al filo

Forse ti aspettavi un pensiero da parte mia, solo mia, anche quest'anno o forse no.
È difficile capirti a volte.
Ci sono momenti in cui ti sento infinitamente distante, altri in cui mi basta allungare le dita per trovare le tue.
È così il nostro rapporto: un continuo avvicendarsi di discese brusche e salite faticose. È un'altalena costante, infinita, una di quelle su cui non vedi ugualmente l'ora di salire, ma una volta sopra di scendere.
Eppure ti sento legato a me a doppio filo. Non al mignolo, bensì da un foro al ventricolo destro del cuore. E fa male quando sei lontano perché il buco si allarga e il nodo quasi si scioglie.
Ci tenevo a farti sapere che alle volte sei l'unica persona che riesce a capirmi, a non farmi sentire un totale fallimento e che molte delle sere spese a parlare con te sono state salvezza per me. Più di quanto voglia ammettere, più di quanto probabilmente tu immagini. Un grazie a confronto è poca cosa.
Io lo so di essere una stronza, acida e rompipalle la maggior parte del tempo, ma anche tu non sei da meno: stronzo in ugual misura, testardo e pessimista. Ci vogliamo bene, ce ne vogliamo tanto, ma spesso ci strozzeremmo vicendevolmente.
Alle volte mi chiedo come facciamo a capirci, visto che io mi protendo verso la luce e tu, invece, ti crogioli ben bene nella tua oscurità. Mi auguro, però, di essere per te fonte di sorrisi luminosi, così da dissipare almeno per qualche attimo la cupezza dei tuoi giorni.
È il tuo compleanno oggi e ti ho visto felice. Avrei voluto poter impacchettare quell'emozione per te. Avrei voluto poterti dire che non c'è niente che desideri di più al mondo di sapere che tu di tanto in tanto, almeno per un solo istante, puoi dire senza esitazione di sapere com'è fatta la felicità.

Cuando el sueño te alcanza
al filo de un furioso amanecer
el problema no es dónde dormir,
sino hacer que tus ojos
nieguen toda la sangre derramada
del mar hacia la isla.

Desnudo frente al sol
cualquier cuerpo es refugio
para tu soledad concéntrica.

Después de tantas islas
no es extraño ser agua,
lo milagroso es no ser ya ceniza.

—  “Ibiza”, Javier Bozalongo

“Quando mi sono svegliato l’altro giorno, ormai sono più i giorni che dormo e perdo il conto ho letto che Chiambretti si era inventato la sfida del secolo!. Dopo la polenta e i tortellini ecco Vasco /versus/ Ligabue.
Mi son detto ma sogno o son desto. Ancora …. Ma sempre solo noi due tra l’altro. Ma vogliamo sfidarci un po anche io e morgan battiato o baglioni. Va be è questa la sfida che …..tira”. Ma cosa abbiamo fatto di male noi due poveri cristi per vederci ridotti ogni volta a questi confronti inutili ma soprattutto stupidi. Bene allora Chiambretti si è divertito anche questa volta un po alle mie spalle e ha inventato la serata…televisiva. Del resto mi ha invitato un sacco di volte io non ci sono mai andato. Ma giuro solo per pigrizia. Amo il suo programa e sono suo fans Chissà questa volta il genio dell’ironia e del sarcasmo che cosa si è inventato per rendere spettacolare la gara. Due galli in un pollaio? Due puledri di razza due rocker sanguigni e potenti pronti al filo di lana. Non ci sarà corsa ovviamente e neppure la possibilità di una vittoria da parte di uno o dell’altro. Solo smancerie sciocchezze cattiverie stupidaggini semplicionerie magari insulti tra le tifoserie.
E noi…ancora con i falsi patetici e tristi sorrisi sulle labbra a fare finta di niente…mentre tutto il lavoro la passione l’amore l’entusiasmo le lacrime il sangue e il sudore la sofferenza l’angoscia la rabbia e la soddisfazione che mettiamo nel nostro “mestiere” viene sostituito da una stupidaggine da un commento superficiale da un insulto ipocrita da una risata da quantità di vendite di spettatori di capelli in testa da abitudini da comportamenti da antipatie e dalla bellezza di una cintura per chitarra o dal e dalla sarcasmo del conduttore che alla fine decreterà che comunque siamo poi quasi alla pari, uno ha più capelli e l’altro più danni……cancellando così anni di musica e passione.
Personalmente mi sento derubato di tutti i sacrifici che ho fatto. tutti gli sforzi l’impegno che ho messo per conquistare a caro prezzo tutto quello che oggi ho raggiunto e non mi è stato regalato. Non accetto una risata e via e un pirla versus un altro. Io amo l’ironia e la gioia ma
Questo è un argomento SERIO
Un confronto tra due artisti
È una cosa superficiale stupida ipocrita e perfino una grave mancanza di rispetto.
Un conto è scherzare e fare battute IO NON posso accettare CONFRONTI sulla mia arte
NON è come giocare a Burraco. O fare telequiz E neppure come essere a scuola e scrivere temi. NON c’è premio per chi scrive la canzone migliore perché ce ne può essere sempre un’altra migliore e un’altra migliore e un’altra migliore. E nonostante tutto essere sempre “migliore”! Perché il “migliore” è nelle orecchie e nell’anima di chi ascolta. .

Va bene sorrisi e canzoni e le sue classifiche del cazzo…ma basta con questo appiattimento banale e volgare.
Noi non siamo cavalli da corsa o galli da combattimento. Siamo ARTISTI per dio e facciamo dell’Arte. NON delle gare o delle corse.
Dovete smetterla di sminuire e umiliare così il nostro impegno e il nostro lavoro.
Fatele pure queste disfide…se vi divertono. Io vinco sempre. Sono uno stronzo e me ne frego. Ligabue non se lo merita…tanto alla fine non sono i numeri che fanno vincenti. Ma perché non mi confrontate anche con Morgan degli u2…o Battiato….o ricky martin. E il liga sempre con me deve perdere?

Scherzo. Rinnovo stima per ligabue. Non esiste alcuna antipatia odio o rivalità tra me e lui La nostra è tutta una finta commedia . La grande truffa del rock’n’roll….ricordate? i sexpistols e Niente è come sembra e nel rock meno che mai!!! È più divertente spararci un po’ addosso…qualche battuta feroce piuttosto che i soliti salamelecchi.
Lui è un bravo artista…uno dei migliori della sua generazione. Io faccio parte di un’altra….Abbiamo poco in comune se non il linguaggio del rock e l’amore per le “chitarre”…Anche a lui disturba essere sempre paragonato a me. In fondo io ho molta più esperienza alle spalle di lui è un dato di fatto e e non è certo una sua colpa o mancanza di talento. E poi siamo completamente differenti …io della generazione di sconvolti lui di quella dei disperati…io col mio rock disperato e lui con il suo rock confortante. Siamo vicini di casa ma molto distanti nel tempo. diversi di carattere e di modi di fare.

Non ci vogliamo affatto male. Lui fa la sua musica io la mia….Per quel che ci conosciamo devo dire che ci siamo sempre trovati d’accordo su tutto. Compreso quello di fare musica diversa e non suonare mai insieme dal vivo?!!. ci siamo sempre rispettati. E nei momenti importanti lui c’è sempre stato e Io non dimentico.

Quando sono partito nei primi anni ottanta ho preso schiaffi per cinque o sei anni…lui questo non l’ha dovuta passare. Questa cosa da un lato mi fa incazzare ma dall’altro devo anche ringraziare quella lunga gavetta. Mi ha fatto diventare il migliore sul ….palco. Non sul campo però…nella vita, dove probabilmente se la cava meglio lui. Di certo non abbiamo bisogno di invidiare niente, l’uno all’altro e le uniche sfide che facciamo veramente sono quelle contro noi stessi per cercare di fare sempre meglio.

E adesso …avanti un altro.
Ci sono insulti per tutti …anche per te Chiambretti!!!”

V.R.

Imagina por un momento que es verano, y hay una chica preciosa que pasea en bikini por la playa mientras todos la miran.

Imagina que hay un hombre sentado en un portal esperando a que su mujer lo perdone por haberse comportado como un idiota.

Imagina a un chico que camina escuchando una canción triste, pensando en lo cobarde que es por no haberla besado cuando tuvo la oportunidad.

Imagina a un par que se besan como si en los labios del otro estuviera escondida su vida.

Imagina a un poeta escribiendo versos y cartas de amor para una chica que jamás las leerá y que casi todas las noches vuela en unos brazos que no son los suyos.

Imagina al mendigo de la esquina recibiendo algo de dinero después de dos días sin comer.

Imagina la felicidad de aquel deportista que por fin llegó de primero a la meta después de tanto entrenar.

Imagina a una rubia preciosa que se masturba con el recuerdo de un tipo que solo la ha querido para jugar.

Imagina a una pareja que intenta hacer el amor, y lejos de eso, acaba teniendo sexo por obligación, con más ganas de terminar que de correrse.

Imagina a un señor mayor tomando en algún bar, soñando con volver a ser joven para poder conquistar a esa chica que le sirve copas y sonríe con tristeza en los ojos.

Imagina a un enfermo terminal llorando de felicidad porque al fin se va a morir.

Imagina a la chica rara del salón en una cita un sábado por la noche con un chico guapo que ha sabido ver en ella lo que otros no.

Imagina a una chica tumbada en el sofá, en bragas y con las ventanas abiertas para que entre el frío y la acaricie un poco.

Imagina a una niña llorando en un parque porque se le ha caído su helado, y mami no estuvo lo suficientemente cerca como para impedirlo.

Imagina a esa misma madre orgullosa porque su hijo mayor se casó con quien debía.

Imagina un sueño roto que se cumple, una lágrima que acaba en sonrisa, a una duda perdiendo una guerra, al invierno brindando calor; imagina que la palabra «pero» no existe y que podrías hacer todo lo que quisieras.

Imagina todo lo que quieras, y ahora piensa que eso ocurre simultáneamente mientras conoces a la persona que crees que es el amor de tu vida, se enamoran, se aman y se pierden el uno al otro…

Un día estaba hablando con Daniela, bueno, nosotras siempre hablamos de muchas cosas, pero ese día fue especial porque me pidió que escribiera el prólogo de su primer poemario y la verdad me sorprendió muchísimo por varias razones, la principal y es casi una ironía, es que yo no soy de las que leen el prólogo, o por lo menos no al principio. Me gusta ir directamente al primer capítulo y embarcarme en una aventura desconocida, solo con las ganas de salir airosa y llegar con la misma euforia hasta el final; igual me ocurre con las personas, no me gusta hacerme una idea de ellas por lo que otro dice antes de conocerlas un poco. Sin embargo, creo que ahora entiendo mejor el verdadero sentido del prólogo.

Inmediatamente Daniela me dijo el nombre del poemario lo relacioné con una Katana. La Katana es un arma japonesa de un solo filo, al contrario de la espada. Para mí la Katana y ese único filo representan el amor y el poder que tenemos nosotros mismos para hacernos daño o dañar, ya que al final de esa silenciosa guerra que es el amor, uno de los dos involucrados es el que sale realmente herido.

Para Dani, Kanata es un lugar: el lugar donde se quedó esperando el regreso de ese amor que al irse no quedó en volver, el lugar donde se refugia cuando piensa en su cuerpo y todo aquello que lo representa, el lugar donde puede consolarse con un recuerdo… Ella también me habló de una canción que lleva por título el mismo nombre, la canción no tiene letra, aunque pensándolo bien, la letra son los poemas de Daniela, y en esto sí que no miento, si escuchan la canción mientras la leen, probablemente terminarán llorando.

A veces, yo no tengo ni puta idea de lo que hablo, pero si leen Kanata se darán cuenta de que es un grito ahogado en el silencio, Kanata es todo aquello que yo escribiría si no fuera tan cobarde, si pudiera dejar salir el dolor y mis verdaderos deseos en vez de tragarmelos e ir por ahí fingiendo que no me importa llevar el corazón roto, Kanata es, lo único con lo que podemos contar cuando lo hemos perdido todo; incluso la fe.

No les digo que lean este poemario porque considere a Daniela como una amiga a pesar de la distancia, se los digo porque vale la pena, porque ella tiene mucho que decir —incluso más que yo—, porque ella siente con el alma más que con los sentidos, y porque, si yo no fuera quien soy, escribiría como ella.

—  Kanata, Karina Montero.

“Una leggenda popolare giapponese, originata da una storia cinese, narra che ogni uomo e ogni donna viene al mondo con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra; questo filo unisce indissolubilmente due anime gemelle, due amanti, due persone destinate a vivere insieme, non importa la distanza, non importa l’età, la classe sociale o altro, è un filo che lega due anime per sempre.
Questo filo rosso non è visibile, è lunghissimo,indistruttibile e serve a tenere unite le due persone che sono destinate a stare insieme per sempre,il problema è che essendo molto lungo il filo spesso si aggroviglia e crea intrecci strani e nodi che creano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi; ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame.”

Al collo un filo di esili grani,
celo le mani nel largo manicotto,
gli occhi guardano distratti
e non piangeranno mai più.
Sembra il volto più pallido
per la seta che tende al lilla,
arriva quasi alle sopracciglia
la mia frangetta non ondulata.
E non somiglia ad un volo
questa lenta andatura, quasi avessi
sotto i piedi una zattera
e non i quadretti del parquet.
La bocca bianca è socchiusa,
ineguale il respiro affannato,
e sul mio petto tremano i fiori
dell’incontro che non c’è stato.

Anna Achmatova,1913

Una sombra

¿De verdad quieres que te cuente todo esto?

         No sabría ni por dónde empezar…

 

Wanda y yo teníamos todo planeado. Bueno, ella… No. Por ahí no… Quizá de más atrás.

         Fue ella quien me consiguió la cita con Billy, eso sí. Él me envió un mensaje con una ubicación y la orden de que me presentara ahí después de las cinco. Ni siquiera había terminado de acercarme a él cuando me pidió que le diera el dinero. Pude ver mi reflejo deforme en el cristal de sus gafas de aviador igual que un perro que se acerca a rogar por comida. Casi no había dormido. Hubiera querido explicarle las razones de mi aspecto, pedirle que no se dejara llevar por la primera impresión, contarle que anoche no había dormido hasta terminar un velero en miniatura bautizado como Libertad III. Él tomó mi dinero, sonrió y se dio la vuelta para perderse en el interior del edificio a sus espaldas. Recorrí la calle hasta donde me alcanzó la vista. Llegué a contar tres hombres que lo custodiaban desde lejos, escondidos, atentos a todo como un sensor de movimiento. Sólo uno de ellos tenía la mirada perdida en el polvo que acumulaban sus zapatos. Seguramente sabes que me gusta hacerme preguntas, así que me dediqué a pensar en las posibilidades de lo que estuviera pasando por su cabeza, y eso hacía cuando por menos de medio segundo, el tiempo que tarda una mosca en agitar sus alas, el hombre volteó y me miró directo a los ojos. Bajé la cabeza como si fuera posible esconderla entre mis hombros, igual a una tortuga… ¿Alguna vez has creído ver una sombra por el rabo del ojo y piensas, y estás seguro, de que ahí hubo alguien pero al girarte te das cuenta de que no, de que nunca existió nadie? Quise convertirme en esa sombra, perderme con el poco viento que soplaba. Toda mi transpiración había decidido acumularse en mis manos y con todo ese sudor busqué mi cubo en la bolsa derecha del pantalón. Quizá no lo sepas, quizá no, pero puede faltarme todo excepto mi cubo y una mochila. El cubo tiene seis opciones para curarme de todo mal, cada una en una de sus caras. Mira. Esta es mi favorita. Como el número cinco en un dado, ¿ves? Al presionar estos botones mis nervios se calman, la incertidumbre se va, el miedo se esconde en algún lugar. Sí. Luego de un rato Billy salió del edificio. Si un día quisieras llegar hasta él, necesitarías principalmente de dos cosas: una, suficiente valor; y dos, un celular con el cien de batería. Quizá tres si tomamos en cuenta el estómago de piedra para no vomitar. Sólo existía una razón por la cual podía atreverme a entrar en un agujero como ése y era para encontrarme con Billy. Le apodaban “El Raso”. La historia que Wanda me contó fue que años atrás había sido soldado… ¿o policía? De cualquier forma hacía honor a su nombre con esas botas brillantes, como nada en esa colonia, una gabardina verde militar y un corte de cabello que parecía hecho con regla y escuadra. Sin decir palabra me entregó una bolsa de papel e hizo una seña a sus guardias y volvió a recargarse en el marco de la puerta del edificio… No podía regresar por el mismo camino por donde había llegado, eso significaría cruzarme con el hombre que miraba sus zapatos, volver a verlo, incluso saludarlo, y no. Así que tomé la dirección contraria y caminé hasta encontrar un autobús. Escogí un asiento justo al centro del camión; no podía ser de otra manera; no atrás y tampoco al frente. ¿Sabías que si un autobús recibe un impacto frontal, los pasajeros del frente tienen el 80% de posibilidades de morir o quedar limitados a causa de una lesión vertebral irreversible? Atrás es peor: los ejes mecánicos pueden incendiarse y no, no puedo imaginar a mamá junto a tres bomberos despegando mi cuerpo adherido al asiento, tratando de identificar mi cadáver a través de dentadura. En realidad no puedo imaginar mi muerte, de ninguna manera, porque yo vine al mundo a hacer algo, a ser alguien… Y bueno, además de la garantía de salvarme la vida, un asiento en medio me ofrece una vista completa del recorrido para no perderme. El lugar adecuado para pensar en los riesgos que tomé sin darme cuenta al confiarle mi dinero a ese hombre que bien pudo hacerse pasar por El Raso; quizá aquel hombre de gafas ni siquiera era Billy, sino un simple encargado de concretar las ventas. ¿Por qué había sonreído? Pensé en cuántas garrapatas había ganado en ese paseo. ¿El Raso habría notado que era mi primera vez? ¿Cuántos baños tendría que tomar, cuánto jabón debería usar para arrancar el olor de orines impregnado en mi ropa?… El paisaje era el mismo en cada parada que hacía el autobús, como una lámpara de sombras que gira y se repite cada determinado tiempo. Mi cuerpo se adormeció y mis párpados se fueron cerrando como en un truco de hipnosis sin poder mantenerme despierto. Después soñé lo que siempre sueño.

 

Cuando abrí los ojos estaba a punto de anochecer. Por la ventana todo seguía igual que antes de quedarme dormido, como si las llantas del autobús se hubieran quedado atrapadas en el asfalto o mi sueño hubiera durado solo un parpadeo. Hice mi parada y bajé. Si el chofer no hubiera tenido arrugado el cuello de su camisa, o la uña de su dedo meñique más larga que las demás, hubiera tenido la confianza suficiente para preguntarle en dónde estábamos y cómo podía regresar a casa. No tenía forma de averiguar en dónde estaba. Mi celular había gastado hasta la última gota de batería dándome indicaciones para llegar hasta Billy. Pensé que sólo tenía dos opciones: esperar que llegara la noche y con eso cederle mis ojos a los indigentes, o caminar, y en el mejor de los casos esconderme hasta que se hiciera de día otra vez, y seguir caminando. Tendría que llegar algún día. Mamá ya me había advertido sobre lugares como ésos, abandonados por gente normal como nosotros y habitados por infrahumanos ignorantes, depósitos de enfermedades mortíferas. Hasta entonces pensé en mi salud. No llevaba ni un solo cubrebocas. En mi mochila (que sirve para eso) solo cargaba con la bolsa que me había dado Billy. Quizá ya no tendría caso regresar a casa después de tanta exposición a la suciedad; solamente regresaría a causarle molestias a mamá, obligarla a darme cuidados y masajes, y tener que soportar a la gente llorando a mi alrededor después de una batalla perdida. ¿Cuántas personas habría culpado por abandonarme al azar en esa horrible colonia? Hoy sigo pensando que salir de ahí se trató de un milagro. Conozco las consecuencias y los riesgos de entrar a un barrio como ése. Aprendí eso y el número de teléfono de mamá incluso antes de aprender a atarme las agujetas. Y pude marcar de memoria ese número desde la caseta que encontré cuadras adelante; pude haberme largado de ahí si las ratas se alimentaran de extremidades de vagos y no de cables de teléfono. Además le harían un favor al mundo… En ese momento creí estar perdido. No sé por qué los minutos parecen hacerse más rápidos al final del día. En poco tiempo aceptaba un destino que creí inevitable. Me convertiría en uno más –quizá en el rey- de los apestados. Pero apareció Dolores. Como Dios frente a Moisés en una zarza en llamas. Yo estaba tan perdido en la asimilación de mi destino que no la noté antes ni ella a mí. La pobre parecía descargar toda su poca fuerza en un intento inútil por abrir la puerta de su casa. Pensé que podía ser irreal, como esos náufragos que creen ver cosas que no son. Al final decidí ayudarla y entramos. La noche ya casi había caído por completo y adentro ningún foco funcionaba. Apenas logré verla sentarse en el único sillón de la casa, muy despacio, como si intentara no arrugar la tela del sillón o romperse las vértebras. Había un teléfono en un rincón, un ventilador empolvado en el techo, papeles regados sobre una alfombra que creo era roja. Dolores padecía una enfermedad de la cual pedía disculpas cada que lo recordaba. Decía: «Si gustas puedes servirte café. Todo está en la cocina. Yo ya no puedo ni limpiarme la nariz por mi cuenta». Y eso dijo antes de quedarse dormida sobre el sillón. Incluso en sueños sus manos seguían temblando, como si estuvieran en medio de un sueño propio y éste fuera una pesadilla. Mi cubo debía estar contaminado de tantas veces que lo usé aquel día, pero funcionaba, además mi verdadera preocupación era comunicarme con mamá a como diera lugar, así que levanté la bocina, apreté los botones de mi cubo y luego los del número de mamá. Rogué porque sonara y cuando lo hizo sólo alcancé a escuchar el timbre una única vez. En la voz de mamá, que contestó preguntando mi nombre, se escuchaba una advertencia de romper a llorar o tal vez, y con más seguridad, un rastro de haber llorado durante horas. La pude imaginar sentada a un lado del teléfono desde las cuatro de la tarde, esperando a que alguien llamara para informarle mi paradero. Tú sabes que si pasa un minuto después de las cuatro a mamá el mundo le parece pequeño y planea búsquedas masivas en las calles, en la cárcel, en la morgue, aunque nadie quiera buscar; prepara funerales y entierros, aunque quizá nadie pretenda asistir; se imagina su vida sola, aunque eso… bueno. Al filo de un ataque de pánico comenzó a cuestionarme por qué había apagado el celular, que en dónde estaba. Sabía hacia dónde iba esa conversación: mamá me recordaría los escenarios posibles en los que me pude haber involucrado: asesinato, atropello, desmayo, desollado… Y tendría que escucharla hasta que su alma descansara. Yo era su cubo en la bolsa derecha del pantalón. La interrumpí antes de que terminara la historia del joven que hornearon vivo en una pastelería y dije: «Necesito que vengas por mí». Pero no sabía a dónde, así que dejé la bocina a un lado y busqué entre el montón de papeles tirados en donde encontré un recibo de luz vencido. Quizá la pobre vieja Dolores nunca sabría que estaba condenada a vivir en la oscuridad. O quizá era la única que habitaba ese vecindario y con justa razón se abandonaba a la muerte. Los gritos de mamá eran tan fuertes que podía escuchar cómo mi nombre sacudía la bocina y hacía vibrar la casa. Le repetí cuidadosamente tres veces la dirección del recibo de luz, letra por letra, hasta que mamá estuvo segura de tenerla bien anotada. Luego me pidió cinco veces que no me moviera de donde estaba, que llegaría por mí lo más pronto posible. Y no me moví.

         La casa de Dolores despedía un olor que sólo guardan las cosas húmedas y olvidadas. Lo que Billy me había entregado eran tres huevos de tortuga que el calor podía echar a perder. Era cuestión lógica que una vez podridos los huevos no tendrían el mismo efecto, ¿no crees?… Mi mochila había guardado todo su aroma: un olor a tierra y sal que me trajo recuerdos del mar. En realidad no tengo recuerdos exactos de haber ido alguna vez al mar, pero ese olor sacudió algo en mi cabeza. El sol poniéndose en el horizonte, pintando el cielo con toda una paleta de colores naranjas; algunas aves, oscuras por la sombra del ocaso, atravesando de extremo a extremo la playa; mis pies enterrándose en la arena cada que una ola rompía cerca de mí… ¿O había visto todo eso en una película?… En fin. El cascarón de los huevos era fácil de abrir, como si estuvieran hechos de un plástico muy fino. Los dos primeros los bebí enteros; del último sólo desperdicié una gota que quedó perdida entre tanta mugre en la alfombra de Dolores.

 

En la casa todo era silencio hasta que el traqueteo del VW de mamá lo interrumpió. En realidad había pasado muy poco tiempo y en ese tiempo que estuve esperando no pensé en nada. Sólo esperé, como ella dijo. Mamá manejaba con una mano y con la otra se cubría la nariz mientras miraba con terror a través del parabrisas. De vez en cuando soltaba algún reproche como «Mira a qué lugar viniste a meterte», «¿No piensas en tu pobre madre?», «¿No piensas en ti?» Tenía la cara inflamada, la nariz roja… Después se calmó. Se secó las lágrimas y dijo que había preparado algo especial para comer, que seguramente ya estaría frío para cuando llegáramos pero que podía calentarlo un poco para que cenáramos juntos. Mamá acostumbra preparar alguno de mis platillos favoritos cada dos o tres días, seguro la has visto. A veces intenta sorprenderme con algo nuevo y yo tengo la opción de amarlo u odiarlo. En el primero de los casos, el platillo pasará a la lista de comidas que se repetirán alguno de esos días de comida especial, sin temor a equivocaciones; en el segundo de los casos, mamá lo desecha sin pensarlo dos veces y se esconde por un par de horas en su recámara. ¿La has visto llorar? ¿La has visto ponerse una almohada en la cara para aislar el llanto? Después de ese tiempo en su recámara regresa a pedirme disculpas, prometiendo que mañana nada de eso se repetirá. Yo no contesté cuando dijo que había preparado algo especial. Con seguridad lo atribuyó a que podía sentirme culpable por haberla hecho pasar todo un día al borde de la locura, porque me dijo que no me preocupara: «Estás bien» me dijo «y eso es lo importante. Y sabes que si tú estás bien yo estoy bien». Todo el camino fui pensando cómo rechazar su oferta, quizá diciendo algo rotundo como No tengo hambre, o Estoy cansado, pero mamá ya había sufrido bastante. Al final, cuando llegamos, dije que gracias, que no tenía hambre, y pude dejarlo así y largarme, pero un sentimiento extraño me empujó a continuar y decir que me quedaría con ella a ver la televisión el resto de la noche. Y el resto de la noche sólo fueron unos minutos, quizá media hora; supongo que después de tanto llorar el cansancio por fin venció sus párpados y quedó tendida en el sofá. Antes de irme de ahí la miré por última vez. Sentir lástima por una mujer como Dolores era algo que puedo comprender, pero si sentía algo parecido hacia mamá, ¿en qué clase de hijo me convertiría? La cuestión es que no puedo pensar así de la mujer que me dio la vida y que además se quedó cuando papá no lo hizo, ¿verdad?… Una luz azul que salía del televisor iluminó sus piernas de elefante, marcadas con venas como arañas por todos lados que sólo con verlas sentí dolor. Busqué el cubo en mi bolsa. Mamá dormía con los ojos entreabiertos, como si incluso dormida vigilara mis pasos; vestía la misma falda amarilla manchada de aceite de cocina; la posición en la que había quedado provocaba que su boca se abriera un poco, casi nada, lo suficiente para ver el movimiento de su dentadura postiza al mismo tiempo que su respiración. El cubo no estaba funcionando y una infinidad de luces azules y blancas aparecieron en mis ojos al parpadear. Y antes de vomitar (o de quedarme ciego, uno nunca sabe) me fui.

 

Lo que sigue tú debes saberlo muy bien. Aquí adentro, una vez que se cierra la puerta, mamá y el resto del mundo allá afuera deja de existir. El olor a plastilina y madera sellan herméticamente todos los huecos hacia el exterior. Antes de que llegaras, la luz se filtraba a través de esa ventana, o en su caso a través de un hueco en la pared que estaba por allá y que daba hacia el cuarto de mamá… desde ahí me observó hasta que cumplí 23. Hoy ya no. Ya no. A veces pienso que alguien espía tras el cristal de mi ventana e intenta robarme algo así que prefiero mantenerme lejos, crear una barrera a partir de esa ventana que para mí no existe y se esconde tras una capa de periódicos y pintura negra… Mamá puede tener una muerte tan ruidosa como las turbinas de un avión y nadie se enteraría, ni siquiera yo, hasta el día siguiente. Ella lo sabe. Sabe que primero son mis figuras, mis veleros. Primero soy yo… Aquella noche luego de dejarla dormida frente al televisor encendido, me encerré para afinar los últimos detalles en el elenco que tenía preparado para una obra de teatro escrita por mí… ¿Puedo confiar en ti?… Mejor no. Esa noche debía terminar el rostro del héroe de mi historia. Sus prendas estaban listas, también sus pies, sus manos, incluso su cabello; sólo su rostro conservaba el color gris de la plastilina. Por más que escarbé en la casi infinita cantidad de combinaciones posibles, no encontré la adecuada para mi personaje. Sabía quién quería que fuera y su papel en el mundo que yo había creado para él, pero de su rostro no tenía nada. Lo sostuve un rato, con el pincel en la otra mano y decidí que eso podía esperar. Mientras, repasaría el argumento. Puedo sentirme libre de contártelo porque dejó de ser importante para mí desde hace tiempo. Él se llamaba Alfredo. Era un hombre maduro de treinta y seis años que, a pesar de su condición económica más que estable, gustaba de viajar en autobús todos los días. Esto le permitía leer en los trayectos y, además, hacer gala de uno de sus tantos gestos de sencillez. Un auto se empolvaba y se hacía viejo en su cochera. La suerte le sonreía poniéndole en su camino carteras perdidas que, sin dudarlo, devolvía al respectivo dueño. A su corta edad había conocido más de un país en cada continente, y en cada uno de estos lugares conoció mujeres que ni una sola vez se negaron a platicar con él. El transporte público no era excepción: había mujeres que no podían resistirse a preguntarle la hora aunque el autobús la mostrara en un monitor cada dos minutos; hacían comentarios sobre el libro que Alfredo leía en ese momento e incluso ofrecían su compañía en el camino de vuelta a casa; ahí lo escuchaban hablar sobre cualquiera de los miles temas de conversación en los que era experto. Y después, en la mayoría de casos, sucedía lo inevitable. Tú sabes. Había una escena en donde una de las mujeres que viajaban en el autobús era atraída por el bulto que se formaba en la entrepierna de Alfredo. Sin duda era mucho más grande que la del resto de hombres que ella había conocido. Alfredo sabía que eso, y no su dinero, ni sus conocimientos, ni sus viajes, ni su reloj, eso era su verdadero encanto, un anzuelo con el que podía pescar como con la mejor de las carnadas… Pero a él le seguía faltando un rostro. Supe que no podía continuar al ver su cara vacía. Estaba cansado. Yo, no Alfredo. Había sido un día muy largo, como si alguien hubiera hecho la broma de agregarle horas al reloj. Además tenía que ver a Wanda al siguiente día. Debía descansar aunque fuera un poco… Esa noche soñé lo que siempre sueño.

 

No sé si Wanda haya sido su verdadero nombre. Era una mujer valiosa, al menos para mis intereses. Dar con ella no fue fácil. Al principio tuve que lidiar con el miedo y el asco que me producía acercarme a la calle en donde trabajaba. Wanda era la única que no apestaba a ningún perfume y la única que me ofrecía un precio razonable. Este precio sacrificaba la belleza, la edad, el carisma, la limpieza, y al mismo tiempo abría todo un mundo de posibilidades. Por desgracia muchas veces me recordaba a mamá: tenían casi la misma edad, sus dientes eran igual de amarillos que sus ojos y sus uñas; pintarse los labios había dejado de ser importante y el esfuerzo mínimo por hacerlo resultaba en una figura irregular que parecía todo menos una boca pintada, como si a un niño le encomendaran la tarea de colorear los labios de Wanda sin salirse de la línea. Pero al final nada de eso era un problema. Su olor corporal se solucionaba con un baño y una colonia que yo elegía; la peste de su boca con una limpieza exhaustiva que yo ordenaba, verificaba y conservaba con pastillas de menta… Claro que todo eso generaba un costo extra, pero entonces el dinero que mamá me daba era suficiente para solventar esos gastos.

         Habíamos soñado con ganarnos la lotería y viajar muy lejos…

         Quisiera dormir al menos por una noche bajo un techo en donde no se escuche más que mi respiración; el techo que sea, cualquier lugar: podría meter la cabeza en un charco de agua sucia pero que me perteneciera, y sería feliz. Una noche soñé que por fin sucedía. Sin equipaje, sin nada a lo cual sentirme amarrado, salía corriendo hacia el aeropuerto y abordaba el próximo vuelo, sin importar hacia dónde fuera. Vinieron a mi cabeza imágenes de mi infancia en donde volábamos hacia un lugar desconocido; desde mi ventana las cosas allá abajo parecían diminutas y mi corazón se sintió superior a todos. Las nubes como de algodón se partían a la mitad cortadas por el ala derecha del avión, como un cuchillo caliente rebanando mantequilla. ¿O vi todo eso en una película? En fin.

         Tuve que perder una hora antes de verme con Wanda. Habíamos quedado a las doce y una hora antes me escribió diciendo que tendría tiempo hasta la una. Caminé al parque. No se me ocurrió otro lugar. Si regresaba a casa cabía la posibilidad de que mamá ya no me dejara salir otra vez. Ya no recuerdo qué pretexto inventé para escaparme luego de lo del día anterior. Mientras me adapté a ese desajuste, odié a Wanda. Es que ella no se imaginaba que en la calle me expongo a que algún degenerado me quiera secuestrar. Hacía meses (quizá años) que no me sentaba ahí por esa razón. El hombre que espiaba a través de la ventaba de mi cuarto podía haberse cansado de esperar y de una vez por todas actuar. Y mientras ese enfermo me observaba desde lejos, escondido entre los árboles, tuve que esperar. Pero al menos contaba con mi cubo. Y a estas alturas ya lo sabes: puede faltarme todo excepto mi cubo. Si esa tarde por cualquier motivo lo hubiera olvidado en otro pantalón, o lo hubiera perdido, tal vez no estaría aquí.

         El parque era una jaula de olores y ruidos insoportables. Debía ser sábado porque había niños corriendo por todas partes y sus padres corrían detrás de ellos. Había tanta gente. Por alguna razón pensé en el rostro vacío de Alfredo. Había tantas personas frente a mí y noté que casi todas eran distintas. Tomé las cejas de un padre cansado de perseguir a su hijo, la boca de un asoleado vendedor de paletas, la nariz de un hombre que lustraba los zapatos de otro… y de tantas casi infinitas combinaciones ninguna me convenció. Noté que algunos rasgos se repetían, como si Dios tuviera a la mano cierto número limitado de facciones para crear un número casi ilimitado de combinaciones durante toda la existencia humana. De alguna manera todos somos lo mismo. Entonces quise buscar algún detalle, por mínimo que fuera, que me hiciera parecido a alguien, pero no lo hice. Tuve miedo de que alguien me mirara. ¿Qué hubiera pasado si alguien estuviera haciendo lo mismo que yo y nuestras miradas se cruzaran?, ¿qué pensaría él de mí?… Así que mejor bajé la cabeza. En el piso podía encontrarme con algo muy interesante… Quién sabe, un billete, un trébol de cuatro hojas, un gusano de dos cabezas. No apareció nada, pero el tiempo pasó rápido. Wanda llamó antes de la una. Dijo que estaba desocupada y que podía verla enseguida. El parque no queda muy lejos de su cuarto así que no tardé mucho en llegar. Espero que nadie me haya visto aquel día.

 

¿Tiene algún sentido que te siga contando todo esto? De cualquier manera lo vas a olvidar. Todo termina por olvidarse.

 

El cuarto de Wanda es una ratonera de tres por tres en el cual ni un solo olor puede pasar desapercibido. Un hombre acababa de salir cuando yo llegué, era incuestionable. Antes de cualquier cosa le ordené que se bañara, y en lo que ella terminaba, yo abriría las ventanas, purificaría el aire y cambiaría las sábanas. Todo esto lo más rápido posible. El tiempo es crucial cuando pagas por él. Es lógico, ¿no? Para cuando Wanda salió del baño yo ya había terminado. No acostumbrábamos hablar; nuestra relación era de negocios y nada más. Una relación cliente-vendedor estricta. Pero ese día sí teníamos de qué hablar. Ella tenía todo planeado desde antes. El primer paso era verificar si Billy aún seguía en el negocio, así que su pregunta nos llevó al grano: «¿Pudiste encontrar a Billy?». Le contesté que sí, que lo había encontrado pero que pude haber muerto, que había sido difícil decidir entre cuidarme de las ratas, de los vagabundos o de los matones de Billy. Contestó que era un exagerado y no supe qué responder. Me quedé atascado pero por dentro sentí que todo se movía con una velocidad que me ponía nervioso. A Wanda se le ocurrió preguntar si podía encender un cigarro. Si abría la boca sería incapaz de articular una oración, quedaría como tartamudo además de imbécil. Giró la rueda de su encendedor sin conseguir fuego, sólo chispas. ¿Cómo se había atrevido a preguntar tal estupidez? Giró la rueda de nuevo y con ese sonido logré destrabar mi cuerpo. Sólo entonces logré articular un rotundo y pesado «No» y arranqué el cigarro de su boca, dejándola como a un niño que se queda sin dulces. El plan era dejar a Billy sin mercancía y venderla por nuestra propia cuenta. Wanda lo había conocido quién sabe cómo y se hicieron socios; él estuvo perdidamente enamorado de ella, según Wanda. Ella se encargaba de concretar ventas y de ampliar el mercado. Billy se las arreglaba para cumplir a tiempo los caprichos exóticos de su clientela: crías de orangután, monos araña, armadillos… La ciudad los conocía y respetaba. Después no sé qué pasó. De repente el negocio dejó de funcionar y Wanda se hizo puta, o algo parecido me contó. Pero conocía el negocio casi igual que Billy, lo que nos ponía en ventaja. Luego de secuestrar el cargamento, lo venderíamos a los pocos contactos vivos que aún conocían a Wanda y la consideraban, igual que a los productos de Billy, una especie en peligro de extinción. Wanda conocía hora, lugar y puntos estratégicos en donde podríamos dar el golpe. Con su experiencia y mi cerebro formaríamos una sociedad 50-50, nos hincharíamos de dinero y nos largaríamos a donde fuera.

         Pero por lo que en realidad le pagaba a Wanda era para otra cosa. Luego de que limpié su cuarto y ella estuvo limpia también, le entregué una cinta métrica que llevaba en mi mochila. Limpia también. Me recosté en la cama con el pantalón hasta los tobillos y las piernas abiertas. «¿Y bien?» le pregunté para que se diera prisa. A pesar de que ella usaba guantes de látex y todo estaba desinfectado, cabía una mínima posibilidad de que contrajera algún virus y la piel se me cayera como a una zanahoria hervida. Así que insistí: «¿Y bien?». Ella dudó en contestar, pero la presioné. Supongo que la presioné más de lo necesario y dijo que no había crecido. Le dije que seguramente lo había medido mal, que volviera a medirlo. Y, como supuse, sus medidas habían sido erróneas. La hice medirlo de nuevo para comprobar y, en efecto, se había equivocado. Casi siempre pasaba y tenía que obligarla a corroborar las veces que fueran necesarias. Aun así el resultado era decepcionante. Llevaba un registro fechado en donde estrictamente alojaba cada una de las ingestas y sus resultados. Ponía por ejemplo: «Fecha tal. Comí tres huevos de tortuga presumiblemente frescos. La temperatura al momento de ingerirlos era de aproximadamente tal y pasaron tantas horas para la medición correspondiente. Los resultados fueron los siguientes». Así tenía un control de qué alimentos eran más o menos efectivos. En fin, esa era la tarea de Wanda y por lo cual le pagaba. Pero yo quería irme de ahí… No de su cuarto sino de aquí, y no por unas cuantas horas como cuando lograba escaparme de mamá, sino todo lo que me quedara de vida, y pensé que lo lograríamos más fácil si medíamos los movimientos de Billy y sus matones desde más cerca, como la casa de Dolores. Así que le conté lo que había pasado: había una anciana que no tardaba en morirse; no habría que hacer más que limpiar y escondernos ahí hasta cuando fuera necesario; era una posición estratégica… No tuve que insistir más. Wanda dijo que era perfecto.

 

Ya no recuerdo cómo le hicimos creer a Dolores que habíamos vivido con ella desde siempre. Lo que sí recuerdo es que mamá lloró desolada cuando le dije que me iba y esta vez quizá para siempre. Nunca pensé que en una mujer tan pequeña y cansada cabrían tantas lágrimas. ¿Qué habría sido de ella durante ese tiempo en que no estuve? ¿Esperó tras la puerta como un cachorro espera el regreso de su dueño? ¿La viste?… Antes de irme tomé prestados los billetes que quedaban en su monedero. Digo que los tomé prestados porque creí que pronto los devolvería con lo que sobrara de mis ganancias; ya se me ocurriría una forma para hacérselos llegar. El primer día gastamos la tarde entera limpiando la casa, cada rincón que pudiera ser riesgo de enfermedad; sellamos puertas; pintamos de negro las ventanas; desinfectamos lámparas, paredes, mesas, cerrojos, el teléfono, el sillón, y habría desinfectado a Dolores si hubiera tenido más dinero para convencer a Wanda. Sí… para mi sorpresa (y supongo que la tuya también) la anciana seguía viva. Pero era lo de menos. Era como si Wanda y yo hubiéramos formado un hogar y tuviéramos por mascota a un ratón ciego y silencioso. Sólo quedaba limpiar la alfombra cuando Wanda decidió salir a recorrer las calles de la colonia. Decía que era importante reconocer el terreno antes de actuar. Yo pensé que la verdad era que esas calles le recordaban la gloria antes de ser puta y que quizá lo mejor sería esperar a que volviera, pero eso implicaba exponerme al peligro durante todo el tiempo que tardara. El aroma a desinfectante había borrado el olor a olvidado; ahora la casa sudaba un olor estéril que me daba cierta tranquilidad, pero no la suficiente. Jugué varios minutos con mi cubo. Quizá sólo fue un minuto pero lo sentí eterno. Era inútil quedarme ahí sin hacer nada. Había empezado a temblar. ¿Y si Dolores me había contagiado su horrible enfermedad? ¿Qué sería de mí?

         Sólo la luz amarilla del alumbrado público se filtraba por los huecos sin pintura negra del ventanal de la sala. Ni una sola mota de polvo bailando en el aire. Entonces lo decidí. Contuve la respiración. Tomé mis guantes blancos. Enrollé la alfombra. La arrastré hasta la puerta. Abrí la puerta. Seguí arrastrando hasta la banqueta de enfrente. La dejé caer. Tiré los guantes. Crucé la calle. Cerré la puerta con los codos. Entonces respiré. Sólo entonces estuve a salvo. Wanda regresó algunas horas después con buenas noticias. Habló sobre un plan más elaborado, sobre distraer a los matones de Billy, de una fecha y una hora en específico, creo que a las seis. Luego de repetirme todo el plan con un entusiasmo que nunca había visto en Wanda, se fue a dormir. Las paredes de la casa parecían construidas con un material tan blando como el cartón y cualquier sonido atravesaba de una recámara a otra. La escuché rezar y dar las gracias, lo demás fueron susurros. Yo me acosté a dormir pero no pude. Pasaban muchas cosas por mi cabeza y entre ellas estaba mamá. Así pasaron esos tres días: no pude descansar, los ojos me ardían y la cabeza me pesaba. Al tercer día aún no dábamos el golpe y yo había olvidado la fecha que Wanda me había repetido tres veces; podía suceder mañana o dentro de seis años. En ese tercer día yo ya no podía más. No extrañaba a mamá, estaba seguro, no te confundas, pero sí a sus comidas sorpresa. Además había dejado incompleto a Alfredo. Y la gota que derramó el vaso fue el jabón. El jabón que Wanda utilizaba era diferente al que mamá acostumbraba usar, y el cuello de mis playeras ahora picaba como si en lugar de algodón estuviera tejida de espinas. Estaba cansado y mi cubo ya no solucionaba nada, era demasiado para él. Para mí. Quise reclamarle a Wanda, recordarle cuál era su lugar, y lo hice, pero ella estaba tan feliz que ni siquiera me puso atención. Volvió a lavarlas y luego las dobló casi matemáticamente. Esa casa algo tendría porque mientras estuve ahí casi nunca dejaba de temblar… aún más si me sentía ignorado. Quería gritarle a Wanda: «¡Por favor, ayúdame! Yo ya no puedo ni limpiarme la nariz por mi cuenta», pero otra vez no podía moverme.

         No, no es cierto…

         Entonces entró de nuevo a mi recámara con el pretexto de guardar mis playeras en un cajón después de haberlas planchado. Se sentó junto a mí, a un lado de la cama, y me recordó que mañana era el día. Con una sonrisa enorme (una sonrisa que por cierto estaba perfectamente pintada de rojo) me dijo que yo ya sabía qué hacer, que esperaba mi señal y ella actuaría de inmediato. ¿Pero qué señal? Yo había olvidado todo. Aún no podía moverme y me quedé ahí sentado cuando ella se fue, cuando ella rezó, cuando la escuché roncar, cuando todo estuvo en absoluto silencio incluso en mi cabeza. Estaba tan cansado. Sólo esa noche soñé algo distinto.

         Estaba de pie, desnudo, en medio de cuatro paredes de espejos. Durante quizá dos minutos que sentí como eternidades estuve obligado a mirarme, sin poder desviar la mirada hacia algún rincón en que no se reflejara alguna parte de mí; mis párpados rígidos me prohibían refugiarme de mi desnudez en la oscuridad. Procuraba concentrarme en mis talones, en mis codos, mis rodillas… cualquier parte que aislada no me perteneciera, cualquier parte excepto mis ojos. Aquel que se reflejaba en los espejos parecía tener vida propia y no quitarme la mirada de encima como obligándome a mirarlo. Quería evaporarme, explotar, desaparecer. Pero sólo desparecieron las paredes y quedé al centro de un vacío negro e interminable. Una mujer se acercó caminando desde el que parecía ser el horizonte y se detuvo a un par de pasos de mí, clavando sus ojos en los míos que escondí sumiendo la cabeza; detrás de ella apareció otra mujer, y tras ésta, se formó una más, y luego más, y más. En un minuto tuve frente a mí una fila interminable de mujeres que me miraban los pies. Vi mis uñas largas y quise encoger mis dedos, esconderlos debajo de mis plantas, pero ya la risa de las mujeres sonaba cada vez más fuerte en coro, y después la carcajada, y después, aunque ellas habían parado de reír, aún en mis oídos. La primera mujer de la fila se acercó todavía más y se arrodilló sin dejar de mirarme. Sabía que me miraba directo a los ojos pero no me atreví a devolverle la mirada, en cambio vi mi entrepierna como un gusano muerto, sin palpitación. Las mujeres habían formado círculos alrededor mío, hincadas; ya no miraban mis ojos, miraban el músculo muerto bajo mi ombligo. Y reían.

 

Desperté con el cuerpo pegajoso por el sudor.

         No estaba seguro si todo lo que había dicho ayer de verdad lo había dicho o si sólo lo había pensado. Todo seguía en silencio. No sabía qué hora era; tenía mi teléfono pero en realidad no quería saber la hora. Wanda ya no estaba. En su recámara sólo encontré una maleta con toda su ropa y pinturas y labiales. Dolores seguía dormida, o quizá ahora sí estaba muerta. No lo comprobé. Me quedé sentado en la orilla de mi cama sin pensar, sin hablar… puedo estar seguro de que ni siquiera parpadeé, como si hubiera podido apagar mi cuerpo con un interruptor imaginario. Sólo hubo silencio y no me gustaba. Los botones de mi cubo en mi pantalón hacían un pequeño sonido, casi ninguno. Después de un rato dejé de jugar. Estaba solo. No me moví. Pasaron horas. Y creo que entonces escuché por primera vez tu voz. O quizá ya la había escuchado antes pero nunca te presté atención, asumiendo que no era a mí a quien hablaban o que eran los restos de una pesadilla. No sé. Ya no recuerdo qué me dijiste… ¿Tú lo recuerdas?

 

Habría ido a buscar a Wanda. Al fin y al cabo la colonia no era muy grande. Pero al intentar salir noté que la puerta tenía un casi imperceptible defecto: al abrirse, en un determinado punto de su recorrido, en un lugar específico de ese medio círculo que dibujan las puertas al abrirse o cerrarse, ésta topaba con algo, como si las bisagras tuvieran en ese punto un obstáculo, siempre en ese mismo lugar. Abrí y cerré para comprobarlo. Abrí y cerré tantas veces como creí necesarias. Abrí y cerré hasta que la oscuridad se hizo completa y no existía más que el silencio de la noche y el sonido de la puerta al trabarse y destrabarse en ese mismo punto siempre. Wanda no volvió. Estaba solo entre esas cuatro paredes y ese pequeño espacio que representaba mi libertad de pronto se hizo tan pequeño que el aire no alcanzó para llenar mis pulmones.

 

En el camino de regreso le conté a mamá una versión en la que había salido a caminar y por un paso mal dado me lastimé la rodilla. No podía valerme por mí mismo así que caminé cojeando hasta encontrar un lugar en donde comunicarme con ella, pues había perdido mi celular. Ya en la casa, con el rostro casi desfigurado por el llanto continuo de tres días, mamá me obligó a prometerle (pero esta vez de verdad) que nunca más volvería a irme. Sé que agradeció con toda su alma mi regreso. Esa noche volvimos a ocupar la misma cama. Había prometido por mi alma, por la suya, que no volvería a irme… Pero quién no promete en una situación así.

         —¿La puerta no tenía ningún obstáculo?

         —No.

el líder de los vómitos

la luz parpadea

gritar que no
bailar que sí

que sí
que sí
que sí

con las caderas
decir que no
con la cabeza

la madrugada me conmueve
me llega en olas fuerte

me toca tan débil y sin lengua

vomitar el cadaver de un domingo

tomar el control
me dijo la luz que parpadea
antes que perder el beat
el paso
la pierna


tomar el control intenso

y bailar con el ritmo apropiado

podrás hablar de nostalgia
cuando veas la madrugada
es cierto

créanle al que diga eso

la fiesta es un simulacro de la vida que tiene hambre

y al filo cuelgan pedazos
que bailan la carne sin perder el paso.

“Una leggenda popolare giapponese, originata da una storia cinese, narra che ogni uomo e ogni donna viene al mondo con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (la versione originale cinese narra che il filo è legato alle caviglie); questo filo unisce indissolubilmente due anime gemelle, due amanti, due persone destinate a vivere insieme, non importa la distanza, non importa l’età, la classe sociale o altro, è un filo che lega due anime per sempre. Questo filo rosso non è visibile, è lunghissimo, indistruttibile e serve a tenere unite le due persone che sono destinate a stare insieme per sempre,il problema è che essendo molto lungo il filo spesso si aggroviglia e crea intrecci strani e nodi che creano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi; ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame.”

Originally posted by quelquindicisettembre

Da qualche parte deve pur esistere un “noi”; ora che non siamo più niente. E il “niente” non è mai leggero, vuoto, facile da riempire. Ora che le labbra, mani e mente hanno memoria di te, cosa resta di un cuore sospeso, lasciato appeso al filo della nostalgia?
—  Maria Auriemma
Il residence del piacere pt 6 L’allenatore anale

Da quando in palestra avevano aggiunto la piscina, restavo sempre fino all’orario di chiusura. Dopo le solite due ore di esercizi, restare immerso nell’acqua anche senza nuotare, era un ottimo sistema per rilassarsi e distendere i muscoli. La vasca era per metà interna e per metà esterna, col muretto a filo, affacciato al panorama di colline e boschi che circondava la periferia della città dov’era sorto il residence. Appoggiato con le braccia al bordo, restavo decine di minuti a contemplare il paesaggio, svuotando la testa da tutti i pensieri. Più di una volta il custode era costretto ad aspettarmi per chiudere tutto perché restavo immerso fino all’ultimo minuto, e per fortuna a lui non sembrava dispiacere.

Quel pomeriggio era nuvoloso, ma nonostante le grosse nuvole grigie, il caldo si faceva ancora sentire. Avevo sgobbato per più di due ore nelle macchine in sala pesi, ed ero tutto indolenzito. Billy, così chiamavano il responsabile della sala, era passato più di una volta a controllarmi, visto che il mio personal trainer era in ferie, e ogni sua visita mi era costata attimi di distrazione. Quel maschione mi aveva sempre attratto alla grande, nonostante la sua fama di stallone super ricercato da tutte le femmine della palestra, io non perdevo la speranza che prima o poi quella montagna di muscoli cedesse e volesse entrare dentro di me. Alto, muscoloso e perfetto come una statua greca, calvo, naso grosso e orecchie a sventola, due mani grandi come pale da scavo, insomma, aveva tutto quello che adoravo in un uomo. I suoi occhi grigio chiaro erano qualcosa in più, un vezzo che lo rendeva quasi mitologico, molto affascinante, come il suo fare virile e maschio, anche se scanzonato e sempre col sorriso in faccia.

Me ne stavo appoggiato alle piastrelle del bordo, ammirando il vento che faceva danzare i rami degli abeti e dei faggi dei boschi delle colline, immerso totalmente nel vuoto assoluto della mia testa, respirando il profumo dell’aria. Ero convinto di esser rimasto solo io in quel posto, col custode come sempre, ma il silenzio che mi circondava sembrava esser segno che, vista l’ora di cena imminente, tutti se n’erano già tornati nelle loro case.

Ad un certo punto, sentii una mano sul culo, e un dito insinuarsi dentro al mio costume, arrivando a solleticarmi il buco del culo, che, automaticamente come sempre, si allargò lasciandone scivolare dentro almeno due falangi. Mi voltai lentamente, e con la coda dell’occhio vidi il viso di Billy, con un’espressione da gatto sornione e un sorriso strano sul viso.

“Che ne dici se ora alleniamo un po’ il tuo buco del culo?” furono le sue uniche parole, sussurrate al mio orecchio con un filo di voce. Rimasi fermo, immobile e in silenzio, mentre lui continuava a muovere quel dito dentro di me e il suo respiro si faceva più affannoso.

“Sento che il tuo muscolo anale è fuori controllo, vieni con me, ci penso io a metterlo in riga”

“Sicuro che non ci vedrà nessuno?”

“Tranquillo, ho mandato a casa il custode, siamo solo io e te, la palestra è tutta per noi, fino a quando vogliamo”

Allora mi voltai, lasciando che il suo corpo si appoggiasse sul mio. Era splendido, bellissimo, e in quel momento desideravo che entrasse tutto dentro di me.

Billy mi afferrò per la mano e si voltò, tirandomi con sé fuori dalla vasca. Indossammo gli accappatoi e ci demmo un’asciugata veloce, prima di infilare le ciabatte e dirigerci verso gli spogliatoi.

Tutto quello che avevamo addosso volò sul pavimento in meno di un secondo, e le nostre bocche si unirono in un bacio infinito e lussurioso senza fine. I suoi muscoli erano duri come il marmo, caldi come il fuoco e fra le gambe, il suo cazzo era già duro e in piena eccitazione, di dimensioni quasi spaventose, sembrava una bomboletta di deodorante spray per la casa, tanto era grosso e lungo. Ma per quanto lo desiderassi, non sapevo che quello sarebbe stato l’ultima cosa ad entrare dentro di me.

Billy mi afferrò per i fianchi, e mi fece stendere sulla panca di legno fra le file di armadietti, alzandomi le gambe fino ad avvicinare le ginocchia alle orecchie e osservò il mio buco pulsante.

“Cazzo che gnocca che hai, qui c’è da lavorare a lungo” disse, prima di sputarmi sul buco e affondarci direttamente due dita. Le infilò fino alle nocche, e iniziò a ravanarmi le budella, facendomi quasi urlare. Il mio sfintere si dilatò facilmente, era ormai abituato a certe intrusioni, quindi non fece resistenza. Le dita diventarono tre, poi quattro, e senza accorgermene, avevo quasi una mano intera nel mio culo. Col pollice mi massaggiava il perineo, facendomi indurire il cazzo sempre di più.

A quelle quattro dita, se ne aggiunsero poi altre due dell’altra mano, mentre io, per facilitargli la cosa, mi tenevo le chiappe larghe da sotto con entrambe le mani.  Lavorava il mio buco del culo con esperta sapienza, un attimo delicatamente, e un attimo dopo in modo violento, sprofondando dentro di me come un coltello caldo nel burro.

Ogni tanto ci sputava sopra, lubrificandosi le dita, che scivolavano già bene sulla mia pelle liscia e depilata da poco.

Per tutto il tempo Billy tenne gli occhi incollati nei miei, e io non smisi un attimo di guardarlo. Era troppo eccitante guardare il suo viso mentre le sue dita erano alle prese col mio buco del culo!

Le tolse tutte in un attimo, lasciandomi il culo vuoto e, afferrandomi le chiappe, tirò verso l’esterno, ammirando la mia dilatazione.

“Cazzo, ti sei proprio dato da fare, ma ora ci penso io a fare meglio” disse sorridendo e passandosi la lingua sulle labbra prima di sputarmi di nuovo dentro al culo. Mi fece alzare dalla panca e mi disse di seguirlo. Nella sala ricreativa, mi fece stendere su un piano rialzato di legno, così da avere il mio culo a portata di bocca in posizione comoda. Ero steso a pancia sotto, le gambe giù dal piano di legno e lui affondò subito le sue grosse dita nelle mie chiappe, allargandole, e infilò subito la sua faccia fra di esse, spingendo a fondo la sua lingua dentro al mio culo.

Mi slinguava lento, profondo, insinuandosi nelle mie terga come un serpente voglioso. La sua grossa lingua sembrava molto esperta e non si fermava un attimo, facendomi guaire come una cagna in calore. Le sue dita arrossivano la mia carne per la pressione, ma non mi facevano male. Inarcai un po’ la schiena in modo da essere in una posizione migliore per gustarmi la sua lingua dentro al culo e non facevo altro che dirgli di non fermarsi, di non smettere. Billy si dava da fare a mangiarmi il culo con una voracità mai immaginata, grugnendo e respirando come un animale, senza un attimo di pausa.

Poi mi fece di nuovo alzare, portandomi su una poltroncina a pochi passi dal piano di legno. Mi fece stendere di schiena e alzare le gambe, rimettendosi subito al lavoro di lingua, non prima di avermi infilato due dita nel culo e ravanato per bene per allargarmi.

Dopo una lunga slinguata di culo il mio sfintere era morbido e gonfio, e Billy continuava a dirmi di spingerlo in fuori, e io ci riuscivo, facendolo rilassare e contrarsi come se gli mandassi dei baci. Quando lo spingevo in fuori, lui lo afferrava fra le labbra e lo succhiava, fino a quando si contraeva ritirandosi e in quel momento spingeva la lingua tutta dentro. Io gemevo, urlavo, guaivo, stavo provando un piacere infinito. Fino al momento in cui cambiammo ancora posto, stavolta finendo nella stanza degli attrezzi. Billy mi fece stendere su una panca imbottita sulla quale campava una barra d’acciaio, poggiata su due supporti, con due pesi di ghisa da venti chilogrammi l’uno.  Sollevai d’istinto le gambe e poggiai le caviglie alla barra orizzontale, ben ferma visto il peso che sosteneva. Billy, sempre eccitatissimo e col cazzo smisuratamene duro e possente, si accovacciò davanti al mio culo aperto e riprese col suo fantastico lavoro di lingua e di dita. Lui si menava il cazzo velocemente, e io desideravo quell’affare di carne dura dentro di me, ma quella lingua mi stava facendo impazzire sul serio.

Ad un certo punto si alzò, si sputò sulla cappella già abbondantemente bagnata e la puntò contro il mio buco ormai spalancato. In un colpo solo, quel cazzo enorme entrò nelle mie viscere fino ai coglioni, fino a quando il suo pube sudato si appicciò alla pelle del mio perineo ancora umido della sua saliva. Io da sotto mi tenevo le chiappe larghe, e allungando una mano riuscii ad afferrare i suoi crossi coglioni gonfi e duri. Billy iniziò a pompare prima lentamente, poi sempre più velocemente, ogni volta mi infilava il cazzo in tutta la sua lunghezza, per poi quasi sfilarlo, facendomi sentire il solco della cappella che slabbrava sempre di più il mio povero sfintere.

Le sue mani erano poggiate sulla barra d’acciaio sopra la mia testa, vicino alle mie caviglie. Mi pompava il culo così forte e così a fondo che per un attimo pensai che anche le sue grosse palle sprofondassero dentro di me.

All’improvviso lo sfilò fuori, e velocemente mi allargò le chiappe con le mani

“Guarda qua, che buco largo, che spettacolo!” disse con un tono divertito e lussurioso. Mi fece poi abbassare le gambe e mi disse di alzarmi da quella panca un po’ scomoda.

Mi prese per mano e mi portò nel suo ufficio. Mi fece sedere sulla sua poltrona di pelle nera, appoggiando le cosce sui braccioli, e il petto allo schienale. In quella posizione, il mio culo era perfettamente a sua disposizione, pronto per darci dentro ancora più di prima. Billy ci infilò la lingua per qualche minuto, assaporando la mia gustosa e calda morbidezza, e succhiandomi ancora lo sfintere come prima. Le sue dita affondavano nella carne dei miei glutei arrossati, e la sua lingua mi leccava dentro arrivando a solleticarmi la prostata con la punta. Un paio di dita mi allargarono ancora di più, prima che si alzasse e si allontanasse da me. andò verso l’armadio di legno che era appoggiato fra le due finestre e aprì un’anta, prendendo dal basso una scatola di legno grande come un piccolo baule. L’appoggiò sul pavimento e aprì il coperchio. Io mi voltai leggermente, e lo vidi tirare fuori un flacone di lubrificante e un cazzo di silicone, di quelli col manico al posto delle palle. Dentro al bauletto c’erano altri attrezzi, chiamiamoli così, ma al momento restarono al loro posto. Billy prese un po’ di lubrificante dal dispenser, lo spalmò per bene sul cazzo giocattolo e poi si ripulì la mano strusciandola sul mio culo già bello morbido. Con sapienza, puntò la grossa cappella del dildo sul mio sfintere e lentamente lo infilò tutto fino al bordo dell’impugnatura, più largo per impedire al giocattolo di scivolare tutto dentro, e in quel momento strinsi il culo, sentendo tutto quel coso dentro di me per un paio di minuti. Poco dopo, Billy afferrò il manico e iniziò a sfilarmelo dal culo, quasi del tutto, per poi rinfilarlo dentro lentamente fino in fondo ancora una volta. Andò avanti così per un po’, accelerando poco alla volta per arrivare a pomparmi il culo da sotto con quel cazzo finto come fosse il pistone di un’auto da corsa. Sentivo il mio povero sfintere slabbrarsi, e i suoi movimenti sempre più veloci mi stavano allargando il buco del culo alla grande. Billy tolse lentamente il cazzo col manico dal mio culo e rimase ad osservare qualche secondo il mio buco dilatato.

“Guarda che bel culo largo, stai lavorando molto bene, andiamo avanti” disse con un certo entusiasmo e lo sguardo pieno di lussuria. Rovistò di nuovo dentro alla scatola di legno e tirò fuori un altro cazzo di silicone, stavolta di quelli realistici, splendido, lungo e grosso, pieno di vene in rilievo, con la cappella dalla forma perfetta e due coglioni grossi alla fine, dove era posta anche una ventosa, per appicciarlo ovunque uno volesse. Billy ci spalmò sopra una bella ose di lubrificante, per tutta la sua lunghezza, e poi lo appoggiò al mio sfintere ancora palpitante. Spinse piano, quasi dolcemente, e il muscolo si allargò istantaneamente, lasciando che quel coso entrasse, centimetro dopo centimetro, in tutta la sua lunghezza. Mi sentivo riempire di cazzo, mentre sentivo la sua voce e i suoi mugugni nell’apprezzare la mia abilità anale.

Una volta dentro, Billy lo tenne fermo alla base, e io iniziai a galoppare, nella posizione in cui ero, con le gambe sui braccioli, mi riusciva molto facile. Lui godeva nel guardare il mio culo accogliere quel cazzone finto, per tutta la sua lunghezza, e il mio sfintere che scivolava slabbrandosi sulle vene in rilievo. Quando io mi fermavo, lui lo spingeva da sotto, tenendo lo stesso ritmo, in modo che il mio buco fosse sempre in movimento, e quella cosa mi faceva godere alla grande. La grossa cappella mi arrivava bene in fondo e lo strusciare sulla mia prostata mi faceva guaire e gemere come una vacca. Riuscii persino a stringere così tanto il buco del culo da trattenere quel cazzo finto tutto dentro, per poi lasciarlo uscire un po’ alla volta fino a farlo cadere fra le mani di Billy, che apprezzò con grande entusiasmo.

“Sei molto bravo ad usare il culo, ora lo mettiamo un po’ in pausa, ho il cazzo che ha bisogno di attenzioni” disse, afferrando uno spinotto anale dal piccolo baule di legno, dalla forma a melanzana, che succhiò velocemente e poi me lo infilò nel culo con altrettanta velocità.

“Così lo teniamo in caldo per dopo, per il secondo e ultimo stadio dell’allenamento, ok?”

“SI, ma ora dammi il cazzo, voglio il tuo cazzone tutto in bocca” gli dissi, voltandomi e afferrandogli il cazzo mentre si alzava dal pavimento e io saltavo giù dalla sedia.

Billy si appoggiò al grande tavolo vicino, quasi sedendosi sopra, vista la sua altezza, e io mi inginocchiai subito davanti a lui. Il suo cazzone enorme era duro e dritto verso di me, la sua succosa cappella era gonfia e luccicante di liquido trasparente, mentre le grosse vene pulsavano per tutta la sua lunghezza fino alle enormi palle gonfie e grosse come limoni. Non usai nemmeno le mani, spalancai la bocca e lo ingoiai il più possibile, arrivando fin da subito quasi fino al pube. Poi gli afferrai i coglioni, li strinsi e presi a ciucciare quel salame di carne dura e calda con una foga pazzesca. Erano ore che desideravo quel cazzone e finalmente era tutto nella mia bocca. Billy apprezzava, gemendo e mugugnando, pizzicandosi i capezzoli con le dita e guardandomi ingoiare il suo pisellone.

“TI piace succhiare il cazzo, vero? Divertiti ancora un po’, che poi andiamo a finire gli esercizi per il tuo culo” disse, sporgendosi in avanti e venendo a colpire la base del giocattolo che avevo infilato nel culo, colpendomi la prostata da dentro e facendomi sussultare e gemere di piacere. Continuai a succhiare quel meraviglioso cazzo per un po’, godendomi anche il gusto di tutto il suo liquido che sgorgava come una fontana, mentre lui proseguiva nel muovere lentamente quell’affare dentro di me, facendo gocciolare anche il mio cazzo, ormai durissimo.

“Basta, adesso è ora che facciamo degli esercizi seri, l’attrezzo l’hai preparato alla grande, sia il tuo che il mio, quindi diamoci da fare” disse Billy, pieno di entusiasmo. Mi fece restare a cavallo dei braccioli della sedia, sembrava che quella posizione gli piacesse tanto, e pure io devo dire che non era male. Ero a gambe larghe in modo perfetto e la schiena si inarcava nel modo giusto per offrire il mio buco affamato nel modo migliore.

Billy si appoggiò dietro di me e mi infilò il cazzo nel culo, senza discutere, senza tentennamenti, slabbrandomi e sfondandomi in un colpo solo. Una volta dentro, mi afferrò per le spalle e iniziò a darmi colpi di reni così potenti da far cigolare la sedia sulla quale ero appollaiato. Ogni volta che affondava nel mio culo sentivo la sua cappella arrivarmi dritta in pancia e urlavo di piacere. Continuò a fottermi con quella forza fino a farmi quasi cadere dalla sedia, e io riuscii a tenermi non so come, ma continuavo a gridargli di non smettere.

A quel punto, Billy decise di cambiare posizione. Mi fece mettere sul pavimento, steso a pancia bassa. Si mise sopra di me, accovacciandosi e infilandomelo di nuovo nel culo. Una volta dentro, ricominciò a pomparmi forte col cazzo, schiacciandomi sul pavimento con la sua forza.

“Tieni il culo stretto più che puoi, ok?” mi disse, afferrandomi di nuovo per le spalle e aumentando forza e velocità dei suoi affondi. Io gemevo, mi girava la testa per il piacere immenso che stavo provando, anche se sentivo quasi bruciare il culo per la forza dei suoi colpi. Percepivo ogni sua vena che strusciava contro il mio sfintere, entrando e uscendo da me, e quasi il suo battito del cuore, forte e potente. Billy grugniva come un animale, gemendo e ansimando come un toro in calore. Poi cambiammo di nuovo posizione, così che i miei coglioni schiacciati sulle mattonelle della stanza tirarono un sospiro di sollievo.

In piedi, mi fece appoggiare i gomiti sul tavolo, e inarcare la schiena. Lui mi prese da dietro, afferrandomi per i fianchi stavolta e pompandomi più lentamente. Poi mi prese per i polsi, tirandomi le braccia dietro e inarcai la schiena ancora di più, ma in quel modo lui prese posizione alla grande per poter incularmi in modo ancora più potente e pesante, quasi da rimanere senza fiato. Mi disse di nuovo di stringere il culo e ci provai, anche se era un’impresa resistere al diametro di quel palo duro e bollente.

Fece un attimo di pausa dentro di me, restando con tutto il cazzo dentro fino in fondo, e poi lo sfilò fuori lentamente, facendomi assaporare ogni centimetro della sua mazza. Rimasi lì, fermo, sfinito, col culo gocciolante di lubrificante, spalancato e ormai distrutto, ma ancora pieno di desiderio. Il suo cazzo era fantastico, e sapeva scopare molto bene, e io non ne avevo ancora avuto abbastanza. Billy restò dietro di me, con la coda dell’occhio lo vidi menarsi il cazzo mentre guardava il mio buco del culo dilatato.

“Ora devi fare un po’ di piegamenti per le gambe, dai che prendiamo posizione, così mi fai vedere cosa sai fare, ok?” disse, prima di stendersi sul pavimento e farmi segno con la mano di sedermi sul suo cazzone.

Salii sopra di lui, mi allargai le chiappe con le mani e appoggiai il mio sfintere alla sua cappella. Piano piano lo lasciai entrare, e mi sedetti sulle sue terga, accogliendo dentro di me di nuovo tutto quel cazzo. Mi mossi un po’ n senso rotatorio, in modo da farlo sprofondare dentro il più possibile e poi iniziai a galoppare su quel cazzone durissimo. Ero voltato di schiena, stavolta non potevo vedere il suo viso, ma sentivo i suoi grugniti e i suoi rantoli di piacere ad ogni affondo che facevo sul suo cazzo. Le sue mani sui miei fianchi assecondavano il mio ritmo e velocemente si spostarono in alto, tirandomi verso di sé, fino a farmi quasi stendere su di lui. Io continuavo a saltellare su quel cazzo, cercando di dare il meglio di me, mentre lui mi faceva urlare strizzandomi i capezzoli.

Ad un certo punto, Billy allungò le mani e mi afferrò le cosce da sotto, facendomi sollevare le gambe e appoggiare con la schiena al suo petto. Tenendomi a gambe alte, iniziò a pomparmi il culo da sotto, con forza, colpendo con la cappella la mia povera prostata ormai grossa come un limone. Urlavo e gemevo come non mai, mentre Billy grugniva, col fiatone, pompando ad alta velocità. Mi dava dei colpi così forti e potenti che ci volle poco perché il mio piacere esplodesse, e, senza toccarmi e con un urlo bestiale, iniziai a spruzzare sperma ovunque, ogni getto era potente e allo stesso ritmo del suo cazzone nel culo. Sembrava che quell’orgasmo esplosivo non finisse mai, e Billy non rallentò un attimo. Il mio buco del culo palpitava per il piacere, contraendosi con forza, quindi il suo cazzone entrava ed usciva con più fatica di prima, provocando anche a Billy un piacere immenso.

Quando finii di sparare sperma, anche Billy si fermò. Lasciò che riprendessi fiato, poi mi diede uno schiaffo sul culo, dicendomi di alzarmi

Mi tirai su, si alzò in piedi pure lui, e mi baciò profondamente, dandomi un paio di smanettate al cazzo per spremere le ultime gocce di sperma, che si leccò via dalle dita molto avidamente. Poi mi prese per un fianco e mi fece appoggiare le braccia al grande tavolo, piegato in avanti. Allargai le gambe e lo lasciai entrare di nuovo dentro di me. Billy mi afferrò per i fianchi e riprese a colpirmi col suo cazzo, sicuramente desideroso di godere anche lui.

“Ottimo allenamento, ti rimane solo di fare il pieno di proteine per il pieno recupero, ora ci penso io” disse, accelerando ancor di più e mugugnando come un maiale.

Dopo qualche minuto le sue parole furono eloquenti. “Stringi quel buco del culo, tienilo più stretto che puoi” disse fra un respiro affannoso e l’altro, e poi urlò, con forza, iniziando a spararmi nel culo caldi fiotti di sperma che mi arrivarono fino in gola. Anche lui sembrava non smettere più, e quando la sua esplosione finì e il cazzo gli tornò moscio uscendo dal mio culo spalancato, iniziai a gocciolare come un secchio bucato.

Strinsi lo sfintere, cercando di contenere dentro di me il suo seme, come faccio sempre, e mi voltai, baciandolo in bocca. Lui sorrideva, mentre la sua lingua si intrecciava con la mia, e mi carezzava le chiappe sudate e appiccicose.

“Sai, ho allenato tanti culi, ma un buco così fantastico come il tuo non l’ho mai trovato!” mi disse sussurrando.

“Beh, lo alleno già da tempo, quindi…”

“Ma non è solo per la tua abilità anale, ma anche per il modo in cui hai usato il culo. Sono molto pochi quelli che sanno usare il culo così restando sempre dei veri maschi.”

“Oddio, grazie, è una cosa che mi hanno detto in tanti, e sembra che sia molto gradita”

“Infatti, te lo confermo. E questo rende il tutto molto più eccitante.”

Andammo in spogliatoio, dove ci facemmo una doccia e ci rivestimmo, commentando quel che era successo le ore precedenti, come due pettegole, ridendo e scherzando.

“Senti, se ti va, potremmo fare questo programma di allenamento una volta ogni due settimane, aggiungendo sempre qualcosa di nuovo, anche altre persone, in modo da rendere il tuo culo il migliore buco del culo esistente al residence, che ne dici?” disse, mentre uscivamo dalla palestra e infilava le chiavi nella toppa del portoncino per chiudere tutto e attivare l’allarme.

“Ne sarei felice. Col tuo aiuto ho capito che posso diventare un gran culo esperto. Affare fatto” gli dissi stringendogli la mano e avviandomi verso la bici.

Lui sorrise, andando verso la sua auto.

“Ora scappo, mia moglie avrà già preparato la cena, non voglio fare tardi, altrimenti poi si arrabbia e diventa come un mastino!” disse ridendo e salendo in auto.

Lo salutai, saltai sulla bici e tornai a casa.

Il mio povero culo era dolorante ma quelle ore passate a farmi sbattere in modo così particolare, mi erano davvero piaciute.

Sorrisi, pensando per qualche secondo a cosa avremmo potuto fare le volte successive, e poi mi avviai verso casa.