trenta – così austeri e magnificienti – rappresentavano l'italico desiderio di far rivivere i fasti dell'Impero Romano.

I mericani skyscrapes che arredano le vie delle New York e delle Chicago, descrivono meglio di qualunque altra cosa l'ambizione sfrenata della potenza egemone.

Tu giri a Mortise, invece, e ti domandi perché lo stai facendo.

Qui le palazzine sono basse e non esiste ragione per programmarci una passeggiata attorno: non c'è nulla da vedere, niente di particolare da fare; nadie de nada.

E se fino a qualche tempo fa ci si deve esser stati anche bene qua, ora che la globalizzazione – oltre a nuovi profitti – ci ha portato anche tutta una massa piuttosto ampia ed eterogenea di esponenti del mondo povero, che ne vogliono partecipare… adesso camminando per via Madonna della Salute o imboccando gagliardi via Polato, si percepisce come un contrasto (stridente e molto poco ridente) tra il pacifico wellness dei mortisani (somorticani) e il coatto (coattissimo, in tutti i sensi e le declinazioni possibili) confronto con l'altro.

Lo percepisci sporgendo lo sguardo di là da una ringhiera e notando un cortiletto così, tra il kitch, il brutto brutto e il dispendiosamente superfluo…

e poi voltandoti verso due gangsta del Wild Wild Est europeo che cercano con dei cavi rossi di forzare la portella di una Bmw.

Lo percepisci sfiorando questa casetta niente male, con la palma da cocco a vegliare, tra l'esotico e l'erotico, un prato all'inglese che neanche a Wembley…

e poi notando, dall'altra parte della strada, una casetta sgangherata con questo avviso un po’ naif sulla mail box.

Lo percepisci osservando che in uno stesso condominio convivono (pacificamente?) persone che si chiamano Buso e Chen Renkuan; Frison e Hu Yufen.

Lo percepisci accarezzando (con lo sguardo, sì, ma anche con l'animo) questa casetta inspiegabilmente ottimistica…

guardandoti attorno e cercando la finestra da cui una radio accesa negli anni ottanta manda a medio volume True, degli Spandau Ballet…

e poi scoprendo che da queste parti governa un senso di paura non so se diffusa in tutto il quartiere, ma certo concentrata nei pochi metri quadri di questa abitazione che riunisce, nello spazio di un respiro, minacce di morte, pistole ancora fumanti e adesivi di istituti di vigilanza privata.

Mortise è simbolo, sì: di tutte le periferie del nostro flaccido ed appagato Occidente.

Venendo qui le ritrovi tutte, dall'Arcella a Taufkirchen (Monaco), dalla Guizza a via Camandona (Cuneo).

E difatti è con un senso di piacevole deja vu che ti trovi a passeggiare per di qui, col gelato due gusti di Bepi in mano a rinfrescarti. É con un senso di vaga nostalgia che ti domandi distratto dove l'hai già visto quel terrazzino verandato, dove hai già sentito quel pastore tedesco abbaiare impazzito, dove hai già affrontato quel casino di lamiera buttato là senza un perché.

E ti senti come a casa.

Bentornato.

youtube

Katia è stata la prima ragazza che mi sia piaciuta veramente. Invece io a lei non piacevo affatto. Era una di quelle ripetenti croniche che incontri durante gli anni delle scuole medie e che solitamente escono dal tunnel delle bocciature quando tu stai discutendo la tesi di laurea. Quando l'ho scoperto ne ho istantaneamente subìto il fascino. Il fascino indiscreto del proibito sì, e del peccaminoso ma anche di quel proletariato umano che poi avrei compreso, anni e anni dopo, studiando Pier Paolo Pasolini. Senza cioè quelle impurezze che la cultura scolastica, piccola e borghese, inculca nelle teste privandoci di quel candore un tempo forte e istintivo.
Katia aveva i capelli rossi come un fuoco d'artificio, che le rimbalzavano a fasci quando correva per i corridoi o saltava durante le ore di educazione fisica. Le sue gambe erano lunghe e ben fatte, nonostante qualche cicatrice ereditata dai trascorsi turbolenti. Fu la prima ragazza che osservai in minigonna, come dire il primo pezzettino di cioccolato mangiato da un lattante o il bicchiere della staffa prima di congedarsi dagli amici per un lungo viaggio. I suoi occhi erano grandi, accesi, di un celeste turchese che tendeva al ghiaccio durante le giornate di sole, allora diventavano sognanti e assenti.
Quando intuii che non le sarei mai interessato ci rimasi molto male. Ma in breve tempo mi convinsi che alla fine essere ignorato, umiliato e rifiutato da Katia non fosse poi un dramma. Dagli undici ai quattordici anni è un gran bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si dice che in quei tre anni si sia ancora in grado di affrontare le cose con genuina noncuranza. C'è chi sostiene che avvenga per permettere ai nostri occhi di abituarsi alla vista, di corazzarsi davanti allo stupore. E’ l'ultimo rantolo di ingenuità prima che i mostri da dentro gli armadi diventino pessimi mariti e madri colpevoli.
A cavallo degli anni Ottanta, quando internet lo usava solo la Regina Elisabetta per spedire mail alla sede del Royal Signals and Radar Establishment, era piuttosto difficile trovare qualcuno che ti passasse al primo colpo un disco dei Sonic Youth. L'approccio indie alla materia musicale non era ancora pervenuto in larga scala. Il padre del tuo compagno di banco, la zia scafata, il parrucchiere sotto casa, insomma chiunque avesse un po’ a cuore l'idea di non farti sprofondare nella Lambada dei Kaoma, di solito ti mollava un caposaldo. Fabrizio De André il primo, i Velvet Underground la seconda, i Doors il terzo. “Stai zitto e impara”. Il senso, dovendo riassumere, era questo: accendi lo stereo, metti su questo disco e apprendi.
Non sfugga il verbo. Dovevi imparare. Ma cosa, se durante gli anni delle medie il vocabolario più in uso tra i ragazzi sembra essere il Cherubini/Jovanotti? Così tornavo da scuola, mi sparavo un paio d'ore di storia, un'accesa battaglia tra simple past e present perfect e poi via, a cercare di capire come conquistare Katia con le canzoni contenute in Storia di un Minuto della PFM. Capirai. “Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non c'è… / Dorme ancora la campagna, forse no, è sveglia, mi guarda, non so”. E se imparassi a ballare la Lambada? Poi un compagno di classe di mia sorella, con la faccia da Elliott Smith fatto di crack e un cognome profetico come Segantini, si pose come punto di congiunzione astrale tra il mio goffo amore non corrisposto e Katia.
In rigoroso ordine cronologico mi passò tutta la discografia di Rino Gaetano. Io l'ascoltavo. Che cosa potevo fare, del resto se non ascoltare e apprendere? Quando mi portò Ingresso Libero non capii più niente. Vinile apribile dal vago sapore di modernariato cantautoriale,  cosa non da poco: con i testi. La copertina ritrae Rino Gaetano sfocatamente mentre cammina davanti a un muro di mattoncini della sua prima casa a Roma e su una porta è appeso un cartello con il titolo del disco. Si ironizza, con un involontario omaggio a Nick Drake fotografato da Keith Morris qualche anno prima, sull'entrata del cantante calabrese nel mondo della musica. Quando poi partì l'attacco di Tu, Forse Non Essenzialmente Tu andai letteralmente fuori di testa. Dopo un intro di chitarra dal vago sapore Rosa Fluido, Rino, nonostante una dialettica assai colloquiale, si dimostra un grande songwriter.
Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è una canzone che mescola filosofia da salotto a fatti quotidiani, facendo degli avverbi il punto cruciale per la comprensione dell'intero testo. Possiamo infatti trovare “riferimenti alla concezione del tempo e alla sua inutilità irriversibile“, come analizza Maurizio Becker, e nel contempo “la narrazione di un sentimento, fatto di circostanze reali, concrete”, come scrive Vincenzo Minocci riferendosi allo storico bar "Barone” o al “6O” notturno che dalla periferia nord-est di Roma arriva a piazza Venezia; ma su tutto l'humus vitale del brano è dettato dallo scandire degli avverbi frasali: essenzialmente, decisamente, confidenzialmente…
Diciamocelo, è un'idea semplice ma non è affatto male. Ingresso Libero è il padre rinnegato di mezza discografia nostrana attuale e Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è la summa perfetta degli strani pensieri che si fanno davanti all'imbarazzo di un amore inconfessabile o all'umiliazione di un amore non ricambiato. Un passetto avanti e uno indietro, per paura di essere troppo invadenti o inadeguati quando si pansa che almeno “l'amicizia c'è”. Il migliore elucubrare bislacco che si possa sentire, perché contiene al suo interno dignità, imbarazzo e un candore ai limiti dell'autolesionismo. Pretende attenzione e strilla, ma lo fa con empatica goffaggine. Non le ho mai dette tutte queste cose a Katia. Un gesto che potrebbe sembrare straordinariamente idiota, per uno che passava i pomeriggi cercando le parole giuste nei dischi sbagliati, ma a mettere freno a ogni mio ipotizzabile intento fu la diretta interessata. Venni sputtanato da una sua amica e la sua saggia replica fu sollevarmi a cinque centimetri dal suolo. “Se sento in giro voci strane su di noi io ti ammazzo”. E lo avrebbe fatto. Sicuramente.

Smartellando gli stessi concetti

Lo so.
Picchio sempre sui medesimi concetti.
Ognuno di noi, se ci pensate, deve assecondare le proprie ossessioni.
Come dovere morale nei confronti di se stesso.
Io temo che oggi non si abbia ben presente cosa sia il genio.
In campo artistico e letterario spacciano come geniale roba che non la è per nulla.
O meglio la è per chi non conosce certe cose.
Solo chi non ha letto Philip Kindred Dick può strabiliarsi davanti alla puerile trilogia di Matrix.
(Tanto per ripetermi, eh).
Negli anni Ottanta-Novanta, i Puffi di Hanna & Barbera venivano contrabbandati come novità.
Io li conoscevo fin da quando avevo sette anni e anche meno (sono nato nel 1965, perché si sappia).
La Yoshimoto passa per essere chissà cosa.
Poi leggi i suoi romanzi e scopri che scrive sempre le stesse cose.
Piatte come l'encefalogramma di un vegetale.
(Mi fermo, altrimenti questo post diverrebbe interminabile e più caotico di quanto già non sia).
Può non sembrare, ma un minimo di conoscenza ti risolve un sacco di questioni.
Tipo quella di non passare per stupido.
Che è già qualcosa.

Amori grandi grandi

C'è questo signore anziano in sala d'attesa dal dottore che piange perché dopo 65 anni insieme alla moglie e un anno dalla morte della stessa, non riesce a rassegnarsi perché ogni volta che entra in casa sente il silenzio rimbombare e ogni angolo della casa gli ricorda lei. Ha ottanta anni e per dormire prende gli ansiolitici. Ha tre figli ma non vicinissimi e ha detto che i figli comunque non potrebbero sostituire questa mancanza così grande. Quando l'ha conosciuta lei aveva 13 anni e lui 15 anni. Davvero una vita insieme. Mentre lo raccontava aveva già gli occhi pieni di lacrime. Poi ha fatto piangere pure me e ha passato lui a me un fazzoletto. Certe volte si ha davvero bisogno di sentire un uomo parlare così della sua donna e di ascoltare un amore così grande.

Ho capito di essere cresciuta quando vedevo post con su scritto "la cosa peggiore è che i miei non mi capiscono" e non mi riconoscevo più, perché i genitori non sono qui per capirti, conoscere i tuoi sentimenti, i tuoi dolori adolescenziali, non sono qui per baciarti i tagli sui polsi, non sono qui per questo, ma per educarti, farti capire che nella vita devi combattere anche se a volte lo devi fare da solo. Ho capito di essere cresciuta quando sentivo persone lamentarsi della società di oggi e mi faceva innervosire, perché tutti vogliono vivere nella società precedete, perché sembra migliore, ma siamo sempre stati tutti così egoisti e scassapalle, chi credevate che fossero "i ragazzi degli anni ottanta"? I nostri genitori, che hanno sofferto anche loro e che ora scassano i coglioni. Erano loro.

anonymous asked:

Ma che cazzo vuoi, vecchio

Cosa voglio l’ho già scritto, Anon.
A volte mi chiedo quando ci si può definire “vecchi”. Ho compiuto sessantotto anni, ma non mi sento vecchio. Non credo che nessuno si senta davvero tale, se non per qualche problema fisico che, allora, fa sentire vecchi anche dei quarantenni.
Le statistiche indicano una definizione variabile da paese a paese e dall'età degli intervistati. Da queste sembra che la vecchiaia venga considerata iniziare nell'arco che va dai sessant'anni ai settantacinque (qualcuna, forse più ottimistica definisce vecchiaia quella che oltrepassa gli ottanta anni).
Comunque mi interessa poco, perché ritengo che quello che conti è come ci si percepisce di momento in momento.
Una cosa è certa: mi sono reso conto che, dopo una certa età, si incomincia a capire le cose che, da giovani, si sono conosciute e magari date per scontate o ritenute banali.
Si incomincia a capire quello che significavano, se ne coglie il senso, se ne intuisce il valore.
Ci si conosce meglio; forse, per questo, possiamo essere più pazienti con gli altri.
Le aspettative cambiano e non c'è fretta, perché si ha la capacità di riflettere di più, pensare di più, anche se ricordare di meno.
Compensiamo la confusione dei ricordi con la ponderazione nelle azioni. Trattenendo l'ansia esaltiamo la calma; così il buono, se lo vogliamo, si trova sempre.
Inoltre coltiviamo il presente perché abbiamo capito che il tempo ci ha preso sempre in giro, e non gli crediamo più.
La vecchiaia non è così male se la nostra attenzione sposta i suoi interessi, e non diamo importanza al disagio di un fisico che non risponde: saremo più deboli fuori, ma dobbiamo essere più forti dentro.
Forse è proprio quella forza che emergendo senza controllo, rende fragili le nostre emozioni. Succede quando il gioco di un bambino ci fa piangere e il sorriso di chi ci è caro, diventa il nostro sorriso; così, senza censure imposte, non abbiamo più paura di essere liberi.
Sì, la vecchiaia ci rende liberi, perchè possiamo piangere senza vergognarci e possiamo guardare il mondo sopra il nostro piedistallo di esperienze sentendoci fuori dalla gara dei poteri: abbiamo già vinto, e questa vittoria non vale forse un piccolo moto di superiorità?
A questo punto mi piace la vecchiaia, e se un giorno qualcuno mi dirà che sono vecchio, lo prenderò come un complimento.

Un ingegnere rivoluzionario e senza scrupoli porta una succursale dell’inferno sotto le strade di Torino. L’invenzione del memristore cambierà il mondo dei computer: anzi, cambierà il mondo. Un nobile transilvano guida le sue truppe nell’Italia pre-risorgimentale. Una santa ormai morta e per niente contenta continua a rompere piatti e bicchieri nella cucina di una locanda particolare. E in una Fiume parallela si compirà di nuovo il destino del Vate, degli Arditi e della Disperata, testimoni di una spettacolare visita da oltreoceano come quella di H.P. Lovecraft e del mago Houdini… Sono i temi dei racconti e romanzi brevi del nostro concittadino Bruno Argento, alias Bruce Sterling, che ha voluto riunirli per la prima volta in questo eccezionale volume italiano, orgoglio di “Urania”.


BRUCE STERLING Nato nel 1954, è tra i più importanti scrittori della fantascienza americana, da lui profondamente innovata a partire dagli anni Ottanta. Il suo scenario abituale è il mondo del futuro prossimo, ma anche il presente visto in chiave realistica e sottilmente alterata dai processi di assuefazione tecnologica. Schismatrix (La matrice spezzata, 1985) è da alcuni ritenuto il suo capolavoro, insieme a Islands in the Net (Isole nella rete, 1988) e al classico di storia alternativa The Difference Engine (La macchina
della realtà, 1990), scritto con William Gibson. Questa raccolta di racconti e romanzi brevi “torinesi” segna l’esordio del suo alter-ego Bruno Argento, il Bruce Sterling italiano.


INDICE

9 Città esoterica


40 Cigno nero


67 Il bisturi partenopeo


85 Pellegrini del mondo rotondo

152 Utopia pirata

- Quanti anni hai?
- Dipende..
Ho cinque anni quando mi dai una bella notizia e io mi metto a saltellare in giro.
Ho dieci anni quando sono spensierata e preparo la valigia per la partenza.
Ho quindici anni quando prendo il cellulare con la speranza che qualcuno mi abbia cercata.
Ho diciotto anni quando mi prendo qualche libertà perchè sento di poterlo fare.
Ho venti anni quando sono perso e quando mi sembra di aver già visto e provato tutto nella vita.
Ho quaranta anni quando sono convinto di poter fare tutto da solo.
Ho settanta anni quando mi sento solo e vorrei avere tutti al mio fianco.
Ho ottanta anni quando gli altri mi raccontano qualche episodio
e io mi accorgo di non ricordarlo..
—  Cit.

Morrissey, o del perché sei solo stasera

24 novembre 1983, Gli Smiths cantano This Charming Man a Top of the Pops

Paul Morley: «C’è del sesso in Morrissey?».
Morrissey: «No, di nessun tipo. Il che di per sé è piuttosto sexy». MORRISSEY, intervista in «Blitz»

Heinrich Böll formulò un gustoso paradosso: “Gli atei mi annoiano, non fanno altro che parlare di Dio”. Nel mondo del rock è il sesso ad essere una divinità, e in tal caso Morrissey è sempre stato il più fiero e ossessionato dei miscredenti. Si pronuncia casto, distaccato, disinteressato, eppure non fa altro che tornare sull’argomento. Per di più senza essere mai noioso. L’eresia di Morrissey viene pronunciata nel cuore degli anni Ottanta, mentre le altre pop star sono intente a celebrare promiscuità e spensieratezza. Il suo “preferirei di no” risuona come una porta che sbatte durante un party, distogliendo i presenti dal loro chiacchiericcio. Da allora tutti a chiedergli: «Sei gay? Sei bisex? Sei innamorato? Lo sei mai stato? Fai sesso? Quando hai cominciato? Quando hai smesso?», solo per sentirsi offrire trent’anni di risposte elusive e infastidite. Persino quando nel 2013 Steven Patrick Morrissey da Manchester si è deciso a pubblicare 450 pagine di autobiografia, ha rifiutato di essere del tutto esplicito, accennando a rapporti speciali di amicizia/convivenza/sporadico desiderio con uomini e donne, senza mai però accettare un’etichetta. «In fin dei conti, le definizioni sessuali servono solo a segregare le persone. È tutto così uniforme, un insulto all’individualità. L’effeminatezza non mi dispiace, meglio che essere un represso o uno che passa le sue giornate a bere birra in un pub. Gli uomini che abbassano le difese non sfilano necessariamente in strada piangendo e recitando Wordsworth».

(estratto da Sexy Rock: Storie di musica e rivoluzione sessuale” scritto da Paolo Bassotti, Arcana Edizioni)

illustrazione di Manuela Santoni

Chiacchierando di musica con un amico mi sono tornati in mente i concerti che andavo a sentire “da giovane”, visto che allora non c’erano i cellulari per fare le fotografie e la macchina fotografica era un po’ un lusso in famiglia, non si dava in mano ai ragazzini, non ho “immagini d’epoca” da mostrare come mi ha chiesto, ma solo memoria, visto che poi ha ribattuto ”finché ti resta”, come a dire, data l’età tra poco scorderai tutto, ho pensato e io me li scrivo, per combattere la demenza, dunque:

Clash, Piazza Maggiore a Bologna, concerto storico;

Bauhaus, col grande, immenso Peter Murphy, ai tempi di Bela Lugosi is dead, quando i punk pogavano e io, dopo aver conquistato la prima fila, massacrata da salti e sputi me ne sono fuggita mogia in fondo alla sala, comunque c’ero;

e poi: Devo, Theather of hate, Virgin Prunes, Echo and the Bunnymen, Siouxsie and the Banshees, oh, si vero, anche i Talking Heads sempre a Bologna, alle caserme rosse (come posso dimenticare David Byrne?) Killing Joke (ma qualcuno li conosce? spero di sì) Cure, Adam and the ant, Simple Minds (era appena uscito New Gold Dream), Tuxedomoon, Eurythmics, Style Council (quanto mi piaceva Paul Weller!) Talk Talk (vabbè, dopo un po’ di tempo ci si era ammorbiditi). E probabilmente altri ancora, l’ordine è  assolutamente e puramente casuale, non certo cronologico, sarebbe troppo.

Merita una nota a parte, che non posso dimenticare perché Bologna era rock, gruppi storici visti tutti: GazNevada, Skiantos, Confusional Quartet, Stupid Set e Windopen. E poi, bè per chiudere in bellezza ho uno splendido ricordo, una serata con Andrea Pazienza, che era considerato una rock star, disegnava fumetti dal vivo con musica in sottofondo, e io ancora mi do’ dell’idiota per non essere andata a farmene fare uno, lo guardavo ammirata da lontano (la timidezza, quella, c’è sempre stata).

Negli anni Ottanta si rideva. Si rideva molto di più. Si rideva al lavoro, a scuola, con gli amici e soprattutto si rideva in TV. Quegli anni erano un’epoca favolosa. L’Italia vinceva i campionati del mondo in Spagna, la musica la facevano il DJ e il suo ritmo dance pulsava dalle radio e dalle discoteche. Perfino il papa sciava in quegli anni. Ci si sentiva liberi, sarebbe caduto il muro di Berlino. Il culto del corpo aveva generato un’esplosione di palestre, corsi di aerobica per donne, body building per uomini, centri di abbronzatura. Bisognava avere un fisico scolpito, color bronzo, da portare in giro in vestiti firmati e occhiali a specchio. A qualsiasi ora del giorno potevi accendere la televisione e trovare qualcuno che era stato messo il per farti ridere, per distrarti un po’, per regalarti dei premi o anche solo per dirti una serie di frasi divertenti, tormentoni pronti per l’uso. Era piena di gettoni d’oro, di coriandoli, di trombette, di gonnelline luccicanti e di giacche colorate. Era piena di sorrisi splendenti, piena di labbra e di bocche che soffiavano baci ai telespettatori. Era piena di prodotti in vendita. Negli anni Ottanta si aveva la sensazione che si potesse comprare tutto. Anche l’allegria. I poveri potevano sembrare ricchi. Prima degli anni Ottanta nelle case si sentivano frasi come: “Non possiamo permettercelo” oppure “Questa è una cosa fuori dalle nostre possibilità.” Gli anni Ottanta sembrava avessero spazzato via tutto questo, insieme alla cultura del risparmio. Quello che guadagnavi spendevi, e se non bastava potevi fare un leasing. La vita non era più costruirsi un futuro ma comprare un grosso biglietto della lotteria. Forse è stato in quegli anni che le parole hanno iniziato a perdere il loro vero significato, a diventare maschere senza dietro un volto.
—  Fabio Volo (via mortadentroevuotafuori)