290614

Amo i concerti perché, qualsiasi band tu vada a vedere, trovi sempre gli stessi tipi di persone.
Ci son quelli che il mattino prima son davanti ai cancelli nei sacchi a pelo e quelli che se arrivano a concerto iniziato è già tanto.
Quelli che accompagnano l’amico e conoscono solo le canzoni più famose, quelli che sono fan da poco e se lo tengono per sé perché han paura di sfigurare, quelli che con quei brani ci son cresciuti e
non c’è parola che non ti sappiano cantare.
Quelli che si presentano sfoggiando le maglie della band più belle che hanno - e, credetemi, ci han messo un secolo a scegliere quella giusta! -, quelli che la sera prima si son divertiti a farsene una da soli, quelli che si presentano con t-shirt di altri gruppi e un gran sorrisone stampato in faccia, quelli che la maglia se la comprano in fila - a diciotto euro: dieci se hai capacità di persuasione! - e si cambiano pure davanti a tutti perché tanto con quelle gente ci dovrai condividere anche il sudore.
Quelli che se li son già visti un milione di volte e han tanti aneddoti da rifilare, quelli che per loro è la prima volta e non vedono l’ora di poterlo raccontare.
Quelli che ormai sono esperti e si buttano nella mischia come se fosse una fottuta piscina, quelli che non hanno mai visto tanta calca e si tengono a debita distanza.
Quelli che son troppo timidi e in fila non riescono a socializzare, quelli che son rompicoglioni e in coda si fan sempre riconoscere.
Quelli che si ritrovano a parlare con gente mai vista prima e si dimenticano di chiedere i nomi da cercare su facebook, quelli che chiedendoti l’amicizia dopo la prima battuta han già concluso tutto.
Quelli che si son portati persino le carte con cui giocare e quelli che in tasca c’han solo il cellulare, ma va bene comunque, che qualcosa da fare lo si trova sempre.
Quelli prudenti che si son portati ombrelli, k-way e cappelli, quelli che han madri prudenti che però non ascoltano e si ritrovano pieni zeppi di pioggia o ustionati da far schifo.
Quelli che a mezzogiorno tirano fuori i pennarelli indelebili e quelli a cui il tatuaggio in onore della band basta e avanza.
Quelli che sorridono davanti ai fotografi e quelli che si nascondono dietro una mano.
Quelli che son troppo bassi e non riescono nemmeno a fotografare la gente dietro, quelli alti due metri che sorridendo ti prendono la macchina fotografica e fanno le foto al posto tuo.
Quelli che controllano ogni tre minuti il biglietto e quelli che scrollano le spalle perché già ce l’hanno in mano.
Quelli che ti riempono di gomitate quando aprono i cancelli e quelli che si tirano indietro per non farti male.
Quelli che alla fine ti menano lo stesso, perché col cazzo che ti lascio il posto!
Quelli che il concerto se lo guardano in uno schermo e quelli che se lo godono senza macchine fotografiche ad occupare la visuale.
Quelli che si stringono contro la transenna e non la lasciano un secondo, quelli che si ritrovano in mezzo alla bolgia e s’aggrappano alla prima spalla che trovano.
Quelli che si sentono male e si allontanano un po’ dal palco, quelli che stringono i denti e resistono fino in fondo.
Quelli che chiamano il migliore amico rimasto a casa con la febbre - che poi, se fosse stato per lui, sarebbe venuto lo stesso - per fargli vivere la sua canzone preferita a distanza di mezzo stato, quelli che il migliore amico ce l’hanno vicino e tirano gomitate pure a lui, perché è giusto così.
Quelli che piangono per quasi tutto il concerto e quelli che non lasciano trasparire un’emozione, ma dentro esplodono comunque.
Quelli che urlano a squarciagola e quelli che preferiscono tacere.
Quelli che, alla fine, si mettono le mani fra i capelli e continuano a ripetere “non ci posso credere, non ci posso credere”, quelli che si abbracciano, quelli che si baciano, quelli che si sorridono.
Quelli che si parlano da una parte all’altra dello stadio e quelli che ridendo si fanno i cazzi loro.
Quelli che vanno subito a fare la scorta di bottiglie d’acqua e quelli che si fiondano senza tante cerimonie dallo store ufficiale.
Quelli che si salutano e quelli che si ritrovano.
Quelli che fotografano e quelli che guardano.
Siamo tanti e siamo diversi, ve lo concedo, ma quando il concerto finisce siam tutti uguali:
siam quelli che camminano piano, l’uno accanto all’altro, con l’assurda voglia di ricominciare tutto da capo, subito.
Siam quelli che si sorridono in mezzo al casino, anche se non si conoscono, e si dicono “grazie, perché quello che ho provato stanotte lo sai solo tu”

“ Caro Harry,
ad essere sincera, non so come iniziare. Non sono sempre così, gli inizi? Incerti, impacciati, pieni di paure. Eppure, per qualche ragione, si inizia lo stesso. Ci si tuffa, nonostante la paura delle altezze. Si sale su quell’aereo, nonostante la paura di volare. Si prende quel treno per chissà dove, nonostante la paura dell’ignoto. Anch’io, quando ti ho conosciuto, ero insicura. Impacciata forse, a disagio in un mondo nuovo, che non mi apparteneva. Ti vidi per la prima volta, attraverso lo schermo di questo stesso computer, e sorridevi. Il tuo sorriso così dolce e magnetico, così semplice, mi travolse, mi rapì, e dopo ci sei stato solo tu. Ma non è stato il tuo sorriso, non sono state le tue belle risate a farmi innamorare di te. È stato quando ti ho visto piangere, Harry, quando ti ho visto debole, triste, quando hai messo quella tua caratteristica spavalderia da parte e mi hai mostrato che, in fondo, non sei così diverso da me, quando ho scoperto che anche tu piangi, che anche tu soffri e hai le tue debolezze, che ti ho amato. Perché come posso amare qualcuno che non ne ha, di debolezze? Come posso capire, sentire vicino a me, qualcuno che non piange mai? Ma quando ti ho visto piangere, ti ho davvero capito. E solo quando ti ho capito, sono riuscita ad amarti. Ma non ti amo nel modo in cui la maggior parte delle gente crede. Io ti amo come si ama lo scrittore preferito, ti amo come si amano le prime giornate di primavera, e ti amo come si amano quelle fredde giornate d’inverno in cui leggi un libro sorseggiando una cioccolata calda. Ti amo come si amano le vecchie canzoni, dolcemente, quasi in un sussurro. Eppure il mio amore per te è forte, e pur essendo un sussurro, una flebile voce portata via dal vento, potrebbe far tremare la terra. Non è una cosa bellissima? Perché come vivrei senza quel libro di quello scrittore sul comodino? Come vivrei senza quel tepore di maggio che porta via il gelido e triste inverno? Non potrei, Harry. E tu sei il mio libro, la mia giornata di sole, la mia cioccolata calda in una gelida sera di gennaio. Sei il mio punto di riferimento, il mio porto sicuro. Posso rifugiarmi nella tua voce registrata, quando il mondo là fuori mi sembra troppo duro da affrontare, ed essere semplicemente felice. Posso perdermi nei tuoi occhi verdi e, almeno per qualche minuto, sentirmi al sicuro. Ci sono delle persone, ragazze come me, che però non la pensano così. Loro ti vogliono tutto per loro, e soffrono, quando ti vedono tra le braccia di qualcun altro. Io ti assicuro che non sono così. Ti assicuro che sono sincera quando dico che per te voglio solo il meglio. E so che il tuo meglio non sono io, e che il mio meglio non sei tu. So che ci sarà quella persona, Harry, che tu un giorno incontrerai, o chissà, magari hai già incontrato, con cui condividerai la tua vita. Ed io non posso che sperarlo per te, perché è questo ciò che voglio, la tua felicità. Non c’è risentimento in ciò che scrivo, non c’è rassegnazione, perché tu mi rendi felice, in un modo che nemmeno io ho ancora del tutto compreso, e il minimo che posso fare, per ricambiare, è sperare che anche tu sia felice. Forse un giorno ci incontreremo, quando tutto questo sarà finito. Quando le luci si saranno spente per l’ultima volta, ci sveglieremo da questo sogno e riprenderemo a vivere le nostre vite. E forse sarà allora che le nostre strade si incroceranno per davvero, magari in un bar, come due vecchi amici che sanno già tutto, ma che hanno ancora tanto da dirsi. Fino a quel momento continuerò a sostenerti da qui, da lontano, e pregherò per la tua felicità. E non aver paura che qualcuno di noi ti dimentichi, non succederà, perché quando tu cambi la vita di una persona, essa non ti dimentica. Nonostante il tempo che passa, nonostante i sentimenti che cambiano, che svaniscono, essa non ti dimentica, perché tu sei stata la sua felicità, anche se per poco.
Con amore,
una delle tante.”
Foto mia.
290614.

He’s a boy who wants to hurt as many people he can with his words.

Words are powerful things and he wields them like weapons; with a hiss and a drop of poison; with sharp teeth and an even sharper wit. Can you see the bruises and cuts and scratches? No, there’s none on him, but his spite has left its mark on those around him.

It’s not enough to kill who he speaks to, but enough to make them hurt, to make them suffer. He wants to drag everyone he knows, everyone he loves, down with him so they can feel as sick and twisted as he does.

He doesn’t exactly know why he feels that way, he just knows there’s something not just dark and disgusting inside him, but also something exhilarating in the way he thinks, the way he acts.

And he also wants you to know that he hates this you so much.

#윤아 #총리와나 #민서 #도현 #나라 #만세 보고싶다ㅠㅠㅠ#selca #얼스타그램 #셀스타그램 #daily #데일리 #follow 시험기간인데 공부를 하나도못했다 헤헤

[INSTAGRAM] 290614 YOONA - With her stepchildren WooRi, NaRa and ManSe in Prime Minister and I
(lol sorry can’t find a better description ;P)
Credits: @choisuhan - Instagram