Fascismo

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El Muro de Berlín era la noticia de cada día. De la mañana a la noche leíamos, veíamos, escuchábamos: el Muro de la Vergüenza, el Muro de la Infamia, la Cortina de Hierro…
Por fin, ese muro, que merecía caer, cayó. Pero otros muros han brotado, siguen brotando, en el mundo, y aunque son mucho más grandes que el de Berlín, de ellos se habla poco o nada.
Poco se habla del muro que Estados Unidos está alzando en la frontera mexicana, y poco se habla de las alambradas de Ceuta y Melilla.
Casi nada se habla del Muro de Cisjordania, que perpetúa la ocupación israelí de tierras palestinas y de aquí a poco será 15 veces más largo que el Muro de Berlín.
Y nada, nada de nada, se habla del Muro de Marruecos, que desde hace 20 años perpetúa la ocupación marroquí del Sáhara occidental. Este muro, minado de punta a punta y de punta a punta vigilado por miles de soldados, mide 60 veces más que el Muro de Berlín.
¿Por qué será que hay muros tan altisonantes y muros tan mudos? ¿Será por los muros de la incomunicación, que los grandes medios de comunicación construyen cada día? - Eduardo Galeano

RAB, LA AUSCHWITZ DIMENTICATA DAGLI ITALIANI

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l'Italia, invece, niente.

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l'Italia preferisce l'oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.

Nel 1941 l'Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l'idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.

Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull'isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant'altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.

Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant'anni fa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant'Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all'azione dell'alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d'acqua dolce).

Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all'interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell'XI corpo d'armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell'esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell'esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l'8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po’ le pene.

Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L'episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un'inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l'acqua, ma persino usarla per lavarsi.

Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all'inverosimile, suscitano l'intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull'isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli.

Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.

Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull'isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall'Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull'Adriatico. Con la resa dell'Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto».

Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un'orazione funebre, mai l'ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l'Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall'Italia fascista.

El fascista que todos llevamos a dentro sale cuando el otro habla de una manera que no nos resulta cómoda, cuando hace algo que no es normal, cuando la gente se hace fotos que no son como en las revistas y hay que hacerle un meme y humillarlo. Cuando se ataca a todo lo que se sale de la norma.
—  Spainonymous

What Happens When a Brazilian Congressman Honors a Torturer on Live Television?

Representative Jair Bolsonaro (PSC) did not think twice before honoring Colonel Alberto Brilhante Ustra during Brazil’s impeachment vote in the lower house of Congress. Bolsonaro praised a man responsible for the disappearance of more than 40 people during the military dictatorship and the torture of hundreds more.

And do you know what’s going to happen? Nothing.

Absolutely nothing.

Whereas other Latin American countries have made a point of sending their torturers and dictators to prison, such as Argentina and Chile, in Brazil the situation is different.

Instead, during the impeachment vote on April 17, controversial representative Jair Bolsonaro (PSC) decided to dedicate his vote in the worst manner possible.

Amazingly, Bolsonaro committed two blunders. The first one was to praise and congratulate the speaker of the lower house of Congress, Eduardo Cunha (PMDB). The second error was to honor Colonel Alberto Brilhante Ustra, a man responsible for the disappearance of more than 40 people during Brazil’s military dictatorship.

His followers weren’t pleased and complained on Facebook. Oh yes, they complained! They didn’t like at all the fact that Bolsonaro congratulated Cunha. But they loved the praise that he heaped on the torturer.

That’s how things work. For Bolsonaro’s followers, keeping bribery money in overseas accounts is a major issue. And they are right. But if you tortured hundreds of people and were responsible for the disappearance of dozens of people, everything is fine. In fact, you are a hero.

How can this happen, broadcast live on national television, in a so-called democracy?

The first thing that came to my mind was the fact that the families of Colonel Ustra’s victims were watching the voting by television on Sunday.

We are talking about the sons and daughters who never had the opportunity to know their fathers and mothers. We are talking about sisters who lost their brothers. We are talking about people who carry scars of torture that are impossible to erase, that stick to their skins and will last for the rest of their lives.

What about the repercussion of this incident?

In a country without a properly democratized media, it is easy to imagine what the answer will be.

Yes, Bolsonaro was, somehow, the subject of many stories and articles on the day he cast his vote in favor of impeachment. But not because he praised a torturer, but because left-wing Congressman Jean Wyllys (PSOL) spat at him during the vote.

Jean Wyllys claims that Bolsonaro had offended him with homophobic remarks after he declared his vote against the impeachment. And that’s why he spat at him.

The truth, however, is that this momentary quarrel has generated far more debate and controversy than Bolsonaro’s praise for the torturer.

If you search on Google for “Jair Bolsonaro Ustra” in “News” you get 587 results, most of them from websites such as HuffPost Brasil and Revista Brasileiros.

But if you search for “Jean Wyllys spits” in “News” you get 33,000 results. In this case, Brazil’s major media vehicles appear in the search results.

And that leads me to my next question: What if a Congressman in Spain decided to honor a torturer under Franco’s regime during a session of Parliament that was broadcast live to the entire country?

What if a Congressman in the US decided to honor a former Klu Klux Klan leader during a session of Congress that, again, was broadcast live to the entire country?

The problem with Brazil is that we still don’t know how to deal with a ghost called our past military dictatorship. Our young democracy is unable to mature because we haven’t taken the time to discuss the dictatorship and the effects it had on tens of thousands of people around the country during its 21 year rule.

Imagine how complex it is to explain to an Argentinian or a Chilean the fact that we haven’t arrested or prosecuted our torturers. Worse still: try to explain the existence of large pensions paid to the widows and families of such men, who were capable of doing dreadful and cruel things to innocent civilians, such as the journalist Vladimir Herzog.

We have a monopolized media. A manipulated democracy. And a hampered dictatorship.

Source.

Todo Lo Que Podemos Esperar

-  Robert Wolfe 

(Imagen: immacampos)


Tu visión parece ser más clara. Tu análisis de la realidad relativa, de nuestro mundo, es acertada (para este observador de todo ello a lo largo de siete décadas).

El péndulo oscila: a veces la condición del mundo (local o global) parece mejor, a veces parece peor. Pero de cualquier manera, en última instancia, es ‘mucho ruido y pocas nueces’.

Vivimos en un universo tan vasto que nuestra mirada hacia él termina en un borde de oscuridad, en todo sentido: sólo podemos reflexionar en lo inmenso que debe ser. El universo está repleto de galaxias (galaxias-cada una con un promedio de 100 millones de estrellas, soles como el nuestro), como nuestro cielo nocturno está salpicado de estrellas. Nosotros, los seres humanos, ¡ni polvo somos aquí! Nuestras fugaces especies pueden evaporarse en un parpadeo cósmico. Desde el punto de vista de la perspectiva cósmica, la desesperanzadora “condición humana” no es nada más que razonable, realista.

El egoísmo es la característica más fundamental de la humanidad. El egoísmo institucionalizado se resume como “El fin justifica los medios”. Llevado a su extremo lógico, la consecuencia es el fascismo.

El único antídoto, históricamente demostrado para el egoísmo es el renacimiento espiritual. Esto sólo puede ocurrir voluntariamente dentro del corazón de cada individuo. Por lo tanto, la única cura práctica para el egoísmo/fascismo, es primero remover la viga de nuestro propio ojo, a través del renacimiento espiritual voluntario individual. Entonces uno está en la posición de servir como una luz de guía para los demás.

Pero, incluso entonces, en última instancia, el pronóstico para nuestra especie es la extinción. De hecho, el pronóstico definitivo para cada individuo es la “desesperanza”: la extinción. En la muerte, si eres egoísta o generoso, el universo entero desaparece.

Esta desesperanza hacia la que te estás dirigiendo, entonces, puede ser un signo de maduración, en términos espirituales. Cuando percibes que “En última instancia, nada importa realmente”, la preocupación en torno al yo desaparece. Cuando el yo (pequeño) está ausente, ¿qué está presente? Cuando Eso está presente, brilla una luz que tiene un efecto sobre el egoísmo que hay a su alrededor. Eso es todo lo que uno puede esperar hacer.   

(Traducido por Tarsila Murguía del libro Living Nonduality-Enlightenment Teachings of Self Realization)