acquavit

In primo luogo, Zelda era un colore: una macchia sonora e vibrante nel mondo. Aveva i capelli luminosi come quelli di un bambino, o biondo cupo o color miele o oro scuro: il viso roseo o abbronzato, sempre freschissimo, era un’ emozionante chiazza di bellezza nella natura. Aveva gli occhi di un falco: pensierosi ma non tristi, severi, quasi maschili. Di giorno, ardevano senza fiamma: la sera, erano agitati, neri e impenetrabili, ma sempre furiosi di impazienza verso la tediosa realtà alla quale lei non apparteneva. Qualcuno la trovava simile a una giovane indiana, o a una principessa barbarica: mentre lei immaginava di discendere da una razza di streghe. Se Fitzgerald era una sola incrinatura, Zelda Sayre non rivelava, in apparenza, nessuna crepa. Da bambina non si stancava mai: correva senza cappello e cappotto persino nel quartiere negro di Montgomery. Le piaceva saltare dall’ alto: tuffarsi nelle piscine, arrampicarsi sugli alberi e ridiscendere con un balzo sul terreno. Quando diventò ragazza, ballava tutte le notti, sempre innamorata di qualcuno. La scuola la annoiava. Fumava continuamente: beveva gin o acquavite: raccontava storie scabrose; e diceva di aver baciato «migliaia di uomini» e che ne avrebbe baciati altre migliaia. Qualsiasi cosa facesse, affascinava: sia quando passeggiava arditamente per le strade di Montgomery, sia quando faceva oscillare una mazza sul campo di golf. Il suo coraggio inflessibile era fatto, in parti eguali, di puerilità, egoismo, fredda intelligenza, violenza, smoderatezza. Osservava volentieri soltanto sé stessa. […] Era il suo segreto. Non doveva nulla a nessuno: la sua parte era quella di ricevere regali, regali, regali dal banco inesauribile della vita. Il mondo era un’ immagine della sua bellezza, e lei possedeva il mondo, grazie alla bellezza. Pensava che il compito delle donne non fosse di assicurare la quiete, come le avevano insegnato in famiglia, ma quello di offendere, disturbare, provocare disastri. […] Sembrava conoscere soltanto le superfici della vita bevendo gioiosamente «la spuma in cima alla bottiglia». Abitava nell'immaginazione, recitava la propria parte come l’ attrice più consumata; e poi, all’ improvviso, stava di là, cogliendo le sensazioni imponderabili tra il cielo e la terra. Quando conversava, prima esprimeva un’ idea con aria rapita, voce di contralto, e un profumato accento del Sud: poi teneva l’ idea a distanza, le sorrideva; infine giocava a nascondino con lei, variandola e capovolgendola. Rebecca West sosteneva che Zelda, questa donna bellissima, era in realtà brutta, perché il suo volto aveva una singolare disarmonia, come «i ritratti di folli di Géricault: il suo profilo sembrava costruito su due piani diversi», e ricordava le figure che Picasso disegnava in quegli anni. Sara Murphy sosteneva che Zelda poteva essere «spettrale»: «A volte sembrava che ti stesse aspettando in agguato, con i suoi occhi indiani». Zelda diceva di essere posseduta dai dèmoni come una strega. In una lettera del 1930 alla cognata, Fitzgerald ricordò crudelmente che il padre di Zelda aveva avuto una grave depressione, che tre sorelle erano nevrotiche, la nonna si era uccisa, e alcuni zii erano squilibrati. Anche il fratello di Zelda, Anthony, si suicidò nel 1933. Ma fu proprio Fitzgerald, il quale comprese la moglie come nessun altro, a dire la parola giusta. Il 7 dicembre 1940, pochi giorni prima di morire, scrisse alla figlia: «I malati di mente sono sempre semplici ospiti sulla terra: eterni stranieri, che portano con sé decaloghi spezzati che non sanno leggere».
—  Pietro Citati, La morte della farfalla.