Leggende

Ogni bambino ha paura di ciò che si nasconde sotto il letto. Se non la hanno per quello, allora la hanno per l'armadio, o forse per lo spiraglio di una qualsiasi porta semichiusa.

Gli scienziati sanno che i bambini sono più percettivi di un adulto, anzi, riescono a vedere cose che i grandi non vedono. Semplicemente non hanno ancora la testa sozza di tutto quello che la società vuole fargli vedere. Loro vedono quel che c'è veramente.

Loro vedono i mostri.

Se tu avessi la possibilità di ottenere gli occhi di un bambino e poter vedere con essi per una sola notte, impazziresti. Per essere in grado di vedere quel che ricordi solo vagamente, infilandoti nelle coperte mentre indossi quel bel pigiama coi trenini, pregando Dio e non sapendo che quest'ultimo non ricambia la preghiera… Tutto ciò manderebbe nel panico un adulto. Perché gli adulti hanno dimenticato le regole.

1) Copriti. Se non puoi vedere il mostro, lui non può vedere te. Devi farlo anche se respirare diviene difficile.

2) Non fare alcun suono. Ogni sospiro può portarti alla fine.

3) Non muoverti. Attrae la loro attenzione.

4) Solo la luce può mandarli via. Una forte luce. La torcia rende le cose peggiori.

Gli adolescenti invece sono nel mezzo: possono ancora percepire qualcosa, lì, ma non possono vederlo… Così dimenticano le regole…

Perché pensi ci siano così tante persone colpite da insonnia che passano la nottata sul computer nella speranza subconscia che la luce del monitor sia abbastanza per tenerli lontani?

Beh, non è abbastanza.

Adesso guarda alle tue spalle con occhi di bambino e cerca di non urlare.

Quando dobbiamo andare a vivere sulla terra, due angeli ci accompagnano e ci chiedono sempre dove vogliamo abitare.
Quel giorno era il mio turno.
Gli angeli, vestiti di bianco e con le candide ali piegate mi chiesero
«Dove vuoi abitare ?»
Io li guardai titubante e incerta.
«In che senso ?» gli domandai ingenuamente.
Gli angeli allora cercarono di essere più chiari e sorridendomi mi domandarono nuovamente
«Quale posto vuoi che, qualunque cosa accada, sia per sempre la tua casa? Il luogo dove ti senti al sicuro ? Protetta ?»
Gli strinsi le mani «Portatemi a vedere la terra. Non la conosco molto bene. Voglio essere sicura di fare la scelta giusta. »
Gli occhi degli angeli sorrisero compiaciuti e, in breve, stavamo già sorvolando la terra.
«Ci sono posti» incominciò l'angelo alla mia destra «dove il sole tramonta sul mare, e crea uno spettacolo mozzafiato. »
Lo vidi, mi incantò.
«Altri posti» mi consigliò invece l'angolo alla mia sinistra «dove il sole sorge dietro le montagne innevate, e il cielo roseo, a contrasto con la neve, ti fa sognare ad occhi aperti»
Lo vidi, e mi incantai, di nuovo.
Mi portarono a vedere luoghi paradisiaci, dove ci sono le cascate e i fiori variopinti.
Ammirai la luna che si specchiava sempre su un lago d'argento e scoprii il canto melodioso di alcuni uccelli.
Era tutto così bello che non riuscivo a decidermi.
Poi, ad un certo punto, attraversammo una città, e notai un bambino.
Mi piacque tantissimo; aveva i capelli d'oro e gli occhi smeraldo.
«Lui» gridai in quel momento, indicandolo con la punta del piede, in quanto le mie mani afferravano saldamente gli angeli.
Il bambino alzò gli occhi al cielo, e sorrise.
Non poteva vedermi, ma sorrise comunque, e il suo sorriso era più bello di qualunque posto che avevo visitato.
Gli angeli si fermarono di colpo e mi fissarono.
«Voglio lui !» continuai io, sorridendogli a mia volta.
«Vuoi che sia lui la tua casa ?»
Mi chiesero loro, osservando a loro volta il bambino.
«Si!» dissi convinta, «voglio abitare nel suo cuore. Sarà il suo cuore il luogo dove mi sentirò al sicuro, protetta e amata. »
Gli angeli si diedero un'occhiata di intesa.
«Certamente» mi risposero.
L'angolo alla mia destra mi volle fare, però, un'altra domanda «Come mai proprio lui ?»
Mi voltai verso l'angelo, poi ancora verso il bambino, che continuava a sorridermi, anche se eravamo invisibili.
«Perché lui abita già nel mio cuore, io sono già la sua casa, ecco perché mi sorride. Lui mi ha trovato ancora prima che potessi cercarlo. »
Gli angeli mi guardarono compiaciuta «sei una persona molto saggia»
Poi mi baciarono le guance e scomparvi, lasciandoli soli.
—  Volevoimparareavolare (scritta da me)

Vivo in Inghilterra. Una mia collega sentì questa storia dal suo fidanzato, che lavora insieme ad un tipo la cui sorella ebbe quest'esperienza un paio di settimane fa mentre prendeva la metro ed era di ritorno a casa.
Quando salì c'erano cinque file di posti vuoti nel vagone ma l'ultimo era occupato da tre persone. Poiché era alquanto timorosa di sedersi altrove da sola, si sedette sui sedili opposti ai loro. Si accomodò e si guardò intorno, accorgendosi che la donna di fronte a lei la stava fissando intensamente.

Prese il suo libro e cominciò a leggere ma ogni volta che rialzava lo sguardo la donna era sempre intenta a fissarla. La metro si fermò alla stazione seguente e vi entrò un uomo. Guardò avanti e indietro lungo il vagone, guardò lei e le persone che le sedevano di fronte e si sedette proprio accanto a lei. Mentre la metro riprendeva la corsa, l'uomo si appoggiò allo schienale e le disse sottovoce in un orecchio «Se vuoi sapere cos'è meglio per te, fermati alla prossima, dove esco io». Si spaventò ma pensò che l'idea migliore fosse quella di accettare il consiglio, magari la prossima fermata era più affollata.

Giunti a destinazione, lei scese dal treno insieme all'uomo. L'uomo disse «Grazie a Dio, non era mia intenzione metterti paura ma dovevo farti scendere. Sono un dottore e la donna seduta di fronte a te era morta, gli altri due la stavano tenendo dritta.»

Alla fine degli anni 40, alcuni scienziati russi tennero svegli cinque uomini per due settimane, usando un gas sperimentale a base di stimolanti.

Le cavie furono chiuse in un ambiente chiuso ermeticamente in modo da poter controllare con precisione i loro livelli di ossigeno. Infatti, il gas, se inalato in alte concentrazioni, avrebbe potuto ucciderli. A quell’epoca non esistevano le camere a circuito chiuso, quindi le cavie vennero controllate per mezzo di alcuni microfoni e attraverso delle piccole finestrelle di vetro spesso da cui si poteva guardare dentro la camera. Nella camera c’erano libri, alcune brandine prive di coperte, acqua corrente, un bagno e abbastanza cibo essiccato da sfamare le cinque cavie per un mese.
Le cavie dell’esperimento erano prigionieri politici considerati nemici dello stato durante la Seconda Guerra Mondiale.


Per i primi cinque giorni andò tutto bene, le cavie non si lamentarono poiché era stato promesso loro (falsamente) che sarebbero stati liberati se si fossero sottoposti al test e non avessero dormito per trenta giorni. Le loro conversazioni e attività furono controllate e gli scienziati notarono che le cavie iniziarono a parlare d’incidenti sempre più drammatici riguardo il loro passato e che, superato il quarto giorno, il tono generale dei loro discorsi divenne sempre più triste e malinconico.

Passati cinque giorni le cavie iniziarono a rimpiangere le circostanze e gli eventi che li avevano portati a essere rinchiusi in quel posto e incominciarono a manifestare delle gravi paranoie. All’improvviso smisero di parlare tra loro e incominciarono, a turno, a sussurrare ai microfoni e attraverso le finestrelle a specchio. Stranamente, sembrava che tutte le cavie fossero convinte di poter convincere gli scienziati di essere migliori dei loro compagni, le altre persone chiuse in cattività con loro. Inizialmente, gli scienziati supposero che fosse un effetto collaterale del gas…

Dopo nove giorni uno di loro incominciò a urlare. Corse per la camera continuando a urlare a squarciagola per tre ore di fila; quando non fu più in grado di urlare continuò a emettere sporadici rumori gutturali. Gli scienziati ipotizzarono che si fosse lacerato le corde vocali. La cosa più sorprendente di questo episodio fu vedere come reagirono le altre cavie… o meglio come non reagirono. Infatti, continuarono a bisbigliare ai microfoni finché un altro prigioniero incominciò a urlare. Le due cavie che rimasero in silenzio presero i libri e li imbrattarono, pagina dopo pagina, con le loro feci per poi, tranquillamente, attaccarle sopra le finestrelle. Le urla cessarono immediatamente.
Anche i sussurri ai microfoni cessarono.


Passarono altri tre giorni. Gli scienziati controllavano periodicamente che i microfoni funzionassero ancora, perché ritenevano fosse impossibile che non provenisse più nessun suono dalla camera. Tuttavia, il consumo di ossigeno indicava che tutti e cinque i soggetti erano ancora vivi. Per la precisione, consumavano un alto livello di ossigeno come se fossero sotto sforzo.

La mattina del quattordicesimo giorno, gli scienziati fecero una cosa che, secondo il protocollo, non avrebbero dovuto fare, sperando di ottenere una qualche reazione da parte delle cavie. Usarono l’interfono installato dentro la camera per mandare un messaggio ai prigionieri. Temevano che fossero morti o in coma.
Gli scienziati annunciarono: “Apriremo la camera per riparare i microfoni. Allontanatevi dalle porte e sdraiatevi supini a terra o vi spareremo. Se collaborerete, uno di voi sarà liberato immediatamente.”
Con stupore, gli scienziati udirono una singola frase in risposta, pronunciata con voce calma: “Non vogliamo più essere liberati.”

Dopo questo fatto si aprì un’aspra discussione fra gli scienziati e il corpo militare che finanziava la ricerca. Alla fine, visto che non riuscivano ad ottenere ulteriori risposte usando l’interfono, decisero di aprire la camera a mezzanotte del quindicesimo giorno.

La camera fu liberata dal gas stimolante e riempita con aria fresca e immediatamente, dai microfoni, delle voci incominciarono a lamentarsi. Tre di loro si misero a supplicare che il gas fosse riacceso, come se fosse in gioco la vita dei loro stessi cari. La camera fu aperta e dei soldati furono mandati a recuperare le cavie dell’esperimento. Questi incominciarono a urlare più forte che mai e lo stesso fecero i soldati, quando videro cosa c’era nella camera. Quattro delle cinque cavie erano ancora vive… a patto che qualcuno possa definire “vivente” lo stato in cui si trovavano quelle persone.

Le razioni di cibo degli ultimi cinque giorni non erano state toccate. Pezzi di carne provenienti dalle cosce e dal torace della cavia deceduta erano stati infilati nel tubo di scarico posto al centro della camera, in modo da bloccare la fognatura e dieci centimetri d’acqua avevano ricoperto il pavimento. Non fu mai determinato con certezza quanto di quel liquido fosse effettivamente acqua e quanto fosse sangue. I quattro sopravvissuti all’esperimento avevano grosse porzioni di muscoli strappate dai loro corpi. Lo stato della carne e le ossa esposte sulle loro dita indicarono che le ferite erano state inflitte a mano nuda, e non con i denti come inizialmente si era pensato. Dopo un più attento esame dell’angolazione delle ferite si scoprì che la maggior parte, se non tutte le ferite erano state auto-inflitte.

Gli organi addominali che si trovano sotto la cassa toracica di tutte e quattro le cavie erano stati rimossi. Mentre il cuore, i polmoni e il diaframma erano ancora al loro posto, la pelle e la maggior parte dei muscoli attaccati alle costole erano stati strappati via, esponendo le ossa della cassa toracica. Tutte le vene e gli organi erano rimasti intatti, le cavie li avevano semplicemente tirati fuori dal proprio corpo e li avevano disposti a terra, aperti a ventaglio ma ancora funzionanti. Il tratto digestivo di tutti e quattro fu visto lavorare, digerire cibo. In un attimo fu chiaro che quello che stavano digerendo era la loro stessa carne che si erano strappati e mangiato durante gli ultimi giorni.
La maggioranza dei soldati faceva parte del corpo speciale della struttura, ma nonostante ciò si rifiutarono di tornare nella camera per prelevare i prigionieri. Questi continuavano a gridare di essere lasciati nella camera e a pregare affinché il gas fosse riacceso, dicendo che avevano paura di addormentarsi…

Con grande sorpresa di tutti, le cavie opposero una fiera resistenza nel momento in cui i soldati cercarono di farli uscire dalla camera. Uno dei soldati russi morì con la gola squarciata, mentre un altro rimase gravemente ferito quando i suoi testicoli furono strappati via e un’arteria della sua gamba fu lacerata dai denti di uno dei prigionieri. In tutto furono cinque i soldati che persero la vita, se si conta quelli che commisero suicidio nelle settimane seguenti a quella vicenda.
Durante la lotta, a una delle quattro cavie sopravvissute si perforò la milza e incominciò a sanguinare copiosamente. Il corpo medico provò a sedarlo ma si dimostrò impossibile. Gli fu iniettato un quantitativo di morfina dieci volte superiore alla normale dose per gli essere umani, e quello ancora si dimenava come un animale impazzito, riuscendo a rompere una costola e il braccio di uno dei dottori. Anche se ormai nel suo sistema vascolare era rimasta più aria che sangue, il suo cuore continuò a battere per altri due minuti. Anche quando il cuore si fermò, la cavia continuò per altri tre minuti a urlare e agitarsi, attaccando chiunque si trovasse a tiro e ripetendo la parola “ANCORA” all’infinito, sempre più debolmente, finché finalmente non rimase in silenzio.

I tre prigionieri rimanenti erano gravemente feriti e furono trasportati nel centro medico. I due con le corde vocali intatte continuarono a implorare di riavere il gas e di mantenerli svegli…

Quello messo peggio fu portato nell’unica sala operatoria che la struttura aveva a disposizione. Mentre procedevano a rimettere gli organi all’interno del corpo, i medici scoprirono che la cavia era immune ai sedativi che gli avevano somministrato prima dell’operazione. Quando gli avvicinarono alla bocca la mascherina con il gas anestetico per addormentarlo, il prigioniero lottò per liberarsi dalle cinghie che lo imprigionavano. Nonostante ci fosse un soldato di novanta chili che gli bloccava i polsi, la cavia riuscì a strappare quasi completamente le cinghie di pelle che aveva attorno alle braccia. Ci volle una dose di anestetico leggermente superiore al normale per addormentarlo e, nello stesso istante in cui le sue palpebre calarono e si chiusero, il suo cuore smise di battere.

Il secondo che fu portato in sala operatoria era la prima cavia che si era messa a urlare. Le sue corde vocali erano distrutte e quindi era incapace di supplicare o impedire l’operazione. Quando avvicinarono la mascherina con il gas anestetico alla bocca, la sua unica reazione fu di scuotere violentemente la testa, in segno di disapprovazione. Qualcuno, con riluttanza, suggerì che si procedesse all’operazione senza l’utilizzo di anestetici e la cavia fece cenno di sì. La procedura andò avanti per sei ore e i medici rimisero a posto i suoi organi addominali e cercarono di coprirli con quello che rimaneva della sua pelle. Il capo chirurgo ripeté varie volte che era possibile, dal punto di vista medico, che il paziente sopravvivesse. Un’infermiera terrorizzata che assistette all’operazione, dichiarò vi aver visto la bocca del paziente curvarsi in un sorriso ogni volta che lo guardava negli occhi.
Quando finì l’operazione, la cavia guardò il chirurgo e iniziò a rantolare, sforzandosi di parlare. Credendo che si trattasse di qualcosa di grande importanza, il chirurgo si fece procurare un foglio e una penna in modo che il paziente potesse scrivere il suo messaggio. Scrisse semplicemente: “Continuate a tagliare”.

L’ultimo prigioniero subì lo stesso intervento, sempre senza anestetici, anche se gli fu iniettato un paralitico. Il chirurgo aveva trovato impossibile procedere altrimenti con l’operazione perché il paziente continuava a ridere. Una volta che fu paralizzato, la cavia poté solo seguire con gli occhi i movimenti dei medici attorno a lui. Tuttavia l’effetto del paralitico si esaurì dopo pochissimo tempo e subito la cavia riprese a dimenarsi e a chiedere del gas stimolante. Gli scienziati provarono a chiedergli perché si fosse inferto quelle ferite e perché continuasse a chiedere del gas.
L’unica risposta che ottennero fu: “Dovevo rimanere sveglio.”

In seguito, i due prigionieri sopravvissuti furono legati e rimessi dentro la camera, nell’attesa che fosse deciso cosa farne di loro. Gli scienziati dovettero subire l’ira dei loro “militari benefattori” per non avere raggiunto i risultati che gli erano stati richiesti e proposero di praticare l’eutanasia sui prigionieri sopravvissuti. Tuttavia, l’ufficiale in comando, un ex-KGB, vide del potenziale in quell’esperimento e disse di voler vedere cosa sarebbe accaduto se avessero riacceso l’emissione di gas. Gli scienziati si opposero con violenza, ma furono scavalcati.

Prima che la camera fosse nuovamente sigillata, le cavie furono collegate a un elettroencefalogramma e legate con cinghie imbottite di contenimento. Dopo che il primo prigioniero fu attaccato al macchinario, gli scienziati osservarono con sorpresa le sue onde cerebrali. Si mantenevano su livelli normali per la maggior parte del tempo, per poi precipitare inspiegabilmente. Sembrava che il cervello della cavia soffrisse ripetutamente di morte cerebrale, prima di ritornare all’attività normale.


L’altra cavia, quella che poteva ancora parlare, iniziò a urlare di sigillare immediatamente la camera. Le sue onde cerebrali mostravano le stesse linee anomale dell’altro prigioniero. L’ufficiale diede l’ordine di chiudere all’istante la camera, anche se dentro vi erano ancora tre degli scienziati. Uno di essi tirò fuori una pistola e sparò un colpo proprio in mezzo agli occhi del comandante, prima che riuscisse a chiudere la porta. Poi indirizzò l’arma verso la cavia muta e gli fece saltare le cervella.
Poi puntò la pistola contro l’ultima cavia sopravvissuta che era legata al lettino, mentre gli altri scienziati fuggivano dalla camera. “Non rimarrò chiuso qui dentro con quegl’esseri! Non con te!” urlò lo scienziato. “COSA SIETE IN REALTÀ?” domandò. “Devo saperlo!”.
La cavia sorrise.

“L’avete dimenticato così facilmente?” rispose la cavia. “Noi siamo voi. Noi siamo la pazzia che si annida dentro tutti voi, pregando ogni momento di essere liberata dal vostro inconscio più selvaggio. Noi siamo quello da cui vi nasconde la notte, quando andate a letto. Noi siamo quello che riducete al silenzio e alla paralisi, ogni volta che vi rifugiate in quel sonno che noi non possiamo calpestare.”

Lo scienziato lo osservò per qualche secondo, immobile. Poi mirò al cuore della cavia e fece fuoco.
Mentre la linea dell’elettroencefalogramma diventava piatta, la cavia, con voce strozzata, disse: “ero… quasi… libero…”

Si dice che un giorno una bambina, di nome Sara, tornando a casa trovò una bambola di porcellana con un braccio rotto. Decise di raccoglierla e riparla utilizzando i pezzi di altre bambole. Dopo averla riparata ed averci giocato tutto il giorno la pose sul tavolo della cucina ed andò a dormire. Durante la notte, ad un tratto, sentì dei rumori provenire dalla cucina.
Poco dopo udì qualcuno cantare…
Sara…Sara… sono in cucina…
Sara…Sara… ho un coltello in mano…
Sara…Sara…sto salendo le scale…
Sara…Sara…ho ucciso tua madre e tuo padre…
Sara…Sara…sto aprendo la porta…
La ragazzina vedendo il pomello della porta muoversi, lo afferrò è aprì la porta di scatto. Davanti a lei trovò la bambola, inanimata, seduta sulla soglia. La prese, la riportò in cucina e tornò a dormire.
Dopo alcuni istanti sentì nuovamente…
Sara…Sara… sono in cucina…
Sara…Sara… ho un coltello in mano…
Sara…Sara…sto salendo le scale…
Sara…Sara…ho ucciso tua madre e tuo padre…
Sara…Sara…sono davanti alla porta…
Sara corse alla porta, la aprì e il coltello le attraversò il cuore.

Se hai mai vissuto un esperienza di pre-morte, forse avrai visto la tua vita “scorrere” davanti ai tuoi occhi. Ho chiesto a molte persone riguardo ciò. Hanno detto che era come se avessero visto tutta la loro vita in un secondo, che non è affatto esagerata come affermazione; al tuo cervello piace evitare lo stress, quindi cerca di non trovarsi a fare i conti con la morte. Ragion per cui, se pensa di stare per morire usa il modo più facile per scappare: La memoria. Quando sei vicino alla morte, il cervello rivive tutti i ricordi che hai.

Il cervello resta vivo anche per 7 minuti dopo la tua morte, implicando che sia intatto. Ergo, tu hai 7 minuti e puoi rivivere la tua vita in un secondo, sono 60 vite per minuto, 420 vite in 7 minuti. E’ un sacco di tempo, un sacco di esperienze con la morte.

E, tu, ora, a che vita sei?

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale.

A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo.

Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza.
L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato.
Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore.
Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.
Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori alla finestra.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto.
Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.
Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.
In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando.
Sebbene l’altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.
Con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.
Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.
L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.
Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto.
Essa si affacciava su un muro bianco.
L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
“Forse, voleva farle coraggio.” disse.
Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione.
Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare.
L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.

L’origine di questa storia è sconosciuta ma tu falla conoscere a più persone possibile