andarsen

Era finita. Era proprio finita. Così è successo che ho deciso di andarmene.
Chissà dove l'ho presa poi la forza di farlo.
—  Alessandro Baricco, Castelli di rabbia
Io non sono brava ad andarmene dalle persone, nemmeno quando mi fanno male.
—  ibattitidelcuore
Sarà difficile
dire ‘Tanti auguri a te’
se a ogni compleanno,
vai un po'più via da me.
—  ragazzadicarta(a modo tuo)
Alla fine va così, ti stanchi di esserci, di metterci il cuore laddove cuore non c'è.
Ti stanchi di esserci per chi non c'è.
Ti stanchi di aspettare il nulla, perchè anche se nulla ti aspettavi, un abbraccio forse te lo meritavi.
Alla fine va così, senza far rumore, in punta di piedi, te ne vai.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
Spesso mi sono sentito dire: “Come sei timido”.
Mi arrabbiavo e ci rimanevo male, perché lo vedevo come un insulto il fatto che altri sottolineassero il mio essere così insicuro.
Molte volte mi sono sentito dire: devi intervenire di più, devi parlare, devi sorridere.
E mi convincevo che loro che riuscivano a parlare con più facilità con le persone perché avevano qualcosa in più di me, e mi sbagliavo.
Non tutti sanno che la timidezza è anche forma di protezione verso noi stessi.
Perché a pensarci in quegli anni uscivo con le persone che mi ero scelto e non parlavo con chi non mi interessava parlare.
Molte volte mi sono sentito dire: “Devi sbloccarti, dai vai da lei, perché non conosci qualcuna e non provi a fidanzarti?”.
A mie spese poi nel tempo ho imparato che chi “prova” a fidanzarsi di solito fallisce e quando ci ho provato io ho percepito una sensazione strana: quando mi toccavano sentivo il bisogno di qualcuno e allo stesso tempo non stavo bene con nessuna.
Per me era faticoso dover sorridere in tutti i posti in cui non volevo essere, dover essere gentile quando invece pensavo a tutt'altro e dover affrontare chi voleva sapere sul serio come stavo quando per me non era ancora il momento di parlare di quello che portavo nel cuore, era faticoso dover nascondere il fatto che per me non era mai il momento di parlarne con qualcuno.
Spesso fingevo di stare bene quando invece volevo urlare il mio dolore.
Fingevo indifferenza mentre i miei occhi invocavano abbracci.
Fingevo di sorridere, di non sapere che le reazioni finiscono sempre come quando nei sogni si vuole urlare, ma non esce la voce.
Sono sempre stato quel tipo di persona che quando vede una porta chiusa non sente sempre il bisogno di bussarci.
Per fortuna o per caso ho però appreso dai miei coetanei che si concedevano a tutti, che nella vita bisogna staccarsi prima del tempo da quelle persone che chiedono scusa e non lo fanno per scusarsi ma per smettere di discutere, da quelle persone che ci dicono che possiamo fidarci e poi usano contro di noi le nostre debolezze, da quelle persone che perdoniamo fin troppe volte.
Dobbiamo allontanarci da chi ci chiede di non cambiare mai e poi quando si discute si lamenta che non siamo cresciuti, da chi ci fa innamorare e non ha intenzione di amarci.
Per fortuna o per caso ho appreso prima dei miei amici che stare da soli non è poi così male, che quando inizi a fregartene la vita va per il verso giusto, che avere tante persone vicino serve poco, perché c'è un abisso tra il stare con qualcuno per non sentirsi soli e stare con qualcuno che ci fa sentire meno soli.
Ho iniziato a scrivere da bambino, perché nessuno mi ascoltava.
—  Antonio Dikele Distefano