蘆葦

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Genji is secretly a McHanzo shipper.
Hanzo is probably going to kill him again.

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Dopo lunghissime e approfondite ricerche ho finalmente provato a preparare per la prima volta la Sacher, con tanto di odiosa scritta (inserite qui un numero di punti esclamativi a vostro piacimento). Tralasciando la parte decorativa, che in fondo non è poi venuta così male, è talmente buona che mi viene da piangere dalla gioia e potrei mangiarne continuamente una fetta dopo l’altra, senza pause.

- “A me piace ricordare.”
- “Non ti fa bene. A volte i ricordi rattristano.”
- “Può darsi”, rispondo guardandola negli occhi. - “Ma i ricordi sono tutto ciò che mi resta.”
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
Le quattro leggi della spiritualità in India

La prima dice: “La persona che arriva è la persona giusta”, e cioè che nessuno arriva nella nostra vita per caso, tutte le persone che ci circondano, che interagiscono con noi, sono lì per qualcosa, per farci apprendere e avanzare in ciascuna situazione.

“Non esiste il caso ne’ la coincidenza, noi camminiamo ogni giorno verso luoghi e persone che ci aspettavano da sempre.“

- Giuditta Dembech

La seconda legge dice: “Quello che succede è l’unica cosa che sarebbe potuta succedere”. Nulla, assolutamente nulla di quello che succede nelle nostre vite sarebbe potuto avvenire in un altro modo. Neanche il dettaglio più insignificante. Non esiste: “se avessi fatto la tal cosa sarebbe accaduta la tal altra …”. No. Quello che avvenne è quello che poteva accadere ed è dovuto avvenire così affinchè possiamo imparare la lezione e proseguire nel cammino. Ciascuna situazione che ci accade nella vita è perfetta così com’è, benché la nostra mente e il nostro io resistano e non vogliano accettarla.

“A questo mondo nulla accade per caso. Un bel giorno tutto avrà un senso. Quindi, per il momento, non farti deprimere dalla confusione, sorridi attraverso le lacrime e cerca di comprendere che tutto ciò che succede ha una ragione.“

- Paulo Coelho

La terza legge dice: “In qualunque momento inizi qualcosa quello è il momento corretto”. Tutto comincia nel momento indicato, né prima, nè dopo. Quando siamo pronti perché qualcosa di nuovo inizi nelle nostre vite, è solo allora che avrà inizio.

“L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.“

- Cesare Pavese

E la quarta e ultima legge: “Quando qualcosa ha fine, ha fine”. Così semplicemente. Se qualcosa ha termine nelle nostre vite, è per la nostra crescita pertanto è meglio lasciar stare, andare avanti e avanzare arricchiti da quell’esperienza.
Credo non sia casuale se stiamo leggendo questo, se questo testo arriva oggi nella nostra vita; è perché siamo pronti per capire che nessuna goccia di pioggia cade mai nel posto sbagliato “.
Arriva un momento nella vita, in cui ci allontaniamo da tutto il dramma delle persone che lo creano. Ci circondiamo di gente che ci fa ridere. Dimentichiamo il male e ci concentriamo sul bene. Amiamo la gente che ci tratta bene e preghiamo per quelli che non lo fanno.
La vita è troppo corta per non essere altro che felice.
Cadere è parte della vita, mettersi in piedi di nuovo è vivere.”

“Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.“

- A. de Saint-Exupèry

cavaliere-mascherato

Che male c'è,
che c'è di male
se chiudo gli occhi e insieme a te
sto così bene.
—  Pino Daniele

Grazie @ciccaspenta (ironico un invito del genere dal blog “machittesencula” ;) mi piacciono queste cose psicanalitiche, quindi faccio veloce e senza pensar troppo: 1. non uccido i ragni; 2. una volta mi sono innamorata di una ragazza; 3. non sono mai stata a Torino; 4. sono un'invereconda gaffeuse; 5. mi piacciono frankie valli & the 4 seasons; 6. Stresso gli amici su wazzup con dialoghi senza senso.

Posso assicurarti che non smetterò mai di volerti bene e di sperare che tu sia felice. Posso assicurarti che ti auguro il meglio. Posso assicurarti che ti penserò spesso e che ripenserò ai momenti felici insieme. Ma non voglio più essere lì per te.
Farmi in quattro per te e non ricevere nulla. Non voglio fare più per te ciò che mai da te avrò. Sono del parere che nulla sia dovuto. I rapporti non vanno avanti a prescindere. Se non te ne prendi cura, marciscono. Per quanto importante tu fossi per me, niente è dovuto. Niente è scontato. E per quanto le tue chiacchiere sul “io ci sono per te” fossero belle, erano i fatti a mancarmi. Perciò non chiamarmi stronza se smetto di preoccuparmi per te, se do priorità ad altro. Ho iniziato quando ho visto che dovevo elemosinare per avere la tua attenzione. Per essere considerata. Non giudicarmi egoista se vado via, troppe volte tu non c'eri. Troppe volte c'eravamo solo io e la speranza che tu capissi. Magari capirai col tempo che io ero lì per te anche quando non lo meritavi. E hai commesso l'errore di darlo per scontato.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
e, devo dire, non capisco neppure perché certa gente è disposta a pagare per venire ribaltata e sospesa e riprecipitata e poi sbattuta ad alta velocità avanti e indietro, e infine riappesa a testa in giù fino a che vomita. è come pagare per fare un incidente stradale. non lo capisco proprio, e non l'ho mai capito. non è un fatto regionale o culturale. penso che il mondo si divida nettamente tra quelli che all'induzione programmata di terrore si eccitano, e quelli che non si eccitano affatto. il terrore, per me, non è eccitante. è terrificante. penso sia un fatto di costuituzione neurologica. uno dei miei fondamentali scopi di vita è sottoporre il mio sistema nervoso alla minima quantità totale di terrore possibile. naturalmente, il paradosso crudele è che un tipo simile di costituzione va di pari passo con la fragilità nervosa e con un'estrema suscettibilità al terrore. sono del tutto certo che ho più paura io a guardare dal basso in alto l'anello di fuoco che gli avventori ad andarci sopra (…) perché spendere soldi perché ti accada qualcosa cui sarai grato di sopravvivere?
—  (david foster wallace, da “invadenti evasioni”, su “tennis, tv, trigonomertia, tornado”)

ieri ho visto una gif su tumblr che descriveva un giro su quelle che erano una sorta di montagne russe estreme, e non ho potuto fare a meno (dopo un abbondante dose di disagio) di pensare a queste righe di wallace. avete presente quella sensazione elettrizzante che si prova dopo la discesona con precedente salita lentissima delle montagne russe di gardaland (o di ovunque, in effetti), quella che ti fa sentire vivo, pieno di energia, adrenalinico, e non smetteresti di urlare dalla gioia?

ecco, io non la provo. mai provata. zero.

se faccio una roba del genere provo soltanto nervoso e severo scombussolamento interno. non è questione di aver paura, è questione che non mi diverte. giuro, è così semplice. la paura si vince. mi è perfino capitato di dire a una ragazza che non mi piaceva come si era tagliata i capelli, so cos'è il coraggio. ma ne deve valer la pena. ecco, se adesso qualcuno mi porta indietro nel tempo con una risma di fogli a4 con stampata la citazione, così la tatuo in faccia a tutti quelli che in gioventù mi hanno rotto le palle per farmi salire sul blu tornado o lo space vertigo (e mai che invitassero ai bluvertigo, che un concerto me lo vedo sempre volentieri) mi fa un piacere.

cosa ci insegna questa cosa?
primo, che wallace è uno di quelli che hanno scritto qualcosa di adatto a ogni occasione, per cui leggetelo. secondo, che non tutti sono fatti uguali, per cui a volte è anche bello non rompere le palle. in generale dico, non sulle montagne russe.

(terzo, che wallace è il cognome, foster è un secondo nome, peraltro fittizio per motivi che bla bla bla -lo spiega nel re pallido, non ho voglia di ritrovare la pagina- per cui chiamarlo “foster wallace” è un po’ come dire che il cognome di ciampi era “azeglio ciampi”; poi fate voi eh, lo so che fa più figo, però ecco)
Portami via.
Tu portami via,
dalle ostilità dei giorni che verranno,
dai riflessi del passato perchè torneranno.
Dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l'ipocondria,
tu portami via.
Dalla convinzione di non essere abbastanza forte.
Quando cado contro un mostro più grande di me,
consapevole che a volte basta prendere la vita così com'è, così com'è imprevedibile.
Portami via dai momenti,
da questi anni invadenti,
da ogni angolo di tempo dove io non trovo più energia,
amore mio portami via.
Tu portami via,
quando torna la paura e non so più reagire.
Dai rimorsi degli errori che continuo a fare, mentre lotto a denti stretti, nascondendo l'amarezza dentro a una bugia.
Tu portami via,
se c'è un muro troppo alto per vedere il mio domani,
e mi trovi li ai suoi piedi con la testa fra le mani.
Se fra tante vie d'uscita mi domando quella giusta chissà dov'è.
Portami via dai momenti,
da tutto il vuote che senti.
Dove niente potrà farmi più del male ovunque sia.
Amore mio portami via.
Tu,
tu sai comprendere.
Questo silenzio che determina il confine fra i miei dubbi e la realtà.
Da qui all'eternità tu non ti arrendere,
portami via dai momenti,
da questi anni violenti,
da ogni angolo di tempo dove io non trovo più energia.
Amore mio, portami via.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)

Perché adesso mi spiego: quel peso sul petto,
(quello che fa male al cuore, quello che ci impedisce di respirare e deglutire e parlare) 
è ciò che ci costringe a letto, è quello che non ci fa aprire gli occhi una volta che sono chiusi. 
E’ colpa sua se ci sentiamo soli, non voluti, sbagliati.
E’ colpa di questo peso se scappiamo, e ci nascondiamo.
Se non dormiamo, o se dormiamo troppo. Se non mangiamo, o se mangiamo troppo. Se non ci importa di nulla, o se ci torturiamo troppo. 
Adesso mi spiego: questo peso sul petto, 
(che certe volte è proprio insopportabile) 
è come una tortura, una condanna, e non sappiamo come liberarcene. 

La passione, al giorno d'oggi, è una moda.
Non è detto che c'è.
Non è detto ché bella.
Non è detto che resta.
L'unica cosa certa, è che passa.
E che ce ne sarà un'altra.
Forse non con lo stesso sorriso.
Ma sicuramente con lo stesso vestito.
—  Matteo Pirro

anonymous asked:

Foster non è un secondo nome, è il cognome da nubile della madre. Le ragioni per le quali avrebbe deciso di anteporlo a quello del padre da lui addotte in "The Pale King" sono peraltro del tutto fittizie, a quanto pare.

gentile anonimo, ti rispondo, ma prima lasciami premettere una cosa.

non voglio che questa cosa diventi un vedere chi ce l'ha più lungo. mi rendo conto che è tutta colpa mia, che con quelle parentesi ho generato la cosa, mi dolgo e mi pento di averlo fatto, capo cosparso umilmente di cenere. son sincero, non c'è ironia in queste parole. se c'è una roba che mi fa orrore sono le discussioni in cui si fa a gara a chi ne sa di più. anche perché non sono in grado di parteciparvi. non sono un grande esperto di niente, ho fatto geometri imparando essenzialmente a giocare a tresette con l'accuso e non sono un intellettuale. quindi mi spiace se è sembrato che.

detto questo, mi limito a motivare il perché di quella parentesi, dettata dal fastidio (problema mio, certo) verso chi dice “foster wallace” perché fa più figo e riempie meglio la bocca (anche se, fosse anche quello il motivo, chi sono io per giudicare, affari loro).

sapevo che era il cognome della madre, e al di là delle motivazioni (da quella base, per cui al momento di pubblicare il primo libro ha scoperto che c'era già un dave wallace, a quelle più fantasiose) quello che trovo interessante nella nota del re pallido (pagina 383) è che lui si riferisca a foster come a un secondo nome. ricordo che questa cosa mi colpì (tanto appunto da ricordarmela anche adesso) perché era la conferma di qualcosa che avevo letto su una sua intervista. perdonami se non ricordo anche questa fonte, ma parliamo di una cosa accaduta cinque anni e mezzo fa.

a me wallace piace molto, e ho letto (compresi quelli che sono due libri-interviste, ma sui quali appare comunque il suo nome in costina) e sono contento di avere in libreria 16 libri suoi. più tutto, e di più - storia compatta dell'infinito, del quale mi sono arreso per manifesta incapacità di comprendere di cosa stesse parlando credo a pagina 30 (e che non ci è utile perché nella costina appare col nome completo). di questi 16 libri, 13 riportano in costina il nome “wallace”, e tre “foster wallace”. esclusa la ristampa de la scopa del sistema, gli altri due sono libri assemblati quando l'autore era già defunto (non che voglia dire necessariamente qualcosa), ovvero questa è l'acqua e, appunto, il re pallido (il che è curioso: all'esterno foster è indicato come la prima parte del cognome, all'interno wallace dice chiaramente che è un secondo nome). sarà mera statistica, ma è l’81,25 per cento a favore del cognome unico.

questo link, dal blog di qualcuno che ci ha collaborato, sottolinea come wallace si vedesse come ‘dave wallace’, e il foster non fosse parte del cognome (né un reale secondo nome, sposando la tesi più banale già menzionata sopra, una tesi così ovvia -è alla base anche del j di michael j fox- da essere probabilmente vera), ma è tutt'al più un'indicazione secondaria, dato che ci parla del suo privato a non aggiunge molto al suo pezzo di nome d'arte.

considerato che, salvo un articolo del guardian (che è britannico), anche una ricerca su google di articoli e interviste americani che lo riguardano (scelta fatta per meri motivi linguistici e di presenza nella cultura nazionale dell'autore) riporta una stragrande maggioranza di “wallace” come indicazione del cognome. per quanto possa valere, è comunque segno di un trend.

per cui ecco. sperando di chiuderla qua. ringraziando per la precisazione. posto che tutto quanto scritto qui sopra è per chiarire e argomentare allo stremo una mia posizione e non uno sfoggio di conoscenze o di lungo pene letterario (non ce l'ho, avrete letto tutti più roba di me e, di nuovo, queste robe non fanno per me, sbatterei la faccia contro uno che ne sa diciotto volte di più se solo provassi a fare il figo su qualcosa) rimango convinto della mia opinione e di quanto detto nel post precedente.

mi scuso per la noia.