adagi

stasera non riesco a dormire.

lei è addormentata accanto a me, il respiro regolare, un orizzonte di capelli, spalle, lenzuola.

il condizionatore fa il suo lavoro, e rende meno pesante la veglia. domani mattina sarò stanco già appena sveglio, ma a domani mattina manca ancora qualche ora.

rumore di auto che passano al di là della finestra, gente che non vuole arrendersi al lunedì.

è quasi luglio, e luglio è il mese preferito di chiunque sia mai stato un bambino per cui agosto significava già pensare ai compiti per le vacanze.

lei si gira verso di me, le lentiggini che le spuntano sul viso con l'estate, le file delle ciglia adagiate una sull'altra.

percorro la curva gentile del suo naso con le dita, a un centimetro dalla sua pelle.

altre macchine che passano, la stanza tranquilla che si colora dell'azzurro della luce del cellulare.

arriccia le labbra un secondo, sognando chissà che. la guardo e penso che, fra cento o mille anni, sarà davvero un peccato dover morire; in un mondo giusto un momento così dovrebbe avere la possibilità di durare per sempre.

“Ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un po’ di sè e si porta via un po’ di noi. Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla. Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

A me piacciono quelle persone che ci sono.
Senza grandi scene.
Senza grandi parole.
Ci sono e basta.
Le senti, le vedi, e ti senti felice.
E sono lì, adagiate sulla parte del cuore che fa più male,
per soffiarne via il dolore.
Io li chiamo amici.”

🌸🌊👖

Se si potesse rappresentare geometricamente il silenzio probabilmente non servirebbe una linea retta. Troppo sicura e altera. Lo si potrebbe disegnare come una curva che abbraccia tutte le parole imbavagliate. Quelle taciute per imbarazzo o per buona educazione, per pudore o per legittima difesa. Quelle ammutolite per non raccontare il proprio disprezzo o per celare una delusione. Quelle troppo impulsive e quelle troppo caute, entrambe colpevoli di troppa ingenuità. Le si potrebbe immaginare tutte lì le parole non dette, a sfiorarsi tra loro, adagiate su una curva da cui sperano di essere cullate. In fondo non c'è silenzio che, a suo modo, non si aspetti di ricevere attenzione.
—  Annarita Arso
Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.
È come una gran bolla di cristallo
sottile
stasera il mondo:
è sempre più gonfia e si leva.
O chi credeva
di noi spiarne il ritmo e il respiro?
Meglio non muoversi.
È un azzurro subacqueo
che ci ravvolge
e in esso
pullulan forme immagini arabeschi.
Qui non c’è luna per noi:
più oltre deve sostare:
ne schiumano i confini del visibile.
Fiori d’ombra
non visti, immaginati,
frutteti imprigionati
fra due mura,
profumi tra le dita dei verzieri!
Oscura notte, crei fantasmi o adagi
tra le tue braccia un mondo?
Non muoverti.
Come un’immensa bolla
tutto si gonfia, si leva.
E tutta questa finta realtà
scoppierà
forse.
Noi forse resteremo.
Noi forse.
Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.
Piangi?
—  Eugenio Montale, Elegia, 1918
Nessuno mi ha mai scelto, quindi non credo che sarai il primo. Non ti giudico, però. Ti comprendo. Come si fa a scegliere una cosa immensamente fragile che con una carezza potrebbe sgretolarsi? Non si può. Si lasciano adagiate su una mensola di una finestrella catturata dal sole, le cose fragili. Come se servisse troppa luce per guarirle. Come se neanche l'amore bastasse per salvarle. Anche tu riuscirai a fare a meno di me. Delle mie scapole sporgenti, del mio collo piccolo, della mia pelle morbida, della mia bocca a cuore. Non sarà complicato dimenticare i miei sorrisi mingherlini, la mia timidezza, la mia voglia sfrontata di ballare ovunque e di cantare nonostante le stonature. Dimenticherai il disegno che ti ho dedicato e tutte le parole racchiuse nel mio diario verde come i tuoi occhi. Sarà semplice andare avanti, stringerai altre mani, odorerai altri profumi che non assomiglieranno per niente al mio. I nostri sguardi sfuggenti saranno solo un ricordo che come un fiore delicato appassirà troppo in fretta. Dovrebbe consolarmi il fatto che ci sono abituata, ma non è così. Mi distrugge la consapevolezza che la mia vita debba essere per la maggior parte del tempo avvolta da un inverno che lascia spazio, solamente di rado, a una frettolosa primavera. Posso dirti, tuttavia, che non c'è stata primavera più colorata di te. Resta, almeno fino a quando il freddo non sarà abbastanza forte da contagiarti. Scappa prima che l'inverno colpisca anche i tuoi occhi scintillanti. Non preoccuparti di me. Guarderò il tuo decollo distesa su un prato che mi parlerà dei nostri baci. Vola più forte che puoi. Un giorno, forse, qualcuno mi insegnerà.
—  Viviana V.

Namastè, papavero.

Sono arrivato.
Sì, c'ero solo io,
poi, altri m'hanno raggiunto.
Sai, hanno capito,
che il mio fuoco, da solo, non bastava.

Non bastava per te,
per te, che sei l'amore,
che ami il mondo intero.

Passione e delicatezza,
forza e tenerezza,
calore e desiderio
non conoscono porte
e ostacoli di ogni sorta.

Per te, così fragile,
solo all'apparenza,
in realtà, sei una potenza.

Nulla ti annienta:
ti adagi al suolo,
ti pieghi all'improvviso,
dondoli senza freno
e sorridi, ridi, baci il mondo intero.

Forza, sfiorami i petali con le ciglia,
baciami con gli occhi:
sarò sempre tuo, anche se non mi tocchi.

© Laura Petrarca

Tutti i diritti riservati ai sensi della Legge
( Aprile 2017 )

Sei quello sguardo
che disseta l’anima…
la vita nascosta in un abbraccio…
Lascio cadere il vestito
lentamente…
la luce fioca della stanza accende il desiderio…
ti avvicini liberando
il tuo corpo
offrendo a me
il tuo calore,
nuda tra le tue braccia
mi adagi lentamente
senza staccare gli occhi dai
miei
su candide lenzuola bianche
Passione
fremiti
sussulti
il piacere prolungato
che lega gli amanti.
Sulle lenzuola ora calde di noi
resta il profumo
dentro di noi
la certezza infinita del viversi.

Sfogliatella

Non è quando sei in compagnia che inizia la tortura, è quando sei da solo che sei praticamente fregato.
Non si tratta di non pensarci, si tratta di distrazioni che ti inducono a pensarci di meno, con delle pause insomma.. E nonostante l'angoscia sia sempre lì, nonostante tu la senta pesarti in petto ci provi e quasi credi di star bene.
Tutto inizia quando sei solo, quando ti prendi una pausa da chi hai intorno e allora proprio non ce la fai a non pensare che infondo è andata di merda ancora una volta, che probabilmente lo sbaglio l'hai fatto ancora tu. Come se niente fosse abbastanza a renderti giusto un po’ migliore di quel che sei.
Ti illudi di poter ricominciare, tornare a star bene davvero ma poi cadi di nuovo e non puoi uscirne perché sai che la prossima volta accadrà ancora, ancora e ancora perché stranamente dalle cose malsane difficilmente ne esci e allora ti adagi come se cuore stanco e stomaco in crisi non li sentissi nemmeno più tuoi. In stand-by, ancora un po’.

Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.
È come una gran bolla di cristallo
sottile
stasera il mondo:
e sempre più gonfia e si leva.
O chi credeva
di noi spiarne il ritmo e il respiro?

Meglio non muoversi.
È un azzurro subacqueo
che ci ravvolge
e in esso
pullulan forme imagini rabeschi.
Qui non c’è luna per noi:
più oltre deve sostare:
ne schiumano i confini del visibile.

Fiori d’ombra
non visti, immaginati,
frutteti imprigionati
fra due mura,
profumi tra le dita dei verzieri!
Oscura notte, crei fantasmi o adagi
tra le tue braccia un mondo?

Non muoverti.
Come un’immensa bolla
tutto gonfia, si leva.
E tutta questa finta realtà
scoppierà
forse.
Noi forse resteremo.
Noi forse.
Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.

Piangi?

—  Eugenio Montale
Mi sarebbe piaciuto dirti tante cose
prima che tu abbandonassi il campo
manco fosse un campo da guerra.
I forti non posano le armi
lottano per il proprio territorio
lottano contro il nemico
resistono fino alla fine
e ne escono
o vincitori
o morti.
Noi due abbiamo sempre preferito
non uscirne
far finta di nulla
come se non c'appartenessimo
pur appartenendoci.
Il nostro campo di battaglia
adesso è vuoto
e le armi sono adagiate su un terreno
in solitudine.
E noi due non ci siamo.
Perché piuttosto vincere
o morire
abbiamo preferito non lottare.
Perché in palio c'eravamo solo noi
e cosa ce ne facevamo di noi?
—  frammenti di me.

ponyponipon3  asked:

So your recent Siren sketches caused me envision what could very well be the "next big thing" in breakfast cereals: Adagi-Ohs! Not really sure what they would be composed of or taste like though... =/

It’s just nothing but orange and lemon fruit loops.

Giada era assai fragile, leggera come un piuma, non avrebbe ammaccato nessuno e niente. Ma aveva difetti, troppi secondo lei, che conservava per sè, lasciando mostrare agli altri solamente la parte meno peggiore sotto un impercettibile strato di nebbia.

La mattina cinque ore tra strilli, calcoli incomprensibili, qualche detto latino, ancora altri idioti a zonzo per i corridoi dell'accademia e subito a casa.
Lungo il tragitto preferiva racchiudersi nel suo mondo di musica e fumo. Sapeva di rischiare con quel pacchetto da venti fisso in tasca, che l'avrebbe avvicinata sempre più rapidamente a ciò che la maggior parte temono, ma che per lei sarebbe stata la liberazione più grande.

Un vecchio edificio in mattoni davanti a sè.
Sale fino all'appartamento n° 47B.

A tavola sguardo basso e telefono sulle gambe, come unica compagnia la voce di qualche conduttore televisivo di basso livello, un bicchiere d’acqua mezzo pieno, la scatoletta con delle fettuccine di riso prese al takeaway all’angolo del quartiere, le urla dei genitori nella stanza di sopra.

Il sibilo di uno schiaffo, pochi secondi dopo il rumore di passi veloci scendere dalle scale in legno ed il tonfo della porta principale chiudendosi.

Giada capisce che è arrivata l’ora, afferra la borsa e scappa a rinchiudersi in camera. Un semplice materasso, una piccola scrivania in acero presa al mercatino dell’usato di ogni martedì mattina, illuminata da uno dei numerosissimi falsi Tiffany ed una finestra occupante un’intera parete.

Quella era la sua unica via d’uscita, un passaporto verso la splendida vista di Bois de Vincennes nella periferia est di Parigi. Il posto in cui passava mezze giornate calde e soleggiate di fine estate assieme a Odette, la sua più grande perdita dopo se stessa.
Che poi, con lei al suo fianco, in qualsiasi momento giungeva indisturbata l'estate.

Odette aveva occhi verdi a sfumature azzurrine, nè troppe nè troppe poche lentiggini, un volto piccolo e labbra perfettamente rosate che terminavano con due graziose fossette. Non aveva mai visto uno sguardo tanto trasparente, che esprimesse ogni forma di sentimento ed emozione, ogni delusione ed ogni nuovo amore.

Ma man mano una bestia le cresceva dentro, lacerandone ora dopo ora l’anima e le toglieva ogni forza accumulata, che pareva tanto indistruttibile, come se avesse assorbito ogni raggio di sole in tutti quegli anni.
Viso pallido, pelle bianca latte, un corpicino delizioso ridotto ad ossa spigolose
e come casa un letto d’ospedale.

E’ così che la leucemia portò via l’ultima speranza di vita di Giada.
Un'alito di vento leggero e fuggevole aveva spento l'unica candela che le facesse luce.

Giada, che aveva lottato al fianco di Odette in quei tredici mesi bui, bui come il sole dei ciechi.

Giada, che aveva imparato a sorridere solo sentendo il solito bussare di Odette al portone di casa, osservandola ridere.

Giada, che era riuscita a dichiarare quanto la amasse, che aveva trovato il coraggio di stringerle il volto fra le mani e baciarla, abbracciarla per evitare che scappasse spaventata.

Giada che aveva fatto l’amore con Odette, che le annusava i capelli appena dopo lo shampoo, che l’accarezzava con lo sguardo, che amava guardarla leggere i romanzi di Pennac con le spalle al muro e quelle meravigliose gambe adagiate sopra il suo materasso.

Giada e Odette al parco a schizzarsi a fine settembre, con la loro polaroid sempre a portata di mano, a indossare a turno quel buffo cappello di paglia, a sdraiarsi sul terreno umido attendendo ansiose la pioggia per guardare il cielo e ricordare quel venerdì simile del 27 marzo, quando avevano saputo far fiorire tutto quel grigiore che le circondava con un solo bacio ad occhi chiusi e cuori aperti.
Ecco perchè amavano tanto la pioggia e l'autunno dell'estate.


Giada che adesso mangiava solo una volta al giorno,
stava sempre chiusa in camera, con l’album di foto fra le gambe, annacquato dalle lacrime nere di eyeliner.
Giada che non avrebbe terminato gli studi per mandare avanti i sogni di Odette, diventare una pittrice e creare un centro artistico con vista sulla Tour Eiffel.

Giada che adesso è sdraiata sul letto, guardando fuori dal vetro, rannicchiata fra quelle lenzuola dal profumo di Odette.

Aspetta l’ultima pioggia.

—  avreigiuratochesarestirimasto