Stavo immobile a guardarla, non facevo nessun rumore.
Lei era ferma e io in silenzio.
Mi vennero in mente un sacco di ricordi di noi due insieme, ma i miei occhi, anche se stavo pensando, non smettevano di stare sul suo volto.
C’era il nostro primo incontro un pò bizzarro al parco: lei stava giocando a palla con il suo cane e con un lancio troppo lungo, sbadatamente, mi arrivò la palla dritta in faccia, che mi lasciò un’ematoma per quasi tre giorni.
Corse da me chiedendomi scusa e io m’accorsi che era una di quelle ragazze che tutte le mattine prendeva il mio stesso autobus per andare a scuola.
Quel pomeriggio sarei dovuto andare a fare la spesa per mia madre, ma alla fine passai tutto il tempo insieme a lei e quando tornai a casa mi arrivò una sberla dritta in muso, una di quelle che solo mia madre sa dare.
Mi fece più male la sberla che la palla.
Il giorno dopo in autobus mi sedetti vicino a lei, ma non parlammo nemmeno un secondo, forse giusto il tempo di salutarci con un semplice “Ciao”.
Passarono i mesi e in qualche modo diventammo inseparabili, finchè un giorno, il 27 Marzo, ci fu la nostra prima uscita assieme.
Quando arrivai davanti alla porta di casa sua e suo padre mi fece entrare, lei stava scendendo le scale ed era bellissima.
Indossava un vestito tutto nero, aderente e scollato al punto giusto, sul viso non aveva un filo trucco, i suoi occhi verdi li notavi a distanza di chilometri ed era veramente bellissima.
La portai a ristorante e mentre stava mangiando la pizza, con il boccone ancora in bocca, m’immersi nello smeraldo dei suoi occhi e me ne innamorai.
Ci sono tanti ricordi belli di noi due, ma altrettanti tristi che non voglio raccontare anche perchè le ho promesso di non farlo mai.
Era un giorno freddo ed eravamo in camera sua, sdraiati sul suo letto e guardavamo entrambi il soffitto bianco quando d’un tratto lei mi prese la mano:
“Se tutto fosse semplice, la vita sarebbe tutta una monotonia” disse piano con gli occhi chiusi, ma lei quel giorno era più bella del solito.
“Questa dove l’hai sentita?” le chiesi guardandole le labbra.
“L’ho letta sta mattina da qualche parte… Posso farti una domanda?” disse.
“Certo..” chiesi tornando a guardare il bianco del soffitto.
“Sei innamorato di me?” chiese con voce, ferma, vuota e a ripensarci, triste.
Mi fermai e ci pensai.
Sono quelle domande che vorresti sentirti dire da una sola persona e in un determinato momento e il destino o fortuna volle che, quella volta, capitasse a me.
Avrei voluto urlarle che ne ero innamorato da mesi e giorni e ore che sembravano interminabili, ma non lo feci.
Mi limitai a stringerle la mano, mi girai verso di lei e con la mia testa appoggiata al suo petto, in quel momento sentii il suo cuore pulsare forte e lei disse una frase che non scorderò mai:
“La vita è come una sigaretta, prima o poi finisce.
La felicità che si ha con un’ altra persona, invece, è come la fantasia di un bambino, infinita.
Ma delle volte la vita e la felicità litigano e giocano tra di loro, ma si sa che in tutte le partite c’è sempre un solo vincitore.
Beh…Forse nel mio caso qualcuno sta cominciando a far crescere quella bambina felice iniziando a farla fumare e togliendole quel poco di felicità che le resta.”
Pianse e si strinse a me.
Dopo qualche giorno lei morì malata di una leucemia acuta che le venne diagnosticata l’anno precedente.
L’ultima volta che la vidi era sdraiata su quella bara, ma era bella come la prima volta.
Stavo immobile a guardarla, non facevo nessun rumore.
Lei era ferma e io in silenzio.