allegre

"You're a loser!"

L'adolescenza, per la maggior parte delle ragazze, ma anche dei ragazzi (anche se qui il caso è leggermente diverso, ma non tanto), si può riassumere con una frase. 

Mai abbastanza  

Per gli altri, e alla fine anche per te stesso, hai sempre qualcosa che non va. Si inizia alle elementari, quando vieni isolato perché non giochi bene bene come gli altri. Si si limita al giocare, o al saper giocare, perché grazie a quella bellissima invenzione che è il grembiule nessuno può criticare come ti vesti. Poi passi alle medie, e li iniziano le grane, cominci a preoccuparti della cartella che hai, di come ti comporti, parli e atteggi con gli altri, di come vai a educazione fisica ( ma questo probabilmente riguarda solo me e il mio essere impedita, con il quale dovrò convivere), di come ti vesti e dei voti che hai. Incominciano a formarsi i gruppetti di quelli ’fighi, quelli alla moda. Tu ovviamente non ne fai parte. Cominciano a prenderti in giro alle spalle, partono i pettegolezzi, ti sfottono, ti tormentano e ti annientano psicologicamente. Cosa che continua e peggiora alle superiori. 

Diciamocelo per le ragazze è difficile stare bene con se stesse, accettare il proprio corpo. Non si è mai abbastanza magre, belle, simpatiche, allegre,…

Non si è mai abbastanza punto. 

Puortm addò se respir ammor over e o ben ca tenev quann stiv ca.
Puortm addo cantn semp e canzon e ogni cos t'emozion’.
Puortm addò stai riren a crepapel cu l'uocchij allegr e bell ca ij nu vec chiù..
Puortm addò nun ce stan chiù pensier, addò so ugual bianc e ner; che ca nu cagn o munn… è semp o stess schif e fa chiù schif senz e te,quan abbastav nu sorris tuoj a nu mo fa vrè.
—  Portami dove si respira amore vero e il bene che avevo quando eri qui.
Portami dove cantano sempre canzoni, ed ogni cosa ti emoziona.
Portami dove stai ridendo a crepapelle con gli occhi allegri e belli che io non vedo più…
Portami dove non ci sono più pensieri, dove sono uguali bianchi e neri; che qui non cambia il mondo…è sempre lo stesso schifo e fa ancora più schifo senza di te, quando bastava un tuo sorriso per non farmelo vedere.
Sto sempre zitta, non faccio domande, non ho risposte, non so guardare negli occhi e non so parlare ma non dirmi che me ne frego di te, non farlo, non farlo, te ne prego;
perché io so quante volte ti tocchi i capelli in un minuto, quante volte ti mordi le labbra, quante volte giochi con i tuoi anelli, quante volte ti torturi la pelle e la mente.
A volte sembra che non ascolti ma sono i momenti in cui sto prestando più attenzione. Non sono brava con le date e con i compleanni ma so esattamente quando stai male e non me ne frego: aspetto.
Aspetto il momento giusto per abbracciarti, perché troppo presto risulterebbe invadente e troppo tardi risulterebbe fastidioso.
Non sono una bella persona ma sono una persona buona, magari tu adesso non noti la differenza, ma esiste, fidati di me.
So che ti piacciono le canzoni tristi e le persone allegre, so che a volte tremi perché il mondo ti fa un po’ paura e so che stare da sola ti piace, ma insomma, nemmeno poi così tanto.
Magari qualche anno fa, magari prima di aver amato.
—  Susanna Casciani
Nelle pubblicità natalizie vedi ste tipe che durante i cenoni in famiglia sono vestite di tutto tiro, quegli abiti bellissimi, scarpe con tacco dodici, capelli e trucco impeccabili.
Mentre, tu nella realtà stai tipo: tuta vecchia e scolorita, capelli raccolti col mollettone, le pantofole che tuo fratello non usa piú, uno stato talmente pietoso da far avere un infarto ad Enzo Miccio, tutto questo perchè il tuo ragionamento è: “il vestito buono e i capelli fatti che poi puzzano di frittura..e per togliere quell'odore devo poi solo ricorrere all'acqua miracolosa di Lourdes??.. Ma non esiste proprio.. viva la sciatteria!”
—  Katia Vergone
Io sono diversa dalle altre ragazze.
E no, cazzo, diverso non è ‘bello’, diverso di questi tempi è 'schifo’.
Io non sono come tutte le altre; belle, socievoli, sempre allegre, sempre pronte a scherzare.
Io non sono così.
Non vado in discoteca ogni sabato sera, anzi, le feste mi fanno schifo.
Non sono piena di amici, sono piena di conoscenti ma di amici veri ne ho ben pochi.
Non sono bella, affatto. E non è come essere troppo grassa o troppo bassa. Se sei grassa puoi sempre dimagrire e sei bassa puoi mettere i tacchi. Se sei brutta non puoi fare un cazzo.
E poi non sono socievole cazzo, faccio una fatica immensa a socializzare e fare amicizia e ultimamente faccio fatica a intraprendere delle conversazioni perfino con i miei amici più stretti.
Io, che con le mie manie e paranoie mi incasino la vita e rovino sempre tutto.
Io con la mia timidezza di merda, il mio non sentirmi mai abbastanza.
'Io’, quella che nessuno noterebbe mai.

Mi piacciono le persone anticonformiste, trasgressive, diverse, che vivono “fuori dagli schemi”. Disordinate, coraggiose, distratte, generose, malinconiche, fragili, sincere, spontanee, allegre, sensibili e cento altre cose ancora.
Quella passionali, che amano le emozioni forti, che fanno sempre tutto col cuore. Mi piacciono le belle persone, belle dentro.
Quelle che competono solo con loro stesse. Forti ed allo stesso tempo umili, imperfette.
Perché è l’imperfezione che le rende uniche ed irripetibili. Preziose e rare.
Perché ogni imperfezione è diversità, è un pregio.
Amo le persone perfettamente imperfette… ”(Agostino Degas)

Puortm addo cantn semp e canzon e ogni cos t'emozion’.

Puortm addò stai riren a crepapel cu l'uocchij allegr e bell.

Puortm addò nun ce stan chiù pensier.
— 

Portami dove si cantano sempre canzoni ed ogni cosa ti emoziona.
Portami dove stai ridendo a crepapelle coi tuoi occhi allegri e belli.
Portami dove non esistono pensieri.

- Napule ‘n o core - // (i napoletani sanno dirlo meglio.)

Una storia sulla solitudine

Una volta c’era quest’uomo completamente ossessionato dal parere degli altri. Lo chiameremo signor P. 

Il signor P lavorava in un’agenzia pubblicitaria e non riusciva a legare con i colleghi. Con nessuno di loro. Quelli organizzavano un pranzo, una cena, un’uscita, e nessuno lo invitava. Li vedeva lì, con quelle loro faccette allegre, ridere e scherzare e parlare di cosa avrebbero fatto quella sera o il weekend successivo, e probabilmente nei loro discorsi sparlavano di lui, lo prendevano in giro, riflettevano su quanto fosse divertente ignorarlo. 

E li odiava.

Il signor P aveva un rapporto molto complicato anche con i suoi genitori. O, per meglio dire, non aveva un rapporto: era un ignorarsi a vicenda, il dipanarsi di un tacito canovaccio fatto di silenzi e sguardi di disapprovazione. Probabilmente mi odiano, pensava lui. Manco gliel’avessi chiesto io di mettermi al mondo. 

E li odiava. 

Il signor P aveva quarantacinque anni e neanche un amico. L’ultimo con cui era uscito per una birra era un suo vecchio compagno del liceo che era tornato dopo dieci anni vissuti in America. Erano usciti per una birra e poi non si erano mai più sentiti. Magari è invidioso di me, pensava lui, perché io ho un lavoro e lui l’ha perso. ‘sto stronzo. 

E lo odiava. 

Un giorno il signor P si svegliò con la capacità improvvisa di sentire i pensieri degli altri. Riusciva a leggere la loro mente come fosse un libro aperto e chiarissimo. Ed ecco allora i pensieri frivoli degli adolescenti, i problemi delle coppie più adulte, il tassista che si malediva per non aver dormito, l’edicolante preoccupato per la figlia: tutto ciò che passava per la testa agli altri, ora era anche in quella di P. 
Svanito l’entusiasmo iniziale, però, oltre ai pensieri altrui gli si palesò in testa un’altra verità, una nuova chiave di lettura del mondo.

Capì che nessuno pensava a lui. 
Né i suoi colleghi, che a quanto pare avevano persino dimenticato della sua esistenza; né i suoi genitori, per cui non era altro che una presenza a cui ci si è ormai rassegnati; né il suo amico, che era caduto in depressione per aver perso il lavoro. 

E odiò sé stesso.

In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini
—  Nakim Hikmet

“Vennero, infatti, i fascisti, di mattina presto. Vennero da tutti i paesi della Chiana, a squadre, a piedi, sui camions, in bicicletta, accompagnati dalle loro fanfare e dai loro canti.
Le donne, dietro i vetri, guardavano meravigliate quei giovani che non finivano mai di sopraggiungere
Erano bei giovanotti, i fascisti!
Con la camicia nera aperta sul collo, le maniche rivoltate sugli avambracci venati e muscolosi, il fez a sghimbescio sui capelli bruni che uscivano, simili ad un’ala nera, dando ai volti un’aria sbarazzina e nello stesso tempo marziale. Ma non era solamente il fez che attirava le donne; molti di quei giovani avevano occhi così ardenti, così pieni di fuoco, che non si potevano guardare, e da quella giovinezza si sprigionava un profumo che pungeva e attirava.
Passavano per tre i fascisti, in lunghe colonne, cantando. Le loro canzoni erano come le loro musiche, allegre, elettrizzanti; e i canti evocavano le lunghe marce al sole, i bivacchi alla luna, quando i troppi ricordi non lasciano dormire.
Le donne guardavano meravigliate, pensando: “Son questi i fascisti, gli incendiari, i sanguinari? Possibile?” e le più giovani ammiccavano sorridendo, e si sussurravano all’orecchio: “Senti come canta bene quel moretto ! E che bella bocca !” E più di una arrossiva dietro i vetri “O bella di maggio” -disse un fascista mentre passava, a una ragazza affacciata sopra
un vaso fiorito- “Me lo getti un fiore?”
Subito una mano staccò dalla pianta il più bel fiore, e lo gettò nella strada. la domanda era stata accompagnata da un sorriso così incantevole!
Dall’alto due occhi lucenti seguirono il giovane inchinarsi a raccogliere il fiore, fissarono un po’ imbarazzati, ma felici, il maschio volto che si schiudeva a ringraziare, come una rosa al mattino, e tremarono al gesto che metteva sulla bocca del moschetto il fiore raccolto:
“Asciuga il pianto
della fidanzata
si va all’assalto
si vince o si muor”.