alex burris

Rivoluzione e profondità di campo

di Andrea Scandolara

  —  Il giovane assistente del fotografo si era dato subito da fare appena arrivato al mattino.

“Di cosa parliamo oggi, maestro?”

“Ti sei proprio immedesimato nel ruolo di allievo, vero?” – aveva risposto il fotografo. – “Parliamo di quello che vuoi, proponi tu l’argomento.”

“Ti va bene la profondità di campo?”

“Oh, no… anche tu fai queste domande. Non c’è niente da discutere, è un fatto fisico che riguarda l’ottica. Gli obiettivi mettono a fuoco soltanto ciò che giace su un piano perpendicolare al loro asse ottico; quello che sta prima e quello che sta dopo quel piano risulteranno sfuocati. Questo in linea teorica; ma in determinate condizioni è possibile che per una fascia anteriore ed una posteriore al famigerato piano gli oggetti appaiano a fuoco. La profondità di questa fascia dipende dalla lunghezza focale dell’obiettivo, dalla distanza di messa a fuoco e dal diaframma scelto.”

“Sì, ma questo già lo sapevo, non ti ho interrotto per educazione…”

“Mi fai parlare per niente. Ma allora cosa vuoi sapere?”

“Voglio sapere quando conviene sfruttare questa limitazione degli obiettivi e quando cercare di ridurla: è questo che mi chiedo da qualche tempo.”

“Questa è una domanda ben fatta, quello che ho detto prima è soltanto tecnica; e la tecnica è funzionale a quello che si vuole dire, allo stile usato per raccontare con le immagini. Ma facciamo qualche esempio. Un ritratto, spesso, deve rappresentare il soggetto isolandolo dal contesto; sono gli occhi della persona la parte più interessante oltre all’espressione del suo viso. Non dimentichiamo che un buon medico capisce molto dello stato di salute del suo paziente guardandolo soltanto negli occhi.”

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