Inverni

Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata,
mica lo sapevo che avrei tenuto dentro me i tuoi occhi sempre
come stelle dentro al cielo un po’ coperte dalla nebbia
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell'istante non l'avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l'amore esisteva davvero
e che all'improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi -come un oceano
tra i capelli-
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.

Marzia Sicignano

Il problema è che gli inverni torneranno e tornerà il freddo, perché anche se fuori è caldo io qui gelo dentro
—  scrivoperanestetizzaretutto

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. […] Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

 […] Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

 […] Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

 […] Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo.

 […] Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.“ 

 - D. Buzzati, "Gli inviti superflui" 
- G. Klimt, dettaglio de "Il bacio”

Quando ti si scopre il cuore puoi coprirti fuori quanto vuoi. Solo certi abbracci sanno mettere fine al freddo di certi inverni dentro.
—  Il quadro mai dipinto

Lo avrai, camerata Kesselring, 1952

«Gli italiani dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero farmi un momento» A.K. Kesselring

Albert Kesselring era il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia. Nel 1947 fu processato per crimini di guerra e fu condannato a morte. La condanna fu poi commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu liberato per via delle sue condizioni di salute. In realtà Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, dove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.

Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento.

Fu in risposta a queste affermazioni che Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, “Lo avrai, camerata Kesselring…”, il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo.

«Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA»
P. Calamandrei

Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano. E si impara dai ricci che si chiudono e le spine vanno fuori, non dentro. Si impara che la letargia non è l’allergia all’inverno, si impara il letargo, come pausa piena di vita e di malinconia.
[..]
Dietro a una grande donna c’è una donna che accetta di diventare grande. Con tutto il carico di dolore, di sofferenza e di bellezza. Sulle spalle.
—  Enrica Tesio
Non bisogna temere le difficoltà della vita. Sono fatte per essere superate. Per metterci alla prova. Per migliorarci. I fiori più belli nascono dopo gli inverni rigidi.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
Non ti ho amato per vanità o per credermi migliore, no, non ti ho amato per questo, per il desiderio di sentirmi speciale, per sfida o per un piccolo divertimento. Avrei tirato fuori una forza stratosferica capace di arrivare in capo al mondo per prendermi il tuo destino. Io ti ho amato senza pudore, senza paure, vincendo persino il timore di perdere tutto per te, incondizionatamente. Chissà se lo sai. Pensavo che un giorno d'improvviso tutto questo ti sarebbe caduto addosso e avresti capito, sentito la fatica silenziosa che ogni volta ho sfoderato per nascondere dietro i sorrisi l'amarezza di non averti vicino, la promessa che ho fatto a me stesso, quella di volerti felice comunque, anche da lontano.
Io volevo solo te come una vertigine che ti lascia andare al di sopra delle solite convenzioni, mentre la ragione ti dice:
“Non partire prima di sapere”. Invece io sono sempre partito lo stesso, non sono abituato a guardare le previsioni del tempo.
Mi è capitato di volerti accanto con una disperazione quasi abissale e potevi riempirla solo tu, con le tue piccole contraddizioni, con la tua finta durezza. Avrei voluto scioglierla, ogni volta, come fosse neve, come un regalo che scarti, poi guardi, sorridi, si dissolve e ti resta fra le mani finalmente quello che vuoi. Ho amato tutto di te, anche quelle tue parti così simili alle mie. Abbiamo due cuori dentro, uno vuole mangiare l'altro ed è un continuo combattimento. Io parlo molto, ma quando ti guardavo avevo solo il desiderio di ascoltarti respirare. Mi facevi venire voglia di vivere, di avere più giorni da darti. Mi allungavi la vita senza saperlo. Vedevo noi due in una vita senza sbadigli, una vita piena di vita e non tutte le vite lo sono. Nessuno sa cos'è normale, io so però che è lecito farsi una domanda a distanza di anni, dopo aver vissuto tanti inverni: “Si può preferire un solo giorno ai giorni che ti restano, pur amando la vita, se il resto della vita è stare senza te?
—  Un anno per un giorno - Massimo Bisotti
Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata,
mica lo sapevo che avrei tenuto dentro me i tuoi occhi sempre
come stelle dentro al cielo un po’ coperte dalla nebbia.
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell'istante non l'avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l'amore esisteva davvero
e che all'improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi -come un oceano
tra i capelli-
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.
—  Marzia Sicignano.