Inverni

Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata,
mica lo sapevo che avrei tenuto dentro me i tuoi occhi sempre
come stelle dentro al cielo un po’ coperte dalla nebbia
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell'istante non l'avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l'amore esisteva davvero
e che all'improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi -come un oceano
tra i capelli-
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.

Marzia Sicignano

Il problema è che gli inverni torneranno e tornerà il freddo, perché anche se fuori è caldo io qui gelo dentro
—  scrivoperanestetizzaretutto

Dopo tre anni, c'è un'altra ragazza seduta sul tuo letto, a gambe incrociate.
Ha un sapore e un aroma diversi da quelli ai quali eri abituato.

Apre un libro che avresti dovuto leggere al liceo, e una foto di noi piegata in due cade dal terzo capitolo.
Ora sulle sue ginocchia ci sono due storie mai concluse.

Inevitabilmente, lei chiede, e tu rispondi.

Le dici: stavamo insieme, ma tempo fa.
Non le dici: a volte quando ti abbraccio, immagino l'odore del suo profumo alla vaniglia.

Le dici: era più piccola di me.
Non le dici: le sedici estati nelle sue ossa scioglevano i diciotto inverni che la mia pelle aveva trattenuto.

Le dici: ora non è niente.
Non le dici: allora era tutto.

—  @blossomfully Sue Zhao 

La prima volta che provai ad uccidermi avevo dodici anni.
Ricordo che, in un momento di rabbia cieca, presi una corda abbastanza spessa e ruvida, e me la rigirai più volte attorno al collo, e inizia a stringere, a stringere, a stringere tanto che i miei occhi si appannarono e i miei polmoni bruciarono, e l'ossigeno che continuavo ad inghiottire era come pezzi di vetro che mi raschiavano la gola.
Non ci volle molto che persi le forze e lascia andare la presa.
Scoppiai a piangere contro la parete fredda del muro di camera mia.
Non sapevo come fare a salvarmi.
A salvarmi da me stessa, da quegli incubi che la notte strusciavano fuori da sotto il mio letto e mi costringevano a sopprimere i miei respiri contro il cuscino e rendevano le mie mani perennemente zuppe di lacrime.
Presi grandi boccate d'aria, il cuore che accelerava sempre più, gli occhi gonfi e pesti per le notti insonni, la pelle del mio collo lacerata.
Chiusi forte le palpebre. Lasciai che i miei capelli mi comprissero il volto.
Mi raggomitolai su me stessa, schiacciandomi alla parete.
E mi lasciai inghiottire dal silenzio. Dal buio della notte imminente.
Sono sempre stata un'estremista. Non conoscevo la mezza misura.
Esisteva per me solo il giusto o lo sbagliato. Il buono o il cattivo. Il mare o la montagna.
Allo stesso modo, se non riuscivo ad amarmi, altro non mi restava che odiarmi all'inverosimile.
E credo che quell'odio che proviamo nei nostri confronti non sia neanche paragonabile a quello che proviamo per le altre persone.
Sei costretto a passare il resto della tua vita con una persona che detesti. Che ti rende vulnerabile e debole. Che non sa trattenere le persone che ami nella tua vita. Che siede sola sul tram e passa il tragitto a guardare le gocce di pioggia scivolare sul finestrino, per poi accorgersi alla fermata che fuori c'è il sole ed erano solo i suoi occhi che piangevano, riversando lacrime salate sulle sue guance.
E quella persona é te stesso.
Un anno dopo inizia ad indossare felpe eccessivamente larghe con le maniche così lunghe da coprirmi le dita delle mani.
Ma anche quei segni rossi, sui miei polsi, che continuavano ad aumentare.
Avevo deciso di segnarmi con una lametta ogni mio errore.
Alla fine di ogni giornata c'erano più di venti tagli nuovi.
Mi resi conto che ero davvero un disastro.
E mi convinsi che una come me doveva meritarsi solo sofferenze, e punizioni.
Doveva stare a digiuno per giorni e passare le ore a vedere il sangue scorrerle via dalle braccia, dalle cosce, nella speranza di intravedere anche un po’ di tutto quel male che aveva dentro sgorgare via con esso.
Per certi periodi, divenni tutt'una con la solitudine che riempiva il mio cuore e rendeva il rumore di ogni suo battito un suono malinconico, triste.
Ero sola nella stazione affollata alle sette della mattina, o quando tornavo a casa.
Ero sola mentre camminavo per strada per dirigermi in libreria, nel disperato tentativo di scappare dalla mia vita, rifugiandomi tra le pagine di quella di qualche d'un altro.
Ero sola, quando mi stendevo sul prato la sera, perdendomi tra quelle stelle così lontano, ma che mi scaldavano come se fossero così vicine.
In altri mesi, mi persi completamente.
Le stagioni smisero di susseguirsi, i colori impallidirono, cedendo il posto al bianco e al nero.
Gli inverni divennero più rigidi e le estati più brevi.
I suoni e i rumori si attutirono, riducendosi a un sussurro, dei flebiti.
Tutto, intorno a me, iniziò lentamente a sgretolarsi, a cedere.
Caddero i prati fioriti, e i tramonti, e i cieli trapuntati di costellazioni, e il soffio del vento e il rombo del tuono. Caddero le Case, le persone, le emozioni.
E da quelle macerie si alzarono spessi muri, che mi imprigionarono.
L'unica cosa che continuava a cadere, era la neve, trascinando con se le mie ultime speranze di riuscire a vedere per un'ultima volta il sole.
Ero persa, sola, senza più ragioni per restare.
Credetti davvero che alla mia fine sarebbero mancate poche albe, anche se non potevo vederle.
Una fine che avrei scritto io.
Presi una penna rossa, appena comprata, e mentre inizia a tracciare le prime parole del mio ultimo capitolo di vita, un petalo cadde vicino le mie dita.
Alzai gli occhi con stupore.
Ero convita ci fossi solo io dentro la prigione che altro non era che me stessa.
E invece, proprio davanti a me, c'era un vaso contenente una pianta.
Non ricordo che specie era.
Sinceramente, non ha importanza.
La guardai. Ancora. Ancora.
Il fusto dall'apparenza fragile culminava con con pochi petali stropicciati, rovinati, che cadevano lentamente sulla scrivania.
Nel turbinio di ghiaccio e neve nel quale mi trovavo non credevo potesse sopravvivere.
Era sempre stata lì, spoglia, scura, esile.
Non gli diedi attenzione. Non mi accorsi nemmeno della sua presenza.
La davo già deceduta.
E invece, era proprio lì dinnanzi a me.
Pensai che prima di togliermi la vita, potessi darne un po’ a quel fiore, potessi aiutarlo.
Inizia a prendermi cura, annaffiandolo giornalmente E controllando che possibili insetti non gli mangiucchiassero le foglioline.
Feci una crepa nel muro, quel tanto che bastava per far filtrare un poco di luce, nonostante io non la vedessi, né sentissi il suo calore, per quella piantina.
Col passare del tempo, inizia a vederla sempre più rinvigorita.
Crebbe. Tanto.
E lentamente, la luce da cui doveva teoricamente passare il sole per bagnarla di caldo, divenne … luminosa.
E iniziai a sentire il suo calore.
A vederla.
Con la penna rossa, al posto di scrivere la mia fine, disegnai fiori.
Riempii pagine e pagine di fiori. E poi le mie braccia. Le mie gambe. Le mie labbra. Le mie palpebre.
E le mie ferite sui polsi.
Queste, divennero cicatrici.
Iniziai a ricoprire di fiori ogni mattone che costituivano i miei muri, e questi, piano piano, si dissolsero, divennero polvere, dalla quale nacquero ciclamini, campanule, viole, girasoli….
E io potevo vederne il colore.
Potevo sentirne il profumo.
Rampicanti di gelsomini mangiarono le pareti ancora in piedi della mia prigione.
Mi ritrovai ricoperta di petali, seduta su un prato fiorito.
Il sole mi illuminò il volto, dopo tanto tempo.
Il cielo ero limpido. Di un azzurro chiaro… ma lucente.
Mi alzai da sola.
Barcollavo un po’ e la mia vista faticava a mettere a fuoco ogni singola cosa.
Ma era normale; avevo vissuto nell'ombra per così tanto tempo.
Vidi il mio vaso; la pianta era sbocciata.
E con essa, ero sbocciata anche io.
Prendendomi cura di lei, mi accorsi che ero ancora in grado di dare affetto e che il mio cuore non era completamente ghiacciato.
Capii che dal mio amore poteva nascere qualcosa di bello. Di buono.
Scoprii che non tutto quello che facevo ero uno sbaglio, un errore. Poteva essere anche un bellissimo vaso di rose. O un intero prato di viole. O una rampicante di gelsomino.
Piantai così tanti fiori che non ricordo di preciso.
A volte capita che prendendoci cura di qualcosa, o di qualcuno, finiamo per prenderci cura anche di noi stessi.
Di crescere insieme. Di diventare migliori.
Di nascere, nuovi, più forti di prima… di fiorire.

E poi pensa; se ne tuoi momenti bui sei in grado di far sbocciare fiori nelle parti più tristi di te, immagina cosa sei in grado di fare nei tuoi momenti migliori.
Di sicuro, qualcosa di bellissimo.

-Alessia Alpi (Volevoimparareavolare on Tumblr)

Mi sono perso,
In questo bosco maledetto,
Ma ci sei tu,
Sei come la luce di un faro,
Ed mi guidi nell'oscurità.

Sei come una lanterna,
Dissolvi l'oscurità sulla mia strada,
Come la luna guida le stelle,
Nell oscurità del cielo.

Sei un falò,
Mi riscaldi anche negli inverni più rigidi,
Scacci la paura,
Bruci i miei demoni.

Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata,
mica lo sapevo che avrei tenuto dentro me i tuoi occhi sempre
come stelle dentro al cielo un po’ coperte dalla nebbia.
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell'istante non l'avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l'amore esisteva davvero
e che all'improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi -come un oceano
tra i capelli-
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.
—  Marzia Sicignano.

Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata,
mica lo sapevo che avrei tenuto dentro me i tuoi occhi sempre
come stelle dentro al cielo un po’ coperte dalla nebbia
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell'istante non l'avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l'amore esisteva davvero
e che all'improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi -come un oceano
tra i capelli-
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. […] Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

 […] Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

 […] Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

 […] Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo.

 […] Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.“ 

 - D. Buzzati, "Gli inviti superflui" 
- G. Klimt, dettaglio de "Il bacio”

anonymous asked:

Non hai paura dell'amore? Non hai paura di soffrire ancora?

Voglio risponderti così.

«Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.

«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.»

Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali.

È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.
Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza. Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.

Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.
Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.

«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.

«Il meglio è viverlo» – le consigliò il Piccolo Principe.

Esci con una ragazza che legge.

Esci con una ragazza che spende i suoi soldi in libri invece che in vestiti, con una che ha problemi di spazio nell’ armadio perché ha troppi volumi. Esci con una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la carta della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge.

 Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro da finire nella borsa. È lei, quella che guarda adorante gli scaffali delle librerie; è quella che esulta in silenzio quando trova il libro che voleva. La vedi quella tipa strana che annusa le pagine di una vecchio volume in un negozio di libri usati? Quella è la lettrice. Loro non sanno resistere all’ odore delle pagine, specialmente se sono ingiallite e consumate. È lei, la ragazza che legge mentre aspetta in quel bar in fondo alla strada. Se dai una sbirciata alla sua tazza, vedrai che la crema  latticini sta galleggiando in superficie, perché lei si è già immersa nella lettura. Persa in un mondo creato dall’ autore. Seduta. Potrebbe lanciarti un’occhiataccia, dato che molte ragazze che leggono non amano essere interrotte.

Chiedile se il libro le sta piacendo.

Offrile un altro caffè.Falle sapere cosa pensi davvero di Murakami. Vedi se ha finito il primo capitolo del Signore degli Anelli. Sai che, se dice che ha capito l’Ulisse di James Joyce, lo sta dicendo solo per suonare intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere come lei. È facile frequentare una ragazza che legge.

Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e per gli anniversari.

Regalale il dono delle parole, con una poesia, con una canzone.Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings.Falle sapere che capisci che le parole sono fatte d’amore; che capisci che lei conosce la differenza tra i libri e la realtà ma, in ogni modo, cercherà di rendere la propria vita almeno un po’ simile al suo libro preferito.Non sarà colpa tua se lo farà. Deve almeno provarci in qualche modo. 

Mentile.

Se capisce la sintassi, comprenderà che tu hai bisogno di mentirle. Dietro le parole si trovano altre cose: motivi, valori, sfumature, dialoghi. Non sarà la fine del mondo.Deludila. Perché una ragazza che legge sa che il fallimento porta al climax. Perché le ragazze che leggono capiscono che tutte le cose devono giungere al termine, ma che puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi ricominciare ancora e ancora ed essere sempre l’eroe. Che nella vita è destino che si incontri un cattivo o due. Perché essere spaventati da tutto ciò che non si è? Le ragazze che leggono capiscono che le persone, come i personaggi, crescono. A parte nella saga di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta.

 Quando la trovi alle due del mattino stringendo un libro al petto e piangente, falle una tazza di tè e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore, ma tornerà sempre indietro da te.Parlerà come se i personaggi del libro fossero reali, perché per un po’ lo sono sempre. Le chiederai di sposarla su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto occasionalmente la prossima volta che si ammalerà. Tramite Skype. Sorriderai così tanto che ti chiederai meravigliato come mai il tuo cuore non sia ancora scoppiato, macchiando di sangue il tuo petto. Scriverai la storia delle vostre vite, avrai figli con nomi assurdi e con gusti ancora più assurdi. Lei presenterà ai tuoi bambini Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Attraverserete gli inverni della vostra vecchiaia insieme e lei reciterà Keats in un sospiro, mentre tu ti scrollerai la neve dagli stivali.

Esci con una ragazza che legge perché lo meriti. Meriti una ragazza che può darti la vita più colorata possibile. Se tu a lei puoi dare solo monotonia, ore vuote e mezze proposte, allora è meglio che rimani solo. Ma se desideri il mondo e i mondi che esistono al di là, esci con una ragazza che legge.

-Rosemarie Urquico