Siria

El mundo en los tiempos de ahora es un caos. ¿Te has dado cuenta? Cuidá tu vida, viví como si mañana el mundo fuese a estallar. Y es que hoy en día no sería algo para sorprenderse; el mundo en el que vivimos ya no es un lugar seguro. Las que alguna vez fueron hermosas ciudades, ahora están en ruinas. Acá ya no hay amor, aca ya no se ama como se amaron los abuelos. Acá ya nadie tiene ganas de ayudar al que lo necesita. Acá se ocasiona una guerra llena de odio contra un país que ya no puede defenderse. Acá la mujer es un objeto. Acá dicen que el hombre es asesino. ¿Seguirán siempre así las cosas? Porque si así fuera, no me gustaría quedarme. Que triste ver al mundo desmoronarse, destruirse, odiarse. Que triste.
Era un niño.

Los luceros pintaban el cielo; celosos del lunar más grande del cuerpo de la noche, lo dotaban de luz como en cualquier otro fin de día. Los astros eran como tatuajes, inmóviles, pintados en el sombrío y lejano telón estelar; más una estrella bramo rebeldía y así la luz que emitía de blanco a rojo cambió. Se transformó en corazón pues su titilar era como el palpitar de uno, logro captar mi atención, se había escuchado una oración.

La plegaria no venía de una torre de hierro por tener sabor a sangre, no venía de un idioma refinado por ser ajeno a nuestra lengua, no era proveniente de perfumes ni gente elegante, no eran calles estrechas, restaurantes cinco estrellas o casas con balcones; no eran boinas, no era arte, no era el puto Museo del Louvre; no era París ni Niza, era Siria.

Era un niño; único retoño de prado seco y marchito. Era su madre, rosa de largos pétalos que le cubrían del sol; la misma que con falacias cambiaba los llantos por risas, que a los muertos los hacía pasar por dormidos, que cambiaba los pecados por meros errores, al plomo por flores, a la peor de las guerras en una simple tormenta; la misma mujer indulgente que terminó por ser arrastrada al infierno para que su hijo tuviera un poquito de cielo.

Era un niño; tiznado de gris, cubierto de harapos en panorama lúgubre, con la muerte acariciándole el hambre y la sed. Era un niño que clamó a un Dios bueno por un mundo de paz; pequeña alma que rogó al señor por una blanca paloma con olivo en pico. A él se lo llevo el viento, producto del soplar de deleznables que susurra muerte cuando creen murmullar justicia.

Mis letras hablan de testimonio ajeno. Mi poesía llora la trágica perdida de la dádiva que es un crío, pues era un niño.

Por Charles G.R

Magari l'umanità fosse morta ieri in Siria mentre un bambino cercava di respirare quell'aria che lo ammazzava, mentre i suoi polmoni si ingolfavano di veleno, mentre sua madre cercava di proteggerlo e moriva senza fiato vicino a lui.
Magari fosse stato così, magari avessimo scoperto solo ieri la potenza della barbarie degli adulti che combattono guerre in cui vedranno morire i loro figli, guidati da altri adulti che le hanno dichiarate, preoccupandosi con largo anticipo di mettere al riparo i propri bambini.
No, l'umanità non è morta ieri in Siria.
Molto banalmente ieri ha fatto rumore nel suo infinito agonizzare.
Ieri ha rantolato, prima perdeva sangue da un buco che si apriva nella testa di un ragazzino che correva per andare a scuola e che veniva fulminato da un cecchino a Sarajevo.
Nei mesi precedenti perdeva una mano e metà della faccia raccogliendo da terra uno strano giocattolo colorato che sembrava una farfalla con un'ala fratturata.
Un giocattolo che gli esplodeva addosso e lo riduceva a una poltiglia di carne, sangue, moccio e lacrime.
L'umanità muore ogni giorno in ogni angolo del mondo in cui un adulto non si preoccupa della vita di un bambino.
Muore quando una bambina di 8 anni viene venduta da sua madre a un uomo che la stuprerà per pochi dollari. Pochi per lui, tanti per la famiglia di quella bambina che perdendo il suo corpo assicura la sopravvivenza di quello di suo padre, sua madre e dei suoi fratelli.
L'umanità muore ogni giorno in cui un bambino viene strappato alla capanna di fango in cui vive e portato via, in mezzo a una giungla di cui non conosce i confini, imbottito di droga e armato di un mitra che pesa quanto lui.
Muore ogni volta in cui a quel bambino verrà spiegato come si deve premere un grilletto per ammazzare un altro bambino come lui.
Muore ogni volta in cui un bambino non può dormire le ore che gli servono per riposare perché deve lavorare, perché non ha alternative al lavorare.
Muore perché non va a scuola a imparare come si fa a rendere il mondo un posto abitato da esseri umani che si curano dei bambini, della loro salute, della loro felicità.
Della loro vita.
Muore oggi nel Mediterraneo, morivano ieri nell'Atlantico. Chissà dove morirà domani.
Muore quando un bambino è costretto a scappare per cercare di salvarsi, per non finire con la faccia stracciata via da una bomba, da una mina, da un machete, da un proiettile.
Muore e soffoca ogni giorno in silenzio e le lacrime non servono a niente.
Piangere per la strage di ieri non consentirà a nessun bambino di diventare grande domani. Quanti pianti disperati ho visto allargarsi sulle facce di chi ha dichiarato guerre che non ha combattuto.
Quante lacrime grondanti ho osservato trovare spazio sulle guance di chi lavora per proteggere i bambini ma è impotente, frustrato, arrabbiato, davanti alla violenza degli adulti.
E allora, basta piangere.
Basta giocare a Risiko sulle schiene dei bambini, sui loro stomaci svuotati di cibo e pieni di fame.
Basta usarli come manifesti di un pacifismo ipocrita e rassegnato.
Basta usarli per scuotere coscienze che sono graniticamente convinte che i danni collaterali di una guerra siano inevitabili perché, se ieri decine di bambini sono morti rantolando mentre l'aria avvelenava i loro polmoni, significa che il ricordo di quelli bruciati vivi 72 anni fa a Hiroshima e Nagasaki, con la pelle che si staccava a brandelli dai loro corpi che friggevano di calore, è disciolto in un'acida memoria collettiva.
Perché se ieri gridavamo alla strage degli innocenti, accorgendoci che non ci bastano mani e piedi per contare le piccole vittime dell'adulta follia, oggi siamo la dimostrazione più lampante del fatto che l'umanità sta agonizzando come un malato terminale che ha bisogno di dosi sempre più massicce di morfina per tentare di aprire un occhio su ciò che resta del mondo.

(Debora Dirani HuffingtonPost)

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Ya que desde la caída de Aleppo no se dice nada en los medios qué menos que un poco de refresco del conflicto en Siria

PD: Es algo más complejo xd