accendersi

LA MIRABOLANTE STORIA DELLA PATATA

Sempre riproporre questa gemma che una volta era su Splinder.

LA NOIA
Martedì grasso dei primi anni 2000. Io e tre coinquilini, che per rispettare la privacy chiameremo il Metallaro, Rocco, e TP (noto vip del punk italiano) passiamo una serata noiosissima in casa guardando fiction. Neppure una bottiglia di vino. Niente. Noia totale. Palla de fieno che rotola.
Le vicine di casa, dirimpettaie di finestra, invece fanno festa per il carnevale. YEAH YEAH tutte mascherate con i loro amici vanno verso piazza maggiore a festeggiare non si sa cosa. Questo innervosisce non poco il mio coinquilino Metallaro, che affacciandosi alla finestra decide per scorno di lanciare loro una cipolla. Purtroppo il lancio non va a buon fine, e non solo non le colpisce, ma loro manco se lo cagano perché non si accorgono di niente. Scorno.
Niente. Palla di fieno, e guardiamo la fiction di canale 5, che non so ma forse era Ultimo con Raoul Bova. Noia totale. Misantropia.
Alle una sentiamo per strada i rumori dell’allegra combriccola mascherata delle coinquiline del cazzo che ritornano dal loro festeggiare non si sa cosa con un buonumore non si sa perché, e l’infastidimento precedentemente manifestatosi con la cipolla si ripalesa ma di grado estremamente superiore. Dunque il Metallaro dice “tiriamogli qualcosa”, ma mentre Rocco cerca un oggetto qualsiasi, la carovana già è entrata nel portone davanti al nostro e sta già salendo le scale verso casa.

L’IRREPARABILE
Cazzo, frustrazione. Ma: ecco che il Metallaro si pone a cavalcioni del davanzale della finestra della cucina (rischiando la vita, secondo piano, 60% del corpo fuori dalla finestra sullo strapiombo) mentre io ho trovato nella credenza una patata di all’incirca 1 kg con le dimensioni di un grosso sasso.
Porgo la patata al Metallaro, ignaro di quello che sta per succedere.
Le vicine entrano in casa, si vede dalla finestra accendersi la luce.
Il Metallaro scaglia con una potenza inaudita a 200 km all’ora la patata-sasso che frantuma il vetro della finestra delle vicine facendo schizzare tutti i vetri sulla parete opposta.

Il gelo.

TP guarda con occhi pallati Rocco.
E’ immediata la consapevolezza di doversi ritirare dalla cucina, spengendo la luce, fuggendo in un'altra stanza per decidere il da farsi.

IL SUMMIT
La riunione al buio del corridoio verte su due punti: la paranoia di aver ucciso qualcuno e la necessità di mantenere una linea di difesa da qui all’eternità dei tempi, senza contraddizioni.
La paranoia si basa sulla certezza che arriveranno le teste di cuoio e verremo incarcerati per mille anni come pena esemplare per scoraggiare eventuali imitatori di chi ha inventato il fenomeno teppistico del 2000, cioè (dopo i sassi dal cavalcavia) la patata nella finestra senza alcun motivo.
Per la strategia di difesa, decidiamo all’unanimità di non confessare e di negare l’evidenza in stile noi non abbiamo fatto niente, maccosa io dormivo. E’ altresì vero che possiamo essere stati solo noi a lanciare la patata, in quanto davanti alla finestra delle vicine c’è solo la nostra finestra e quella di una vecchia di 89 anni, e che per sfondare un vetro dalla strada ci sarebbe voluto Hulk sbronzo che però dà il giro all’ortaggio facendogli compiere una traiettoria balisticamente improbabile attorno ad un albero con caratteristiche da medaglia d’oro delle olimpiadi, per violenza e parabola.
E’ necessario intanto chiudere la finestra della cucina che è rimasta aperta: Rocco striscia come un marine in cucina al buio e con manine segrete chiude le persiane, peccato che ovviamente se c’era qualcuno affacciato di fronte avrebbe visto una stanza buia vuota con due manine spuntate non si sa da dove che chiudono le persiane pianissimo. E’ necessario in secondo luogo nascondere sotto le coperte il coinquilino TP che già suda senso di colpa dagli occhi, essendo incapace di fare cose che comportino malafede.
Ma soprattutto è necessario, per dindirindina, nascondere l’arma del delitto, in questo caso TUTTE le patate presenti nell’appartamento, ma la modalità con cui farlo è discutibile. E viene discusso, sottovoce in una tempesta di paranoie:
a) mangiamo tutte le patate? No, se entrano le teste di cuoio ci trovano all’una e mezza di notte che mangiamo 5 chili di patate ci colgono in flagrante
b) nascondiamo le patate nelle giacche negli armadi? No, in caso di perquisa delle forze dell’ordine saremmo parimenti spacciati.
c) nascondiamo le patate nelle buche delle chitarre e rimontiamo le corde? Maccosa.
d) diamo la colpa alla vecchia di 89 anni lasciando il sacco di patate fuori dal suo pianerottolo? Non credo che i Ris di Parma ci cascherebbero.
e) buttiamo le patate nel water?
La mozione e) sembra a tutti la più convincente. Solo che le patate non vanno giù nel water, ci tocca tagliarle a pezzi sulla lavatrice, ma ancora non vanno giù, non passano dallo scarico. Cristo.

LA SOLUZIONE
E’ evidente: tutte le patate debbono essere sbucciate velocemente sulla lavatrice, masticate una ad una crude per essere ammorbidite, dopodichè sputate nel cesso e tirare l’acqua. E così viene fatto, io, Rocco, il Metallaro e TP (nel panico) mastichiamo le patate e le sputiamo nel cesso fino alla nausea, certi che questa sia la mossa migliore per passarla liscia con quelli di C.S.I. che stanno arrivando.
Purtroppo, giunti a due patate dalla fine, dobbiamo arrenderci allo schifo e decidiamo di nascondere le ultime due prove della nostra colpevolezza. Ma dove?

L’IGUANA
Al tempo un nostro coinquilino abruzzese (quel giorno assente) possedeva un’ iguana che viveva in un televisore svuotato adibito a ternario, da cui il nome della bestia era Grundig. Non stupitevi, aveva i rasta. (Il coinquilino, non l’iguana). Noi comunque decidiamo che le ultime due patate vanno nascoste dietro al tronco di legno dove dorme Grundig, e cosi facciamo.
Ecco fatto, adesso è il momento della fase b, cioè mettersi a letto e simulare di stare dormendo dalle ore 21. Io divido la camera con l’inquilino TP, che trovo mummificato e sudante sotto le coperte, non proferisce parola e sta già pensando al pigiama per il carcere. Passiamo qualche minuto a immaginarci il clamore mediatico di questo nostro gesto, e i commenti di Umberto Galimberti su questa gioventù priva di valori. Passiamo qualche altro minuto a temere l’imminente arrivo delle teste di cuoio.
Quand’ecco.

IL NAPOLETANO
Dlin dlon.
Suona il campanello. Sono ormai le due e un quarto. Vado in pigiama a chiedere “chi è”, simulando di essere stato svegliato. “siamo le ragazze, le vicine di fronte”. Argh. Apro. Entrano due ragazze e un tipo vestito militare, taglio parà, accento direi partenopeo.
“Che è successo?” dico stropicciandomi gli occhi dal sonno. Arrivano anche Rocco e il Metallaro, TP rimane nella cripta.
“Ci hanno sfondato una finestra con una patata”
“Eeeeh?”
Simuliamo incredulità. Forse siamo davvero increduli, il gesto che abbiamo fatto è effettivamente incredibilmente senza senso. Iniziamo a sproloquiare cose tipo “Ma chi è stato? E soprattutto perché? Ma potevano uccidervi! Ma è assurdo! C’era qualche messaggio con la patata? Avete dei nemici? Noi troveremo i colpevoli! Ma soprattutto: che senso ha tirare una patata in una finestra” eccetera.
Facce a culo così, viste poche volte nella vita. Diamo loro anche del cartone da imballaggio per coprire la finestra. Il napoletano non è tanto convinto, noi siamo anche un po’ offesi perché hanno pensato a noi come colpevoli, dato che facendo tutte le ipotesi del caso, potremmo essere stati solo noi.
Le salutiamo raccomandandoci di tenerci informati su questo incredibile caso.
Torniamo a letto, sapendo che non la passeremo liscia.

LA PULA
Passa mezz’ora, e verso le 3 suona il campanello.
Rocco chiede al citofono chi è, ma una voce già di qua dalla porta dice “apra: carabinieri”
Argh.
Entrano due carabinieri, uno che fa le domande e uno che si guarda attorno (secondo noi cerca tracce di patate) prendendo appunti. Noi aggrediamo subito:
“Agenti venite per quella cosa della patata? E’ una cosa incredibile, assurda, ma chi può essere stato?”
“Ehm, ragazzi.. c’è stata una festa qui stasera?”
iniziano a cercare tracce di spinelli, bottiglie di vino o resti di festeggiamenti e baldoria.
Non c’è niente.
Niente.
Sono basiti, vedono solo 4 stolti in pigiama che si arrampicano sugli specchi, ma non hanno prove. Vedono anche tanti poster dei Dimmu Borgir e degli Immortal. Il Metallaro è amico di Attila Cshar dei Mayem. Proviamo con la tattica “In effetti possiamo esere stati solo noi: ma agente, mi dica: per quale motivo? Non c’è alcun motivo sensato per un gesto del genere!”
Era vero.
Il Metallaro tira fuori a questo punto la perla:
“Vede, agente, in questo quartiere succedono cose strane. Pensi che l’altra settimana qualcuno ha lanciato un portacenere a della gente che cenava sul balcone. Incredibile, no?”
Era stato lui.

I carabinieri se ne vanno. Li sentiamo dalla finestra dire alle ragazze, in strada, qualcosa tipo “Possono essere stati solo loro, ma non c’è traccia di niente”.
Passa la nottata, con sogni strani a base di tribunali e inquisizioni. TP è immobile. Gli provo la febbre, ha 31°. E’ ormai di marmo.

IL GIORNO DOPO
Nessuno crede di averla scampata. Usciamo di casa dopo ore di tentennamenti, ma usciamo a scaglioni e tutti con gli occhiali scuri. Io e il Metallaro, in un bar, vediamo avvicinarsi due poliziotti.
Ansia.
Penso alla fuga modello tetti di palazzi in film americani.
I poliziotti ordinano un cappuccino.

L’IGUANA 2
Torno a casa, verso sera suona il campanello. Sono di nuovo le ragazze. Argh.
“Siamo venute a SCUSARCI per ieri. Vi abbiamo dato la colpa subito, ma voi siete stati cosi gentili verso di noi. Non capiamo chi possa essere stato, ma vi volevamo invitare a cena per scusarci.”
Ah-ah. Il crimine paga.
Arrogantemente, mi dichiaro un po’ offeso ma so perdonare, e gli mostro la nostra casa.
“venite di qua, vi mostro la nostra iguana Grundig”

Musica di Simonetti.

Spunta una patata da sotto il tronco.
Prendo di forza le ragazze per il braccio, le trascino via dalla stanza dell’iguana, e dico
“Ma no, venite di qua: vi mostro la cucina.”

youtube

Nick Cave & Debbie Harry - Into the Fire

Quest'ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei, né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne.

Eraclito

DIFFERENZA TRA GRILLISMO E GRILLANESIMO

Questa mattina una ragazza di nemmeno trent'anni mi ha chiesto se potevo aiutarla a fumare.

Una ragazza di nemmeno trent'anni e che forse vivrà a malapena altri trenta giorni.

Cercava di accendersi una sigaretta nella tromba delle scale di servizio del suo reparto ma i deflussori attaccati al dorso delle mani e il tremore di queste ultime le rendevano impossibile la cosa.

Guarda che se ci riesci fai scattare l'allarme antincendio – le faccio, indicando i sensori sul soffitto – Vieni, ti accompagno fuori sulle scale antincendio.

La ragazza peserà 30 chili, flebo e sacca di nutrizione per sondino naso- gastrico compresa, e dopo aver impugnato un'asta ciascuno, usciamo a braccetto sulla scala esterna.

La ragazza non parla e fuma come fanno i tossicodipendenti, tenendo la sigaretta tra pollice e indice…a occhio AIDS in fase terminale. Un vistoso gesso fresco di sala intorno al gomito dice perché si trovi lì in ortopedia.

A un certo punto sento picchiare sul vetro della porta REI di entrata e quando mi volto vedo inquadrata la faccia alterata di una donna di mezz'età, inguainata in una camiciola di seta svolazzante e incatenata d'oro come un pappone di un film di Tomas Milian.

Le apro la porta, sempre milord, e lei si avventa su di noi con le seguenti parole:

NON SI PUÒ FUMARE IN OSPEDALE! E POI IL FUMO FA MALE!

Le mie mani stavano per muoversi autonomamente a tracciare i sigilli per il jutsu dell'Esticazzi del Dragone Nascente, quando la ragazza alza il braccio ingessato e fa ‘A signo’… ‘sto gesso me lo porto nella bara quindi vada a rompe li coglioni da n'artra parte!’.

E così la signora ha fatto, lasciandomi forse il dubbio sul suo schieramento politico ma di sicuro non sugli effetti che questo ha avuto sulla gente comune.

e vi racconterò di quella volta che alle tre del mattino con la batteria morta del cellulare, provo a rientrare a casa assonnatissima e mio fratello aveva chiuso la porta e lasciato le chiavi attaccate dentro e io non potevo suonare il campanello perché dormivano tutti, ma non potevo telefonare a quel beota, ché il telefono era spento e non dava segno di accendersi. come un ladruncolo, sono scesa in giardino, dove si affaccia il finestrone del seminterrato - lui dorme lì, e ho iniziato a inveire contro di lui e a bussare ripetutamente sul vetro, finché non si è accorto della mia oscura presenza all'esterno e mi è venuto in soccorso. cinque minuti di panico in cui mi ero già figurata la nottata sulle sedie di plastica in terrazzo, avvolta nel giacchino di jeans.

e questa è la voce del verbo “smadonnare”

E lo ricordo come se fosse ieri, quel giorno, l'ultimo. Lo sapevo che sarebbe stato così, che sarebbe stata l'ultima volta che i nostri sguardi si sarebbero incrociati, sarebbe stata l'ultima volta che ti avrei parlato. Mi hai fatto ridere, perché tu avevi questo stramaledettissmo potere di riuscirci anche con uno sguardo, perché ci capivamo, sempre. Eri nella mia testa, e non ne sei uscito più. Abbiamo parlato del passato, di quegli ultimi cinque anni, abbiamo riso di quanto eravamo stati stupidi. Ho visto quella scintilla accendersi nei tuoi occhi, quella che avevi quando ci capivamo. Mentre gli altri non avevano idea di cosa accidenti parlassimo, ero già arrivata alla mia fermata, dovevo scendere da quel treno. La consapevolezza ci ha investiti, ci siamo guardati, le mani che tremavano, ho tentato di nasconderle invano stringendo la stoffa del mio vestito. Te ne sei accorto? Mi sono sporta in avanti, un mezzo passo verso di te, ti ho salutato con un bacio sulla guancia e tu hai fatto lo stesso, poi mi sono alzata sulle punte, mi sovrastavi con la tua altezza e mi sono avvicinata al tuo orecchio. «Ti perdono» ti ho sussurrato, poi ti ho dato le spalle. Le porte spalancate stavano aspettando me,sulla soglia mi sono voltata per l'ultima volta. Mi stavi guardando, con la consapevolezza che sarebbe stata l'ultima. Ti ho sorriso e tu hai fatto lo stesso, con la confusione negli occhi. Ho varcato la soglia con il cuore più leggero e le ginocchia che tremavano. Le porte si sono chiuse con uno stridio fastidioso, e io non ho resistito, mi sono voltata ancora, non avevi mai smesso di farlo, di guardarmi, come a incidere ogni minimo dettaglio nella mente. Il treno è partito e ti ho visto scivolare via. Mi hai lasciato andare, ti ho lasciato andare. Ho osservato il vuoto buio e silenzioso che si era venuto a creare, sono rimasta a guardarlo per un po’ e poi ho realizzato che ci sarebbe sempre stato, un vuoto. È ancora tutto qui.
—  Un'ultima volta - DestinyHopeL
Le piaceva sedersi fuori, nelle sere di pioggia. Su quel patio in cui erano soliti trascorrere i pomeriggi d'estate, leggendo e facendo l'amore.
Le piaceva sedersi a terra e accendersi una sigaretta nel silenzio della provincia.
Con gli abiti bagnati e lo sguardo perso nel vuoto, aspettava di essere stupita ancora una volta.
Ho visto Kaos One per la prima volta a Bologna alla jam Tinte Forti, mi pare fosse il 1995. Di lui conoscevo “Let’s get dizzy” dei Radical Stuff e il pezzo “Don Kaos” sulla Rapadopa, un pezzo che già allora faceva da spartiacque. In quell’occasione non andai oltre il semplice saluto. Lo incontrai di nuovo dopo qualche mese, in occasione di un live dei Radical Stuff al Forte Prenestino; in quel periodo stavamo registrando “Odio Pieno” e azzardai la richiesta di un featuring sperando che la sua conoscenza con Ice, e le birre che gli avevo offerto quella sera giocassero a favore. Disse subito di si, e qualche settimana dopo me lo ritrovai ospite a casa mia. Tipo strano Kaos. Ha la voce roca che sembra una motosega sull’osso. A prima vista mette una certa inquietudine, lo sguardo impassibile che sembra sempre fissare un punto distante ed una serietà difficile da scavalcare. Per me lui era il veterano dell’old school, quello che faceva rap già da dieci anni mentre io ero solo un pischello con la chiacchiera sciolta che ne sapeva ben poco, eppure… Abbiamo passato due giorni a parlare di rap, di libri, di cinema, di fumetti e di quello che ci passava per la testa. Io tiravo fuori i miei quaderni e gli leggevo le ultime strofe scritte e lui rispondeva facendomi ascoltare una cassettina con degli inediti (fra cui la spettacolare “Marco se n’è andato..” con la base di Neffa e la voce campionata della Pausini come ritornello, e il testo che raccontava di Kaos che parlava di se stesso dopo che si era suicidato…). Avevo letto i suoi testi, lo avevo visto sul palco, aggressivo, rabbioso, simile ad un guerriero sul campo di battaglia. Ma in quei due giorni passati insieme ero riuscito ad intravedere l’altra sua faccia: quella di una persona riflessiva, educata e con un’inaspettata propensione all’umorismo e alla battuta. Un momento prima si esaltava a mille, soprattutto quando mi raccontava di qualche pezzo rap americano che gli piaceva particolarmente e mi rappava interi pezzi, il momento dopo si faceva più cupo, pensieroso, e mi diceva che era insicuro del suo rap in italiano perché aveva sempre rappato in inglese, mi diceva che non era convinto, che non era bravo a fare freestyle. Tutto questo senza mai smettere di fumare, perché è impossibile pensare a Kaos senza pensare alle sigarette che fuma. L’ho visto addormentarsi con accanto al letto un bicchiere di vodka e le sigarette e a metà della notte svegliarsi per farsi un sorso e accendersene una e poi rimettersi a dormire, in perfetto stile Bukowski. Ora ha smesso di bere, ma non ha mai smesso di accendersi una sigaretta dopo l’altra e quando lo incontro dietro qualche palco è come rivedere il fratello maggiore con cui hai sempre parlato poco, meno di quanto avresti voluto. Sono passati tanti anni e ultimamente gli ho sentito più volte ripetere la storia che il prossimo disco sarebbe stato l’ultimo, che basta, il suo tempo stava per giungere al termine. L’ho visto aspettare le tre di notte prima di salire sul palco senza battere ciglio, affrontare i peggiori impianti con la stessa carica con cui si affrontano i migliori, l’ho visto in perfetta simbiosi con Moddi e l’ho visto da solo, senza nessuno che gli facesse le doppie andare avanti fino alle fine, senza mollare mai una rima, senza perdere mai la battuta. L’ho visto dietro ai giradischi esaltarsi per i dischi che passava, e l’ho visto da una parte, con lo sguardo perso nei suoi pensieri, senza dire una parola per intere ore. Sono passati più di dieci anni dal nostro primo incontro e in questo tempo ho cambiato molto spesso idea sulle cose. Sono passato dall’esaltazione delle prime jam a un brutto scetticismo che mi ha fatto perdere molta della fiducia che avevo nel “magico” mondo dell’hip hop. Ho perso un po’ di passione e ho cominciato a trovare sempre meno motivi. Ma ogni volta che vedo Kaos su un palco mi ricordo che alcuni di questi motivi stanno ancora lì, inossidabili come se il tempo fosse un optional, mi ricordo da dove vengo, e soprattutto mi ricordo perché questa musica ancora mi scuote dentro e mi fa sentire parte di qualcosa che davvero non saprei spiegarvi meglio di così.
—  Danno
Italian music (pop/hip hop)

A collection of the best pop and hip hop Italian songs from the 2000s and 2010s.

È la prima volta che mi capita / It’s the first time it’s happened to me
Prima mi chiudevo in una scatola
/ Before I just used to shut myself in
Sempre un po’ distante dalle cose della vita
/ Keeping my distance from life and its stuff
Perché così profondamente non l’avevo mai sentita
/ Because I’d never felt it so deeply
E poi ho sentito un’emozione accendersi veloce
/ And then I felt an emotion flare up quickly
E farsi strada nel mio petto senza spegnere la voce
/ And push its way into my heart without turning down my voice
E non sentire più tensione solo vita dentro di me / And I feel no tension, only life inside me

Quante volte ad un “ti amo” hai risposto, “No, non posso"  / How many times to an "I love you” you answered “No, I can not”,
Hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso
/ you felt these feelings and they do not look good on you
Parliamo allo stesso modo ma con diversi argomenti
/ We say the same thing but with different topics,
Siamo nello stesso hotel ma con due viste differenti
/ we are in the same hotel but with two different views.
L'amore è un punto di arrivo, una conquista
/ Love is a point of arrival, a conquest.
Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista
/ But there is no prospect without two points of view.

Liberi, / Free
ci sembrerà di essere più liberi / We will feel more free
se dalle nostre mani / If from our hands
non cadranno più parole per noi due. / no more words about us will drop

E sarà più semplice, / and it will be easier
sorridere alla gente senza chiederle / to smile without people asking
se sia per sempre o duri un solo istante, / if it is forever or just for a moment
e poi che ce ne importa a noi? / and what do we even care?

Tanto basta così, così, scendiamo qui, qui, / That is enough anyways, let’s stop here
che senza di noi c'è la libertà, / sure without us there is freedom
sì ma basta così, così, fermiamoci qui. / yes, that is enoug, let’s stop here.

Sarà difficile vederti da dietro / Seeing you from behind will be hard
Sulla strada che imboccherai / on the road you’ll take
Tutti i semafori / all the traffic lights
Tutti i divieti / all the no entries
E le code che eviterai / all the lines you’ll avoid
Sarà difficile / it’ll be hard
Mentre piano ti allontanerai / while slowly you’ll get distanced
A cercar da sola / to look for by yourself
Quella che sarai / the person’ll be

A modo tuo / in your own way
Andrai, a modo tuo / you’ll move your own way
Camminerai e cadrai, ti alzerai / you’ll walk and you’ll fall, and get up
Sempre a modo tuo / always in your own way

Sono gocce di memoria / they are memory’s drops
queste lacrime nuove / these new teardrops
siamo anime in una storia incancellabile / we are souls in a indelible story
le infinite volte che / all the endless times that
mi verrai a cercare / you’ll come look for me
nelle mie stanze vuote / in my empty rooms
inestimabile / pricelesse inafferabile / uncatchable
la tua assenza che mi appartiene / your absesnce belongs to me
siamo indivisibili / we are indivisible
siamo uguali e fragili / we are the same and fragile
e siamo già così lontani / and we are already so far

Avere l'impressione di restare sempre al punto di partenza / Having the impression of remaining always at the starting point
E chiudere la porta per lasciare il mondo fuori dalla stanza / And closing the door to leave the world out of the room
Considerare che sei la ragione per cui io vivo  / Considering that you are the reason for what I live
Questo è o non è amore? / Is this love or not?
Cercare un equilibrio che svanisce ogni volta che parliamo / Searching for a balance which vanishes everytime we talk
E fingersi felici di una vita che non è come vogliamo / And pretending to happy with a life that is not as we want
E poi lasciare che la nostalgia passi da sola / And then letting the nostalgia to pass alone
E prenderti le mani e dirti ancora / And taking your hands and saying you again
Sono solo parole / It’s just words
Sono solo parole / It’s just words
Sono solo parole, le nostre / Ours are just words
Sono solo parole / It’s just words

La differenza tra me e te / The difference between me and you
non l’ho capita fino in fondo veramente bene / I don’t completely understand it all that well
uno dei due sa farsi male l’altro meno però  / One of us knows how to get hurt, the other less so, but
Me e te, beh / Me and you, well
quasi una negazione / Almost a negation

Io mi perdo nei dettagli e nei disordini tu no / I get lost in the details and the chaos, you don’t
e temo il tuo passato e il mio passato ma tu no / And I dread your past and my past but you don’t
Me e te / Me and you
è così chiaro che sembra difficile / It’s so obvious that it seems difficult

La mia vita mi fa perdere il sonno sempre / My life always makes me lose sleep
mi fa capire che è evidente /it makes me understand that it’s evident
la differenza tra me e te / the difference between me and you
Poi mi chiedi come sto / Then you ask me how I am doing
e il tuo sorriso spegne i tormenti / and your smile turns off all my torments
e le domande a stare bene a stare male a torturarmi a chiedermi perché /
and the questions to feel good, to feel bad, to torture me, to ask me why

Lettera alla bambina che sono stata

“ Ciao, penso che sia la prima volta che ti scrivo ma è da tanto tempo che provo ad ascoltarti e a farti battere dentro di me, ti trovi in un posto che certe volte è buio per la troppa tristezza e in alcuni momenti è all'improvviso illuminato da una luce che non vuole smettere di accendersi e ti fa brillare, rendendoti visibile ai miei occhi.
Quando riesco a scorgerti, tra tutte le mie delusioni, le mie aspettative, i miei sogni infranti e il dolore che provo, ti abbraccio e ti prendo tra le braccia per portarti in salvo e ti cresco e ti rendi man mano più simile alla ragazza che sono diventata, affinché tu rimanga con me, fino a quando sentirò il bisogno di te e staremo insieme.

Ti guardo e mi accorgo che sei ancora una parte di me, sono insicura e persa, a volte spaventata, curiosa e preoccupata,timida, affettuosa, ingenua, piagnucolona, tenera come lo sei stata anche te e lo sei ancora. Non nasconderti e non impedirmi mai di ritrovarti ogni volta che mi ricorderò di te e mi mancherai come il mio respiro.
E spero che un giorno arrivi qualcuno che mi guarderà negli occhi e vedrà te, ti accoglierà subito e ci amerà entrambe. Scusami, ma se avrò una bambina, voglio che sia come te, che eri una piccola me.
—  noisiamoinfinito003

Guarda che amarsi è fare le cose semplici. E’ scegliere il pane alla coop la domenica mattina. E’ mettersi le ciabatte dell’altro trovate sotto al letto. Guarda che amarsi è mangiare gli spaghetti scotti. Dimenticarsi il cellulare in macchina. Baciarsi da appena svegli fra le lenzuola. Ridere di gusto del passato. Guarda che amarsi è parlare del più e del meno sul divano. E’ addormentarsi mentre si legge una storia ai figli, tutti e due. Trovare il tempo per darsi una carezza. Guarda che amarsi è dubitare, aver paura, non capirsi. Amarsi è lasciarsi perdere e poi tornare a prendersi piangendo. Guarda che amarsi è accendersi due sigarette dopo una giornata impegnativa, è brindare a quello che verrà senza sapere se sarà insieme. Guarda che amarsi è fare fatica. Ma io voglio tutte queste cose, dalla prima all’ultima.

Mi piace Settembre.
È il mio mese preferito insieme a Dicembre.
Mi piace Settembre,
il mese odiato da tutti.
Lo reputo bello,
affascinante.
Il primo di Settembre, di solito, la pelle già pizzica dal freddo.
La gente sorride di meno,
ritorna agitata.
Nessuno coglie la bellezza in Settembre.
Ritornano le maglie a maniche lunghe,
pronte a trasformarsi in maglioni
e la pioggia inizia a cadere più spesso.
Ci si addormenta con quel suono rilassante che ci fa compagnia.
Le persone non riescono più a nascondere le emozioni.
Le scuse «sono rossa dal caldo»
«tremo per il freddo»
non reggerebbero.
I lampioni iniziano ad accendersi prima,
il buio non arriva cosi tardi.
I fari delle auto danno un tocco
magico e malinconico
alla città.
I colori diventano scuri
ed il buio riesce a goderselo anche chi, stanco morto, crolla presto la sera.
Credo che non ci sia nulla di più bello di Settembre.
—  frammenti di me
Io e Davide avevamo un rapporto corretto, lo definirei io.
Ineccepibile solto alcuni punti e scorretto sotto altri.
Una sera di Ottobre, scesi di casa per incontrarlo e nell'aria si sentiva già il profumo di un'intensa chiacchierata del più e del meno.
Io e lui parlavamo di tutto. D'Attualità, di libri, d'arte, di scuola, della nostra amicizia, delle altre persone, di ciò che ci accadeva e delle ragazze che ci piacevano.
Funzionavamo come un ingranaggio rotto e poi aggiustato, con qualche rotella fuori posto che però riusciva ancora ad ingranare, nonostante i bulloni fossero sfalsati.
Lui diceva una cosa ed io la completavo.
Allora Davide mi guardava coi propri occhi castani e apriva piano la bocca come a voler continuare e voler dire altro, ma restava quasi sempre in silenzio e si passava una mano fra i capelli scuri, come il colore del carbone, disordinati, fasci di tulipani neri.
Quando lo vidi quella sera era appoggiato con la schiena al muro e aveva una sola mano nella tasca del jeans, largo e strappato sulle ginocchia.
L'altra teneva fra l'indice e il medio una sigaretta.
Non la reggeva come se fosse una semplice sigaretta.
L'incontro fra le sue labbra ed il filtro erano istanti memorabili.
Avvolgeva la propria carne lentamente attorno alla carta, fino a che era evidente che sentisse il sapore acre del tabacco perché socchiudeva gli occhi e con piacere morboso portava via con sè un bel pezzo di sigaretta,aspirandola dritta nei polmoni.
Godeva del fumo che gli aleggiava in bocca come se fosse il ragazzo più felice del mondo e quando lo soffiava via, il tabacco gli aveva portato via un gran pezzo di sè e gli aveva lasciato sulle labbra solamente un soave ricordo intenso.
Il tutto durava meno di qualche attimo e poi per ricordarsi di quanto fosse infelice, prendeva un'altra boccata di fumo e lasciava che andasse poi libero soffiandolo verso l'alto.
Lo salutai con una stretta amichevole di mano ed un bacio sulla guancia che ricambiò, sorridendomi poi.
Prendemmo a camminare senza alcuna meta particolare, lui adesso con entrambe le mani nelle tasche ed io con lo sguardo basso.
Non smettemmo un attimo di parlare e l'atmosfera intorno, nonostante fossimo all'aperto, sembrò farsi rarefatta quando gli domandai come andava con la ragazza con cui stava uscendo poco tempo fa.
Non mi rispose all'inizio e preferì accendersi l'ennisima sigaretta, per poi voltarsi a guardarmi e scuotere la testa come se la questione non lo avesse minimamente scalfito e come se non conoscesse la parola ‘ragazza’.
Allora io gli rifeci la domanda e lui spostò lo sguardo sul marciapiede.
Sembrava contare le mattonelle, così lo incalzai e stavolta lo spintonai con la spalla.
Lui si tolse la sigaretta di bocca, fermò il suo passo, mi fissò e mi riempì il volto di fumo:
“ Senti, ho smesso di sentirla, non mi va di parlarne..va bene? ”
allargò le mani verso l'esterno, coi palmi aperti e la sigaretta stretta fra le falangi come un antico tesoro piratesco.
Io feci un passo indietro e alzai di colpo le spalle, scrollandole.
“ Okay, okay. Cioè volevo solo sapere..”
allora per tutta risposta tenne lo sguardo crucciato a scompigliarmi i pensieri, poi prese un'altra forte boccata di fumo e riprendemmo a camminare come se non fosse mai accaduto niente.
Ci fu silenzio per qualche minuto intero e questo fu molto strano perché Davide aveva sempre qualcosa da dire, sempre qualcosa da aggiungere.
All'Arte, alla scienza, alla letteratura e al mondo.
Davide aveva, come me del resto, sempre qualche considerazione da fare.
La maggior parte del tempo che trascorrevamo a parlare non ci guardavamo quasi, comunicando in modo ben dissimulato, quasi astratto, tra una nuvola densa di fumo che sapeva ancora di lui mentre si dissolveva nell'aree.
Quella sera non so come, finimmo su di una panchina in ghisa, incrostrata nel marciapiede, più anziana del paesino stesso probabilmente.
Una serie incrociata di alberi di ulivo ci copriva dallo stradone dove le automobili sfrecciavano scheggiate dalle molecole dell'alcool.
Appoggiammo la schiena alla scomodissima spalliera e i piedi stendemmo su di una catena tesa a delimitare il marciapiede dalla strada.
Un ramo piegato dell'ulivo giunse quasi fino a noi e mentre il vento si fece più intenso e fischiava forte ad ogni spostamento, entrambi, senza mai smettere di parlare, ci avvolgemmo nelle nostre felpe come se tra noi e il mondo ci fosse un'ulteriore parete.
“ Però..Il sabato sera, e siamo qui fuori. Su di una panchina, mentre io fumo e tu fissi la siepe di fronte. ”
Gli risposi con calma, fissando ancora effettivamente la siepe e l'orizzonte dietro di essa, piatto e scuro, fuso col firmamento privo di stelle.
“ Questa sera il cielo ha smontato le luci della felicità. ”
Lui mi guardò così mentre lasciava che una sigaretta lo consumasse ancora, sino all'osso e mi disse con un tono secco e rapido, come se avesse potuto vivere anche senza sapere la mia risposta.
“ Oh, e perché sei infelice? ”
Io riportai gli occhi sulla siepe, e Davide fece lo stesso, picchiettando con l'indice libero sul ferro freddo della panchina.
“ No, credo di no. Cioè almeno non adesso. Siamo insieme e come al solito tu stai fumando ed io sto pensando. ”
Lui sorrise e non disse più nulla, smettendo anche di picchiettare con l'indice sul ferro.
Come se non volesse mai darmi la soddisfazione di sapere che anche lui mi voleva bene.
Dopo qualche ora ci alzammo.
Io e Davide non smettemmo mai di parlare, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese.
Quella sera però la ricordai fra le tante come una delle poche.
Quando ci salutammo , Davide non stava fumando e mi abbracciò come poche volte era successo.
Forse per lui il cielo, quelle stelle non le aveva mai montate.
—  Davide Avolio

Piazza Umberto I, ore 10.00

…“non è venire, ma accendersi nella luce.” Fu così che lei soffiò piano sui capelli e lui le s'involò in grembo. Per accendersi di rinnovato amore. Come la candela delle notti difficili.

—  Pietrangelo Buttafuoco - I baci sono definitivi (Vite imaginali, un'altra estate)