abbozzo

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può ne confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. […]
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
—  Milan Kundera, da “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, Adelphi, Milano, 1985.
Si conoscevano a metà, come capita a molti. Sapevano di essere compatibili l’uno con l’altra, ma avvertivano una tensione che li teneva distanti. Ogni tentativo di avvicinarsi falliva. Ogni abbozzo di dialogo risultava forzato, quasi spiacevole. Solo allontanandosi il bisogno di cercarsi faceva nuovamente capolino.
—  G. Scilla, L’inganno della morte
Requiem for the Children of the Damned

On this mysterious journey you and I embarked on, I happened to fall asleep gazing at you–Zitten (White Night)

Warning: Implications of drug use/suicide. Basically the triggers in the I NEED U MV original still hold in this story. 

OT7, inspired by the stupid I NEED U MV 


It’s in some substandard motel that she leaves him. A long fissure in an anthology of cracks he likes to call Love, Lies, Heartbreak and Everything Else that was Wrong but Right. Tonight finds him standing in front of crumpled bed sheets, the lingering stench a cruel memento of hours spent intertwined beneath tacky neon lights. The notes she scrawled at twilight carve lyrics of a love song onto mustard yellow walls.

The mattress burns cold when he collapses on it. His back arches in a breathless crescent off bed sheets the same thread count as the number of stars he had once counted in her eyes, or perhaps the number of times she had said sorry before she even left.

Keep reading

Signorina, lei è una ragazza tanto bella quanto intelligente, non che abbia da ridire sulla prima ovviamente, ma per quanto riguarda l'intelligenza, beh non le nascondo che la cosa mi incute un certo timore, che è un noto fare di voi cervelloni, quello del non fare, pensando a tutte le possibili deviazioni a quell’ abbozzo dapprima architettato perfettamente.
Due paia di labbra, l'incastro perfetto, un centinaio di dubbi e un'ennesima occasione perduta.
Lo so bene io, signorina, che stolto proprio non sono… ma che bella giornata per cominciare ad esserlo!
—  Subhi, “On the other side of Beirut”.

Sono un abbozzo di qualcosa che forse non si definirá mai.
Rimango nel mio involucro silenzioso e insignificante mentre gli altri fiori sbocciano.

anonymous asked:

Pubblica il tuo passo preferito del tuo libro preferito.

“[…] La tradizione cartesiana ci ha abituati a separarci dall'oggetto: l'atteggiamento riflessivo purifica simultaneamente il concetto comune di corpo e quello di anima, definendo il corpo come una somma di parti senza interiorità e l'anima come un essere completamente presente a se stesso senza distanza. Queste definizioni correlative stabiliscono la chiarezza in noi e fuori di noi: trasparenza di un oggetto senza recessi, trasparenza di un soggetto il quale è solo ciò che pensa di essere. L'oggetto è oggetto da cima a fondo e la coscienza è coscienza da cima a fondo. Il termine esistere ha due significati, e due soltanto: si esiste come cosa o si esiste come coscienza. Per contro, l'esperienza del corpo proprio ci rivela un modo di esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona - “vista”, “motilità”, “sessualità” - mi accorgo che queste funzioni non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di causalità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un'idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, sempre sessualità nello stesso tempo che libertà, radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ne ho un'esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale.”

[Fenomenologia della percezione, Ponty (che si legge pontì)]

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
—  L'insostenibile leggerezza dell'essere

Le persone più silenziose nascondono i loro mostri dietro a un abbozzo di sorriso. Le persone più silenziose sono quelle che sull’autobus hanno sempre le cuffiette alle orecchie e guardano fuori dal finestrino la pioggia cadere. Le persone più silenziose hanno un oceano di cose da dire, devono solo trovare la persona giusta con cui condividere. 

Word of the Day

Abbozzo, n. /ab’o-zo/ - A rough sketch or draft of anything, as a statue, a picture, a paper, or a poem, as distinguished from a finished work.

      Source: Funk & Wagnalls New Standard Dictionary, 1953

Sei nella monotonia
sei negli sguardi che evito
nei sorrisi che disprezzo
negli attimi che ricordo
nelle parole che abbozzo
sei in ogni mio giorno
anche se non ci sei
e dimmi se sarà facile
farmi passare questa mia
indelebile voglia di te

Erica D
Fermina Daza aveva sopportato a malincuore, per anni, le albe gioiose del marito. Si aggrappava agli ultimi fili di sonno per non affrontare il fatalismo di una nuova mattina di presagi sinistri, mentre lui si svegliava con l’innocenza di un neonato: ogni nuovo giorno era un giorno guadagnato. Lo udiva svegliarsi con i galli, e il suo primo segno di vita era una tosse senza motivo che sembrava fatta apposta perché anche lei si svegliasse. Lo udiva borbottare, solo per inquietarla, mentre cercava a tastoni le pantofole che dovevano essere accanto al letto. Lo udiva farsi strada alla cieca nel buio verso il bagno. Dopo un’ora nello studio, quando si era riaddormentata, lo udiva ritornare per vestirsi senza ancora accendere la luce. Una volta, in un gioco di società, gli avevano domandato come si definisse e lui aveva detto: «Sono un uomo che si veste nelle tenebre». Lei lo udiva consapevole che nessuno di quei rumori era indispensabile e che lui li faceva di proposito fingendo il contrario, così come lei era sveglia facendo finta di non esserlo. (…) Non c’era persona più elegante di lei nel dormire, con un abbozzo di danza e una mano sulla fronte, ma non c’era neppure persona più feroce di lei se le disturbavano la sensualità di credersi addormentata quando non lo era più.
—  Gabriel García Márquez, L'amore ai tempi del colera