accendersi

LA MIRABOLANTE STORIA DELLA PATATA

Sempre riproporre questa gemma che una volta era su Splinder.

LA NOIA
Martedì grasso dei primi anni 2000. Io e tre coinquilini, che per rispettare la privacy chiameremo il Metallaro, Rocco, e TP (noto vip del punk italiano) passiamo una serata noiosissima in casa guardando fiction. Neppure una bottiglia di vino. Niente. Noia totale. Palla de fieno che rotola.
Le vicine di casa, dirimpettaie di finestra, invece fanno festa per il carnevale. YEAH YEAH tutte mascherate con i loro amici vanno verso piazza maggiore a festeggiare non si sa cosa. Questo innervosisce non poco il mio coinquilino Metallaro, che affacciandosi alla finestra decide per scorno di lanciare loro una cipolla. Purtroppo il lancio non va a buon fine, e non solo non le colpisce, ma loro manco se lo cagano perché non si accorgono di niente. Scorno.
Niente. Palla di fieno, e guardiamo la fiction di canale 5, che non so ma forse era Ultimo con Raoul Bova. Noia totale. Misantropia.
Alle una sentiamo per strada i rumori dell’allegra combriccola mascherata delle coinquiline del cazzo che ritornano dal loro festeggiare non si sa cosa con un buonumore non si sa perché, e l’infastidimento precedentemente manifestatosi con la cipolla si ripalesa ma di grado estremamente superiore. Dunque il Metallaro dice “tiriamogli qualcosa”, ma mentre Rocco cerca un oggetto qualsiasi, la carovana già è entrata nel portone davanti al nostro e sta già salendo le scale verso casa.

L’IRREPARABILE
Cazzo, frustrazione. Ma: ecco che il Metallaro si pone a cavalcioni del davanzale della finestra della cucina (rischiando la vita, secondo piano, 60% del corpo fuori dalla finestra sullo strapiombo) mentre io ho trovato nella credenza una patata di all’incirca 1 kg con le dimensioni di un grosso sasso.
Porgo la patata al Metallaro, ignaro di quello che sta per succedere.
Le vicine entrano in casa, si vede dalla finestra accendersi la luce.
Il Metallaro scaglia con una potenza inaudita a 200 km all’ora la patata-sasso che frantuma il vetro della finestra delle vicine facendo schizzare tutti i vetri sulla parete opposta.

Il gelo.

TP guarda con occhi pallati Rocco.
E’ immediata la consapevolezza di doversi ritirare dalla cucina, spengendo la luce, fuggendo in un'altra stanza per decidere il da farsi.

IL SUMMIT
La riunione al buio del corridoio verte su due punti: la paranoia di aver ucciso qualcuno e la necessità di mantenere una linea di difesa da qui all’eternità dei tempi, senza contraddizioni.
La paranoia si basa sulla certezza che arriveranno le teste di cuoio e verremo incarcerati per mille anni come pena esemplare per scoraggiare eventuali imitatori di chi ha inventato il fenomeno teppistico del 2000, cioè (dopo i sassi dal cavalcavia) la patata nella finestra senza alcun motivo.
Per la strategia di difesa, decidiamo all’unanimità di non confessare e di negare l’evidenza in stile noi non abbiamo fatto niente, maccosa io dormivo. E’ altresì vero che possiamo essere stati solo noi a lanciare la patata, in quanto davanti alla finestra delle vicine c’è solo la nostra finestra e quella di una vecchia di 89 anni, e che per sfondare un vetro dalla strada ci sarebbe voluto Hulk sbronzo che però dà il giro all’ortaggio facendogli compiere una traiettoria balisticamente improbabile attorno ad un albero con caratteristiche da medaglia d’oro delle olimpiadi, per violenza e parabola.
E’ necessario intanto chiudere la finestra della cucina che è rimasta aperta: Rocco striscia come un marine in cucina al buio e con manine segrete chiude le persiane, peccato che ovviamente se c’era qualcuno affacciato di fronte avrebbe visto una stanza buia vuota con due manine spuntate non si sa da dove che chiudono le persiane pianissimo. E’ necessario in secondo luogo nascondere sotto le coperte il coinquilino TP che già suda senso di colpa dagli occhi, essendo incapace di fare cose che comportino malafede.
Ma soprattutto è necessario, per dindirindina, nascondere l’arma del delitto, in questo caso TUTTE le patate presenti nell’appartamento, ma la modalità con cui farlo è discutibile. E viene discusso, sottovoce in una tempesta di paranoie:
a) mangiamo tutte le patate? No, se entrano le teste di cuoio ci trovano all’una e mezza di notte che mangiamo 5 chili di patate ci colgono in flagrante
b) nascondiamo le patate nelle giacche negli armadi? No, in caso di perquisa delle forze dell’ordine saremmo parimenti spacciati.
c) nascondiamo le patate nelle buche delle chitarre e rimontiamo le corde? Maccosa.
d) diamo la colpa alla vecchia di 89 anni lasciando il sacco di patate fuori dal suo pianerottolo? Non credo che i Ris di Parma ci cascherebbero.
e) buttiamo le patate nel water?
La mozione e) sembra a tutti la più convincente. Solo che le patate non vanno giù nel water, ci tocca tagliarle a pezzi sulla lavatrice, ma ancora non vanno giù, non passano dallo scarico. Cristo.

LA SOLUZIONE
E’ evidente: tutte le patate debbono essere sbucciate velocemente sulla lavatrice, masticate una ad una crude per essere ammorbidite, dopodichè sputate nel cesso e tirare l’acqua. E così viene fatto, io, Rocco, il Metallaro e TP (nel panico) mastichiamo le patate e le sputiamo nel cesso fino alla nausea, certi che questa sia la mossa migliore per passarla liscia con quelli di C.S.I. che stanno arrivando.
Purtroppo, giunti a due patate dalla fine, dobbiamo arrenderci allo schifo e decidiamo di nascondere le ultime due prove della nostra colpevolezza. Ma dove?

L’IGUANA
Al tempo un nostro coinquilino abruzzese (quel giorno assente) possedeva un’ iguana che viveva in un televisore svuotato adibito a ternario, da cui il nome della bestia era Grundig. Non stupitevi, aveva i rasta. (Il coinquilino, non l’iguana). Noi comunque decidiamo che le ultime due patate vanno nascoste dietro al tronco di legno dove dorme Grundig, e cosi facciamo.
Ecco fatto, adesso è il momento della fase b, cioè mettersi a letto e simulare di stare dormendo dalle ore 21. Io divido la camera con l’inquilino TP, che trovo mummificato e sudante sotto le coperte, non proferisce parola e sta già pensando al pigiama per il carcere. Passiamo qualche minuto a immaginarci il clamore mediatico di questo nostro gesto, e i commenti di Umberto Galimberti su questa gioventù priva di valori. Passiamo qualche altro minuto a temere l’imminente arrivo delle teste di cuoio.
Quand’ecco.

IL NAPOLETANO
Dlin dlon.
Suona il campanello. Sono ormai le due e un quarto. Vado in pigiama a chiedere “chi è”, simulando di essere stato svegliato. “siamo le ragazze, le vicine di fronte”. Argh. Apro. Entrano due ragazze e un tipo vestito militare, taglio parà, accento direi partenopeo.
“Che è successo?” dico stropicciandomi gli occhi dal sonno. Arrivano anche Rocco e il Metallaro, TP rimane nella cripta.
“Ci hanno sfondato una finestra con una patata”
“Eeeeh?”
Simuliamo incredulità. Forse siamo davvero increduli, il gesto che abbiamo fatto è effettivamente incredibilmente senza senso. Iniziamo a sproloquiare cose tipo “Ma chi è stato? E soprattutto perché? Ma potevano uccidervi! Ma è assurdo! C’era qualche messaggio con la patata? Avete dei nemici? Noi troveremo i colpevoli! Ma soprattutto: che senso ha tirare una patata in una finestra” eccetera.
Facce a culo così, viste poche volte nella vita. Diamo loro anche del cartone da imballaggio per coprire la finestra. Il napoletano non è tanto convinto, noi siamo anche un po’ offesi perché hanno pensato a noi come colpevoli, dato che facendo tutte le ipotesi del caso, potremmo essere stati solo noi.
Le salutiamo raccomandandoci di tenerci informati su questo incredibile caso.
Torniamo a letto, sapendo che non la passeremo liscia.

LA PULA
Passa mezz’ora, e verso le 3 suona il campanello.
Rocco chiede al citofono chi è, ma una voce già di qua dalla porta dice “apra: carabinieri”
Argh.
Entrano due carabinieri, uno che fa le domande e uno che si guarda attorno (secondo noi cerca tracce di patate) prendendo appunti. Noi aggrediamo subito:
“Agenti venite per quella cosa della patata? E’ una cosa incredibile, assurda, ma chi può essere stato?”
“Ehm, ragazzi.. c’è stata una festa qui stasera?”
iniziano a cercare tracce di spinelli, bottiglie di vino o resti di festeggiamenti e baldoria.
Non c’è niente.
Niente.
Sono basiti, vedono solo 4 stolti in pigiama che si arrampicano sugli specchi, ma non hanno prove. Vedono anche tanti poster dei Dimmu Borgir e degli Immortal. Il Metallaro è amico di Attila Cshar dei Mayem. Proviamo con la tattica “In effetti possiamo esere stati solo noi: ma agente, mi dica: per quale motivo? Non c’è alcun motivo sensato per un gesto del genere!”
Era vero.
Il Metallaro tira fuori a questo punto la perla:
“Vede, agente, in questo quartiere succedono cose strane. Pensi che l’altra settimana qualcuno ha lanciato un portacenere a della gente che cenava sul balcone. Incredibile, no?”
Era stato lui.

I carabinieri se ne vanno. Li sentiamo dalla finestra dire alle ragazze, in strada, qualcosa tipo “Possono essere stati solo loro, ma non c’è traccia di niente”.
Passa la nottata, con sogni strani a base di tribunali e inquisizioni. TP è immobile. Gli provo la febbre, ha 31°. E’ ormai di marmo.

IL GIORNO DOPO
Nessuno crede di averla scampata. Usciamo di casa dopo ore di tentennamenti, ma usciamo a scaglioni e tutti con gli occhiali scuri. Io e il Metallaro, in un bar, vediamo avvicinarsi due poliziotti.
Ansia.
Penso alla fuga modello tetti di palazzi in film americani.
I poliziotti ordinano un cappuccino.

L’IGUANA 2
Torno a casa, verso sera suona il campanello. Sono di nuovo le ragazze. Argh.
“Siamo venute a SCUSARCI per ieri. Vi abbiamo dato la colpa subito, ma voi siete stati cosi gentili verso di noi. Non capiamo chi possa essere stato, ma vi volevamo invitare a cena per scusarci.”
Ah-ah. Il crimine paga.
Arrogantemente, mi dichiaro un po’ offeso ma so perdonare, e gli mostro la nostra casa.
“venite di qua, vi mostro la nostra iguana Grundig”

Musica di Simonetti.

Spunta una patata da sotto il tronco.
Prendo di forza le ragazze per il braccio, le trascino via dalla stanza dell’iguana, e dico
“Ma no, venite di qua: vi mostro la cucina.”

youtube

Nick Cave & Debbie Harry - Into the Fire

Quest'ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei, né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne.

Eraclito

Avrebbe voluto piangere,piangere e accendersi una sigaretta,ma erano due cose che poteva fare solamente quando era sola.
Fumare,un gesto adulto che gli era ancora proibito.
Piangere,una debolezza infantile ugualmente vietata.
—  Fabio Volo,La strada verso casa.

Ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non scambierebbe con l'intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza, non sa la più alte delle felicità umane…

D’Annunzio

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Ho visto Kaos One per la prima volta a Bologna alla jam Tinte Forti, mi pare fosse il 1995. Di lui conoscevo “Let’s get dizzy” dei Radical Stuff e il pezzo “Don Kaos” sulla Rapadopa, un pezzo che già allora faceva da spartiacque. In quell’occasione non andai oltre il semplice saluto. Lo incontrai di nuovo dopo qualche mese, in occasione di un live dei Radical Stuff al Forte Prenestino; in quel periodo stavamo registrando “Odio Pieno” e azzardai la richiesta di un featuring sperando che la sua conoscenza con Ice, e le birre che gli avevo offerto quella sera giocassero a favore. Disse subito di si, e qualche settimana dopo me lo ritrovai ospite a casa mia. Tipo strano Kaos. Ha la voce roca che sembra una motosega sull’osso. A prima vista mette una certa inquietudine, lo sguardo impassibile che sembra sempre fissare un punto distante ed una serietà difficile da scavalcare. Per me lui era il veterano dell’old school, quello che faceva rap già da dieci anni mentre io ero solo un pischello con la chiacchiera sciolta che ne sapeva ben poco, eppure… Abbiamo passato due giorni a parlare di rap, di libri, di cinema, di fumetti e di quello che ci passava per la testa. Io tiravo fuori i miei quaderni e gli leggevo le ultime strofe scritte e lui rispondeva facendomi ascoltare una cassettina con degli inediti (fra cui la spettacolare “Marco se n’è andato..” con la base di Neffa e la voce campionata della Pausini come ritornello, e il testo che raccontava di Kaos che parlava di se stesso dopo che si era suicidato…). Avevo letto i suoi testi, lo avevo visto sul palco, aggressivo, rabbioso, simile ad un guerriero sul campo di battaglia. Ma in quei due giorni passati insieme ero riuscito ad intravedere l’altra sua faccia: quella di una persona riflessiva, educata e con un’inaspettata propensione all’umorismo e alla battuta. Un momento prima si esaltava a mille, soprattutto quando mi raccontava di qualche pezzo rap americano che gli piaceva particolarmente e mi rappava interi pezzi, il momento dopo si faceva più cupo, pensieroso, e mi diceva che era insicuro del suo rap in italiano perché aveva sempre rappato in inglese, mi diceva che non era convinto, che non era bravo a fare freestyle. Tutto questo senza mai smettere di fumare, perché è impossibile pensare a Kaos senza pensare alle sigarette che fuma. L’ho visto addormentarsi con accanto al letto un bicchiere di vodka e le sigarette e a metà della notte svegliarsi per farsi un sorso e accendersene una e poi rimettersi a dormire, in perfetto stile Bukowski. Ora ha smesso di bere, ma non ha mai smesso di accendersi una sigaretta dopo l’altra e quando lo incontro dietro qualche palco è come rivedere il fratello maggiore con cui hai sempre parlato poco, meno di quanto avresti voluto. Sono passati tanti anni e ultimamente gli ho sentito più volte ripetere la storia che il prossimo disco sarebbe stato l’ultimo, che basta, il suo tempo stava per giungere al termine. L’ho visto aspettare le tre di notte prima di salire sul palco senza battere ciglio, affrontare i peggiori impianti con la stessa carica con cui si affrontano i migliori, l’ho visto in perfetta simbiosi con Moddi e l’ho visto da solo, senza nessuno che gli facesse le doppie andare avanti fino alle fine, senza mollare mai una rima, senza perdere mai la battuta. L’ho visto dietro ai giradischi esaltarsi per i dischi che passava, e l’ho visto da una parte, con lo sguardo perso nei suoi pensieri, senza dire una parola per intere ore. Sono passati più di dieci anni dal nostro primo incontro e in questo tempo ho cambiato molto spesso idea sulle cose. Sono passato dall’esaltazione delle prime jam a un brutto scetticismo che mi ha fatto perdere molta della fiducia che avevo nel “magico” mondo dell’hip hop. Ho perso un po’ di passione e ho cominciato a trovare sempre meno motivi. Ma ogni volta che vedo Kaos su un palco mi ricordo che alcuni di questi motivi stanno ancora lì, inossidabili come se il tempo fosse un optional, mi ricordo da dove vengo, e soprattutto mi ricordo perché questa musica ancora mi scuote dentro e mi fa sentire parte di qualcosa che davvero non saprei spiegarvi meglio di così.
—  Danno

E poi una domenica, entri in garage e c'è lei piena di polvere.
Provi a capire se è ancora in grado di accendersi e prendere vita, giri la chiave e dopo neanche due tentativi, il suo motore canta gioia.
Ti siedi su di lei e in mente appaiono immagini di ricordi.
Fanculo il vomito ed il mal di testa, la fai correre più veloce che può e lei ti ringrazia con questo panorama fantastico.

Io e Davide avevamo un rapporto corretto, lo definirei io.
Ineccepibile solto alcuni punti e scorretto sotto altri.
Una sera di Ottobre, scesi di casa per incontrarlo e nell'aria si sentiva già il profumo di un'intensa chiacchierata del più e del meno.
Io e lui parlavamo di tutto. D'Attualità, di libri, d'arte, di scuola, della nostra amicizia, delle altre persone, di ciò che ci accadeva e delle ragazze che ci piacevano.
Funzionavamo come un ingranaggio rotto e poi aggiustato, con qualche rotella fuori posto che però riusciva ancora ad ingranare, nonostante i bulloni fossero sfalsati.
Lui diceva una cosa ed io la completavo.
Allora Davide mi guardava coi propri occhi castani e apriva piano la bocca come a voler continuare e voler dire altro, ma restava quasi sempre in silenzio e si passava una mano fra i capelli scuri, come il colore del carbone, disordinati, fasci di tulipani neri.
Quando lo vidi quella sera era appoggiato con la schiena al muro e aveva una sola mano nella tasca del jeans, largo e strappato sulle ginocchia.
L'altra teneva fra l'indice e il medio una sigaretta.
Non la reggeva come se fosse una semplice sigaretta.
L'incontro fra le sue labbra ed il filtro erano istanti memorabili.
Avvolgeva la propria carne lentamente attorno alla carta, fino a che era evidente che sentisse il sapore acre del tabacco perché socchiudeva gli occhi e con piacere morboso portava via con sè un bel pezzo di sigaretta,aspirandola dritta nei polmoni.
Godeva del fumo che gli aleggiava in bocca come se fosse il ragazzo più felice del mondo e quando lo soffiava via, il tabacco gli aveva portato via un gran pezzo di sè e gli aveva lasciato sulle labbra solamente un soave ricordo intenso.
Il tutto durava meno di qualche attimo e poi per ricordarsi di quanto fosse infelice, prendeva un'altra boccata di fumo e lasciava che andasse poi libero soffiandolo verso l'alto.
Lo salutai con una stretta amichevole di mano ed un bacio sulla guancia che ricambiò, sorridendomi poi.
Prendemmo a camminare senza alcuna meta particolare, lui adesso con entrambe le mani nelle tasche ed io con lo sguardo basso.
Non smettemmo un attimo di parlare e l'atmosfera intorno, nonostante fossimo all'aperto, sembrò farsi rarefatta quando gli domandai come andava con la ragazza con cui stava uscendo poco tempo fa.
Non mi rispose all'inizio e preferì accendersi l'ennisima sigaretta, per poi voltarsi a guardarmi e scuotere la testa come se la questione non lo avesse minimamente scalfito e come se non conoscesse la parola ‘ragazza’.
Allora io gli rifeci la domanda e lui spostò lo sguardo sul marciapiede.
Sembrava contare le mattonelle, così lo incalzai e stavolta lo spintonai con la spalla.
Lui si tolse la sigaretta di bocca, fermò il suo passo, mi fissò e mi riempì il volto di fumo:
“ Senti, ho smesso di sentirla, non mi va di parlarne..va bene? ”
allargò le mani verso l'esterno, coi palmi aperti e la sigaretta stretta fra le falangi come un antico tesoro piratesco.
Io feci un passo indietro e alzai di colpo le spalle, scrollandole.
“ Okay, okay. Cioè volevo solo sapere..”
allora per tutta risposta tenne lo sguardo crucciato a scompigliarmi i pensieri, poi prese un'altra forte boccata di fumo e riprendemmo a camminare come se non fosse mai accaduto niente.
Ci fu silenzio per qualche minuto intero e questo fu molto strano perché Davide aveva sempre qualcosa da dire, sempre qualcosa da aggiungere.
All'Arte, alla scienza, alla letteratura e al mondo.
Davide aveva, come me del resto, sempre qualche considerazione da fare.
La maggior parte del tempo che trascorrevamo a parlare non ci guardavamo quasi, comunicando in modo ben dissimulato, quasi astratto, tra una nuvola densa di fumo che sapeva ancora di lui mentre si dissolveva nell'aree.
Quella sera non so come, finimmo su di una panchina in ghisa, incrostrata nel marciapiede, più anziana del paesino stesso probabilmente.
Una serie incrociata di alberi di ulivo ci copriva dallo stradone dove le automobili sfrecciavano scheggiate dalle molecole dell'alcool.
Appoggiammo la schiena alla scomodissima spalliera e i piedi stendemmo su di una catena tesa a delimitare il marciapiede dalla strada.
Un ramo piegato dell'ulivo giunse quasi fino a noi e mentre il vento si fece più intenso e fischiava forte ad ogni spostamento, entrambi, senza mai smettere di parlare, ci avvolgemmo nelle nostre felpe come se tra noi e il mondo ci fosse un'ulteriore parete.
“ Però..Il sabato sera, e siamo qui fuori. Su di una panchina, mentre io fumo e tu fissi la siepe di fronte. ”
Gli risposi con calma, fissando ancora effettivamente la siepe e l'orizzonte dietro di essa, piatto e scuro, fuso col firmamento privo di stelle.
“ Questa sera il cielo ha smontato le luci della felicità. ”
Lui mi guardò così mentre lasciava che una sigaretta lo consumasse ancora, sino all'osso e mi disse con un tono secco e rapido, come se avesse potuto vivere anche senza sapere la mia risposta.
“ Oh, e perché sei infelice? ”
Io riportai gli occhi sulla siepe, e Davide fece lo stesso, picchiettando con l'indice libero sul ferro freddo della panchina.
“ No, credo di no. Cioè almeno non adesso. Siamo insieme e come al solito tu stai fumando ed io sto pensando. ”
Lui sorrise e non disse più nulla, smettendo anche di picchiettare con l'indice sul ferro.
Come se non volesse mai darmi la soddisfazione di sapere che anche lui mi voleva bene.
Dopo qualche ora ci alzammo.
Io e Davide non smettemmo mai di parlare, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese.
Quella sera però la ricordai fra le tante come una delle poche.
Quando ci salutammo , Davide non stava fumando e mi abbracciò come poche volte era successo.
Forse per lui il cielo, quelle stelle non le aveva mai montate.
—  Davide Avolio
Intuì con la comprensione di un adulto che questioni di realtà concreta diventano non insignificanti, ma meno vitali quando le si esamina al cospetto della maschera quieta e silenziosa della morte. Lo capì con la comprensione di un adulto e lo accettò con il sollievo di un adulto. Fu un'orma fuggevole, l'impronta di una scarpa nella sua mente. Così in un bambino sono tutte le impressioni adulte; è solo negli anni a venire che il bambino capisce di essere stato formato, plasmato da esperienze casuali; tutto quello che rimane nell'istante oltre l'impronta è quell'odore pungente di polvere da sparo che è l'accendersi di un'idea che prescinde dal numero effettivo dei suoi anni.
—  Stephen King

«Ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non scambierebbe con l'intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza, non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun attimo di gioia eguaglierà quell'attimo.»

Il piacere - Gabriele D'Annunzio.

Prima, quasi quasi, pensavo che ci fosse qualcosa di sbagliato. Sembrava che tutti gli altri avessero i freni tirati. La scena di un film, una voce, una frase, per loro non era vulcanica. Io invece non ho mai avuto freni. Io trabocco. E quando sento il tuo entusiasmo per la vita accendersi, accanto al mio, mi sento girare la testa.
—  Citazione di Miller – Nin dal libro “Storia di una passione – Lettere” del 1987.
Esistono veramente un botto di persone nel mondo, nella vita, nelle giornate, a scuola, sui bus, sui treni.
Ci sono quelli che in chat o per strada chiamano ‘amo’ chiunque, persino gli alberi, come modo di provare più affetto per una persona, come se fosse un modo per dimostrare più confidenza.
Quelli che sull'autobus iniziano a prenderti in giro, perché stai da solo a farti i cazzi tuoi sul tuo sedile scassato.
Quelli che per i corridoi della scuola ti salutano col bacio sulla guancia e poi a stento vi conoscete, ma siete amici degli amici degli amici degli…
Quelli che durante l'intervallo restano in classe a parlare con la professoressa che mangia i salatini, ecco, esistono persone anche così.
Quelli che ti mandano la domanda su ask e ti dicono che ti hanno notato a scuola e che non si fanno mai avanti nascondendosi dietro un anonimo e tu ti illudi e poi scopri che era una presa per il culo. Come sempre.
Quelli che quando sali le scale di corsa ti ridono alle spalle perché si chiedono il motivo per cui tu stia correndo così tanto. “E’ un ritardo, mica una gara?"E invece non sanno che hai preso circa 67 ritardi in 2 giorni.
Ci sono anche quelli che quando non partecipi a scioperi e manifestazioni ti criticano. "Bimbo, secchione”.
Quelli che quando invece partecipi a cose del genere, ti criticano. Comunque. “Il bimbo/secchione partecipa ad uno sciopero woooh!”
Quelli che tu li guardi in faccia e ti dicono “ma vuoi farmi una foto?”. Scusa.
Quelli che si mettono i pantaloni che dovrebbero essere indossati il sabato sera.
Quelli che invece si mettono le stesse scarpe tutti i giorni. Le supra, tipo, perché fan figo. Solo per quello.
Quelle che invece si mettono la maglia col velo e 3 metri di pancia e un fisico perfetto fuori, in bella mostra. Perché è perfetto appunto. Ma fanno 7 gradi sotto zero, 'orca troia.
E c'hai freddo per loro.
Quelli che invece sorridono e poi si nascondono dentro le cose, dietro le persone, sono ombre, e se chiedono loro cosa abbiano, rispondono di non avere nulla, ma solo sonno.
Quelli che li consideri tutti pazzi, spigliati, aperti, entusiasti della loro vita. Magari non lo sono.
Quelli che tu li guardi e ti mettono di buon umore. Che ti abbracciano.
Quelli che strillano e cantano per i corridoi o sui treni con le amiche per divertimento e non per farsi notare.
Quelli che dormono durante le lezioni, che appena la prof attacca a parlare, gli occhi si chiudono.
Quelli che alle interrogazioni ci vanno per non prendersi il 2 e poi improvvisano.
Quelli che improvvisando prendono 7. E quelli che improvvisando prendono 2, appunto. Tipo me.
Vabbè, l'importante è il pensiero.
Ci sono quelli che scendono in cortile all'intervallo solo per guardare quello/a che amano, che lo guardano con quegli occhi che hanno aspettato 3 ore per accendersi di nuovo.
Quelli che vengono ignorati nonostante si pavoneggino, quelli che passano ¾ volte davanti quella persona e quella non li guarda. Oppure sì.
Quelli che si gasano per l'occupazione o per l'assemblea. Chi invece resta a casa a dormire. Chi si sveglia a stento e perde il pullman tutti i giorni.
Chi porta lo spumante o le reflex a scuola per festeggiare qualcosa.
Ci sono quelli che restano muti a guardare e basta, senza fare nulla perché hanno tutto e niente da raccontare.
Ci sono quelli che vanno a scuola per gli amici, per i compagni di classe; quelli fieri di aver studiato e che passano i compiti e quelli che invece sono fieri e orgogliosi ed egoisti.
Quelli che non studiano mai.
Quelli che ti prendono in giro se non hai avuto tempo di farti uno shampoo o se ti metti la sciarpa non intonata ai vestiti nonostante tu la metta perché è l'unica che hai e hai freddo. Quelli che ti prendono in giro se ti piace una cosa diversa dalla loro. Quelli che ti prendono in giro e basta, perché sei diversa da loro. Quelli che ti mettono le mani addosso, quelli che spintonano per passare o per nessun motivo. Per sfizio.
Quelli che ti soccorrono in bagno mentre sei a piangere e chi invece si scorda di te. Ci sono quelli che si ricordano di ciò che hai passato e ti guardano sempre, quelli che invece sanno dove pungerti.
Quelli che ti tengono d'occhio se sorridi o meno. E magari aspettano il momento giusto per abbatterti. O per sorriderti a loro volta.
Ci sono quelli di queste scuole d'oggi che ci sembrano così diverse e invece le persone si comportano tutte uguali.
Ci sono quelli come noi.
—  Francesca Barone

“ogni amore amore quando cade fa rumore”, l'ho letto qualche giorno fa su un muro di una strada che ho percorso mille volte, senza mai fare attenzione. l'ho guardata e ho pensato che purtroppo è una frase che parla di noi: il nostro amore è caduto come qualcosa che ti sfugge di mano e si, ha fatto un rumore enorme, come quelli che ti svegliano, d'improvviso, nel cuore della notte. avrei tanto voluto dormire fra le tue braccia serenamente, per tutta la mia vita, vederti e sentirti mio complice come ho visto e sentito la prima volta che ti ho visto. avrei voluto vedere la tua anima accendersi ogni volta con bacio, avrei voluto essere sincera e esserti amica, darti e darmi un'altra vita, quella che avevamo sempre sognato ma in cui non avevamo mai creduto. avrei voluto legarci con il filo della passione, avrei voluto che nulla finisse così, senza preavviso, senza prepararci a quello che voleva dire vivere senza di noi. avrei voluto girare la città con te fino a notte tarda anche se di giorno l'ho girata cento volte, farmi aspettare ancora una volta sotto casa per sentirmi dire dopo un bacio “mi fai sempre aspettare”.
quando ci siamo salutati per la seconda ultima volta, mi hai chiesto un bacio d'addio. mi hai asciugato le lacrime sulle guance con i baci e mi hai augurato buona fortuna. “siamo stati sfortunati, arriverà il momento anche per noi” mi hai detto voltandoti e andando via. e sul momento ci hai creduto, ci ho creduto un po’ anche io. ma tutte le leggi del mondo nel nostro amore non le abbiamo rispettate mai, e perchè mai, proprio ora, dovremmo rispettare quella che dice “non c'è due senza tre?”. magari non ce lo meritiamo un terzo tempo, io e te. magari doveva finire così senza troppi capricci malinconici. o magari no. ma questo ce lo dirà solo il tempo. nel frattempo, Mimì, prenditi cura di te.

Tōkyō, dō (道)
Appartamento 139b

Sono appena arrivata ed è tutto un trambusto, ho ancora l'ansia addosso e non penso che passerà in fretta perché è tutto come immaginavo, tutto come lo desideravo e probabilmente supera di gran lunga le mie aspettative.
Guardo fuori dalla finestra principale ed è orario di punta, la folla si riversa per le strade, molti di loro hanno qualcuno che li aspetta. Le luci iniziano ad accendersi e illuminare l'atmosfera, penso che vorrei condividere tutto questo con te. La solitudine aumenta piano piano e quasi mi soffoca, cerco di cacciarla via, magari più tardi proverò a chiamarti, mi starai aspettando? Forse ti manco, oppure è troppo presto?
Respiro profondamente e mi dico che dovrei rilassarmi, magari con un bagno caldo per calmare i nervi tesi, uscire un po’ e godermi la città.
Mi accendo una sigaretta e improvvisamente mi ricordo della promessa che ti avevo fatto, devo smettere. Spengo la sigaretta dentro il posacenere e mi pento di non averla mantenuta anche solo per due secondi.
Dentro di me ti penso come una pazza.
Mi siedo sul piano della finestra per godermi la vista che mi ritrovo di fronte e non sto nella pelle, non vedo l'ora di girare e scattare tantissime foto, ammetto che casa mi manca e ammetto che sarà difficile per i primi mesi affrontare la lontananza, ma so che sono in grado di sopportarla, di farmi avanti per tutte le occasioni che mi si presenteranno davanti e di non mollare mai la presa. Di non farmi abbattere da quei macigni che le persone chiamano paura, invidia, mancanza, soggezione e chi più ne ha più ne metta.
Devo uscire, voglio uscire, quindi mi metto la giacca e prendo l'ascensore, il freddo mi si scaglia contro con un colpo di vento e mi rendo conto che sono veramente qui, che adesso non c'è niente che mi separa da tutto quello che avevo sognato mesi prima, mi sconvolge.
«E il calore delle tue braccia arriva fin qui.»
Respiro, una, due, tre volte e i miei polmoni chiedono aria, non voglio piangere.

—  Alice Giaquinta, Cuori in rivolta.

anonymous asked:

Cari scout...

Grazie di cuore.
Per le cartine del dopo guerra che più di una volta ci hanno portato su sentieri imbattuti da decenni o inesistenti ad oggi.
Grazie per la fame nera dei campi, quando il fuoco non ne vuole sapere di accendersi e la carne in scatola era più gelatina che altro.
Grazie per i calli e i chili persi che non era necessario perdere.
Grazie alla quasi ipotermia nelle notti di gennaio passate in tenda.
Grazie per tutti i bivi dove mai una volta che la strada giusta fosse quella in pianura o in discesa.
Grazie per le occhiaie da inciamparci visto il fischio del silenzio a mezzanotte e la sveglia alle sette del mattino dopo una settimana di scuola e impegni vari.
Grazie anche per i giri di campo di prima mattina e per l'acqua gelida con cui lavarsi.
Grazie per le infiammazioni precoci alla sciatica e alle sventate ernie del disco sotto i chili di filagne, zaini e tende.
Grazie perché puntualmente il campo si fa nella settimana in cui tutte noi stiamo in “quel periodo del mese”, e quindi apriti cielo per avere collaborazione e pochi giramenti di ovaie.
Insomma grazie per avermi insegnato che “semplice” non è sinonimo di “divertente”, e che “comodità” non c'azzecca nulla con “avventura”, che TV e telefono sono davvero superflui quando sopra ai tuoi occhi hai un cielo talmente immenso che vorresti quasi affogarci e farne parte per sempre. Grazie per avermi insegnato che “social” e “sociale” sono due mondi quasi incompatibili e che i programmi TV non sono niente paragonati alle risate intorno ad un fuoco.
Grazie davvero, perché anche i momenti più difficili, stressanti, pesanti o noiosi, solo a ricordarli mi strappano un sorriso anche dopo anni. Grazie, perché alla fine se sei circondato dal tuo reparto o dal tuo clan e non indossi l'uniforme, a sentirti in difetto e ridicolo sei tu. Se solo tutti quanti sapessero cosa c'è di tanto grande e speciale nello scoutismo, probabilmente resterebbero indignati nel vedere quanto questo movimento venga ridicolizzato nei film americani. Ma anche qui, grazie di cuore, perché lo scoutismo è stato creato per tutti, ma non tutti sono in grado di poter far parte di una cosa come lo scoutismo.
A tutti voi, a tutti noi, buona strada.

“Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l'avete trovato.”
(L'ultimo messaggio di Baden Powell -generale dell'esercito britannico e fondatore dello scoutismo- ai suoi Esploratori.)

Mi piace Settembre.
È il mio mese preferito insieme a Dicembre.
Mi piace Settembre,
il mese odiato da tutti.
Lo reputo bello,
affascinante.
Il primo di Settembre, di solito, la pelle già pizzica dal freddo.
La gente sorride di meno,
ritorna agitata.
Nessuno coglie la bellezza in Settembre.
Ritornano le maglie a maniche lunghe,
pronte a trasformarsi in maglioni
e la pioggia inizia a cadere più spesso.
Ci si addormenta con quel suono rilassante che ci fa compagnia.
Le persone non riescono più a nascondere le emozioni.
Le scuse «sono rossa dal caldo»
«tremo per il freddo»
non reggerebbero.
I lampioni iniziano ad accendersi prima,
il buio non arriva cosi tardi.
I fari delle auto danno un tocco
magico e malinconico
alla città.
I colori diventano scuri
ed il buio riesce a goderselo anche chi, stanco morto, crolla presto la sera.
Credo che non ci sia nulla di più bello di Settembre.
—  frammenti di me