Palazzo-Enciclopedico

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The 55th International Art Exhibition entitled Il Palazzo Enciclopedico (The Encyclopedic Palace) draws inspiration from the model of a utopian dream. The story tells us that Marino Auriti filed a design with the U.S. Patent office in 1955, depicting his Palazzo Enciclopedico (The Encyclopedic Palace), an imaginary museum that was meant to house all worldly knowledge.

“Auriti’s plan was never carried out, of course – says the exhibition curator Massimiliano Gioni - but the dream of a universal, all-embracing knowledge crops up throughout the history of art and humanity. Today, as we grapple with a constant flood of information, such attempts seem even more necessary and even more desperate.
The Encyclopedic Palace – concludes Gioni - is a show that illustrate a condition we all share: we ourselves are media, channeling images, or at times even finding ourselves possessed by images.”

Here my fav national pavillons- from the top: Bolivia, Latvia, Russia.

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required reading | The amazing story of Marino Auriti’s Palazzo Enciclopedico

The history of the concept and the genius of Marino Auriti’s Encyclopedic Palace, to which the Venice Biennale 2013 pays homage.  When in October 2012 the outsider Gioni announced that the name of his Biannale would be Palazzo Enciclopedico - Encyclopedic Palace, as a homage to Marino Auriti’s utopia, no one even knew who who was, and today there’s still no Wikipedia page dedicated to the man.

Del Palazzo Enciclopedico e di vice versa

Chi, come me, sta seguendo, da fruitore curioso, sia la genesi della prossima Biennale d’Arte che quella del Padiglione Italia, probabilmente si interroga su quale forma questi progetti prenderanno, e quale potrebbe essere il responso e la valutazione degli stessi da parte degli operatori del settore e da parte del pubblico.

Vorrei iniziare ad effettuare una prima serie di considerazioni rispetto al progetto curatoriale di Massimiliano Gioni, che prende le mosse da uno spunto emblematico: il Palazzo Enciclopedico ideato da Marino Auriti, e brevettato nel 1955, una struttura imponente che avrebbe dovuto contenere tutto lo scibile umano. Questo progetto, che sarà presente all’Esposizione, è esemplificativo di quella tensione verso la conoscenza, e della ritenzione della stessa, in sé o in un’entità esterna, che si tramuta in ossessione, finendo poi spesso per risultare fallimentare, come nel caso della struttura  di Auriti, destinata a non essere mai costruita. Questa spinta conoscitiva, potenziale e vitale, è un elemento fondamentale, perché è, banalmente, ciò che anima l’arte stessa nella sua forma più sincera ed efficace. “Arte=Vita”, ma come dare forma, come rielaborare la realtà e restituirne un’immagine, quando questa stessa realtà vive sulla superficie di quello schermo, quella pellicola, che solamente di immagini pare ormai composto, senza svilupparsi in profondità? Sembrerebbe un quesito banale, anche questo, ma risolto da Gioni con una buona intuizione. Propone infatti una selezione di personalità che non in tutti i casi fanno capo al mondo dell’arte. Artisti sono affiancati da non artisti, insider sono mescolati agli outsider, figure rimaste sempre ai margini del mondo dell’arte prendono il posto accanto ad altre che invece hanno fatto la storia. Questo dialogo può risultare prolifico, specie in un momento storico, come quello attuale, in cui la definizione stessa di arte è talmente labile da risultare inconsistente, o, per dirla con Tarkovskij: “il criterio che permette di distinguere l’“arte” dalla “non arte”, dalla contraffazione, è talmente relativo, vago e privo di validità oggettiva, che risulta estremamente facile sostituire furtivamente i criteri estetici di valutazione con criteri puramente utilitaristici, dettati, da una parte, dal desiderio di ottenere massimo profitto economico, e dall'altra da questa o quella finalità ideologica”. Quindi l’esigenza di innescare meccanismi di interpretazione e di narrazione, mettendo a confronto materiali tra di loro eterogenei, potrebbe funzionare nel senso inteso da Gioni: vivere nelle visioni, restituiteci da altri, del mondo, dell’universo e della natura umana, cercando il metodo per poter ridare una forma al nostro environment, e per poter anche riuscire a nuotare nelle suggestioni che sempre riescono ad alimentare e a formare l’Arte con la A maiuscola, o sedicente tale. La natura del materiale proposto non deve però far perdere, per la sua caratteristica di intimità e per il fascino “archivistico” che la accompagna, la spinta verso l’alto che connota tutta l’espressività artistica di qualità.

Queste sono considerazioni che, ovviamente, per ora restano sulla carta, e che saranno smentite o confermate solamente dalla visione tangibile dell’allestimento.

Un’altra serie di altre considerazioni riguarda invece il Padiglione Italia, su cui ho iniziato a riflettere il seguito alla presentazione dello stesso, ad opera di Bartolomeo Pietromarchi, avvenuta al MAMbo di Bologna il 20 marzo. Pietromarchi costruisce il suo progetto a partire da una suggestione filosofica (Categorie italiane. Studi di Poetica di Giorgio Agamben) che permette l’articolazione dell’esposizione in forma di dialogo e di confronto tra artisti della contemporaneità definibile come “storica” e artisti contemporanei in senso stretto, altrimenti detti “emergenti”. Questa struttura dialogica è permessa da binomi che dovrebbero essere le chiavi di lettura di opere e autori fondanti della nostra storia culturale. Una buona soluzione, che parrebbe voler dare una chiara immagine dell’arte contemporanea italiana, che, a detta di Pietromarchi, niente ha da invidiare a quella del panorama internazionale, attraverso una scansione per “stanze” che darebbe forma decodificabile all’arte di casa nostra, così complessa nella sua vitalità.

Ho notato però, ascoltando Pietromarchi, una certa diffidenza e una chiara volontà di prendere le distanze da alcune scelte operate da Massimiliano Gioni. I punti su cui ho notato questa diffidenza sono: l’idea di wunderkammer che è alla base della selezione e degli accostamenti del materiale scelto da Gioni; la volontà di riproporre questo materiale usando delle “grammatiche museali”; la definizione di arte, e il problema dell’attribuire lo statuto di arte a determinate manifestazioni espressive; la responsabilità dell’arte e degli artisti.

Per quanto riguarda il primo punto, è stato opinato il fatto che la wunderkammer era, a suo tempo, cosa da “principi ed eclettici” e non risulta calzante questo riferimento nel contesto di una Biennale; ma non mi sembra che al giorno d’oggi l’arte la faccia il volgo, esiste comunque un’oligarchia che, grazie al potere del denaro, fa muovere i meccanismi del sistema dell’arte, che, per l’appunto è sistema, ed è cosa ben diversa dall’arte. Possiamo dire che cambia l’etichetta, cambiano le definizioni, ma la sostanza è sempre la stessa. Un grande collezionista, una galleria influente o un importante museo sono assimilabili in toto sia alla figura del principe che alla figura dell’eclettico. Si impone poi la necessità di definire cosa sia l’arte (avendo distinto l’arte dal suo sistema), e nell’impossibilità di darne una definizione certa, allora si apre la possibilità di inserire nella categoria di “arte” qualsiasi cosa, ma a mio avviso il rischio di una incomprensione vale la pena di essere corso, anche e soprattutto perché, come ho già detto prima, queste considerazioni ora hanno valore solo sulla carta e valgono altresì come spunto di riflessione. Si vedrà il risultato della scelta curatoriale di Gioni solamente a Biennale aperta. Per ciò che concerne invece la scelta di prelevare ed usare delle cosiddette “grammatiche museali” all’interno di una Biennale mi pare doveroso sottolineare quanto il Museo sia cambiato, e quanto non esista più una idea tradizionale dello stesso. Oramai siamo abituati a vedere di tutto all’interno dei musei, e questi stessi musei molte volte possono riuscire ad essere più audaci e innovativi di una Biennale. Il tempio delle muse, inoltre, nella sua versione contemporanea, è conservatore e garante di una memoria inesistente, ed è simbolo di una “certificazione di qualità”, che viene imposta dalle istituzioni e che serve a dare la spinta a determinata arte e determinati artisti, permettendo loro di circolare e di poter accedere ad un livello più alto del mondo dorato dell’arte contemporanea. Mi sorprende che un direttore di un Museo di Arte Contemporanea si fermi a criticare proprio questo punto, citando come riferimento una personalità come Jean Clair, le cui idee rispetto all’arte contemporanea e rispetto all’istituzione-museo sono abbastanza chiare, sia a me che a chiunque abbia mai letto un qualsiasi suo testo. Per quel che riguarda infine la responsabilità dell’arte e degli artisti credo che, essendo la responsabilità etimologicamente legata al verbo rispondere - è letteralmente la capacità di dare risposta - implicando in modo costitutivo una dimensione dialogica, sia una buona occasione, quella della Biennale, per porre a confronto tra loro materiali, personalità, artisti ed esperienze differenti tra loro, perché è dal confronto e dal dialogo che la conoscenza nasce, ed è dal rischio e dalle scelte apparentemente scomode e fuori luogo, grazie alle critiche e alle discussioni, che davvero si possono iniziare discorsi e argomentazioni che aprano le porte a nuove rappresentazioni del mondo in cui viviamo. L’arte non dà risposte conclusive, risponde con domande, apre possibilità inesplorate e inocula il virus del dubbio. La conoscenza stessa, e la sua componente ermeneutica, si autoalimentano dell’errare dell’uomo, e dell’artista, nel loro sbagliare e nel loro vagare, nel loro aprirsi in modo folle e irresponsabile a ciò che è ignoto.

Non resta che aspettare di entrare nel Palazzo Enciclopedico.

http://www.labiennale.org/it/arte/index.html

http://viceversa2013.org/it/home/

http://www.undo.net/it/videopool/1363275065

http://www.undo.net/it/mostra/155855

http://www.undo.net/it/videopool/1360186595

http://www.undo.net/it/evento/153596

                                                                                          Martina Raponi

Venice Biennale 2012/13 - Il Palazzo Enciclopedico - three video reports


a forewarned love: CAMILLE HENROT - GROSSE FATIGUE
the most 2013 object I saw

a surprise: STEFANOS TSIVOPULOS - HISTORY ZERO
abused contemporary topic developed in a sweet way

a confirmation: HITO STEYERL - HOW NOT TO BE SEEN: A FUCKING DIDACTIC EDUCATIONAL.MOV FILE
she’s a genius

The Dry Salvages #elisabettabenassi @la_biennale_di_venezia 2013 il palazzo enciclopedico “vice versa” padiglione Italia
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