Gomma

soffochiamo nel buio degli impulsi prendiamo aria solo arrendendoci
scompariremo tra gli impulsi
riappariamo solo con la resa
prevalgono gli errori i rimorsi
sovrastano i bei ricordi
o almeno ciò che è rimasto dei bei ricordi
pensare troppo alle cose fino ad
arrendersi alla loro natura
non capire un bel niente per l'incontro di raziocinio e impulsi
scambiare i rapporti per cronaca nera
trovare risposta nei silenzi, nella quiete
soffochiamo nel buio degli impulsi
prendiamo aria solo arrendendoci
scompariremo tra gli impulsi
riappariamo solo con la resa

gomma // aprile

ti prego torna in fretta a prendermi
sono passati sei mesi
sono sei mesi che sei
uscito per prenderti un caffè
poi sei andato a correre
forse nelle americhe
ti prego torna a prendere
le tue cose
i tuoi calzini di cotone
il tuo cappello da pescatore
insomma tutto ciò che vale
tutto ciò che hai lasciato qua da me
sono sei mesi che sto qua ad aspettarti
o forse è solo un giorno
non me ne rendo più conto
non riesco più ad accettarlo
sono solo sei mesi
ma in quella foto sulla scrivania ci siamo ancora io e te
ma tu non sei andato a prenderti un caffè
no non sei andato a correre
sei solo andato scappato via da me
ti prego torna a prendermi

Ho letto ‘Stagione Diverse’ negli anni ‘90 ma è solo alla stessa età che aveva Stephen King quando lo scrisse che compresi l’essenza e il significato di ‘The Body’, da cui è stato tratto il film ‘Stand by me’ raffigurato in copertine.

Posso tranquillamente affermare che segnò il momento di svolta nella percezione che avevo del me trentaduenne e del me dodicenne: fino a quel momento avevo creduto che recuperare l’entusiasmo e la spensieratezza dei miei 12 anni fosse solo una questione di volontà e di tempo a disposizione ma concluso il racconto per l’ennesima volta (’Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?’) finalmente capii…

Il corpo sulle rive di quel torrente ero io.

Il ragazzo era morto. Non era malato, non stava dormendo. Il ragazzo non si sarebbe più alzato la mattina né avrebbe avuto mal di pancia per aver mangiato troppe mele o per l’edera velenosa né avrebbe mai più consumato tutta la gomma in cima alla sua Ticonderoga n. 2 durante un difficile compito di matematica. Il ragazzo era morto; morto stecchito. Il ragazzo non sarebbe mai più uscito per bottiglie in primavera, con gli amici, un sacco di tela sulle spalle a raccogliere i vuoti che riaffiorano quando la neve si scioglie. Il ragazzo non si sarebbe svegliato alle due di notte del primo novembre di quest'anno per correre in bagno a vomitare un bel po’ di dolci da quattro soldi di Halloween. Il ragazzo non avrebbe più tirato trecce alle ragazze. Il ragazzo non avrebbe più fatto a nessuno un occhio nero né nessuno più lo avrebbe fatto a lui. Il ragazzo era no. Era il lato della batteria dove il terminale dice NEG. Il cestino della carta accanto alla cattedra dell'insegnante, che odora sempre di segatura dei temperamatite e di bucce d'arancia morte della colazione. La casa infestata fuori città  con le finestre a pezzi, i cartelli di VIETATO L'ACCESSO strappati via e buttati nei campi, la soffitta piena di pipistrelli, la cantina piena di topi. Il ragazzo era morto, signori, signore, giovanotti, signorine. Potrei andare avanti per tutto il giorno e mai coprire la distanza tra i suoi piedi nudi a terra e le sue scarpe sporche di terra appese ai rovi. Era quasi un metro, era miliardi di anni luce. Il ragazzo era sconnesso dalle sue scarpe al di là  di ogni possibile speranza di riconciliazione. Era morto.

E io guardavo il me stesso dodicenne e sapevo che non sarei più sprofondato nel sonno docile di una sera di agosto tra le lenzuola profumate di fresco, che la domenica mattina non avrei più tritato il prezzemolo con la mezzaluna sull’asse scavata da decenni di soffritti mentre mia nonna ascoltava la radio, che non avrei più provato la libertà gioiosa di scappare via da scuola in bicicletta insieme ai miei amici sapendo che avevamo tutto il sabato pomeriggio per noi… niente più odore di matite appena appuntate e di gomme scartate, di girelle sbocconcellate, di bastoni scorticati, niente più dighe di fango e sassi e sole che agita la polvere attraverso gli infissi della casa abbandonata. La vita mi aveva preso in ostaggio.

Mi guardavo diventare consapevole che tempo e destino possono scorrere in una sola direzione e che non ci è dato ripercorrere i nostri passi a ritroso per la banale e ignorata ragione che ogni nostro attimo diventa immutabile nel tempo ma solo come ricordo dell’attimo precedente, in una sorta di dipinto a cui, giorno dopo giorno, aggiungi nuove pennellate di colore fino a non ricordare più cosa raffigurasse inizialmente.

Quel corpo, tutti i corpi di quello che sono stato, però, mi parlano e mi cantano di ciò che non sarà più, nel lungo viaggio che come voi sto facendo con la sola compagnia di me stesso.