Indignati

E’ davvero significativo che Valeria Valente, ex candidata sindaco manco arrivata al ballottaggio, trovi il tempo per scrivere questi post indignati contro l'illegalità e non abbia speso una parola, diciamo una, sulle “fritture” di De Luca e sul voto di scambio che sta imperversando in vista del referendum. Incredibile che non abbia nemmeno mai parlato dei milioni di euro andati nelle tasche dei soliti noti per la corruzione delle giunte Bassolino, di cui la Valente era seguace. Per non parlare degli scandali che da anni travolgono gli esponenti locali del PD, spesso legati a doppio filo alla camorra.
No, il problema di questa città e di questa regione per la Valente sono gli immobili abbandonati liberati da tanti giovani che stanno offrendo alternative, speranze, risoluzione concreta di bisogni. E tutto a titolo volontario e gratuito, come chiunque può facilmente constatare!
E’ evidente che la Valente vive in un mondo che non è quello dei napoletani, che sanno benissimo quanto un centro sociale, in una città con tanti problemi, dalla disoccupazione alla criminalità, possa rappresentare un'alternativa alla guerra fra poveri, alla delinquenza, alle droghe, alla depressione.
Comunque auguriamo alla Valente di continuare su questa strada, di modo che il 9% preso dal PD alle ultime elezioni possa ben presto tramutarsi nella definitiva sparizione di questo partito che ha solo avvelenato e affamato i nostri territori. Però, siccome crediamo sia utile avvicinare questo momento, in modo da liberare da questa condanna anche tanti vecchi militanti onesti e di base del PD che soffrono inutilmente, invitiamo tutte e tutti a votare NO al referendum del 4 dicembre.

PS: la struttura dell'OPG non è mai stata del Comune ma del Demanio, che all'inizio del ‘900 la diede in custodia all'amministrazione penitenziaria. Che ha pensato bene di abbandonarla, dopo averla mantenuta in condizioni pietose (tanto dentro ci dovevano stare e morire i pazzi, i non-uomini…) all'inizio del 2008. Quando nel marzo 2015 l'abbiamo occupata - per aprirla per la prima volta a un quartiere che non l'aveva mai vista! - abbiamo dovuto investire mesi di lavoro e migliaia di euro raccolti con collette e feste solo per risistemarne una parte. Abbiamo resistito fisicamente a un tentativo di sgombero e ci hanno difeso migliaia di persone nei giorni successivi. Grazie a questa azione ora non solo qui dentro ci sono più di 30 attività sociali gratuite, che coprono tutte le esigenze della cittadinanza, ma la struttura sta passando dal Demanio nelle mani del Comune, senza che questo ci rimetta una lira.
Dunque grazie a questa lotta, invece di un bene abbandonato dallo Stato (la cui scalinata veniva usata per spacciare, bucarsi, fare scippi), il Comune di Napoli e dunque il popolo napoletano ha a costo zero un bene funzionante, dove ogni giorno centinaia di persone condividono saperi e divertimento e si organizzano insieme per prendersi cura del loro quartiere. Invitiamo tutti a visitarci e constatare di persona: noi la politica non la facciamo nelle stanze chiuse e non abbiamo niente da nascondere.     Ex OPG Occupato - Je so’ pazzo

Un po' di #15ott, per farsi un'idea.

Sulla manifestazione di Roma girano tante voci in rete. Anzi, troppe - e pure confuse.

Bypassando le varie teorie del complotto che vedono infiltrati e fascisti ovunque, vi riporto alcuni link che aiutano a farsi un'idea su quello che è stato il #15ott, e sulle sue possibili conseguenze.

Insomma, il meglio e il peggio del corteo degli “indignatos” nostrani. Secondo me.

Se c'è altro suggeritemelo, sono pronto ad inserirlo.

(Il post non contiene infiltrati.)

youtube

It’s well known that the rich have an outsized influence on the economy.

The nation’s top 1% of households own more than half the nation’s stocks, according to the Federal Reserve. They also control more than $16 trillion in wealth — more than the bottom 90%.

Yet a new body of research from Citigroup suggests that the rich have other, more-surprising impacts on the economy.

Ajay Kapur, global strategist at Citigroup, and his research team came up with the term “Plutonomy” in 2005 to describe a country that is defined by massive income and wealth inequality. According to their definition, the U.S. is a Plutonomy, along with the U.K., Canada and Australia.

In a series of research notes over the past year, Kapur and his team explained that Plutonomies have three basic characteristics.

1. They are all created by “disruptive technology-driven productivity gains, creative financial innovation, capitalist friendly cooperative governments, immigrants…the rule of law and patenting inventions. Often these wealth waves involve great complexity exploited best by the rich and educated of the time.”

2. There is no “average” consumer in Plutonomies. There is only the rich “and everyone else.” The rich account for a disproportionate chunk of the economy, while the non-rich account for “surprisingly small bites of the national pie.” Kapur estimates that in 2005, the richest 20% may have been responsible for 60% of total spending.

3. Plutonomies are likely to grow in the future, fed by capitalist-friendly governments, more technology-driven productivity and globalization.

Kapur says that once we understand the Plutonomy, we can solve some of the recent mysteries of the American economy. For instance, some economists have been puzzled (especially last year) about why wild swings in oil prices have had only muted effects on consumer spending.

Kapur’s explanation: the Plutonomy. Since the rich don’t care about higher oil prices, and they dominate spending, higher oil prices don’t matter as much to total consumer spending.

The Plutonomy also could explain larger “imbalances” such as the national debt level. The rich are so comfortably rich, Kapur explains, that they have started spending higher shares of their incomes on luxuries. They borrow much larger amounts than the “average consumer,” so they have an exaggerated impact on the nation’s debt levels and savings rates. Yet because the rich still have plenty of wealth and healthy balance sheets, their borrowing shouldn’t be a cause for concern.

In other words, much of the nation’s lower savings rate is due to borrowing by the rich. So we should worry less about the “over-stretched” average consumer.

Finally, the Plutonomy helps explain why companies that serve the rich are posting some of the strongest growth and profits these days.

“The Plutonomy is here, is going to get stronger, its membership swelling” he wrote in one research note. “Toys for the wealthy have pricing power, and staying power.”

To prove his point, he created a “Plutonomy Basket” of stocks, filled with companies that sell to the rich. The auction house Sotheby’s is on the list, along with fashion houses Bulgari, Burberry and Hermes, hotelier Four Seasons, private-banker Julius Baer and jeweler Tiffany’s. Kapur says the basket has risen an average of 17% a year over the past year, outperforming the MSCI World Index.

Of course, Kapur says there are risks to the Plutonomy, including war, inflation, financial crises, the end of the technological revolution and populist political pressure. Yet he maintains that the “the rich are likely to keep getting even richer, and enjoy an even greater share of the wealth pie over the coming years.”

All of which means that, like it or not, inequality isn’t going away and may become even more pronounced in the coming years. The best way for companies and businesspeople to survive in Plutonomies, Kapur implies, is to disregard the “mass” consumer and focus on the increasingly rich market of the rich.

A tough message — but one worth considering.

Indignati italiani, costruire alternative con la nonviolenza

Non vogliono rappresentare o farsi rappresentare ma si fanno carico dei problemi attraverso il Pensiero Collettivo.

Oltre alla protesta di piazza, cosa c'è dietro il fenomeno mondiale che si fa chiamare Global Change, Occupy, Movimento 15M e molti altre definizioni accomunate da una base comune e dalla Rete?

Ne ho parlato con Eracle Galfo del movimento di Roma.

Ci racconta che il lavoro dell'Assemblea, “dietro le quinte del teatro mediatico”, è quello che porterà lontano il movimento. Perché l'assemblea, il cuore pulsante degli indignati, si basa su una metodologia completamente nuova, forte delle esperienze islandesi e arabe.

Cosa c'è di così innovativo in quello che state facendo?

Sui giornali, in Tv, ma spesso anche su internet risaltano le azioni provocatorie, gli scontri, le rivendicazioni, ma questo è solo un effetto di quello che stiamo facendo da mesi, da quando l'eco del movimento spagnolo è arrivato in Italia.

E’ un fenomeno che sfugge perché non si può categorizzare o controllare e parte realmente dal basso, dalla gente comune.

Uno degli elementi più straordinario di quello che sta succedendo, così difficile da documentare efficacemente, è il lavoro delle assemblee popolari.

Il cambiamento e lo sviluppo sociale che si respira durante le assemblee e i lavori delle Commissioni e dei gruppi è un fatto totalmente nuovo.

E’ una rivoluzione dei rapporti umani, strutturare in modo diverso il nostro sistema di relazioni basandolo sul rispetto, la nonviolenza e l'ascolto.

Cerchiamo di usare degli strumenti che ci permettono di lasciare per un attimo da parte la dialettica, la discussione sterile, la posizione ideologica e l'individualismo.

E ci riuscite?

Cominciamo a riuscirci. E’ difficile gestire le situazioni e i conflitti che nascono in un ambito di cento persone. In Spagna ci sono riusciti in contesti molto più numerosi usando degli strumenti di partecipazione e di democrazia diretta. Tecnicamente si chiama dinamizzazione e si applica attraverso un moderatore, dei facilitatori e utilizzando i turni di parola e il linguaggio dei segni.

Il tutto ha la funzione di raggiungere il consenso, includere i diversi punti di vista ed elaborare il pensiero collettivo, che non è unico ma multiforme.

Cos'è il Pensiero Collettivo?

E’ una forma diametralmente opposta al sistema di pensare attuale basato sulla logica della competizione e dell'individualismo ad oltranza.

Normalmente, di fronte al conflitto che si crea tra due persone che la pensano in modo opposto, si tende a imporre la propria posizione fino ad arrivare allo scontro, anche violento. Cerco di convincere l'altro o al massimo di raggiungere un compromesso.

L'obiettivo del Pensiero Collettivo è costruire un altro punto di vista che includa entrambe le posizioni.

Riteniamo molto importante, per raggiungere questo risultato, la tolleranza e la propensione a diventare ascoltatori attivi piuttosto al fatto di essere semplicemente preoccupati di preparare il nostro intervento.

Cerchiamo di comprendere che tutte le opinioni sono necessarie per generare il consenso. Poter praticare questo atteggiamento è un grande cambiamento personale.

Inoltre favorisce una discussione che va alle radici delle diverse posizioni, aldilà dei pregiudizi ideologici.

Per ultimo tende ad aprire la discussione su proposte concrete e realizzabili.

Come inizia un'assemblea e come si articola nel corso delle settimane?

Di solito, nelle città dove comincia questa esperienza, c'è una convocazione e arriva un certo numero di persone, alcuni curiosi e altri già propensi ad attivarsi per fare qualcosa concretamente.

Ci si confronta e si cerca di andare oltre il dibattito, la discussione, la rabbia e lo scoramento. E’ un processo che richiede del tempo e molta riflessione.

Non è facile, immersi come siamo in un mondo dove conta solo il risultato.

Se il gruppo iniziale si ingrandisce si formano delle commissioni o gruppi di lavoro che studiano le varie proposte e le riportano all'insieme per la discussione finale e le decisioni operative. Spesso questi passaggi richiedono diverse rielaborazioni e modifiche.

A chi obietta con una posizione che non si riesce a conciliare nel gruppo assembleare si propone di lavorare in commissione per trovare una nuova proposta. Questo meccanismo, a volte, ha risolto grosse difficoltà di fondo o semplici “manie di protagonismo”.

Siamo all'inizio di questa ricerca di comunicazione e democrazia diretta e manca ancora molta esperienza ma i risultati si vedono nell'atteggiamento delle persone e nella crescita del rispetto reciproco.

Durante la manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011 ci sono stati scontri con la polizia e diversi atti di violenza, cosa pensi di quello che è successo?

A Roma si è verificata un'anomalia rispetto al contesto internazionale del Global Change, come è stata chiamata la giornata di mobilitazione in tutto il mondo. Diverse organizzazioni politiche e sindacati che non aderivano ai principi di base del movimento internazionale (metodo assembleare, nonviolenza, no leader, ecc.)si sono direttamente appropriati dell'evento.

Queste realtà, nel preparare l'appello del 15 Ottobre, erano a disagio nel trattare le parole nonviolenza e pacifismo, dalla quali prendevano distanza.

Forse all'interno di questi gruppi non é ancora ben chiaro come ubicarsi di fronte all'espressione di nuove forme di lotta e ribellione che si ispirano alle azioni di Gandi, di Martin Luther King o alla politica della nonviolenza attiva di Gene Sharp.

E’ sufficiente vedere i video che girano su Youtube di Occupy NewYork o dei Notav o di Madrid per rendersi conto di cosa significhi.

Di fronte allo spiegamento di forza della Polizia si reagisce opponendo resistenza nonviolenta o addirittura affrontando in modo creativo “l'altra parte” trattandoli da esseri umani con capacità di decisione o non come semplici “strumenti di repressione” usati dai potenti.

Sono delle forme di lotta che non corrispondono ai canoni passati della “rivoluzione” e della lotta armata.

Questo “spirito” nonviolento come è praticato all'interno delle assemblee?

I meccanismi dell'assemblea si basano sul rispetto dei diversi punti di vista e sull'inclusione. Collaborare su un piano orizzontale, senza leader e imposizioni ideologiche è il primo passo per evitare la violenza verbale, psicologica e la discriminazione. Siamo troppo abituati a identificare l'espressione della violenza sul piano fisico e su grande scala (razzismo, guerre, tortura) che non ci accorgiamo che il primo stadio che porta a queste grandi escalations comincia dal modo di trattare gli altri, con poca coerenza personale.

Perché un cittadino comune dovrebbe cominciare a partecipare alle assemblee popolari?

Ci siamo rassegnati da tempo a delegare il nostro presente e anche il nostro futuro. Abbiamo smesso di prenderci la responsabilità di ciò che è anche nostro. Attraverso la democrazia formale i cittadini delegano con il voto le decisioni ai politici che a loro volta sono controllati dalle lobbies economiche. Si è instaurato un meccanismo perverso. E non parlo solo dell'ambito politico. Ad esempio per la gestione dei rifiuti o delle risorse facciamo la stessa cosa. Acquistiamo merci o prodotti che non sappiamo come vengono fatti e qual è il loro costo sociale e ambientale e lasciamo che le cose vadano avanti così.

Invece ci sono possibilità per affrontare il consumo in modo critico e sviluppare reti di economia solidale, riprendendo il controllo della filiera produttiva a partire da il luogo in cui si vive.

Nelle assemblee parliamo e agiamo anche in questa direzione, aumentando la consapevolezza e prendendo il destino nelle nostre mani, autorganizzandosi in azioni comuni.

All'inizio non si sa da che parte cominciare perché i problemi sembrano troppo complessi o fuori dalla nostra portata ma dobbiamo ri-imparare a occuparci di noi e di chi ci sta intorno prendendoci a cuore i problemi e le ingiustizie perché nessun altro lo farà al posto nostro.

Cambiare, noi per primi, le abitudini, lo stile di vita e questo avrà una grande influenza sugli altri.

Image by: Photo Pressenza Eracle a un'assemblea degli indignati

/Italian rant - sorry/

Appena tornata a casa dalla mostra di body world, mia sorella mi chiede un po’ preoccupata se l'amica con cui sono andata è arrrivata a casa, perché la manifestazione degli indignati si è trasformata da pacifica a violenta. Io le rispondo di non preoccuparsi, perché quest'amica per tornare a casa non passa per la via che porta al Colosseo - San Giovanni (anche se comunque le ho mandato un messaggio su twitter e msn, dopo aver visto che è successo) e decido di accendere la tv per controllare a cosa si riferisca - anche se già immagino cosa sia successo, non sarebbe la prima volta. Ovviamente, le immagini che manda il tg non mi smentiscono.

(Poi ho avuto anche la sfiga di beccare il Tg4, con il commento del direttore/di un giornalista de Il Giornale, per cui l'incazzatura è ancora più grande*)

Ora, scusatemi, dimenticherò la buona creanza per un momento - giusto uno - e forse non sarò molto coerente.

Ma porco mondo. Perché quella che è una manifestazione pacifica - PACIFICA, porco cazzo - deve essere usata come scusa per fare violenza? Oltretutto, urlando slogan e scrivendo roba sui muri che non hanno niente a che fare con i motivi della protesta - del tipo “tanto è uguale, l'importante è fa casino!”! Così si cancellano gli intenti pacifici della protesta - coinvolgendo anche gente che non c'entra nulla (il suddetto quotidiano* a rivelato che il suo titolo sarà qualcosa come “Altro che indignati, questi sono delinquenti”. Grazie per la superficialità, ovviamente documentarsi per bene e fare le dovute distinzioni no, eh?) - e, soprattutto, vengono ferite delle persone.

Miei cari Black Bloc, fatemi il favore di andare a fanculo. Se avete degli istinti violenti/momenti di coglionaggine, la prossima volta chiudetevi in camera a giocare con l'X-box. E non uscitene, vi prego.

*voglio rendere chiara una cosa: i miei commenti leggermente avvelenati nei confronti del quotidiano Il Giornale non ha niente a che fare con il post - voglio assicurare che quello che ho scritto sulla manifestazione è da un punto di vista “apolitico”: voglio solo esprimere il mio schifo verso… gente che non so neanche più come definire, per la rabbia. I commenti al quotidiano sono semplicemente dovuti al fatto che… non lo amo molto. Anzi, il contrario. Ma quello che voglio dire è che mi girano le ovaie non per quei commenti, ma per la situazione generale.

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“Debtocracy”, processo alla crisi

Un documentario sulla crisi greca dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou .

Il  documentario, distribuito con licenza Creative Commons, cerca di capire come è stato accumulato l'enorme debito pubblico del paese e punta il dito contro i responsabili.

E’ possibile selezionare i sottotitoli anche in italiano

Durata: 1 ora, 14 minuti

Vedi anche un articolo di presentazione tradotto su Presseurop.eu e la pagina di Wikipedia in inglese