Ninfe

John William Waterhouse (Roma, 1849 – Londra, 1917)

Ila e le Ninfe

1896, Manchester, City Art Galleries

olio su tela, cm 132,1 x 197,5

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Ila nun è diminutivo de Ilaria come potresti pensà te, anzi è er nome de ‘n omo, anche si st’omo era l’amante de Ercole, quinni omo che va co omo, ma questo pii Greci era normale e dovrebbe esselo finarmente puro oggi, perché dopo più de dumila anni che volemo esse più aretrati dii Greci? Nun credo. Vero è che a vorte una vede un ber pischello e poi scopre che è ghei e allora rosica e dice “carne sprecata”, ma sprecata pe noi femmine, ma no pe chi soo gode, insomma l’importante è che uno o una sò contenti, e finchè due sò maggiorenni e sò d’accordo, viva l’amore.

Però pe dì che siccome Ila era no gnocco da paura, se ponno pure capì ste Ninfe che, stannosene ammollo nell’acqua tutto er tempo, ortre a venije i porpastrelli a spugnetta, se rompeveno pure li zebedei, e vedenno sto bono de Ila che se specchia ner lago, ‘o tireno giù e soo porteno via. Poro Ercole, quanto ce rimase male, se mise pure a piagne: e puro questo pii Greci era occhei, che perfino Achille piagne quanno j’ammazzeno l’amico Patroclo. Quinni è occhei annà omo e omo o donna e donna, e è occhei pe l’ommini de piagne. Vedi quant’ereno avanti i Greci.

Ma tornamo a Uoteraus, che n’era Greco, era Inglese. Che puro gl’inglesi cianno un problema cor fatto de potè piagne o esprime sentimenti in pubblico, ma questo in generale, omo o donna, ma vabbè nun annamo fòri tema. Uoteraus era un simbolista, e un sacco de vorte usa er simbolo dell’acqua insieme aa figura femminile, come qua.

Mo l’acqua è un simbolo de vita, che senza l’acqua nun se po’ vive anzi ‘a vita s’è popo sviluppata drento l’acqua iniziarmente; ma puro un simbolo de morte, che si viè un maremoto, no tsunami, o pure na tempesta mentre che stai in barca, cazzi tua. Quinni senza beve nun se pò sta, ma manco sott’acqua senza respirà: insomma come te metti sbaji. E così, puro ‘a donna, che in teoria è un simbolo de vita dato sì che partorisce li regazzini e cura e nutre eccetera eccetera, però all’omo, forse popo pe questo, je fa un pochetto paura, perché cià un potere che nun se pò controllà. ‘A donna fatale, quella che te fà partì a brocca che diventi scemo. ‘A madre possessiva che te rompe i cojoni fino a ‘o sfinimento. E qui ste ninfe sò un po’ come ‘e sirene de Ulisse, belle e affascinanti, ma aa fin fine, te dice Uoteraus, mejo stacce lontano.

Ma pe fortuna Uoteraus ha dipinto in un antro quadro pure ‘a povera Ofelia, che pe quoo stronzo de Amleto è impazzita e nell’acqua ce s’è buttata e c’è affogata. Quinni vedi che l’acqua nun è né maschio né femmina, e nemmeno l’amore, e purtroppo nemmeno ‘a morte, che ce fa tutti ugguali.

10. Apr. 17 // #Aprilstudychallenge
Day 9. Book bucket list (I’m one day behind with the challenge 🙈).
This is not even the whole to-read-list, but anyway…
I’m currently reading “Passato prossimo”, by Eva Cantarella. Other authors I want to read are:
- P. Auster: “Trilogia di New York”
- I. D. Yalom: “Le lacrime di Nietzsche”
- R. Calasso: “La follia che viene dalle Ninfe”, “Ka” and “Il cacciatore celeste” (he is also the author of one of my favorite books: “Le nozze di Cadmo e Armonia”)
- F. W. Nietzsche: “La nascita della tragedia” and “Così parlò Zarathustra”
- H. Arendt: “La banalità del male”
- Lucian: “Storia vera”
- Petronius: “Satyricon”
- M. Presta: “Una calcio in bocca fa miracoli”
- P. P. Pasolini: “Ragazzi di vita”

sorry I’m too lazy to look for the translation of the titles 💤

«Ora io mi sento male, ma non so quale sia la malattia: provo dolore, ma non ho ferite; sono triste, ma nessuna delle pecore è andata persa; brucio, ma siedo sotto una tale ombra! Quante spine mi punsero più volte, e non piansi. Quante api mi colpirono con i loro pungiglioni, e non smisi di mangiare. Questo dardo che colpisce ora il mio cuore è più doloroso di tutti gli altri mali. Muoio, care Ninfe: non potete salvate la fanciulla allevata tra di voi. Chi vi ricoprirà di corone dopo di me? Chi alleverà i poveri agnelli? Chi si prenderà cura del grillo canterino che inseguii penando molto, affinché mi facesse addormentare cantando davanti alla grotta? Io ora non dormo più a causa di Dafne ed il grillo canta invano». Tali cose pativa, tali cose diceva.
—  Longo Sofista
(la versione di greco più bella che abbia tradotto in questi due brevi anni al liceo. avendola appunto tradotta io, scusate per gli errori.)

12 yrs old me: who are you

me: pdor, figlio di kmer, della tribù di instar. della terra desolata del kfnir. uno degli ultimi sette saggi, purvurur, garen, astaparin, giugiar taram fusciusc e tarin, he! colui il quale può leggere nel presente nel passato e anche nel congiuntivo; colui che era colui che è e colui che sempre sarà! ciucia chi e ciucia là! pdor, colui il quale ha sfidato e sconfitto i demoni sem! che ora vagano per il mondo domandandosi…ma num chi sem? e ricordati che sei al cospetto di pdor! colui il quale è sceso nelle sacre acque del lago sfnir! tra le ninfe sfgniugheranz! e li ha assaggiato il mitico cibo degli dei! la piadeina! e ricordati che sei al cospetto di pdor! colui il quale ha amato le mille dee, tra cui la dea berta - la dea dalla gamba aperta! pdor, colui che ha visto i mille draghi alati di fursus, param, sasis, turum e paragher! colui il quale ha visto i mille demoni tra le nuvole di vistnir, scendere dal cielo inferociti e distruggere i popoli di korom kurrill e fastanell!

«Narciso, divenuto un bellissimo ed affascinante adolescente, respinse via tutte le ninfe e le donne che si innamoravano di lui.
una di queste era la ninfa Eco.
ella rimase talmente sconvolta dal suo rifiuto, che si consumò letteralmente d'amore, annichilendo il proprio corpo fino a che non rimase altro che un sussurro, l'eco.»


Eco e Narciso, Jhon William Waterhouse, 1903.

Perché la vita è brieve
e molte son le pene
che vivendo e stentando ognun sostiene;
dietro alle nostre voglie,
andiam passando e consumando gli anni,
ché chi il piacer si toglie
per viver con angosce e con affanni,
non conosce gli inganni del mondo;
o da quai mali e da che strani casi
oppressi quasi - sian tutti i mortali.
—  Niccolò Machiavelli, La Mandragola, commedia, 1524, atto I, CANZONE
da dirsi innanzi alla commedia, cantata da ninfe e pastori insieme, vv. 1-10